Circularity https://circularity.com Mon, 02 Mar 2026 08:22:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 La circolarità della calce e della malta https://circularity.com/la-circolarita-della-calce-e-della-malte/ Sun, 01 Mar 2026 22:10:34 +0000 https://circularity.com/?p=28958 Ci sono poche filiere circolari come quella della calce e della malta. Un settore molto energivoro, ma che grazie al riciclo è impegnato a ridurre il proprio impatto ambientale con risultati eccellenti.

Nel 2024 la filiera italiana della calce e delle malte ha riciclato il 94,7% dei rifiuti prodotti, pari a 15.171 tonnellate, confermando un percorso di progressivo rafforzamento del recupero materico. Solo il 5,3% degli scarti, infatti non è stato riciclato, mentre la quota di rifiuti pericolosi si è attestata all’1,4%.

Il dato è emerso dal bilancio di sostenibilità 2023-2024 diffuso da CAMA, associazione dell’Industria Italiana della Calce e delle Malte, che fotografa un comparto impegnato a coniugare competitività industriale e riduzione dell’impatto ambientale. Rispetto all’anno precedente, il tasso di recupero migliora di un decimale (dal 94,6% al 94,7%), un incremento minimo ma indicativo di una traiettoria stabile e positiva, anche a fronte di volumi produttivi in crescita.

«I dati del Bilancio di Sostenibilità dimostrano come la filiera italiana della calce e delle malte sia oggi impegnata in un percorso concreto di decarbonizzazione, con risultati misurabili”, ha dichiarato Leone La Ferla, presidente di CAMA. L’elevata capacità di recupero dei rifiuti, l’impiego crescente di biomassa e il contributo della ricarbonatazione rappresentano asset strutturali della nostra strategia di transizione ambientale, che deve procedere in equilibrio con la competitività industriale e la continuità produttiva», 

La calce deriva principalmente dal calcare, una roccia sedimentaria composta in prevalenza da carbonato di calcio (CaCO₃), estratta in cava. Il processo produttivo avviene in forno, dove il calcare viene sottoposto a elevate temperature (circa 900–1.000 °C) per ottenere calce viva (ossido di calcio) attraverso la cosiddetta decarbonatazione.

La malta, invece, è un composto ottenuto miscelando un legante (tradizionalmente calce, ma anche cemento), aggregati fini come la sabbia e acqua. Nel caso delle malte a base calce, il legante è proprio la calce spenta. Entrambe trovano applicazione in diversi settori, tra cui l’edilizia per intonaci, murature e restauri. Oppure nelle acciaierie come fondente, nell’industria chimica e nelle cartiere, sia nel processo produttivo della pasta di cellulosa sia nel trattamento delle acque e dei sottoprodotti.

Emissioni in calo e più rinnovabili

Sul fronte prettamente climatico, le imprese associate hanno ridotto del 5% le emissioni complessive di gas serra, riducendole da 192.809 a 182.584 tonnellate di CO₂ equivalente. Un risultato legato soprattutto agli interventi di efficientamento energetico e all’aumento dell’approvvigionamento da fonti rinnovabili.

In particolare, le emissioni indirette Scope 2, legate ai consumi energetici, sono diminuite del 24%, segnale di una progressiva decarbonizzazione dei processi produttivi.

Un ruolo centrale è giocato dalla sostituzione dei combustibili fossili con biomassa rinnovabile. Nel 2024 la biomassa ha coperto circa il 54% del fabbisogno energetico del settore, diventando la principale fonte utilizzata. Secondo le stime del comparto, questa scelta ha consentito di evitare circa 233 mila tonnellate di emissioni fossili di CO₂ equivalente.

Il ruolo chiave della ricarbonatazione

Accanto agli interventi su energia e rifiuti, la filiera della calce può contare su una caratteristica intrinseca del materiale: la ricarbonatazione. Si tratta di un processo naturale che consente ai prodotti a base di calce di riassorbire parte della CO₂ emessa nella fase produttiva.

Il ciclo inizia con la decarbonatazione del calcare (carbonato di calcio), sottoposto ad alte temperature per ottenere calce viva e liberare anidride carbonica. Successivamente, una volta idratata e trasformata in calce spenta per l’impiego in malte, intonaci o pitture, il materiale entra in contatto con l’aria e reagisce con la CO₂ atmosferica, trasformandosi nuovamente in carbonato di calcio.

Secondo le stime richiamate nel report, circa il 33% delle emissioni di processo viene riassorbito già nel primo anno di vita del prodotto. La CO₂ viene così fissata in modo permanente nella struttura del materiale, contribuendo a ridurre l’impronta carbonica complessiva e migliorando al tempo stesso durabilità e resistenza.

In un contesto industriale ad alta intensità energetica, la combinazione tra recupero quasi totale dei rifiuti, crescente impiego di biomassa e capacità di ricarbonatazione posiziona la filiera italiana della calce e delle malte come uno dei comparti manifatturieri più avanzati nel percorso verso la neutralità climatica.

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L’ambiziosa Circular Economy Strategy dell’Irlanda https://circularity.com/lambiziosa-circular-economy-strategy-dellirlanda/ Sun, 01 Mar 2026 22:08:20 +0000 https://circularity.com/?p=28963 Da una presidente ambientalista come Catherine Connolly c’era da aspettarselo. Il 24 febbraio il dipartimento ministeriale sul clima irlandese ha pubblicato l“Ireland’s Whole-of-Government Circular Economy Strategy 2026–2028”, tra i più ambiziosi piani sull’economia circolare d’Europa, che punta velocemente a ridurre i rifiuti, e al contempo rafforzare la resilienza economica del Paese.

Tasso di circolarità: obiettivo 12%

’Irlanda fa sul serio e c’è un target in particolare a testimoniarlo: il paese dovrà aumentare il tasso di circolarità dei materiali (Circular Material Use Rate) di due punti percentuali l’anno, con l’obiettivo di raggiungere il 12% entro il 2030. L’indica di circolarità misura la quota di risorse materiali impiegate nell’economia proveniente da fonti riciclate o riutilizzate, anziché da materie prime vergini.

Nel 2024 il dipartimento sul clima commissionò un’analisi per definire una baseline dei flussi materiali del Paese, e le notizie furono tutt’altro che confortanti. L’indicatore di circolarità dell’Irlanda si attestava al 2,7%, uno dei più bassi d’Europa. Ancora oggi la percentuale si aggira intorno al 3% e questo significa che il 97% della materia consumata dagli irlandesi ha origine da fonti vergini.

Il Circular Economy Gap report irlandese evidenzia che il paese opera ancora prevalentemente secondo un modello lineare, caratterizzato da elevata impronta materiale e carbonica. Tuttavia, sottolinea anche il potenziale dell’economia circolare nel sostenere la decarbonizzazione, migliorare la competitività e rafforzare la sicurezza economica. Insomma, il Circularity Gap Report è stata la base che ha definito gli obiettivi dell’intera strategia

“Quasi la metà delle emissioni globali di gas serra deriva dal modo in cui produciamo e utilizziamo beni, alimenti e materiali”, ha dichiarato il ministro per il clima, l’energia e l’ambiente Darragh O’Brien. “Integrando la circolarità nella nostra economia, possiamo ridurre queste emissioni alla fonte, molto prima che raggiungano l’atmosfera. Non si tratta semplicemente di un progetto ambientale; è un pilastro del nostro programma di azione per il clima. Ogni tonnellata di materiale riutilizzato, ogni prodotto riparato anziché sostituito, rappresenta carbonio che non dovrà mai essere emesso”. 

Il riuso e la riduzione dei rifiuti al centro della strategia 

Uno dei pilastri della strategia è Il programma pilota nazionale di voucher di riparazione che dovrà ridurre drasticamente i costi di riparazione, aumentare il valore percepito dei dispositivi usati, incentivando così la riparazione a livello nazionale. 

Il documento colloca la circolarità al centro della competitività economica, della sostenibilità ambientale e del benessere sociale dell’Irlanda, proponendo il superamento del modello lineare “take–make–waste” a favore di un sistema in cui i materiali restano in uso il più a lungo possibile attraverso riparazione, riuso, ricondizionamento e rigenerazione.

Nel settore delle costruzioni, l’Irlanda prevede di pubblicare nel corso del 2026 una Roadmap per la circolarità del comparto, accompagnata da un accordo di partenariato tra governo e industria edilizia per accelerare l’adozione di pratiche circolari lungo tutta la filiera, dalla progettazione al fine vita degli edifici.

Per quanto riguarda la bioeconomia, inclusa l’agricoltura, Dublino si è impegnata a varare entro il 2026 una nuova Strategia nazionale per la bioeconomia e una Roadmap per la prevenzione dello spreco alimentare. L’obiettivo è promuovere un utilizzo sostenibile delle biomasse e ridurre del 50% lo spreco alimentare entro il 2030.

Nel commercio al dettaglio, il governo intende rafforzare le politiche a favore di riparazione, riuso e prevenzione dei rifiuti. Tra le misure previste figura, dal 2027, la possibilità per i consumatori di utilizzare contenitori propri (“Bring Your Own”) nei servizi di ristorazione, per ridurre gli imballaggi monouso.

Sul fronte degli imballaggi, l’Irlanda darà attuazione al regolamento europeo su imballaggi e rifiuti di imballaggio, puntando a una riduzione del 5% dei rifiuti da packaging entro il 2030 e al raggiungimento del 90% di raccolta delle bottiglie in plastica entro il 2029.

Per il settore tessile è previsto nel 2026 il lancio di una Dichiarazione politica nazionale e di una Roadmap dedicata al tessile circolari. Entro il 2030 dovrà essere attivata una raccolta differenziata completa e potenziata dei rifiuti tessili su tutto il territorio nazionale.

Infine, nel comparto dell’elettronica, l’Irlanda intende ampliare le attività di riparazione e rigenerazione, recepire la Direttiva europea sul diritto alla riparazione e sostenere la rete nazionale di centri per la riparazione e il riuso, con l’obiettivo di prolungare la vita utile dei prodotti e ridurre i rifiuti elettronici

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Decommissioning nucleare: Sogin è a metà dell’opera, ma aumentano i costi https://circularity.com/decommissioning-nucleare-sogin-e-a-meta-dellopera-ma-aumentano-i-costi/ Sun, 01 Mar 2026 22:07:44 +0000 https://circularity.com/?p=28968 Mentre in Parlamento si discute il disegno di legge sul “nucleare sostenibile”, il dossier più delicato sull’eredità atomica italiana resta critico. Secondo il piano aggiornato dalla Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento delle centrali nucleari e della realizzazione del deposito per i rifiuti, i costi di decommissioning sono quasi raddoppiati e uno slittamento di 10 anni per chiudere definitivamente il ciclo del nucleare civile.

Nella memoria depositata il 17 febbraio 2026, ARERA, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, rileva ritardi nella realizzazione di importanti progetti di messa in sicurezza di rifiuti radioattivi, sottolineando che dopo 16 anni non è stato ancora trovato il sito per un deposito di rifiuti nucleari nazionale.

Crescono i costi e le tempistiche

Il Piano a vita intera aggiornato nel 2025 da Sogin registra un incremento di 2,8 miliardi di euro rispetto alle stime 2020-2021 e uno slittamento di circa dieci anni nella conclusione complessiva della commessanucleare, che ormai ha raggiunto circa11 miliardi di euro. 

Secondo la valutazione di ARERA, le attività di smantellamento, iniziate oltre vent’anni fa, hanno già assorbito circa 5 miliardi di euro tra bollette elettriche e risorse del Bilancio dello Stato. Centrare l’obiettivo di “green field”, ossia la restituzione dei siti privi di vincoli radiologici, costerà quindi 6 miliardi, cui si dovranno aggiungere gli investimenti per il Deposito nazionale, ancora privi di una stima aggiornata.

Nel documento, ARERA riconosce che l’accelerazione del decommissioning rappresenterebbe lo strumento principale per contenere i costi. Tuttavia, le ripianificazioni successive avrebbero prodotto un progressivo allungamento dei tempi e un aumento delle risorse necessarie.

Lo stato di avanzamento: 47,7% a fine 2025

Sul fronte operativo, l’amministratore delegato di Sogin, Gian Luca Artizzu, ha restituito un quadro di avanzamento del decommissioning più avanzato rispetto a quello fotografato dall’autorità. Nel corso di un’audizione parlamentare di pochi giorni dopo ha dichiarato che lo stato di avanzamento complessivo del decommissioning ha raggiunto il 47,7%.

Le criticità, secondo l’amministratore delegato, sarebbero legate soprattutto alle tempistiche autorizzative e burocratiche. Sogin è responsabile dello smantellamento delle quattro centrali nucleari italiane , tra cui la centrale nucleare di Trino, di Latina, di Caorso e di Garigliano, oltre agli impianti di ricerca sul ciclo del combustibile e ad altri siti nucleari inclusi progressivamente nel perimetro aziendale.

Per il 2026, la società prevede contratti in corso per circa 420 milioni di euro che, al netto dei ribassi d’asta, dovrebbero attestarsi tra i 360 e i 380 milioni, contro una media annua di circa 90 milioni registrata negli ultimi anni. Un’accelerazione significativa degli investimenti, nelle intenzioni dell’azienda.

Il nodo irrisolto del Deposito nazionale

Per ARERA uno dei punti più critici resta il ritardo nella realizzazione del Deposito nazionale. Nonostante la pubblicazione della CNAPI e della CNAI, il sito non è stato ancora individuato. Secondo le previsioni aggiornate di Sogin, l’entrata in esercizio potrebbe slittare fino al 2041.

Il ritardo ha conseguenze economiche e operative rilevanti. Incide, ad esempio, sul rientro in Italia dei rifiuti vetrificati derivanti dal riprocessamento del combustibile irraggiato inviato all’estero. Senza il deposito, la conclusione della commessa nucleare non può considerarsi completa.

L’Autorità ricorda inoltre che il deposito non è funzionale solo allo smantellamento degli impianti dismessi: circa il 40% del volume dei rifiuti da stoccare deriva da attività industriali, di ricerca e sanitarie. Il ritardo, quindi, riguarda la gestione ordinaria dei rifiuti radioattivi prodotti nel Paese.

Nelle conclusioni, ARERA chiede una “svolta” nella governance del decommissioning e un coordinamento unitario degli aspetti tecnici, finanziari e autorizzativi. Solo in questo quadro, sostiene l’Autorità, la regolazione potrà contribuire a riportare il processo entro tempi certi e costi controllati.

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Batterie portatili: sulla raccolta l’Italia resta indietro https://circularity.com/batterie-portatili-sulla-raccolta-litalia-resta-indietro/ Sun, 01 Mar 2026 22:05:44 +0000 https://circularity.com/?p=28973 Lebatterie sono ormai quasi onnipresenti nella nostra vita quotidiana: dai dispositivi elettronici come smartphone e laptop fino alle auto elettriche e ai sistemi di accumulo per le energie rinnovabili. Possiedono il vantaggio di essere mediamente leggere, efficienti e accumulare tanta energia, ma una volta esauste diventano rifiuti complessi da gestire. 

Ecco perché il decreto legislativo approvato il 5 febbraio dal Consiglio dei ministri è un’ottima notizia per la transizione circolare italiana. In sostanza la normativa EPR italiana si adegua finalmente al regolamento europeo (entrato in vigore nel 2023), con norme che per la prima volta coprono l’intero ciclo di vita delle batterie: dal design alla produzione, dalla tracciabilità alla raccolta e al riciclo.

Il nuovo regolamento europeo sulle batterie fissa obiettivi ambiziosi, in particolare per la raccolta delle batterie portatili: il 63% entro la fine del 2027 e il 73% entro il 2030. Traguardi che, per l’Italia, appaiono al momento difficili da raggiungere. Secondo i dati diffusi da Erion Energy, il consorzio del Sistema Erion dedicato alla gestione dei rifiuti di pile e accumulatori, nel 2025 il nostro paese ha raccolto appena il 31% delle batterie portatili immesse sul mercato, un valore nettamente inferiore rispetto a Spagna (46%), Germania (55%) e Francia (50%).

Oltre ai target di raccolta, il pacchetto introduce requisiti stringenti in termini di performance, durata e sicurezza, con restrizioni sull’uso di sostanze pericolose come mercurio, cadmio e piombo, e l’obbligo di calcolare l’impronta di carbonio delle batterie. Tra il 2026 e il 2027 entreranno in vigore nuove disposizioni su informazione ed etichettatura: per molte batterie sarà richiesto un codice QR con dati su componenti e contenuto riciclato, mentre per le batterie destinate ai mezzi di trasporto leggeri, industriali e ai veicoli elettrici sarà introdotto il passaporto digitale.

Gli obblighi relativi alla gestione dei rischi sociali e ambientali lungo la supply chain sono stati invece rinviati ad agosto 2027 nell’ambito del pacchetto di semplificazione Omnibus IV.

Raccolta insufficiente e criticità operative

Le difficoltà nella raccolta delle batterie portatili dipendono da diversi fattori. La direttrice generale di Erion Energy, Laura Castelli, ha spiegato a Materia Rinnovabile che si tratta di rifiuti di piccole dimensioni, facilmente dimenticati nei cassetti. Ha inoltre osservato che spesso finiscono nei rifiuti indifferenziati o nel raggruppamento RAEE R4, quello dei piccoli elettrodomestici.

La normativa impone invece la separazione a monte di tutte le frazioni raccolte in modo differenziato, poiché la commistione tra batterie e RAEE non consentirebbe una gestione adeguata delle possibili criticità legate alla presenza di sostanze tossiche.

Un’indagine di IPSOS Doxa Italia per Erion evidenzia come i cittadini preferirebbero punti di conferimento facilmente accessibili, come supermercati, negozi, parchi, fiere o stazioni. Tuttavia, secondo Castelli, esiste uno scarto tra consapevolezza e comportamento: il meccanismo della desiderabilità sociale farebbe sì che molti dichiarino di sapere dove conferire le batterie esauste, senza poi tradurre questa consapevolezza in azioni concrete.

Nonostante i tassi di raccolta ancora bassi, nel 2024 Erion Energy ha intercettato 6.200 tonnellate di batterie, l’8% in più rispetto all’anno precedente. Da questi quantitativi sono state ricavate quasi 3.000 tonnellate di piombo, 1.600 tonnellate di ferro e circa 400 tonnellate di zinco, equivalenti a quasi 64 milioni di monete da un euro.

AncheGiovanni Rosti, amministratore delegato di Haiki+, ha sottolineato che non è sufficiente aumentare le quantità raccolte: occorre migliorare la qualità dei flussi, ridurre le impurità, rafforzare la tracciabilità e garantire omogeneità e sicurezza lungo tutta la filiera. A suo avviso è necessario potenziare la capillarità dei punti di conferimento, armonizzare i sistemi territoriali e investire in campagne informative strutturate.

Il nodo della black mass e della filiera industriale

La crescente diffusione delle batterie agli ioni di litio, trainata dall’elettrificazione dei trasporti, si inserisce in una filiera estremamente eterogenea che comprende anche pile alcaline o zinco-carbone e accumulatori al piombo-acido. Per questo Bruxelles ha suddiviso gli obiettivi in tre categorie: tassi di recupero dei materiali di catodo e anodo (tra cui cobalto, rame e nichel), percentuali di efficienza di riciclo e livelli minimi di contenuto riciclato. Dal 2031, le nuove batterie per veicoli elettrici dovranno contenere almeno il 16% di cobalto riciclato, l’85% di piombo e il 6% di litio e nichel.

Sul fronte industriale, in Italia mancano ancora impianti in grado di trattare la black mass, la polvere scura ricca di metalli come litio, nichel e manganese ottenuta dal pretrattamento delle batterie agli ioni di litio. Attualmente, una volta prodotta, la black mass viene esportata all’estero per le fasi successive di raffinazione e recupero per la produzione di nuove batterie. 

Ora che obiettivi e regole sono stati definiti, il compito passa al Centro di coordinamento nazionale pile e accumulatori, organismo dell’EPR italiano chiamato a promuovere un design più circolare, sostenere campagne di sensibilizzazione e contribuire alla costruzione di una filiera del riciclo che, allo stato attuale, resta ancora sottosviluppata.

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Batterie, nasce in Italia il primo centro di riciclo totale https://circularity.com/batterie-nasce-in-italia-il-primo-centro-di-riciclo-totale/ Sun, 01 Feb 2026 16:30:03 +0000 https://circularity.com/?p=28790 In Emilia-Romagna è stato inaugurato il primo hub italiano in grado di riciclare integralmente batterie al litio esauste, recuperando materie prime critiche con livelli di efficienza finora inediti per il settore.

L’impianto è operativo a Soliera, in provincia di Modena, ed è stato sviluppato da Reinova insieme ai partner tecnologici A&C Ecotech e BTS & Saker. Possiede una capacità annua stimata di 12.000 tonnellate di batterie e rappresenta un tassello strategico per rafforzare l’autonomia industriale dell’Unione Europea nell’approvvigionamento delle materie prime necessarie alla transizione elettrica. 

Il primo riciclo a purezza elevata

Dopo oltre 18 mesi di ricerca e sviluppo, la fase di trial, condotta su circa due tonnellate di batterie a fine vita, ha confermato le prestazioni di un impianto di triturazione e separazione di nuova generazione.

Il processo consente di ottenere una Black Mass con un grado di purezza del 99,6%, una soglia che definisce un nuovo benchmark industriale per il riutilizzo dei materiali contenuti nelle celle esauste. Si tratta di un materiale intermedio che può essere successivamente raffinato e reimmesso nei cicli industriali, riducendo il fabbisogno di materie prime vergini.

L’hub è progettato per trattare le chimiche oggi più diffuse sul mercato, NMC (Nichel-Manganese-Cobalto) e LFP (Litio-Ferro-Fosfato), che rappresentano complessivamente circa il 98% del parco batterie circolante.

Dal processo di riciclo è possibile recuperare e reimmettere nella filiera produttiva elementi strategici come litio, cobalto e nichel, ma anche rame, alluminio e metalli preziosi come oro e argento, trasformando il rifiuto in materia prima secondaria pronta per la produzione di nuove celle.

L’elevata qualità del materiale riciclato apre concrete prospettive di reimpiego diretto nell’industria delle batterie, contribuendo alla chiusura del ciclo dei materiali e riducendo la dipendenza europea dalle importazioni di materie prime critiche da Paesi extra-UE.

“Siamo orgogliosi di aver realizzato in pochi anni ciò che molti consideravano possibile solo in un orizzonte decennale”, afferma Giuseppe Corcione, CEO di Reinova. “Abbiamo progettato un impianto che non è un semplice centro di stoccaggio, ma un vero generatore di valore. Oggi possiamo ritirare batterie in tutta Europa, processarle e commercializzare Black Mass di altissima qualità, completando il ciclo della mobilità sostenibile”.

L’assenza di un quadro normativo in Italia

La replicabilità dell’infrastruttura su scala nazionale ed europea si inserisce pienamente negli obiettivi comunitari di indipendenza da fornitori terzi per metalli strategici come litio, cobalto e nichel. In prospettiva, iniziative di questo tipo potrebbero rafforzare la competitività dell’industria europea delle batterie rispetto ai player asiatici, generando al contempo nuove opportunità occupazionali ad alta specializzazione.

Il modello operativo dell’hub consente inoltre di ridurre i costi logistici legati all’esportazione dei rifiuti fuori dal continente e di accorciare le catene del valore interne, integrando la fase di screening, classificazione e messa in sicurezza delle batterie con sistemi di identificazione digitale.

Questi ultimi consentono di associare ogni lotto trattato alle informazioni richieste dal regolamento europeo, che l’Italia non ha ancora adeguato all’ordinamento nazionale. Manca dunque un quadro normativo unico per tutto il ciclo di vita delle batterie: dalla progettazione alla immissione sul mercato, fino alla raccolta, trattamento e riciclo. 

Il Regolamento UE sulle batterie fissa obiettivi stringenti di raccolta: 63% entro il 2027 e 73% entro il 2030 per le batterie portatili, 51% entro il 2028 e 61% entro il 2031 per quelle dei mezzi di trasporto leggeri.

Introduce target vincolanti di recupero dei materiali, con il litio al 50% entro il 2027 e all’80% entro il 2031, e cobalto, rame, piombo e nichel al 90% entro il 2027 e al 95% entro il 2031.

Stabilisce livelli minimi di contenuto riciclato nelle nuove batterie a partire dal 2031, inclusi 16% di cobalto, 6% di litio e nichel e 85% di piombo. Infine, definisce obiettivi di efficienza di riciclaggio entro il 2025: 80% per Ni-Cd, 75% per piombo-acido e 65% per batterie al litio, con target più elevati dal 2030.


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La Plastic Tax è stata rinviata, di nuovo https://circularity.com/la-plastic-tax-e-stata-rinviata-di-nuovo/ Sun, 01 Feb 2026 16:29:36 +0000 https://circularity.com/?p=28794 La Plastic Tax continua a non vedere la luce. L’imposta da 45 centesimi al chilo sulla plastica monouso, che avrebbe dovuto entrare in vigore a luglio 2026, è stata nuovamente rinviata: la nuova scadenza slitta a gennaio 2027, come stabilito dalla Legge di bilancio approvata alla Camera. Si tratta dell’ennesimo posticipo per una misura che, a cinque anni dalla sua introduzione formale, resta di fatto inapplicata.

Un rinvio che pesa sul settore del riciclo

Pensata per ridurre l’uso di plastica vergine e rafforzare l’economia circolare, la Plastic Tax era stata inserita nella manovra del 2020 con l’obiettivo di colpire i cosiddetti MACSI, gli imballaggi monouso in plastica destinati al contenimento e alla distribuzione di merci e alimenti. Da allora, però, la norma è rimasta sospesa, frenata dalle pressioni di diversi comparti industriali.

A pagarne il prezzo, secondo le imprese del riciclo, è un settore già in difficoltà. “Il continuo slittamento di questa misura sottrae tempo e strumenti alla transizione ecologica”, ha dichiarato Claudia Salvestrini, direttrice generale di PolieCo, il consorzio nazionale per il riciclo dei rifiuti in polietilene. Il rinvio, spiega, era nell’aria già dall’autunno, dopo la diffusione del documento programmatico di bilancio 2026 inviato a Bruxelles.

Bastano pochi numeri per descrivere il momento buio del settore: dal 2023 hanno chiuso circa 40 impianti, soprattutto nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, con una perdita di capacità di riciclo di 280.000 tonnellate, un tracollo degli utili e costi operativi triplicati..

Le chiusure in tutta Europa stanno erodendo l’autonomia strategica dell’Unione, con una perdita di capacità di riciclo che nel 2024 ha superato le 280.000 tonnellate e che potrebbe raggiungere 380.000 nel 2025. Intanto, i costi operativi continuano a crescere: in Italia il costo complessivo di produzione della materia prima seconda, spinto dal caro energia, è triplicato rispetto a Turchia e Cina ed è cinque volte superiore al Vietnam.

Il prezzo di mercato del PET riciclato si aggira oggi tra 1.400 e 1.500 euro a tonnellata. “Le nostre imprese continuano a produrre perché credono negli obiettivi di decarbonizzazione europei”, prosegue Regis. “Ma dal 2022 hanno perso il 30% del fatturato. Se escludiamo le attività integrate, i numeri diventano inquietanti: 155 milioni di utili nel 2022, 6 milioni nel 2023 e probabilmente zero nel 2025”.

Una leva per rendere competitivo il riciclato

La tassa esclude gli imballaggi compostabili, quelli per uso farmaceutico e i materiali realizzati con plastica riciclata: una scelta pensata per favorire le soluzioni considerate ambientalmente preferibili. L’Italia, del resto, dispone di una delle filiere di riciclo più avanzate in Europa: nel 2024 il tasso di riciclo della plastica ha superato per la prima volta il 50%.

Eppure il comparto soffre. I riciclatori devono confrontarsi con l’arrivo sul mercato di grandi volumi di plastica vergine e riciclata a basso costo, spesso importata dall’Asia e di dubbia qualità. Prezzi così competitivi, osservano gli operatori, sono possibili perché non riflettono i danni ambientali legati alla produzione di plastica vergine. Un costo che la Plastic Tax avrebbe dovuto rendere esplicito, riequilibrando il mercato.

“Incentivare la domanda di plastica riciclata è l’unico modo per sostenere davvero il settore”, sottolinea Salvestrini, secondo cui l’imposta avrebbe potuto stimolare l’utilizzo di materiali riciclati di alta qualità e rafforzare l’intera filiera.

Le pressioni per lo stop definitivo

Sul fronte opposto si schierano diverse associazioni industriali. ASSOBIBE, che rappresenta i produttori di bevande analcoliche, ha accolto positivamente il rinvio e ribadisce la propria contrarietà alla tassa, considerata un ostacolo agli investimenti. Il presidente Giangiacomo Pierini ricorda come la misura sia nata in un contesto economico ormai superato e sostiene che oggi rischierebbe di tradursi in un peso aggiuntivo per imprese e consumatori.

Posizione condivisa anche da Unionplast e dall’industria alimentare. Già in autunno il presidente di Federalimentare, Francesco Mascarino, aveva definito la Plastic Tax una norma “ingiusta e illiberale”, chiedendone l’eliminazione definitiva.

Nel frattempo, la tassa resta ferma al palo. E con essa, secondo i riciclatori, anche una parte delle politiche necessarie per rendere davvero competitivo il riciclo della plastica in Italia.

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Si chiama Alciaio il nuovo assistente AI messo a punto da RICREA https://circularity.com/si-chiama-alciaio-il-nuovo-assistente-ai-messo-a-punto-da-ricrea/ Sun, 01 Feb 2026 16:28:59 +0000 https://circularity.com/?p=28798 Dubbi sullo smaltimento di barattoli, scatolette, lattine, fusti e bombolette? RICREA, il Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi in acciaio, ha sviluppato Alciaio, il nuovo assistente AI pensato per rispondere in modo immediato e affidabile a ogni domanda su raccolta differenziata e riciclo degli imballaggi in acciaio. 

Alciaio rende le informazioni accessibili a tutti

Il servizio, disponibile gratuitamente sul sito istituzionale di Ricrea, adatta il livello di complessità delle risposte in base al profilo dell’utente. Nel caso un cittadino si chieda dove conferire una bomboletta aerosol riceverà una spiegazione operativa e immediata; un’azienda interessata agli obblighi consortili potrà accedere a informazioni tecniche; uno studente potrà ottenere dati sui benefici ambientali ed economici del riciclo dell’acciaio.

“Questo nuovo strumento è parte della missione di RICREA di promuovere la cultura del riciclo e dell’economia circolare. L’acciaio è un materiale che si ricicla all’infinito e vogliamo che questa consapevolezza diventi patrimonio comune, rendendo l’informazione non solo accessibile, ma anche semplice e alla portata di tutti”, ha dichiarato Federico Fusari, direttore generale di RICREA. “L’innovazione tecnologica ci permette di offrire un servizio sempre attivo, 24 ore su 24, con cui è possibile chattare anche in altre lingue, così da rispondere ai quesiti di tutti i cittadini, compresi quelli stranieri. Ma non si tratta solo di divulgazione, Alciaio è anche in grado di rispondere in modo puntuale alle richieste di informazioni e chiarimenti di chi lavora nel settore”.

La finalità del progetto non è quindi solo informativa, ma anche educativa. RICREA evidenzia come Alciaio possa supportare famiglie, scuole, enti locali e professionisti nel migliorare la gestione dei rifiuti metallici e nel comprendere il valore economico e ambientale del riciclo dell’acciaio. In particolare, il servizio può agevolare i comuni nella comunicazione con i cittadini, offrendo risposte rapide e uniformi su procedure di conferimento e aspetti regolamentari.

L’AI al servizio della transizione circolare

L’assistente AI di RICREA si basa su modelli di intelligenza artificiale di ultima generazione, alimentati da una conoscenza base specialistica che raccoglie oltre vent’anni di dati operativi, documentazione tecnica e riferimenti normativi di settore. Il progetto nasce dalla collaborazione con disruptiveS, realtà innovativa specializzata in soluzioni avanzate di Intelligenza Artificiale generativa e Natural Language Processing.

Tra i principali punti di forza del servizio c’è la sua capacità multilingue: l’assistente risponde automaticamente nella lingua utilizzata dall’utente, rendendo le informazioni sul riciclo dell’acciaio accessibili anche a cittadini stranieri, aziende internazionali e studenti che approfondiscono questi temi in lingue diverse dall’italiano.

Il servizio si configura così come un importante strumento di educazione ambientale e supporto operativo, rivolto a un pubblico ampio e diversificato: famiglie che desiderano migliorare la raccolta differenziata, scuole impegnate in progetti di sostenibilità, enti locali responsabili dei servizi di raccolta, aziende consorziate in cerca di chiarimenti normativi e professionisti del settore ambientale alla ricerca di dati affidabili e aggiornati.

Il boom del riciclo dell’acciaio

Se per la plastica il viaggio è ancora lungo, per l’acciaio l’Italia si conferma un’eccellenza nella riciclo degli imballaggi. Nel 2024 in Italia è stato avviato al riciclo l’86% degli imballaggi in acciaio immessi al consumo, ben al di sopra di quanto richiesto dall’Unione europea per il 2025 (70%) e addirittura per il 2030 (80%). Solo venticinque anni fa, nel 2000, gli imballaggi avviati al riciclo erano di poco superiori al 25%.

Dal report di sostenibilità di Ricrea, questa straordinaria crescita nei tassi di riciclo ha generato un valore di 1,4 miliardi per il materiale recuperato. Tra il 2000 e il 2024 sono state risparmiate inoltre 1RICREA lancia un servizio digitale gratuito per guidare cittadini e imprese nel corretto riciclo degli imballaggi in acciaio
57 miliardi di kWh di energia primaria (il consumo medio di 15 milioni di famiglie italiane); evitate le emissioni di 868 tonnellate di CO2 equivalenti. 

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Alcuni studi sulle microplastiche sono stati parecchio criticati https://circularity.com/alcuni-studi-sulle-microplastiche-sono-stati-parecchio-criticati/ Sun, 01 Feb 2026 16:27:58 +0000 https://circularity.com/?p=28802 Negli ultimi anni numerosi studi hanno sostenuto di aver individuato micro e nanoplastiche in praticamente ogni parte del corpo umano: dal cervello ai testicoli, dalle placente alle arterie. Paper accademici che hanno fatto il giro del mondo e sono state ampiamente riprese dai media internazionali. Tuttavia, secondo quanto riportato dal Guardian, una parte crescente della comunità scientifica sta mettendo in discussione l’affidabilità di molte di queste conclusioni, sollevando dubbi su possibili contaminazioni e falsi positivi.

L’inchiesta del Guardian

Non c’è alcun dubbio che l’inquinamento da plastica sia ormai onnipresente nell’ambiente e che frammenti plastici siano presenti nel cibo, nelle bevande e nell’aria che respiriamo. Molto meno chiari, però, sono i potenziali effetti sulla salute umana delle microplastiche e delle sostanze chimiche che contengono. 

Il nodo centrale del dibattito riguarda le difficoltà tecniche legate all’analisi di particelle estremamente piccole, spesso al limite delle capacità delle attuali tecniche analitiche, soprattutto quando si tratta di campioni biologici umani. Secondo diversi ricercatori intervistati dal Guardian, non vi è alcun sospetto di comportamenti scorretto o poco etici, ma la corsa a pubblicare risultati rapidamente, talvolta da parte di gruppi con competenze analitiche limitate, avrebbe portato a conclusioni affrettate e alla mancanza di controlli scientifici di routine.

Il giornale britannico ha identificato almeno sette studi che sono stati formalmente contestati da altri gruppi di ricerca attraverso articoli critici pubblicati sulle stesse riviste scientifiche. All’elenco si aggiunge una recente analisi di 18 studi, nei quali non sarebbe stato adeguatamente considerato il fatto che alcuni tessuti umani possono generare segnali chimici facilmente confondibili con quelli delle plastiche più comuni.

Possibili contaminazioni e falsi positivi

Un caso emblematico riguarda il cervello umano, composto per circa il 60 per cento da lipidi. Alcune tecniche di analisi producono segnali che possono essere scambiati per quelli del polietilene, una delle plastiche più diffuse al mondo. Il sospetto è che in almeno uno degli studi più citati il grasso cerebrale sia stato erroneamente identificato come microplastica, falsando i risultati. Problemi analoghi sarebbero emersi in ricerche su altri tessuti, dalla tiroide ai testicoli, dove sono stati segnalati livelli insolitamente elevati di microplastiche.

Oltre ai falsi positivi, diversi studi sarebbero stati influenzati da contaminazioni avvenute in laboratorio. In almeno un caso, i ricercatori non avrebbero analizzato campioni ambientali degli spazi in cui venivano effettuati i prelievi, rendendo impossibile escludere che le particelle rilevate provenissero dall’ambiente circostante piuttosto che dai tessuti analizzati.

Secondo gli scienziati più critici, il problema di fondo è l’assenza di standard condivisi nello studio delle microplastiche nel corpo umano. Senza protocolli comuni, le misurazioni non sono facilmente comparabili e diventa difficile costruire un consenso scientifico solido su una questione su cui sono già state investite risorse economiche significative.

I dubbi che scuotono i gruppi di ricerca

I dubbi sono una vera e propria “bomba”, secondo Roger Kuhlman, un chimico che ha lavorato presso la Dow Chemical Company. “Questo ci sta davvero costringendo a rivalutare tutto ciò che pensiamo di sapere sulle microplastiche presenti nell’organismo. Il che, a quanto pare, non è poi così tanto. Molti ricercatori stanno facendo affermazioni straordinarie, ma non forniscono nemmeno prove concrete”, Kuhlman ha dichiarato al Guardia.

Sebbene la chimica analitica disponga di linee guida consolidate su come analizzare accuratamente i campioni, queste non esistono ancora specificamente per le nanoplastiche, ha affermato il Dott. Frederic Béen, della Vrije Universiteit di Amsterdam: “Tuttavia, vediamo ancora molti articoli in cui le buone pratiche di laboratorio standard che dovrebbero essere seguite non sono state necessariamente seguite”.

Le implicazioni vanno oltre il dibattito accademico. Prove scientifiche poco solide o errate sui livelli di microplastiche nell’organismo umano potrebbero portare a regolamentazioni e politiche pubbliche mal concepite, con conseguenze potenzialmente problematiche. Allo stesso tempo, queste debolezze metodologiche rischiano di offrire argomenti ai lobbisti dell’industria della plastica, che potrebbero usarle per screditare anche preoccupazioni fondate, sostenendo che non abbiano basi scientifiche solide.

Sebbene le tecniche analitiche stiano migliorando rapidamente, le critiche rivolte agli studi più citati sollevano interrogativi cruciali su ciò che sappiamo davvero oggi e su quanto le persone dovrebbero preoccuparsi della presenza di microplastiche nel proprio corpo.

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Cosa aspettarsi dall’economia circolare nel 2026  https://circularity.com/cosa-aspettarsi-dalleconomia-circolare-nel-2026/ Thu, 08 Jan 2026 17:15:28 +0000 https://circularity.com/?p=28588 Il nuovo anno si apre con grandi aspettative e un nuovo assetto normativo per l’economia circolare europea, in un contesto segnato da instabilità geopolitiche e da alcuni passi indietro sulle politiche green. 

Se il 2025 è stato caratterizzato da revisioni e ripensamenti da parte di Bruxelles e degli eurodeputati su diversi dossier chiave della transizione ecologica, il 2026 si profila come l’anno dell’attuazione, tra sperimentazione, aggiustamenti e valutazioni progressive delle politiche adottate.

Il gap sempre più ampio tra il consumo globale di materiali e la capacità di riciclo del pianeta rischia già di compromettere il nostro futuro sul pianeta: ogni anno infatti l’umanità esaurisce tutte le risorse che il pianeta può rigenerare in un anno, entrando in un perenne debito ecologico

Secondo il Circularity Gap Report 2025, il tasso di utilizzo circolare dei materiali è diminuito di circa tre punti percentuali negli ultimi anni, passando dal 9% nel 2018 al 6,9% lo scorso anno. Questo calo strutturale è il risultato di diversi fattori, ma è principalmente trainato dall’aumento della domanda globale di materiali, mentre le economie in via di sviluppo accelerano i processi di industrializzazione e di sviluppo infrastrutturale nel tentativo di sostenere la crescita economica.

Ecco alcune delle novità che caratterizzano il 2026 in tema di economia circolare.

Circular Economy Act

Tutti gli occhi sono ora puntati sul Circular Economy Act, che nel 2026 dovrebbe imprimere una svolta alla transizione circolare dell’Unione europea attraverso obiettivi più ambiziosi, tra cui il rafforzamento della resilienza del mercato interno, il raddoppio dei tassi di circolarità e la riduzione della dipendenza dell’UE dalle materie prime critiche.

Dal 1° agosto al 6 novembre 2025, la Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica sulla proposta tramite la piattaforma Have Your Say, invitando cittadini, imprese e organizzazioni della società civile a fornire osservazioni e contributi.

Nuovo Regolamento sugli imballaggi

A partire dalla metà del 2026, e più precisamente dal 12 agosto, al termine di un periodo transitorio di 18 mesi, entrerà in applicazione il nuovo Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (PPWR – Regolamento UE 2025/40), entrato in vigore l’11 febbraio 2025.

Il provvedimento introduce requisiti di sostenibilità e di etichettatura per gli imballaggi lungo l’intero ciclo di vita, dalla produzione all’uso, fino alla gestione del fine vita, e si applica a tutti gli imballaggi e rifiuti di imballaggio, indipendentemente dal materiale o dal settore di provenienza.

Revisione della Direttiva Quadro sui rifiuti

Sul fronte dei rifiuti, nel febbraio 2025 Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto un accordo sulla revisione della Direttiva Quadro sui rifiuti (2008/98/CE), con nuove misure volte a prevenire e ridurre lo spreco alimentare e tessile.

Per quanto riguarda il cibo, vengono introdotti obiettivi vincolanti da raggiungere entro il 2030: una riduzione del 10% dei rifiuti alimentari nella fase di trasformazione e produzione e una riduzione del 30% pro capite nei settori della vendita al dettaglio, della ristorazione e delle famiglie, rispetto ai livelli medi del periodo 2021-2023.

EPR obbligatoria per il tessile

Per i rifiuti tessili, la nuova Direttiva (UE) 2025/1892, entrata in vigore il 16 ottobre 2025 e da recepire negli Stati membri entro il 17 giugno 2027, introduce l’obbligo di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). Una misura strategica, considerando che il settore genera circa 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all’anno nell’UE, di cui 5,2 milioni derivano da abbigliamento e calzature, pari a circa 12 kg pro capite.

Produttori tessili e marchi della moda saranno quindi tenuti a versare un contributo per finanziare la raccolta e il trattamento dei rifiuti, modulato in base al grado di circolarità e sostenibilità dei prodotti. In Italia, l’EPR tessile potrebbe entrare in vigore già nel primo trimestre del 2026, come annunciato da Laura D’Aprile, direttrice del Dipartimento per la Transizione Ecologica del Ministero dell’Ambiente. I sei consorzi di settore, nati dopo l’introduzione della raccolta differenziata obbligatoria del tessile nel 2022, hanno accolto positivamente l’impegno del governo, sottolineando però l’urgenza della pubblicazione del decreto attuativo.

Diritto alla riparazione

Entro il 31 luglio 2026 diventerà realtà anche il diritto alla riparazione dei beni di consumo, grazie alla Direttiva 2024/1799, adottata dall’UE nel giugno 2024. Secondo il Consiglio dell’Unione europea, la dismissione prematura di beni riparabili genera ogni anno circa 35 milioni di tonnellate di rifiuti, oltre a un consumo di risorse stimato in 30 milioni di tonnellate e 261 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra.

La direttiva punta a invertire questa tendenza incentivando la produzione di beni più durevoli e riparabili e promuovendo una maggiore consapevolezza dei consumatori sul riuso e sulla riparazione.

Ecodesign

Infine, il Regolamento (UE) 2024/1781 sull’Ecodesign, pubblicato nel giugno 2024, ha istituito un quadro generale per rendere i prodotti più sostenibili, durevoli e riciclabili. Nel 2026 entreranno in vigore due misure chiave: l’introduzione del passaporto digitale di prodotto, che la Commissione dovrà attivare entro il 19 luglio 2026, e il divieto di distruzione dei prodotti di consumo invenduti , come abbigliamento e calzature , anch’esso operativo dalla stessa data.




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Veicoli fuori uso, accordo Ue per norme più circolari https://circularity.com/veicoli-fuori-uso-accordo-ue-per-norme-piu-circolari/ Thu, 08 Jan 2026 17:01:16 +0000 https://circularity.com/?p=28574 Il 15 dicembre il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sul regolamento relativo alla progettazione dei veicoli e alla gestione dei veicoli fuori uso.

Il regolamento, che sostituirà le due direttive esistenti (End-of-Life Vehicles Directive e la 3R Type-Approval Directive) introduce misure che riguardano l’intero ciclo di vita dei veicoli: dalla progettazione e produzione al trattamento dei veicoli fuori uso, con l’obiettivo di stabilire requisiti volti a garantire che i nuovi veicoli siano progettati in modo da favorirne il riutilizzo, il riciclo e il recupero. Sono anni che il settore delle autodemolizioni attende norme più armonizzate e coerenti con il percorso di transizione circolare previsto dal Green Deal.

“L’accordo provvisorio segna un importante passo avanti verso un’economia circolare per il settore automobilistico europeo”, ha dichiarato Magnus Heunicke, ministro danese dell’Ambiente. “Siamo riusciti a concordare un quadro solido in grado di colmare le lacune, garantire che le materie preziose siano conservate all’interno dell’economia dell’UE e limitare l’esportazione verso paesi terzi di veicoli inquinanti e non idonei alla circolazione stradale. Il nuovo regolamento promuoverà l’innovazione per quanto riguarda la progettazione sostenibile e creerà un mercato più forte e più pulito per i materiali e i componenti.

Ogni anno, oltre sei milioni di auto in Europa raggiungono la fine della loro vita. Quando i veicoli fuori uso (ELV) non vengono gestiti adeguatamente, possono causare problemi ambientali e l’economia europea perde milioni di tonnellate di materiali. L’industria manifatturiera automobilistica è tra i maggiori consumatori di materie prime: le stime parlano di oltre 7 milioni di tonnellate l’anno di acciaio, circa 2 di alluminio, il 6% del consumo globale di rame, 6 milioni di tonnellate l’anno di materie plastiche. Ma è scarso l’uso di materiali riciclati.

Cosa cambia con il nuovo regolamento UE

L’Unione europea rafforza il quadro normativo sull’economia circolare nel settore automotive, estendendo gli obblighi di trattamento dei veicoli ben oltre auto e furgoni leggeri. Il nuovo regolamento si applicherà anche a camion, motocicli e veicoli per usi speciali, ampliando in modo significativo la quota di parco veicoli e di componenti soggetti alle regole UE, con l’esenzione dei costruttori di piccole serie di veicoli pesanti per usi speciali.

Uno dei pilastri del testo riguarda la progettazione circolare e l’uso di materiali riciclati. I nuovi veicoli dovranno essere concepiti per favorire riutilizzo e riciclo, con obiettivi obbligatori di contenuto di plastica riciclata introdotti gradualmente: 15% entro sei anni e 25% entro dieci anni, di cui almeno il 20% proveniente da riciclo a circuito chiuso. 

Sulla base di uno studio di fattibilità che la Commissione dovrà completare entro un anno, potranno essere introdotti in futuro obiettivi analoghi anche per altri materiali, tra cui acciaio, alluminio, magnesio e materie prime critiche, privilegiando l’uso di rifiuti post-consumo.

Veicoli fuori uso: stop alle “sparizioni”

Ogni anno circa 3,5 milioni di veicoli scompaiono dalle strade dell’UE senza una tracciabilità chiara, finendo esportati, demoliti o smaltiti illegalmente in altri paesi. Per contrastare questo fenomeno, il nuovo regolamento introduce criteri più rigorosi per distinguere tra veicoli usati e veicoli fuori uso, il cosiddetto principio End of Waste.

Il testo rafforza inoltre le regole sulla tracciabilità dei passaggi di proprietà, soprattutto per gli operatori economici. Per le transazioni tra privati, l’approccio sarà basato sul rischio, con obblighi documentali più stringenti nei casi considerati più critici, come quando un veicolo viene dichiarato perdita totale da una compagnia assicurativa o quando la vendita avviene interamente online senza un passaggio fisico del mezzo.

Responsabilità estesa del produttore

Il regolamento rafforza in modo significativo il principio della responsabilità estesa del produttore, rendendo le case automobilistiche responsabili dell’intero ciclo di vita dei veicoli, sia dal punto di vista finanziario che organizzativo.

I produttori dovranno promuovere la progettazione circolare e garantire la ripresa gratuita e il corretto trattamento di tutti i veicoli fuori uso. Per assicurare un’applicazione uniforme nel mercato unico, viene introdotto un meccanismo transfrontaliero di responsabilità estesa, che manterrà i produttori finanziariamente responsabili indipendentemente dallo Stato membro in cui il veicolo diventa un rifiuto.

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