D Editore https://deditore.com Non facciamo libri: creiamo lettori Thu, 11 Sep 2025 09:08:59 +0000 it-IT hourly 1 https://deditore.com/wp-content/uploads/2024/10/cropped-Logo-pugno-trasparente-copia-32x32.png D Editore https://deditore.com 32 32 La neolingua applicata dai redneck che scopano fra cugini https://deditore.com/2025/09/10/la-neolingua-applicata-dai-redneck-che-scopano-fra-cugini/ Wed, 10 Sep 2025 19:50:31 +0000 https://deditore.com/?p=16080 La neolingua applicata dai redneck che scopano fra cugini

di Stefano Tevini

Il 24 luglio, presso la Libreria Sinestetica, si è tenuto l’ultimo incontro per quest’anno editoriale per Oblivion. Il titolo dell’incontro? Contro la letteratura borghese. Da quel partecipatissimo incontro, sono emerse diverse riflessioni. Abbiamo così deciso di dedicare alcuni articoli di D Zine proprio a questo dibattito che, nato internamente a Oblivion, è ormai approdato su giornali mainstream e simili.

Il secondo articolo della serie è di Stefano Tevini,  che ha redatto un testo dall’omonimo titolo: Contro la letteratura borghese: buona lettura!

Dal dizionario della lingua italiana Oxford Languages:

Letteratura

sostantivo femminile

1. L’insieme delle opere variamente fondate sui valori della parola e affidate alla scrittura, pertinenti a una cultura o civiltà, a un’epoca o a un genere: l. latina, provenzale, italiana; l. contemporanea; l. popolare, per ragazzi; corso, professore di l.; spec. in quanto oggetto di ricostruzione o d’indagine storico-critica.

Dal vocabolario on line Treccani:

Borghese

3. Partecipe dello spirito della borghesia, talvolta con più o meno forte accentuazione polemica, che si precisa in due diverse accezioni: da un lato, uomo amante del vivere quieto e ordinato, attaccato al proprio benessere materiale, anche modesto, e perciò conservatore, cioè ligio all’ordine politico e morale costituito; e dall’altro, uomo amante di forme d’arte e di cultura tradizionali, avverso al nuovo e all’audace, e quindi assunto spesso come simbolo polemico di una certa aridità e angustia mentale.

«Certo», potrebbe obiettare chi legge, «facile cucire insieme un patchwork di definizioni per validare la propria tesi». D’altra parte, risponde chi scrive, per quanto l’operazione sia funzionale non si può dire che si avvalga di definizioni false. E ciò che accostate l’una all’altra le rende calzanti alla luce di questa possibile opinione è che proprio il tipo di estetica che chi scrive sta individuando è improntata alla più bieca e strumentale funzionalità, prima che a ogni altro fine, e lo è a più livelli. Anzitutto a livello politico.

Sì, perché la letteratura borghese, politicamente, è un’applicazione pratica a modo suo creativa della neolingua inventata da Orwell in 1984: un dispositivo linguistico che, consapevolmente o meno (lascio a chi fa parte di questa scena letteraria il beneficio del dubbio in quanto operare scientemente in questo senso richiede competenze niente affatto banali), causa una contrazione significativa dell’orizzonte dell’immaginazione, e degli strumenti atti a elaborare la complessità del reale che ne derivano. La letteratura borghese è infatti l’espressione, in forma di scrittura, dei valori di una classe sociale. Di chi ne fa parte, di chi è scivolato verso il basso lungo la scala sociale ma vorrebbe tanto tornare a farne parte, di chi aspira a farne parte ma intanto, o proprio in quanto, ne ha assorbito i valori e le logiche. La letteratura borghese racconta la borghesia. Ne racconta la realtà. Ne racconta le ansie. Ne racconta la visione del mondo. La discussione su quali caratteristiche definiscano la letteratura borghese imporrebbe una disamina articolata che andrebbe ad allungare inutilmente questo articolo, ma su alcune caratteristiche salienti è opportuno indicarle.

Per prima, la prospettiva. Il tipico romanzo borghese (forse non l’unica forma di letteratura borghese ma di certo la più utilizzata) racconta le vicende dalla prospettiva degli esponenti della borghesia. Situazioni, punto di vista, conflitti, tutto è riconducibile a quel tipo di realtà e di vissuto. I conflitti e i problemi ruotano intorno alla realizzazione professionale, alla stabilità della famiglia, alla vita quotidiana che va stretta e alla scoperta di un mondo selvaggio, sregolato, diverso che comunque alla fine termina, in un modo o nell’altro, con il rientro nei ranghi seppur con una consapevolezza diversa, qualunque cosa ciò possa realmente significare. Il romanzo borghese racconta di liberi professionisti o di creativi, di persone la cui vita amorosa è sconvolta da un’improvvisa, inaspettata quanto telefonata, situazione adulterina che le porta ad affacciarsi su un mondo istintuale che risveglia i loro sensi, un altro topos è il momento di fuga presso una figura di mentore originale, burbero e magari artistoide che fuori dai binari del conformismo ci vive da sempre e che aiuta il/la protagonista a capirsi e a tornare alla propria vita operando gli aggiustamenti necessari, perché il pensiero borghese parla sempre di aggiustamenti a un sistema che tutto sommato funziona e mai di vere rivoluzioni che mettano realmente in gioco lo status quo, ma portandosi dietro un pizzico, per lo più innocuo, del coraggio selvatico del mentore che osserva compiaciuto ma a debita distanza.

Una seconda e complementare caratteristica della letteratura borghese è l’addomesticazione del perturbante. Si parla quasi sempre di trame realistiche, le rare fughe nel fantastico hanno un valore per lo più cosmetico, da cartolina, mai speculativo. Le vicende raccontate sono sempre la storia di uno strappo che viene richiuso, di una crisi che rientra, di una perturbazione che viene normalizzata. Lo status quo non viene mai rovesciato e i conflitti, in ogni caso, si risolvono in un contesto, in un’ambientazione, in un worldbuilding le cui coordinate fondamentali sono sempre semplici da individuare e da capire. La realtà è sempre riconoscibile, al limite sono le persone a dover adattare la propria visione del mondo, le proprie categorie, il proprio sentire ma proprio questo è garanzia che, in ogni caso, se siamo sotto controllo noi lo è il mondo intorno a noi, nei limiti della fatalità che comunque, quando interviene, ha sempre una funzione correlata a un cambiamento interiore.

E questo ci porta a una terza caratteristica, l’ipertrofia dell’interiorità. L’intimismo come vero e unico orizzonte degli eventi. Tutto succede in funzione dell’interiorità dei personaggi. Tutto serve all’esplorazione, all’evoluzione, a vivere meglio, a una vicenda che mette realmente in discussione la sola dimensione interiore e mai il mondo inteso come quella cosa che esiste fuori dalla scatola cranica. Una res cogitans cartesiana sotto steroidi senza la lucida razionalità di Renè Descartes perché in tutto questo chiudersi nella cameretta mentale quel che conta davvero sono le emozioni, i sentimenti, tutto inizia e finisce lì, quel che c’è in mezzo è un contorno. La crescita emotiva. L’educazione sentimentale. Harmony, ma più fighetto e presentabile alle feste di natale degli editori fighi.

A questo punto il parallelismo con la neolingua orwelliana pare chiaro. Nutrirsi di letteratura borghese significa ingurgitare comfort food semplice da capire ma con valori nutrizionali da rachitismo intellettuale istantaneo. La letteratura borghese non problematizza, non costringe ad alzare l’asticella, ad aprire la mente, a informarsi e a capire. Riduce il campo da gioco a pochi, semplici elementi facili da capire, che fanno sentire colti senza il vero bisogno di esserlo, che ti permettono di fare il figo all’aperitivo parlando di quanto sono cari gli affitti a Milano se vuoi disperatamente fare lo scrittore e non di qualcosa di complesso come la precarietà di una società dipendente da una logistica globale fragile e complicata.

E questo ci porta comodamente alla seconda grande finalità della letteratura borghese: ritardare il disfacimento del gigante annegato. Sì, quello di Ballard. Proprio come lui la letteratura borghese se ne sta lì, sulla spiaggia, e imputridisce. Culturalmente morta, senza nulla più da dire di significativo, continua a esistere. Perché in un corpo morto, se non opportunamente trattato, fanno casa i parassiti, le larve, piccoli scavenger che si nutrono di carne in putrefazione. Scrittori e scrittrici la cui esistenza trova un senso solamente nel far parte di un determinato ambiente. Sì, ok, che palle il solito discorso dell’amichettismo. Ok, ma non è che sminuirlo con uno sbuffo e con un meme di Tony Stark che rotea gli occhi lo renda meno reale.

La cultura, quella blasonata, quella glamour, quella scena di cui in molti vogliono far parte, è una scena a modo suo compatta. Gli amici supportano gli amici, parlano dei libri degli amici, promuovono gli eventi degli amici e difendono gli amici anche di fronte a prese di posizione improponibili che portano a fallimenti di eventi patetici finanziati da soldi pubblici, perché tutto fa curriculum, tutto fa prestigio anche la presenza a un numero esorbitante di panel all’evento di qualche sodale anche se i corridoi sono vuoti e gli editori che han pagato gli stand incazzati come uno sciame di calabroni giganti asiatici. La letteratura borghese è la forma di espressione adottata da un ambiente incestuoso, autoreferenziale, come un trailer park pieno di redneck che si scopano tra cugini.

Il che, chi legge potrebbe obiettare, male non fa, che te ne frega a te?

Beh, il punto è questo. Difendere e favorire gli amici nel privato è un conto, ma la stessa condotta cambia di valenza nella dimensione pubblica, e fare cultura è una dimensione pubblica. Il fine del lavoro culturale non è l’autoconservazione o la conservazione del gruppo dei pari, è sempre il progresso del pensiero. Altrimenti si fa del familismo amorale, che sta alla base di tante dinamiche che rendono questo paese putrido come il gigante annegato. E siccome la cultura incide sulla realtà, anche per via indiretta ma incide, se il fine è preservare la propria nicchia non si sta facendo niente di diverso che far vincere il proprio cugino di cui sopra a un appalto pubblico.

Questo è in definitiva la letteratura borghese. Conservazione dello status quo con una spruzzata di glamour. A livello associazionistico e a livello politico. Ergo, è una scelta di campo. Poi, intendiamoci, una scelta che chiunque è libero di compiere. Anche tu. Decidi da che parte stare.

L’abbiamo fatto anche noi.

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Contro la letteratura borghese https://deditore.com/2025/08/07/contro-la-letteratura-borghese/ Thu, 07 Aug 2025 16:06:10 +0000 https://deditore.com/?p=16041 Contro la letteratura borghese

di Mick Paolino

Il 24 luglio, presso la Libreria Sinestetica, si è tenuto l’ultimo incontro per quest’anno editoriale per Oblivion. Il titolo dell’incontro? Contro la letteratura borghese. Da quel partecipatissimo incontro, sono emerse diverse riflessioni. Abbiamo così deciso di dedicare alcuni articoli di D Zine proprio a questo dibattito che, nato internamente a Oblivion, è ormai approdato su giornali mainstream e simili.

Si comincia con Mick Paolino che ha redatto un testo dall’omonimo titolo: Contro la letteratura borghese: buona lettura!

Qualche sera fa scelgo a caso un film su Netflix e salta fuori un titolo del 2015: Se Dio vuole.
Il film racconta la storia di una famiglia benestante turbata da un problema di presa di coscienza. Tommaso è uno stimato cardiochirurgo, burbero e ateo, che mal sopporta l’apatia della moglie Carla e la presenza della figlia Bianca e del ruspante consorte Gianni. Tutte le sue attenzioni sono rivolte sul figlio minore Andrea che sta seguendo le orme paterne quando, all’improvviso, decide di abbandonare gli studi per diventare sacerdote. La notizia sconvolge Tommaso che inizia a indagare e scopre che il figlio ha preso questa decisione spinto dai sermoni di don Pietro Pellegrini, il sacerdote di una piccola parrocchia di quartiere che però ha un passato turbolento.

Interrompo il supplizio perché siamo già dove volevano arrivare: di fronte a me, si svolgeva la trama del tipico romanzo borghese.

Seguendo la teoria aristotelica, si costruisce una sequenza narrativa in cui lo spettatore può identificarsi con il protagonista e poi gli si fanno accadere tante e tali peripezie da farlo passare dalla felicità all’infelicità. A questo punto si tende all’estremo l’arco narrativo per rafforzare il legame tra spettatore e protagonista fino a giungere all’elemento che scioglie il nodo dell’intreccio attraverso una catarsi. Se l’intreccio è ben congegnato – scrive Umberto Eco nel saggio Il superuomo di massa – suscita le emozioni che si era prefissato quale effetto.

A questo punto il modello aristotelico impone un bivio: la trama si può risolvere offrendo una conclusione consolatoria oppure può lasciare lo spettatore (o il lettore) di fronte a un problema da risolvere. In poche parole si possono distinguere romanzi consolatori e romanzi problematici. I primi giocano sulla soddisfazione delle attese del lettore, offrono un finale conclusivo in cui i nodi della trama vengono sciolti dalla catarsi di uno o più protagonisti che trasmette un senso di esaustività e rilassamento. Tutto è andato per il meglio.

I romanzi problematici invece lasciano il lettore in un limbo di dubbi da risolvere anche e soprattutto dopo che ha chiuso il libro. La differenza tra le due interpretazioni è data dalla gestione della componente emotivo-psicologica.

Il ruolo che si è assunta la letteratura borghese negli anni è stato intercettare questa componente, annullarla con una narrazione rassicurante abusando di stereotipi, luoghi comuni e formule stilistiche prevedibili, in modo che il lettore, alla fine del libro, sia in contatto con qualcosa che conosce già e non sia per nulla turbato.

La letteratura borghese offre quindi solo consolazione.

Le trame dei romanzi borghesi si possono sovrapporre tutte. Gente, spesso benestante, la cui vita viene sconvolta da un evento improvviso che causa una specie di viaggio dell’eroe alla scoperta di se stesso. Si parte dal perché proprio a me, si passa dal non ce la posso fare ma ci provo lo stesso e si arriva al ce l’ho fatta con tanto di sguardo che si perde in un panorama infinito e sorrisino di circostanza mentre una voce fuori campo sussurra: pensati vincente.

Non c’è un’evoluzione psicologica, non si scava all’interno della psiche, anzi la psicologia dei personaggi di questi romanzi è sempre ridotta al minimo per cui le azioni sono forzate e artificiose. Quasi come se avessero cognizione di essere visti da qualcuno, questi personaggi fanno sempre dei pensieri molto profondi e si esprimono con un linguaggio da alta istruzione. Citano filosofi e cantanti. I filosofi e i cantanti giusti, però. Praticamente sono l’estensione letteraria dei loro autori. Il passo successivo è rappresentato poi dal romanzo borghese autobiografico, in cui l’autore mette in mostra tutta la sua cultura e la sua bravura, a partire dalla prefazione scritta dall’amico autore famoso di turno. E che te ne privi?

Il momento clou del romanzo borghese è quando arriva la catarsi. Fino a quel momento la storia vive sulla spinta iniziale del nodo di trama ma a questo punto il nodo viene reciso con un netto colpo di spada e arriva l’illuminazione. Il messaggio finale è sempre lo stesso. I problemi si risolvono. Le cose brutte non durano in eterno. Qualsiasi cosa ti accada la puoi trasformare in benzina per produrre arte e superare l’impasse. Nessuno è malvagio o violento, è solo confuso. Sta aspettando la catarsi che come una plot armor arriverà a redimerlo.
Messaggio implicito: Se non riesci a risolvere i tuoi problemi lo stronzo sei tu.

La letteratura borghese non racconta la verità ma una verità. Il punto di vista dei protagonisti dei romanzi borghesi è sempre quello che viene dall’alto e da quella posizione privilegiata si sente in diritto di appropriarsi dei problemi delle classi sociali popolari, adattarli a un concetto di morale tutto particolare e poi risolverli in un nulla di fatto che non si può applicare nella vita vera.

Nella vita vera l’operaio che non riesce ad affrontare l’ultima settimana del mese non ha i soldi per andare in Tibet a ritrovare se stesso, anzi, non ha nè tempo nè energia per pensare di perdere sé stesso. Se suo figlio gli dice che vuole abbandonare gli studi per diventare sacerdote è anche meglio perché l’istruzione costa ed è classista. Anche nel nostro paese.

Il braccio armato della letteratura borghese è il moralismo usato come esercizio di potere. Il potere di decidere cosa sia giusto provare, pensare, dire e fare. Di spiegare le cose della vita senza averle mai realmente vissute. Di giudicare dall’alto ciò che avviene in basso. Di sollevarsi dalle responsabilità. Di trattare con sussiego chi vive negli strati più poveri della società. Di provare disprezzo per la povertà. Di provare pena per i disperati e allo stesso tempo biasimarli perché la povertà è un marchio indelebile in una società in cui i livelli economici sono invalicabili se vuoi andare dal basso verso l’alto. Di giustificarsi e giustificare gli amici per azioni che invece sono deplorevoli se compiute da qualcun altro. È una morale che va a più velocità. Si adatta, si contorce, si modella intorno alle cose e finisce per soffocarle.

La letteratura borghese addomestica il lettorato offrendo un’esperienza di lettura sicura, morbida e confortevole. Un lettorato coccolato non si farà mai domande. Accetterà le mistificazioni. Applaudirà chi rende difficili le cose facili e chi banalizza le cose complesse. Acquisterà la storia del dolore altrui convincendosi di trovare così pace per il proprio dolore. Si sazierà di concetti, di paroloni, di emozioni vissute per interposta persona. Avrà un sacco di risposte, più di quelle che gli servono. Ma non avrà nessuna domanda e col tempo dimenticherà anche cosa vuol dire farsi delle domande perché la letteratura borghese produce profeti le cui parole sono legge e non devono essere messe in discussione.

E invece un lettorato sano è composto da persone che mettono in discussione la realtà e le sue interpretazioni. Che si fanno domande, tante, e cercano di reperire risposte anche discordanti per farsi un’idea critica delle cose. Che sono affamate di idee, stili e storie che non servono a elevare l’autore o il lettore ma che creano modi di muovere la mente. Che non si accontentano di una spiegazione perché è il guru di turno a darla. Che corrono il rischio di leggere anche qualcosa che può non piacergli. Che vanno oltre l’indottrinamento delle librerie di catena. Che bypassano Amazon e comprano dagli editori e dalle librerie indipendenti.

Un lettorato sano preferisce una consapevolezza scomoda a un conformismo comodo.

Scegliere di evitare la letteratura borghese è un atto politico.

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Difendersi è un crimine? Il doppio standard della violenza https://deditore.com/2025/04/11/difendersi-e-un-crimine-il-doppio-standard-della-violenza/ Fri, 11 Apr 2025 05:53:15 +0000 https://deditore.com/?p=15673 Difendersi è un crimine? Il doppio standard della violenza

di Marina Misaghinejad

Ripensare l’etica dell’autodifesa

La violenza è uno strumento di controllo, una forza che plasma i rapporti di potere, ben lontana dall’essere un’anomalia ed è strutturale all’ordine sociale esistente. Non colpisce in modo neutrale, ma si abbatte con maggiore ferocia su chi è già reso vulnerabile dal sistema: donne, persone della comunità LGBTQIA+, persone migranti, soggettività marginalizzate. La violenza non è solo un atto individuale, ma dinamica collettiva, un meccanismo che perpetua gerarchie, subalternità e disciplinamento dei corpi. In questo contesto, l’autodifesa potrebbe non configurarsi unicamente come reazione o risposta al sopruso, ma come atto politico, come un modo di ri-affermare la propria esistenza e resistenza a certi sistemi.

Difendersi significa spezzare la narrazione che vuole alcuni corpi come vittime passive, soggetti da proteggere o punire a seconda della convenienza del potere. Tutelarsi, resistere significa anche interrogarsi sul significato stesso di giustizia: chi ha il diritto di difendersi? Quando la violenza è considerata legittima e quando invece diventa immediatamente criminalizzata? Lo Stato, con il suo monopolio della forza, definisce la violenza accettabile e quella inaccettabile, ma sempre nell’ottica di preservare sé stesso e l’ordine su cui si fonda. Chi si difende fuori da queste regole, chi si organizza per sovvertire lo status quo, è bollato come pericoloso, eversivo, criminale e – perché no – terrorista.

L’autodifesa è allora una delle pratiche di riappropriazione della propria autonomia, un modo per riconquistare spazi di libertà in un sistema che nega il diritto all’esistenza piena a molt3. Ripensare l’etica dell’autodifesa significa ridefinire il concetto stesso di legittimità, sottraendolo alla visione normativa imposta dal potere e restituendolo a chi ogni giorno subisce violenza.

Le lotte transfemministe e rivoluzionarie hanno sempre dovuto fare i conti con il dilemma della resistenza attiva: fino a che punto è accettabile difendersi? È possibile costruire un movimento di contrasto radicale se il monopolio della violenza è detenuto unicamente dallo Stato? Non c’è il rischio di uniformarsi o replicare certe logiche di potere? Chi ha il diritto di definirsi vittima e chi invece viene immediatamente criminalizzato quando si difende? Queste domande sono centrali nella riflessione su giustizia e autodifesa, perché ci costringono a decostruire le narrazioni dominanti e a riconoscere che la violenza non è mai distribuita in modo neutrale. Se alcune vite sono continuamente minacciate e precarizzate, negare loro il diritto di difendersi equivale a legittimare la violenza sistemica che subiscono. Ripensare l’etica dell’autodifesa allora non significa semplicemente giustificare il ricorso alla forza, ma ridefinire il concetto stesso di giustizia liberandolo dalla visione normativa che tutela solo chi detiene il potere.

La questione della violenza, della resistenza e della difesa del proprio corpo ha attraversato i movimenti rivoluzionari, ponendo interrogativi centrali sulla legittimità dell’autodifesa, sulla criminalizzazione della resistenza e sulle implicazioni etiche del rispondere con la forza all’oppressione sistemica (dello Stato, del maschio, del colonizzatore…). Se da un lato il pacifismo è stato storicamente elemento chiave di molte correnti femministe, dall’altro il diritto all’autodifesa e persino alla controviolenza è stato rivendicato da quelle lotte che hanno rifiutato la passività di fronte alla violenza di genere, razziale e di classe.

Elsa Dorlin nel suo testo Self-Defense: A Philosophy of Violence1, offre un’analisi radicale del modo in cui il diritto alla violenza è stato distribuito in modo ineguale lungo la storia. Alcuni soggetti come gli uomini bianchi, gli stati coloniali e le forze dell’ordine hanno goduto della legittimità dell’uso della forza, mentre altre soggettività, donne, persone razzializzate, classi subalterne, sono state sistematicamente private della possibilità di difendersi, venendo al contempo esposte alla violenza di quei soggetti legittimati. Questa negazione dell’autodifesa ha creato intere categorie di individui “indifendibili”, corpi esposti, resi vulnerabili da un disegno politico che trasforma la loro stessa esistenza in una condizione di pericolo.

La violenza strutturale non è solo una questione di atti concreti di abuso o aggressione, ma una modalità con cui il potere organizza la vulnerabilità. Non si tratta semplicemente di un’assenza di protezione, ma di un divieto attivo dell’autodifesa: la possibilità di difendersi diventa essa stessa un crimine quando esercitata da soggetti oppressi. Questo fenomeno è evidente nelle disparità di trattamento giuridico riservato a chi appartiene a gruppi dominanti rispetto a chi si trova nelle maglie della subordinazione sociale: le donne che si difendono dalla violenza domestica vengono spesso incriminate per omicidio, le persone razzializzate che oppongono resistenza alla brutalità della polizia sono etichettate come pericolose, i movimenti di liberazione anticoloniale vengono repressi con l’accusa di terrorismo.


La distribuzione diseguale della violenza

La storia abbonda di esempi in cui il diritto alla difesa è stato riservato a determinati gruppi, mentre ad altri è stato negato. Nel 1685, il Codice Nero vietava agli schiavi di possedere armi o di portare bastoni, stabilendo che il solo tentativo di esercitare autodifesa fosse punito con la frusta2. Allo stesso modo, in Algeria, durante la colonizzazione francese, agli autoctoni era vietato il possesso di armi, mentre i coloni avevano libero accesso all’armamentario bellico3. Queste dinamiche si ripetono ancora oggi in altre forme: negli Stati Uniti, ad esempio, la percezione della pericolosità di un uomo nero disarmato è sufficiente per giustificare la sua uccisione da parte della polizia, mentre un suprematista bianco armato può essere descritto come un “ragazzo problematico” dai media.

Altro caso emblematico è la disuguaglianza nelle risposte delle forze dell’ordine alle manifestazioni di protesta scaturite dall’uccisione di George Floyd nel 2020. In quell’occasione le forze di polizia in numerose città degli Stati Uniti hanno reagito in modo estremamente aggressivo nei confronti di manifestanti utilizzando gas lacrimogeni, proiettili di gomma e procedendo a un numero significativo di arresti, talvolta indiscriminati. Al contrario l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, compiuto da gruppi estremisti di destra incitati dalla retorica di Donald Trump, ha visto una risposta sorprendentemente più indulgente da parte delle forze di sicurezza. Nonostante l’invasione di uno degli edifici simbolo delle istituzioni democratiche statunitensi, molti dei partecipanti all’assalto sono stati trattati con sorprendente deferenza, alcuni addirittura accompagnati fuori senza alcuna resistenza, come se fossero stati semplici manifestanti. La scarsità di misure coercitive adottate in quella circostanza, unita al trattamento relativamente benigno riservato agli assalitori, ha messo in luce una chiara disparità rispetto alla gestione delle manifestazioni di protesta, evidenziando come la risposta delle forze dell’ordine sembri dipendere in gran parte dalla natura e dall’identità dei manifestanti coinvolti.

Inoltre un aspetto ancora più inquietante è emerso quando diversi esponenti politici e alcune testate giornalistiche hanno descritto l’evento di Capitol Hill come un atto di patriottismo, minimizzando o addirittura giustificando la violenza esercitata da coloro che avevano preso d’assalto il Congresso. Questa retorica ha ulteriormente esacerbato la divisione tra diverse categorie di proteste, facendo apparire legittima e comprensibile la violenza perpetrata da un gruppo di cittadini che si richiamavano all’ideale di una “patria” da difendere, mentre allo stesso tempo si condannava severamente la manifestazione di altri cittadini che chiedevano giustizia e diritti uguali per tutti.

Nell’ambito della violenza di genere la questione assume forme altrettanto brutali e sconvolgenti. Chi è costrett* a difendersi dalle aggressioni subisce spesso un trattamento giudiziario più severo dei loro aggressori: il caso di Cyntoia Brown, condannata all’ergastolo per aver ucciso il suo sfruttatore sessuale quando era ancora minorenne, è emblematico della criminalizzazione dell’autodifesa femminile4. Allo stesso modo la storica impunità riservata agli uomini accusati di violenza sessuale dimostra come il sistema giuridico protegga strutturalmente gli autori di violenza piuttosto che le vittime.

Nel contesto della violenza di genere, le persone vittime di abusi, comprese donne, persone trans e appartenenti alla comunità LGBTQI+, non solo devono affrontare il trauma fisico ed emotivo dell’aggressione, ma spesso subiscono una seconda forma di violenza altrettanto devastante: la negazione della loro esperienza. Il sistema giuridico, la famiglia, i partner e i media non raramente dubitano della loro versione dei fatti, minando ulteriormente la loro dignità e il loro diritto a essere credute. Molte persone che denunciano violenza vengono ridicolizzate, accusate di inventare storie o addirittura giudicate responsabili della loro stessa sofferenza, specialmente quando si tratta di violenza sessuale o abusi legati all’identità di genere o orientamento sessuale. Questo discredito nei loro confronti non solo perpetua l’impunità per gli aggressori, ma le condanna a vivere un isolamento emotivo e sociale, privandole del supporto necessario per superare il trauma. La vittimizzazione secondaria, che può manifestarsi sotto forma di biasimo da parte della famiglia, dell’entourage o dei media, rende ancora più difficile per le persone trovare giustizia e protezione, consolidando un circolo vizioso in cui le vittime sono costrette a lottare su più fronti: quello della violenza fisica e quello, altrettanto doloroso, della mancanza di empatia e supporto da parte della società. Ciò dimostra come in molte circostanze le persone vulnerabili non solo sono costrette a subire gli abusi, ma devono anche affrontare una dura battaglia per vedere riconosciuta la loro sofferenza, un riconoscimento che sembra essere riservato quasi esclusivamente agli aggressori.


Femminismo, autodifesa e rottura con il pacifismo

Nel suo testo Elsa Dorlin sottolinea come il diritto alla difesa non sia semplicemente una questione di giustizia individuale, ma un problema di potere: a fronte di queste disparità chi può quindi difendersi senza essere criminalizzato? Chi ha il diritto di essere percepito come una vittima legittima? La risposta a queste domande evidenzia la stratificazione della violenza: se le donne bianche possono ancora sperare nel riconoscimento della loro vittimizzazione – sebbene con certi limiti – le donne nere, sex worker, persone trans e migranti vengono automaticamente sospettate di colpevolezza quando rivendicano il loro diritto alla difesa.

Storicamente il femminismo ha spesso oscillato tra due poli: da un lato la convinzione che la nonviolenza sia l’unica strategia compatibile con la lotta per l’uguaglianza dall’altro la consapevolezza che l’autodifesa sia una necessità per chi vive in una condizione di costante minaccia. Il femminismo liberale ha generalmente abbracciato il pacifismo, promuovendo strategie basate sul dialogo e sul cambiamento istituzionale, ma le correnti decoloniali, nere, queer e radicali hanno da tempo sfidato questa posizione, affermando che rifiutare l’autodifesa in un mondo strutturalmente violento equivale a condannare i soggetti oppressi a una posizione di eterna vulnerabilità.

Barbara Deming pur essendo una pacifista convinta, ha riconosciuto la necessità dell’autodifesa, affermando che essa non è solo un atto fisico, ma anche un rifiuto della cooperazione con chi nega la nostra umanità5. Questo è il punto in cui il femminismo dell’autodifesa si distingue dalle posizioni più concilianti: non si tratta solo di imparare tecniche di difesa personale, ma di riconoscere che combattere è un atto di resistenza politica.

I movimenti femministi e queer che hanno praticato l’autodifesa lo hanno fatto in risposta al fallimento sistemico delle istituzioni nel proteggere le persone oppresse. L’emergere di corsi di autodifesa per donne, l’auto-organizzazione delle comunità LGBTQ+ contro gli attacchi omofobi e la militanza armata dei movimenti rivoluzionari femministi in contesti coloniali e postcoloniali testimoniano la necessità di rispondere alla violenza con strumenti adeguati. Il caso delle Pantere Nere è emblematico: l’autodifesa armata non era una scelta ideologica, ma una risposta concreta alla brutalità della polizia.


Contro la logica de “le stesse armi del padrone”

La violenza sistematica e l’autodifesa non sono espressioni della stessa logica né sono equiparabili in termini di moralità e giustizia. A differenza della violenza agita da Stato e polizia, esercitata con l’intento di mantenere un ordine sociale che privilegia una minoranza elitaria e opprime le masse, l’autodifesa è un atto di resistenza che emerge dalla necessità di proteggere l’esistenza, la dignità e la libertà di chi è costantemente sotto attacco. La retorica che equipara la resistenza alla violenza sistemica con le pratiche oppressive del potere dominante, il cosiddetto “uso delle stesse armi del padrone”, non solo è fuorviante, ma rappresenta un tentativo, l’ennesimo, di disarmare politicamente chi lotta per la propria libertà. La violenza strutturale rende le disuguaglianze sociali, razziali, di genere e di classe non solo accettabili, ma necessarie per il mantenimento dell’ordine. La violenza del padrone, che può manifestarsi attraverso la polizia, il sistema giuridico, le politiche economiche neoliberiste o la normatività di genere, è una violenza legittimata che si auto-riproduce per preservare il suo dominio. Le “armi del padrone” sono quelle del controllo: armi giuridiche, economiche, culturali e, in ultima istanza, fisiche, usate per colpire chi resiste a questo sistema. Eppure queste armi non sono semplicemente quelle con cui il potere esercita il controllo, ma quelle con cui definisce cosa sia legittimo e cosa non lo sia. Sono strumenti che vengono giustificati come necessari per la “protezione” dell’ordine anche se in realtà, sono usati per tutelare i privilegi di una classe dominante e per mantenere una società gerarchica. La violenza strutturale è dunque una violenza che si auto-legittima, mentre l’autodifesa è spesso criminalizzata proprio in quanto minaccia di questo solido ordine gerarchico.

L’autodifesa, nel contesto di chi vive sotto l’oppressione sistematica, è quasi sempre un atto sotterraneo, nascosto, praticato lontano dai riflettori delle istituzioni ufficiali. Essa trova spazio nelle pieghe di una società che rifiuta di riconoscere la legittimità della resistenza, in spazi marginali e comunità che operano al di fuori delle strutture dominanti. Le pratiche di autodifesa si sviluppano nelle palestre popolari, in cerchie ristrette, lontane dagli occhi del potere, spesso lontane anche dalle stesse persone che ne sarebbero più direttamente colpite. È una difesa che non cerca la visibilità, che non può contare su leggi protettive e che vive nei margini della società, spesso pericolosamente ai limiti della legalità. Questo contrasto è emblematico rispetto alle armi del potere, che sono invece palesi, largamente riconoscibili e legittimate dalla società: le forze dell’ordine, il sistema giudiziario, le politiche economiche neoliberiste e le norme di genere sono tutte manifestazioni di una violenza istituzionalizzata che non solo è ampiamente accettata, ma addirittura celebrata come necessaria ed inviolabile.

La disuguaglianza, la discriminazione e l’oppressione sono, per il sistema dominante, visibili e legittime, poiché sono strumenti attraverso i quali il potere mantiene il proprio controllo, mentre la lotta per la propria libertà, per quanto necessaria e giustificata, deve rimanere nell’ombra, lontana dal giudizio pubblico, privata dei suoi mezzi per contrastare efficacemente la violenza strutturale che la sovrasta. Questo divario tra le pratiche di resistenza sotterranee e la violenza istituzionalizzata non solo dimostra la disparità tra chi detiene il potere e chi lotta per proteggere la propria esistenza, ma mette in luce come il sistema si auto-riproduce attraverso la criminalizzazione di ogni forma di resistenza che minacci il suo dominio.


Ripensare l’etica dell’autodifesa

Rifiutare la legittimità dell’autodifesa per le donne, le persone queer, le comunità razzializzate e le classi subalterne significa dunque accettare la loro esposizione alla violenza. La questione non è se il transfemminismo debba “acconsentire” all’autodifesa, ma piuttosto come strutturare la lotta in modo da sottrarre il monopolio della forza ai sistemi oppressivi. Se il mondo è già violento, se il diritto alla difesa è riservato ai dominanti e negato ai subordinati, allora è la stessa logica della nonviolenza a dover essere messa in discussione. Come scrive Audre Lorde: «Il tuo silenzio non ti proteggerà». Neanche il pacifismo lo farà in un mondo che ha già deciso chi può vivere e chi deve soccombere.


Bibliografia Diretta:
  1. Dorlin, E. (2019). Autodifesa: una filosofia della violenza (M. G. Di Napoli, Trad.). Milano: Mimesis.

  2. Code Noir: Édit du Roi, Touchant la Police des Isles de l’Amérique Française. Paris, 1687, pp. 28–58.

  3. Le Cour Grandmaison, O. (2005). De l’indigénat: Anatomie d’un “monstre” juridique: le droit colonial en Algérie et dans l’empire français. Paris: Éditions Amsterdam.

  4. Boseley, S. (2019, October 23). Cyntoia Brown: Trafficked, enslaved, jailed for life at 16 – and fighting back. The Guardian. https://www.theguardian.com/global-development/2019/oct/23/cyntoia-brown-long-trafficked-enslaved-jailed-for-life-at-16-and-fighting-back

  5. Deming, Barbara. (1971). On Revolution and Equilibrium, In Revolution & Equilibrium. New York: Grossman.

Bibliografia consigliata:
  1. Davis, A. Y. (2011). Women, Race, & Class. New York: Knopf Doubleday Publishing Group.

  2. Fanon, F. (1961). The Wretched of the Earth (R. Philcox, Trans.). New York: Grove Press.

  3. Butler, J. (2009). Frames of War: When Is Life Grievable? London: Verso.

  4. Cevro-Vukovic, E., & Davis, R. (1977). Giù le mani. Donne, violenza sessuale, autodifesa. Roma: Arcana Editrice.


1 Dorlin, E. (2019). Autodifesa: una filosofia della violenza (M. G. Di Napoli, Trad.). Milano: Mimesis.

2 Code Noir: Édit du Roi, Touchant la Police des Isles de l’Amérique Française. Paris, 1687, pp. 28–58.

3 Le Cour Grandmaison, O., De l’indigénat: Anatomie d’un “monstre” juridique: le droit colonial en Algérie et dans l’empire français. Paris, 2005 Éditions Amsterdam.

4 Boseley, S. (2019, October 23). Cyntoia Brown: Trafficked, enslaved, jailed for life at 16 – and fighting back. The Guardian. https://www.theguardian.com/global-development/2019/oct/23/cyntoia-brown-long-trafficked-enslaved-jailed-for-life-at-16-and-fighting-back

5 Deming, Barbara, On Revolution and Equilibrium, In Revolution & Equilibrium. New York: Grossman, 1971

Nota: tutte le immagini vengono da @illicitbookshop, da Cevro-Vukovic, E., & Davis, R. (1977), Giù le mani. Donne, violenza sessuale, autodifesa. Roma: Arcana Editrice.

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Guerra, globalizzazione e riproduzione https://deditore.com/2025/03/14/guerra-globalizzazione-e-riproduzione/ Fri, 14 Mar 2025 21:09:49 +0000 https://deditore.com/?p=15417 Guerra, globalizzazione e riproduzione

di Silvia Federici

Attivista, autrice e docente, Silvia Federici ha diviso la sua vita tra il mondo accademico e quello della militanza. Nata in Italia nel 1942, Federici ha conseguito il dottorato presso l’università statunitense di Buffalo e in seguito ha insegnato in diversi campus, a lungo in Nigeria e di nuovo negli Stati Uniti, dove tuttora risiede. Teorica d’impostazione marxista, è figura di primissimo piano nello sviluppo del pensiero femminista contemporaneo. Con D Editore ha pubblicato Oltre la periferia della pelle.
Di seguito troverete un estratto da La rivoluzione al punto zero, in occasione della sua prossima uscita.

Per primi arrivarono i banchieri stranieri smaniosi di elargire prestiti a tassi da estorsione; poi i controllori finanziari per accertarsi che gli interessi fossero stati pagati; poi le migliaia di consulenti stranieri a prendersi la loro parte. Infine, quando il Paese era in bancarotta e senza alcuna speranza, venne il momento delle truppe straniere per “salvare” il governatore dal popolo “ribelle”. Un ultimo colpo e il paese era finito

Thomas Pakenham, The Scramble for Africa1

Affamato, chi ti sfamerà?
chi non ne ha per sé. Vieni con noi,
affamati ti sfameremo.

Bertolt Brecht, All or Nothing

Come dimostra la proliferazione di conflitti in Africa, Asia e nel Medio Oriente, oltre allo zelo statunitense per l’intervento militare per tutti gli anni Ottanta e Novanta, la guerra fa parte dell’agenda mondiale2. Il motivo risiede nella nuova fase di espansionismo capitalista che richiede la distruzione di qualsiasi attività economica non subordinata alla logica dell’accumulazione, processo necessariamente violento. Il capitale sociale non può estendere i suoi tentacoli sulle risorse del pianeta – dai mari alle foreste, fino al lavoro delle persone e al nostro patrimonio genetico – senza provocare una forte resistenza in tutto il globo. Inoltre, è nella natura dell’odierna crisi capitalista il fatto che non sia possibile alcuna mediazione e che pianificare lo sviluppo nel cosiddetto “Terzo Mondo” spiani la strada alla guerra3.

Che il collegamento tra integrazione nell’economia mondiale e guerra non sia sempre riconosciuto è perché la globalizzazione, oggigiorno, sebbene porti essenzialmente avanti il progetto imperiale del xix secolo, si presenta innanzitutto come un programma economico. Le sue armi principali e più riconoscibili sono i programmi di adeguamento strutturale, la liberalizzazione degli scambi commerciali, la privatizzazione, i diritti di proprietà intellettuale. Tutte queste politiche sono responsabili dell’immane trasferimento di ricchezza dalle “colonie” alle metropoli, senza che esso necessiti la conquista di territori, e perciò si ritiene funzioni puramente attraverso strumenti di pace4.

Anche l’intervento militare sta assumendo nuove forme, presentandosi spesso sotto le spoglie di iniziative filantropiche del tipo “aiuti alimentari” e “soccorso umanitario” o, nell’America Latina, “guerra alla droga”. Un ulteriore motivo per cui la relazione tra guerra e globalizzazione – forma odierna dell’imperialismo – non è chiaramente riconoscibile è che la maggior parte delle “guerre della globalizzazione” sono state combattute nel continente africano, la cui storia recente è sistematicamente distorta dai media, che incolpano di ogni crisi la supposta “arretratezza” degli africani, il loro “tribalismo” e la loro incapacità di instaurare istituzioni democratiche.


Africa, guerra e adeguamenti strutturali

In realtà, la situazione in Africa rivela la stretta connessione tra l’implementazione dei programmi di adeguamento strutturale (pas), introdotti negli anni Ottanta dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (fmi) per facilitare l’avanzata del capitale delle multinazionali nella regione, e lo sviluppo di un perenne stato di guerra. Dimostra che gli adeguamenti strutturali generano guerre e che le guerre, a loro volta, completano il lavoro iniziato dagli adeguamenti strutturali, cioè rendono i paesi in guerra dipendenti dal Capitale internazionale e dai poteri che esso rappresenta, a cominciare dagli Stati Uniti, l’Unione Europea e le Nazioni Unite. In altre parole, parafrasando Clausewitz, “gli adeguamenti strutturali sono una guerra senza uso di armi”.

Sono molti i modi in cui gli “adeguamenti strutturali” promuovono la guerra. Furono imposti dalla Banca Mondiale e dal fmi su quasi tutti gli stati africani a partire dai primi anni Ottanta, presumibilmente per stimolare la ripresa economica e aiutare i governi locali a ripagare i debiti contratti durante il decennio precedente per finanziare progetti di sviluppo. Tra le riforme previste vi sono la privatizzazione della terra (a cominciare dall’abolizione della proprietà comunitaria), la liberalizzazione degli scambi commerciali (eliminando i dazi sui beni importati), la deregolamentazione delle transazioni in valuta estera, il ridimensionamento del settore pubblico, la sospensione dei fondi ai servizi assistenziali e un sistema di controlli che trasferisca efficacemente la pianificazione economica dai governi africani alla Banca Mondiale e alle organizzazioni non governative (ong)5.

Questa riorganizzazione economica sarebbe dovuta servire a dare una spinta alla produttività, a eliminare l’inefficienza e ad aumentare la “vena competitiva” dell’Africa sul mercato globale. Ma è accaduto il contrario. Oltre un decennio dopo la sua adozione, le economie locali sono collassate, gli investimenti esteri non sono avvenuti e le uniche attività produttive presenti nella maggioranza delle nazioni africane sono ancora una volta, come durante il periodo coloniale, l’estrazione mineraria e l’agricoltura incentrata sull’esportazione che contribuisce ad alimentare il mercato internazionale mentre gli africani non hanno abbastanza cibo per sfamarsi.

In questo contesto di bancarotta economica generalizzata, sono esplose ovunque delle rivalità violente tra le diverse fazioni della classe dirigente africana che, incapace di arricchirsi tramite lo sfruttamento del lavoro, lotta per avere accesso al potere statale in modo da accumulare ricchezza. Il potere dello stato, infatti, è la chiave per appropriarsi e vendere sul mercato internazionale o risorse e beni nazionali (terra, oro, diamanti, petrolio, legname), o i beni di un rivale o di gruppi più deboli6. Ne consegue che la guerra sia diventata la parte vulnerabile di una nuova economia mercantile o (secondo qualcuno), di una “economia del saccheggio”7, che fiorisce con la complicità delle aziende straniere e degli organismi internazionali che, per quanto si lamentino della “corruzione”, ne traggono beneficio.

L’insistenza della Banca Mondiale affinché tutto venga privatizzato ha indebolito lo stato, come è successo in Russia, ed esasperato questo processo. Allo stesso modo, la deregolamentazione delle attività bancarie e delle transazioni di valuta estera (sempre richieste dalla Banca Mondiale) hanno aiutato la diffusione del commercio di droga che fin dagli anni Ottanta ha giocato un ruolo preponderante nella politica economica dell’Africa, contribuendo alla formazione di eserciti privati8.

Un ulteriore fattore che alimenta la guerra in Africa è il violento impoverimento in cui gli adeguamenti strutturali hanno fatto sprofondare la quasi totalità della popolazione. Questo, oltre a intensificare le proteste sociali, ha nel corso degli anni strappato il tessuto sociale di molti paesi della regione, costringendo milioni di persone a lasciare il proprio paese per andare all’estero in cerca di nuove fonti di sostentamento; e la lotta per la sopravvivenza ha gettato le basi per la manipolazione di antagonismi locali e il reclutamento di disoccupati (particolarmente tra i giovani) tra parti già in conflitto tra loro. Molti conflitti “tribali” e religiosi in Africa (non meno dei conflitti “etnici” in Jugoslavia) affondano le proprie radici in questi processi. Dalle espulsioni di massa di immigrati e i disordini religiosi in Nigeria della prima metà degli anni Ottanta, alle guerre tra “clan” in Somalia dei primi anni Novanta, per arrivare alle guerre sanguinarie tra lo stato e i fondamentalisti in Algeria, sullo sfondo della maggior parte dei conflitti africani contemporanei stanno le “condizioni” dettate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, che hanno distrutto la vita delle persone e minato le condizioni per una solidarietà sociale10.

Per esempio, possiamo dire con sicurezza che i giovani che hanno combattuto le numerose guerre africane degli ultimi anni siano gli stessi che decenni prima sarebbero potuti andare a scuola, che avrebbero potuto sperare di guadagnarsi da vivere con il commercio o con un lavoro nel pubblico, e che avrebbero potuto guardare al futuro con la speranza di riuscire a contribuire al benessere della famiglia. Analogamente, la comparsa di bambini-soldato negli anni Ottanta e Novanta non sarebbe potuta accadere se, in molti paesi, la famiglia allargata non fosse stata minacciata da ristrettezze economiche e milioni di bambini non fossero rimasti senza un posto dove andare che non fosse la strada e avessero avuto qualcuno che pensava ai loro bisogni11.

La guerra non è stata unicamente la conseguenza del cambiamento economico; è stata anche uno strumento attraverso il quale produrre tale cambiamento. Sono due gli obiettivi che saltano all’occhio quando pensiamo ai modelli di guerra predominanti in Africa e al modo in cui la guerra si interseca con la globalizzazione. Innanzitutto, essa costringe le persone ad allontanarsi dalla terra, cioè separa i produttori dai mezzi di produzione, condizione essenziale per l’espansione del mercato del lavoro globale. La guerra rivendica la terra anche per un suo uso capitalista, incoraggiando la produzione di colture da reddito e un’economia orientata all’esportazione. In particolare in Africa, dove la gestione comunitaria della terra è ancora diffusa, questo è stato uno degli obiettivi principali della Banca Mondiale, la cui ragion d’essere in quanto istituzione è stata la capitalizzazione dell’agricoltura12. È dunque difficile vedere oggi milioni di rifugiati o vittime della carestia fuggire dal proprio paese senza pensare alla soddisfazione che i funzionari della Banca Mondiale, così come le aziende agroalimentari, provino, vedendovi certamente la mano del progresso all’opera.

La guerra mina anche l’opposizione delle persone alle “riforme di mercato” rimodellando il territorio e distruggendo le reti sociali che forniscono la base di una resistenza. Qui è importante notare la correlazione – frequente nell’Africa contemporanea – tra le proteste anti-fmi e i conflitti sociali13. È palese in Algeria, dove l’ascesa del fondamentalismo islamico antigovernativo è nata della rivolta anti-FMI del 1988, quando migliaia di giovani scesero nelle strade della capitale per diversi giorni in quella che fu la più intensa e diffusa protesta dai giorni d’oro della lotta anticolonialista14.

L’intervento esterno – spesso facendo leva sulle lotte locali e trasformandole in conflitti globali – ha giocato un ruolo primario in questo contesto. Si può osservare nel caso degli interventi militari degli Stati Uniti che vengono solitamente letti attraverso il prisma della “geopolitica” e la Guerra Fredda, come il sostegno che l’amministrazione Reagan diede ai governi del Sudan e della Somalia e alla Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (unita). Dei sap erano in corso sia in Sudan che in Somalia fin dai primi anni Ottanta, quando i due paesi erano tra i principali beneficiari di aiuti militari statunitensi. In Sudan, l’aiuto militare statunitense rafforzò la mano del regime di Neimeri contro la coalizione di forza che si opponeva ai tagli richiesti dal fmi anche se, alla fine, non riuscì a fermare la rivoluzione che l’avrebbe deposto nel 1985. In Somalia, gli aiuti militari statunitensi aiutarono Siad Barre ad attaccare gli Isaak, un episodio della perenne guerra portata avanti nell’ultimo decennio dagli organismi nazionali e internazionali contro i gruppi di pastori africani15. Anche in Angola, l’aiuto dell’esercito statunitense all’unita servì a costringere il governo a rinunciare al socialismo e all’aiuto delle truppe cubane, oltre che a negoziare con il fmi, e indubbiamente rafforzò il potere contrattuale delle compagnie petrolifere che operavano nel paese16.


Aiuti alimentari e guerre invisibili

In molti casi, quello che le armi non riuscirono a ottenere fu conquistato attraverso “aiuti alimentari” forniti dagli Stati Uniti, le Nazioni Unite e varie ong ai rifugiati e alle vittime delle carestie causate dalle guerre. Spesso somministrati a tutte e due le parti in conflitto (come in Sudan, Etiopia e Angola), gli aiuti alimentari sono diventati una componente cruciale della macchina da guerra neocolonialista contemporanea, e nell’economia della guerra generata da essa. Innanzitutto, ha concesso alle organizzazioni internazionali che non fossero la Croce Rossa il diritto a intervenire in aree di conflitto invocando il prestare soccorso (nel 1988 le Nazioni Unite approvarono una risoluzione che affermava il diritto dei donatori a fornire aiuti)17. È su queste basi che venne giustificato l’intervento militare statunitense/delle Nazioni Unite in Somalia nel 1992-1993 (Operation Restore Hope).

Pur quando non accompagnata da truppe militari, la fornitura di “aiuti alimentari” in situazioni di conflitto è sempre una forma di intervento politico e militare, poiché prolunga la guerra alimentando eserciti in lotta (spesso più della popolazione civile), modella la strategia militare e aiuta la parte più forte – quella meglio equipaggiata a trarre vantaggio dalla distribuzione del cibo – a vincere18. È esattamente quello che è successo in Sudan ed Etiopia negli anni Ottanta dove, fornendo “aiuti alimentari”, gli Stati Uniti, le Nazioni Unite e le ong come care divennero protagonisti della guerra allora in atto in quei paesi19.

Inoltre, gli aiuti alimentari contribuiscono allo spostamento e alla ricollocazione delle comunità rurali: costruendo centri organizzati attorno ai bisogni delle ong; essi minano oltretutto l’agricoltura locale facendo crollare il prezzo dei prodotti commercializzati e introducono una nuova fonte di alimentazione della guerra, perché la prospettiva di appropriarsi di grandi quantità di cibo e venderle localmente o sul mercato internazionale fornisce un ulteriore motivo di conflitto, creando un’economia della guerra specialmente in quei paesi radicalmente impoveriti20.

Gli effetti del sostegno alimentare sono tanto problematici, tanto è dubbiosa la loro capacità di garantire la sopravvivenza (che avrebbe funzionato meglio con la distribuzione di strumenti agricoli e semi, e soprattutto con la fine delle ostilità), che ci si deve chiedere se il vero motivo dietro a questa iniziativa non fosse l’eliminazione graduale dell’agricoltura di sussistenza e la creazione di una dipendenza a lungo termine dal cibo importato – entrambi punti focali della riforma portata avanti dalla Banca Mondiale, condizioni affinché le nazioni africane si “integrino” nel quadro dell’economia mondiale. Il dubbio è ancora più legittimo se consideriamo che gli effetti negativi degli “aiuti alimentari” sono noti fin dagli anni Sessanta, quando divennero oggetto di grandi proteste e ricerche in tutto il mondo delle ex colonie. Da allora, è quasi un assioma che “non si aiutano le persone dando loro cibo, ma dando loro gli strumenti affinché si nutrano da sole”, e che anche in condizioni di carestia, quello di cui le persone necessitano maggiormente per sopravvivere è conservare la capacità di coltivare. Come possano le Nazioni Unite e la Banca Mondiale aver dimenticato la lezione è inspiegabile, a meno che non presumiamo che l’arrivo degli “aiuti alimentari” nelle operazioni di guerra contemporanee in Africa abbia avuto come obiettivo primario la mercificazione della terra e dell’agricoltura, oltre alla sostituzione dei mercati alimentari africani con le imprese agroalimentari internazionali.

A questo si aggiunga che le “operazioni di soccorso”, contando sull’intervento di ong straniere e organizzazioni umanitarie, hanno marginalizzato ulteriormente le vittime di conflitti e carestie. È stato dato loro il diritto di controllare le attività di soccorso mentre sia i media internazionali che le stesse ong le hanno dipinte come essere impotenti incapaci di prendersi cura di loro stessi. Proprio come sottolineano Joanna Macrae e Anthony Swi, l’unico diritto riconosciuto è stato quello dei “donatori” di fornire assistenza che, come abbiamo visto, è stata usata (in Somalia nel 1992-1993) per richiedere l’intervento militare21.


Mozambico: un caso esemplare di guerra contemporanea

È con il caso del Mozambico che possiamo osservare al meglio come la guerra prima e i soccorsi umanitari poi possano essere utilizzati per ricolonizzare un paese, portarlo sul mercato e distruggere la sua resistenza alla dipendenza economica e politica22. La guerra che la Renamo (Mozambique National Resistence), un sostituto dell’apartheid in Sudafrica e negli Stati Uniti, scatenò contro questo paese per quasi un decennio (1981-1990) racchiude tutti gli elementi chiave dell’odierna globalizzazione della guerra:

  1. La distruzione dell’infrastruttura di (ri)produzione fisica e sociale del Paese per provocare una crisi nella riproduzione e rafforzare la subordinazione economica e politica.

La Renamo è riuscita nel suo intento attraverso (a) l’uso del terrore sistemico nei confronti della popolazione (massacri, schiavitù, orrende mutilazioni) per costringere la gente a lasciare la terra e rendendola rifugiata (in questa guerra furono uccise oltre un milione di persone); (b) la demolizione di strade, ponti, ospedali, scuole, e soprattutto delle attività agricole e di ciò che producono – i mezzi di sussistenza basilari per una popolazione di agricoltori. Il caso del Mozambico dimostra l’importanza strategica della “guerra a bassa intensità”, a cominciare dall’uso delle mine che rendono impossibile alle persone coltivare la terra, creando di conseguenza una situazione di carestia che necessita di aiuto esterno.

  1. L’uso di “aiuti alimentari” per spostare le persone e le vittime della carestia con l’obiettivo di assicurare che la condizionalità economica venga rispettata, creando dipendenze a lungo termine e minacciando la capacità del Paese di controllare il proprio futuro economico e politico. Non si deve dimenticare che gli aiuti alimentari fungono da forte spinta per le industrie agroalimentari statunitensi che ci guadagnano doppiamente, prima di tutto togliendosi di mezzo i propri enormi surplus, in secondo luogo traendo profitto dalla dipendenza dal cibo importato della nazione “aiutata”.

  2. Il trasferimento del processo decisionale dallo stato alle organizzazioni internazionali e alle ong. L’attacco alla sovranità mozambicana fu così accurato che, una volta costretto a chiedere aiuto, il paese dovette accettare di lasciare carta bianca alle ong per quanto riguardava la gestione delle operazioni di soccorso, incluso il diritto a entrare in qualunque area del suo territorio e di distribuire cibo direttamente alla popolazione dove preferissero. Come rende noto Joseph Hanlon in Mozambique: Who Calls the Shots?, il governo non riuscì a protestare contro le politiche delle ong, pure nel caso di ong di destra come World Vision, che utilizzò la distribuzione dei soccorsi per fare propaganda politica e religiosa, o ong come care, sospettate di collaborare con la cia.

  3. L’imposizione di condizioni di pace impossibili, come la “riconciliazione” e la condivisione del potere con Renamo – il nemico più grande del popolo e del governo mozambicano, responsabile di molte atrocità e del massacro di oltre un milione di persone – che hanno creato il potenziale per una destabilizzazione permanente. Questa politica di “riconciliazione”, oggigiorno cinicamente e ampiamente imposta, da Haiti al Sudafrica, come “condizione di pace”, è l’equivalente politico di una delle espressioni più rivelatrici della spinta ricolonizzatrice dei nostri giorni, poiché sostiene che i popoli del “Terzo Mondo” non dovrebbero mai avere il diritto di vivere in pace e di proteggersi da nemici ben noti. Sostiene anche che le nazioni non hanno tutte gli stessi diritti dato che gli Stati Uniti, o un qualsiasi paese dell’ue, non si sognerebbe mai di accettare una proposta tanto scellerata.


Conclusione: dall’Africa alla Jugoslavia e oltre

Il caso del Mozambico non è isolato. Non solo la maggior parte delle nazioni africane è praticamente guidata da organismi e ong supportati dagli Stati Uniti, la sequenza – distruzione delle infrastrutture, imposizione di riforme di mercato, riconciliazioni forzate con nemici assassini “incompatibili”, destabilizzazione – è possibile trovarla, a vari gradi e combinazioni, ovunque nell’odierna Africa, al punto che diversi paesi, come l’Angola e il Sudan, sono in uno stato di emergenza permanente, dove la loro possibilità di sopravvivenza in quanto entità politiche è ora dubbia.

È tramite questa combinazione di guerra finanziaria e militare che la resistenza dei popoli africani contro la globalizzazione è stata finora tenuta a bada, così come succede in America Centrale (El Salvador, Nicaragua, Guatemala, Panama) dove per tutti gli anni Ottanta l’intervento militare statunitense era la regola.

La differenza sta nel fatto che, in Africa, il diritto degli Stati Uniti/delle Nazioni Unite di mandare truppe è stato principalmente giustificato in nome del “mantenimento della pace”, “instaurazione della pace” e “intervento umanitario”, probabilmente perché sotto ogni altra condizione, l’arrivo dei marines (del tipo che abbiamo potuto osservare a Panama e Grenada) non sarebbe stato accettato a livello internazionale. Questi interventi, però, sono il nuovo volto del colonialismo, e non solo in Africa. È un colonialismo che punta a controllare le politiche e le risorse piuttosto che a guadagnare territorio. Nel contesto politico, è un colonialismo “filantropico”, “umanitario”, “a piede libero” che ha l’obiettivo di “amministrare” piuttosto che “governare”, poiché quest’ultimo implica un impegno a instaurare una specifica organizzazione istituzionale ed economica, mentre il libero imperialismo aziendale moderno intende mantenere la sua libertà di scegliere sempre l’organizzazione istituzionale, le forme economiche e i luoghi che meglio si adattano alle proprie esigenze23.

Che significato assume questo scenario per il movimento contro la guerra?

Innanzitutto, dovremmo aspettarci che la situazione sviluppatasi post modifiche in Africa – con il suo miscuglio di guerra economica e militare e la sequenza di adeguamenti strutturali-conflitto-interventi venga continuamente riprodotto negli anni successivi in tutto il pianeta. Possiamo aspettarci anche di vedere scoppiare altre guerre nelle ex-nazioni socialiste, dato che le istituzioni e le forze che stanno spingendo il processo di globalizzazione ritengono le aziende statali e altri residui del socialismo un grosso ostacolo alla “libera impresa”, come nel caso del comunitarismo africano.

Rispetto a questo, la guerra della nato contro la Jugoslavia costituisce probabilmente il primo esempio (dopo la Bosnia) di ciò che accadrà: la fine del socialismo di stato rimpiazzato dalla liberalizzazione e dal mercato libero, e l’avanzata della nato in Oriente fornisce una “struttura di sicurezza” alla regione. La relazione tra “l’intervento umanitario” della nato in Jugoslavia e “l’intervento umanitario” dei soccorritori – truppe di terra della macchina da guerra contemporanea – è così stretta da farci portare l’Africa nel Kosovo, dove si è visto come le vite africane ed europee agli occhi delle organizzazioni internazionali abbiamo un valore relativo, misurando la qualità e quantità delle risorse fornite ai rifugiati.

Vediamo anche come la situazione sia molto diversa dall’imperialismo del tardo Ottocento-inizio Novecento. I poteri imperialisti di quei tempi erano legati, ed erano responsabili, di sistemare il territorio socialmente, politicamente e a livello di infrastrutture. Perciò, all’epoca imperialista delle cannoniere e delle mitragliatrici, che potevano uccidere migliaia di persone da lontano, la responsabilità dei massacri, delle carestie e di altre forme di omicidio di massa erano sempre identificabili. Per esempio, sappiamo che fu re Leopoldo del Belgio ad avere una responsabilità personale per l’uccisione di milioni di persone in Congo24. Oggi milioni di africani muoiono ogni anno a causa delle conseguenze degli adeguamenti strutturali, ma nessuno è ritenuto responsabile di ciò che accade. Al contrario, le cause sociali di morte in Africa stanno diventando sempre più invisibili, come la “mano invisibile” del mercato capitalista25.

Infine, dobbiamo capire che non possiamo mobilitarci solamente contro i bombardamenti, né chiedere che essi abbiano fine e pensare di aver ottenuto la “pace”. Grazie allo scenario postbellico in Iraq sappiamo che la distruzione delle infrastrutture di un paese causa più morte delle bombe stesse. Dobbiamo accettare che la morte, la fame, malattie e distruzione sono ad oggi la realtà quotidiana per la maggior parte delle persone che vivono su questo pianeta. In aggiunta a questo, dobbiamo riconoscere che gli adeguamenti strutturali – il programma più universale del mondo odierno, quello che, in tutte le sue forme (che sia Crescita Africana o Opportunity Act), rappresentano il volto contemporaneo del capitalismo e del colonialismo, cioè la guerra. Perciò, il programma del movimento contro la guerra deve includere l’eliminazione dei programmi di adeguamento strutturale in tutte le sue forme e, cosa fondamentale, la costruzione di un mondo non più fondato sulla logica capitalista dell’accumulazione, se vogliamo che la guerra e il progetto imperialista che essa cela abbiano fine.


1 Thomas Pakenham, The Scramble of Africa. White Man’s Conquest of the Dark Continent From 1876 to 1912, Avon Books, New York 1991, p. 126.

2 Un conteggio ha individuato settantacinque paesi dove si sta svolgendo una qualche forma di guerra nel 1999 (Effe. La Rivista delle Librerie Feltrinelli, n°13, Feltrinelli, Milano 1999); tra questi, trentatré si trovano tra le quarantatré nazioni Africane. Si tratta della “Quarta Guerra Mondiale” contro i poveri del mondo di cui il Subcomandante Marcos scrive spesso.

3 Per una descrizione di questa nuova fase del capitalismo che enfatizza la scomparsa delle mediazioni tra classi si veda Midnight Notes Collective, Midnight Oil. La definizione “nuove chiusure” è utilizzata in questi articoli per indicare che la spinta del capitalismo contemporaneo è di distruggere qualsiasi garanzia di sussistenza riconosciuta dagli stati socialisti, postcoloniali o keynesiani negli anni Cinquanta e Sessanta. Per riuscire, il processo dev’essere violento.

4 L’enorme letteratura esistente sugli adeguamenti strutturali, la globalizzazione e il neoliberalismo ha ampiamente descritto questo trasferimento di ricchezza. Si veda Jeremy Brecher e Tim Costello, Global Village or Global Pillage. Economic Reconstruction from Bottom Up, South End Press, Boston 1994 (Trad. It. Contro il capitale globale. Strategie di resistenza, traduzione di Luigi Piccioni, Feltrinelli, Milano 2001); Walden Bello, Dark Victory. The United States, Structural Adjustment and Global Poverty, Pluto Press, London 1994 (Trad. It. La vittoria della povertà. La ricchezza degli Stati Uniti e la povertà globale, traduzione di Ester Dornetti, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004); Richard J. Barnet e John Cavanagh, Global Dreams. Imperial Corporations and the New World Order, Simon and Schuster, New York 1994.

5 La letteratura sugli adeguamenti strutturali in Africa è altrettanto ampia. Dagli anni Ottanta, le ong (internazionali e locali) sono divenute essenziali per l’applicazione dei programmi di adeguamento strutturale; hanno preso possesso di aree di riproduzione sociale cui lo Stato è stato costretto a togliere fondi a causa degli stessi adeguamenti strutturali. Come scrive Alex de Waal: «La combinazione di neoliberalismo e difesa di un “volto umano” ha creato un nuovo ruolo per le ong, rendendole subappaltatrici di una gigantesca fornitura di servizi di base quali sanità, ampliamento agricolo e razioni di cibo… Spesso, le più grandi ong che forniscono servizi (care, Catholic Relief Services, Save the Children Fund), sono state chiamate durate crisi di carestia o dovute a crolli di governo, e da lì sono rimaste. In altri casi, le ong hanno messo i propri consiglieri nei ministeri (la sanità è il prediletto) e occasionalmente hanno preso la gestione di interi servizi. La fornitura di base per le cliniche nella capitale del Sudan, la prima assistenza sanitaria nell’Uganda rurale e quasi tutti i programmi di tubercolosi e lebbra in Tanzania sono solo tre dei programmi “nazionali” di sanità gestiti direttamente dalle ong internazionali con i fondi dei donatori istituzionali di Europa e America (Famine Crimes. Politics & the Disaster Relief Industry in Africa, African rights & The International African Institute, London 1997, p. 53).

6 Un buon esempio di questo saccheggio dei gruppi più deboli si può trovare in Sudan dove, sul finire degli anni Ottanta, il governo diede alla milizia Murahaliin, portata dai Baggara Arabs, il diritto di razziare le greggi dei Dinka. «Le razzie erano frequenti, diffuse e devastanti. Rubavano bestiame, distruggevano villaggi, avvelenavano i pozzi e uccidevano indiscriminatamente. Chi veniva catturato finiva in schiavitù. Chi sopravviveva perché non era presente al momento dell’attacco, scappava nelle città di guarnigione dove veniva costretto a vendere il proprio bestiame e altre proprietà a poco prezzo» (Alex de Waal, op. cit., p.94). Per ulteriori informazioni si veda Mark Duffield, The Political Economy of the Internal War. Assett Transfer, Complex emergencies, and International Aid, in Joanna Macrae e Anthony Swi, op. cit., pp. 54-57.

7 Jean-Francois Bayart, Stephen Ellis e Béatrice Hibou , The Criminalization of the State in Africa, The International African Institute in Association with James Curry, Oxford 1999.

8 Ibid.; Ohil Williams, The Nature of Drug-Trafficking Networks, in Current History, aprile, University of California Press, Oakland 1998.

10 Martin Stone, The Agony of Algeria, Columbia University Press, New York 1997.

11 Human Rights Watch, Africa, Slaves, Street Children and Child Soldiers, Human Rights Watch, New York 1995.

12 Per un’analisi delle politiche della Banca Mondiale per la promozione della capitalizzazione dell’agricoltura in Africa si veda George Caffentzis, The Fundamental Implications of the Debt Crisis for Social Reproduction in Africa, in Mariarosa Dalla Costa e Giovanna Franca Dalla Costa (a cura di), Paying the Price. Women and the Politics of International Economic Strategy, Zed Books, London 1995, pp. 15-41 (traduzione da: Donne e politiche del debito. Condizione e lavoro femminile nella crisi del debito internazionale, Franco Angeli, Milano 1993).

13 Silvia Federici, The Debt Crisis, Africa and the New Enclosures, in Midnight Notes (a cura di) Midnight Oil. Work, Energy, War, 1973-1992, Autonomedia, New York 1992, pp. 303-317.

14 L’effettiva guerra tra il governo e i fondamentalisti islamici cominciò con il rifiuto da parte del primo di riconoscere la vittoria elettorale dei fondamentalisti nel 1992. Ma le radici del conflitto devono ricercarsi nella dura risposta che il governo diede nel 1988 durante i disordini in protesta contro il fmi. Si veda Martin Stone, op. cit.

15 Nel 1987, Oxfam riportò che un funzionario della Commissione Europea rispose alla richiesta di aiutare i pastori nel Sudan meridionale con una profetizzazione: «A suo dire, il pastoralismo e, in ogni caso, non vitale e in declino in tutta la regione». Oxfam commentò: «È importante notare che usaid, unicef ed eec hanno tutte espresso visioni simili riguardo il pastoralismo nel Sud; cioè che sta per finire e che in vent’anni sarebbe comunque successo. David Keene e Ken Wilson, Engaging with Violence. A Reassessment of Relief in Wartime, in Joanna Macrae e Anthony Zwi (a cura di), op.cit., p. 214; Africa Watch Report, Somalia. A Government at War with Its People, Human Rights Watch, New York 1990.

16 David Sogge, Angola. Surviving against Rollback and Petrodollars, in Joanna Macrae e Anthony Zwi (a cura di), op. cit., p. 105.

17 Ivi, pp. 11-12. Come scrive Alex de Waal: «Il primo accordo di negoziato per l’accesso a una zona di guerra [fu] l’Operation Lifeline in Sudan, nell’aprile del 1989… [a questo] seguì nel 1991-91 il concetto di operazioni “transfrontaliere”, per esempio nell’Etiopia dell’Est, dove unhcr, unicef e wfp assistevano rifugiati, persone lontane da casa e residenti impoveriti senza alcuna discriminazione. Questo approccio si sviluppò poi nell’ex Jugoslavia, in Alex de Waal, op. cit., p. 69.

18 Duffield, The Political Economy of Internal War, pp. 60-63.

19 Uno degli esempi migliori di questa trasformazione degli enti umanitari in protagonisti militari è l’assistenza fornita dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite al governo etiope nella guerra contro il Fronte di liberazione del popolo eritreo (eplf) e del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (tplf) negli anni Ottanta. La famosa carestia “Siamo bambini” del 1984-85 non fu causata dalla siccità, dalla sovrappopolazione o dall’uso improprio della terra come si diceva. La sua vera causa furono le varie offensive del governo etiope contro l’eplf e il tplf, oltre ai suoi programmi di ricollocazione che spostarono a forza centinaia di migliaia di persone dal nord al sud del paese (durante la traversata morirono in cinquantamila). Gli aiuti alimentari offerti dagli Stati Uniti, dalle Nazioni Unite e da varie ong (che ammontarono a quasi tre miliardi di dollari tra il 1985 e il 1988) furono cruciali per continuare lo sforzo bellico del governo etiope, oltre al suo programma di ricollocazione. La cooperazione e complicità con gli Stati Uniti, le Nazioni Unite e le ong fu talmente intensa che il personale dei tre enti, insieme al governo etiope, nascosero le cause della carestia; nascosero il dirottamento degli aiuti alimentari all’esercito (al massimo il 15% degli aiuti andò ai civili), nascosero i costi umani del programma di ricollocamento, accompagnarono l’esercito etiope nella sua corsa facendogli “guadagnare accesso alle aree afflitte dalla carestia” e, ciliegina sulla torta, si lamentarono a gran voce che i loro sforzi umanitari erano ostacolati quando l’eplf o il tplf riconquistarono il territorio! Alex de Waal, codirettore di African Rights, ci ha donato un resoconto accurato e illuminante di questa truffa, importante soprattutto perché l’autore del testo fu coinvolto direttamente negli eventi di cui parla (Alex de Waalm, op. cit., pp. 115-127).

20 Mark Duffield, op. cit.

21 Joanna Macrae e Anthony Swi, op. cit.

22 Joseph Hanlon, Mozambique and Peace Without Profit. How the IMF Blocks Rebuilding in Mozambique, James Currey, Oxford 1996.

23 Analogamente alla “nuova schiavitù” discussa da Kevin Bales, dove i proprietari di schiavi contemporanei in Thailandia e Brasile rifuggono dalla responsabilità dei propri schiavi, in modo che siano “usa e getta” quando non generano più profitto (Disposable People. New Slavery in the Global Economy, University of California Press, Berkeley 1999; Trad. It. I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, traduzione di Maria Nadotti, Feltrinelli, Milano 2010).

24 Adam Hochschild, King Leopold’s Ghost, Houghton Mifflin Co., Boston 1998; Trad. It. Gli spettri del Congo. La storia di un genocidio dimenticato, traduzione di Roberta Zuppet, Garzanti, Milano 2022.

25 John Walton e David Seddon, op. cit.

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Il complesso allopatico e le sue conseguenze. https://deditore.com/2024/12/11/il-complesso-allopatico-e-le-sue-conseguenze/ Wed, 11 Dec 2024 00:51:34 +0000 https://deditore.com/?p=15238 Il complesso allopatico e le sue conseguenze

di Luigi Mangione

Il 4 dicembre, Luigi Mangione ha messo in atto un elaborato piano per uccidere Brian Thompson, CEO della UnitedHealth Group, compagnia assicurativa americana nota per le sue inique politiche di rimborso. Brian Thompson stesso si è reso protagonista di alcune controverse pratiche aziendali, riassumibili nella massima Delay, Deny, Defend, ossia Ritardare, Negare, Difendersi (in tribunale). Ritardare le risposte e i chiarimenti. Negare rimborsi e pagamenti. Eventualmente, difendersi in tribunale, dove raramente si arriva a causa dei costi delle cause di questo tipo. Luigi Mangione ha risposto con Deny, Defend, Depose, come scritto sui bossoli rinvenuti sulla scena. Il 10 dicembre, Luigi Mangione è stato catturato in un McDonald, ad Altoona, denunciato probabilmente da un dipendente. Da quel momento, si sono scoperte moltissime cose grazie all’uso dei suoi social: dal suo amore per Ted Kaczynski, ai suoi precedenti lavori. A quanto pare, Luigi Mangione avrebbe scritto un breve articolo (pubblicato su Substack e prontamente cancellato dalla piattaforma – anche se non abbiamo a ora la certezza che sia suo) e una lettera diretta agli agenti dell’FBI nel caso fosse stato preso. Qui di seguito, troverete l’articolo, successivamente, la lettera trovata al momento dell’arresto. Una nota: nonostante non abbiamo la certezza della paternità intellettuale dell’articolo, abbiamo comunque deciso di tradurlo perché apre una finestra sulla politica sanitaria statunitense che reputiamo di sicuro interesse per il pubblico italiano.

Il secondo emendamento lascia intendere che ogni cittadino è il capo esecutivo e comandante in capo del proprio esercito. Pertanto, autorizza alla mia autodifesa in risposta a un’entità ostile che muove guerra a me e alla mia famiglia.

Nelson Mandela afferma che nessuna forma di violenza può essere perdonata. Camus sostiene che tutto è uguale, che tu viva o muoia, o che tu beva una tazza di caffè. MLK [Martin Luther King, N.d.T.] dice che la violenza non porta mai una pace duratura. Gandhi dice che la non-violenza è la forza più potente a disposizione degli esseri umani.

Ecco chi sono gli individui che ci dicono essere eroi. Ecco chi sono i nostri rivoluzionari.

Ma tutto questo non è forse funzionale al capitalismo? La non-violenza fa sì che il Sistema continui a funzionare a pieno regime.

A cosa ci ha portato [la non-violenza, N.d.T.]? Guardatevi allo specchio.

Il Sistema vuole che noi siamo non-violenti, così che possa ingrassare grazie al sangue che ci viene tolto.

L’unica via d’uscita è usare la violenza. Non tutti ce la faranno. Ogni individuo è il capo di sé stesso, e ogni individuo sa cosa può e cosa non può tollerare.
Ne Il Gladiatore, Massimo recide via il tatuaggio militare che lo identifica come membro della legione romana. Il suo amico gli chiede “È il segno del tuo dio?”. Mentre Massimo incide più a fondo la sua stessa carne, mentre il suo stesso sangue cola lungo la pelle, Massimo sorride e annuisce di sì. Il tatuaggio rappresenta l’Imperatore, che è anche Dio. Il Dio-Imperatore si è reso parte della carne di Massimo. L’unico modo per distruggere l’Imperatore è distruggere se stesso. Massimo sorride attraverso il dolore perché sa che è necessario.

Queste potrebbero essere le mie ultime parole. Non so quando verranno a prendermi. Resisterò a qualsiasi costo. Ecco perché anche io sorrido attraverso il dolore.


Quando mia madre aveva quarantuno anni, le è stata diagnosticata una grave forma di neuropatia. Le è stato detto che era iniziata dieci anni prima, con sensazioni di bruciore ai piedi e occasionali fitte lancinanti. All’inizio il dolore durava solo qualche istante, poi si attenuava in formicolio. Poi in intorpidimento, e infine si attenuava, fino a scomparire dopo qualche giorno.

All’inizio lo ignorava. Poi il dolore iniziava a comparire un paio di volte all’anno. Poi ogni paio di mesi. Poi un paio di volte al mese. Poi ogni settimana. A quel punto, quando il formicolio si trasformava in intorpidimento, il dolore ricominciava, ed era costante. A quel punto, persino spostarsi dal divano alla cucina per preparare qualcosa da mangiare era diventato un’impresa enorme.

Ha iniziato con l’ibuprofene, finché i dolori di stomaco e il reflusso acido la spinsero a passare al paracetamolo. Poi, con i mal di testa e le insonnie, tornò all’ibuprofene.

Il primo dottore a cui si rivolse, le disse che erano effetti psicosomatici derivati dallo stress. Non c’era nulla che non andasse. Doveva solo rilassarsi, ridurre lo stress, dormire di più.

Il secondo medico disse che era un nervo compresso nella colonna vertebrale. Serviva un intervento chirurgico alla schiena. Costo: $180.000. Recupero minimo di sei mesi per tornare a camminare. Dodici mesi per un recupero completo, evitando di fare sforzi come sollevare oggetti più pesanti di dieci libbre [5 kg, N.d.T.].

Il terzo medico fece degli esami sulla conduzione nervosa, un’elettromiografia, una risonanza magnetica e analisi del sangue. Ogni esame aveva un costo tra i 800 e i 1.200 $. Raggiunse la franchigia di 6.000 $ del piano UnitedHealthcare in ottobre. Poi il medico andò in vacanza, e mia madre non poté riprendere gli esami se non a gennaio, quando la franchigia si azzerò.

Gli esami mostrarono una neuropatia grave. L’intervento da 180.000 $ sarebbe stato inutile.

Prescrissero oppiacei per il dolore. All’inizio il sollievo giustificava la costante foschia mentale e la stitichezza. Non me ne parlò subito. Ricordo solo che facemmo un viaggio dopo anni, quando mi portò a Monterey per visitare l’acquario. Vidi una lontra dal vivo, che nuotava sulla schiena. Partimmo alle 7 del mattino ascoltando i Green Day per tutte e quattro le ore di viaggio.

Col tempo, gli oppiacei smisero di funzionare. La resero più sensibile al dolore e soffriva sintomi di astinenza dopo appena due o tre ore.

Poi arrivò il gabapentin. A quel punto il dolore era così intenso che non poteva fare esercizio, peggiorando l’aumento di peso causato dal rallentamento del metabolismo e dai cambiamenti ormonali. E il gabapentin non aiutava quasi per nulla, lasciandola così esausta da trascorrere intere giornate a letto.

Poi provò con i corticosteroidi, ma non ebbero alcun effetto.

Il dolore era così forte che sentivo mia madre svegliarsi di notte e urlare. Correvo nella sua stanza chiedendole se stava bene. Alla fine ho smesso di alzarmi. Le sue urla erano grida angosciate di dolore senza parole, o a volte urlava la parola “cazzo”, strascicata e distorta fino al limite. Mi giravo dall’altra parte e cercavo di dormire.

E questo accadeva mentre ci prosciugavano con appuntamenti su appuntamenti, visite specialistiche e altre scansioni diagnostiche. Ogni appuntamento sarebbe dovuto essere completamente coperto dall’assicurazione sanitaria, ma le richieste di rimborso venivano costantemente ritardate o rifiutate. La medicina allopatica non fece nulla per alleviare la sofferenza di mia madre. Eppure è il fondamento della nostra intera società.

Mia madre mi raccontava che quando andava bene, il dolore nervoso le dava sensazioni simili a quelle che avrebbe avuto se le sue gambe fossero immerse in acqua gelata. Quando andava male, invece, sembrava che le gambe fossero strette in una tenaglia, strette fino a quando le manopole non potevano più girare, poi schiacciate ancora fino a far sì che le ossa delle caviglie si spezzassero e incrinassero per accomodare la pressione della morsa. E andava male spesso.

Quando doveva andare in bagno, mia madre doveva strisciare strisciava sulle mani. Dormivo in soggiorno per mettere più distanza possibile tra me e le sue grida. Ma mi svegliavo lo stesso, e tornavo comunque a dormire.

Iniziai a pensare che non ci fosse nulla che potessi fare.


L’alto costo dei ticket [qui Mangione usa la parola copays, ossia un’abbreviazione di copayments, che sarebbe più corretto tradurre come quota di compartecipazione. Abbiamo scelto di tradurre con la parola ticket perché più semplice da comprendere per il pubblico italiano] rendeva impossibile una cura costante. I nuovi trattamenti venivano rifiutati perché considerati come “non necessari dal punto di vista medico”. I vecchi trattamenti non funzionavano e ci costavano comunque migliaia di dollari.

UnitedHealthcare limitava le visite specialistiche a due all’anno.

Poi si rifiutarono di coprire le scansioni avanzate, richieste dagli specialisti per un appuntamento.

Le autorizzazioni preventive richiedevano settimane, poi mesi.

UnitedHealthcare cambiava costantemente la procedura per presentare le richieste di rimborso. Dicevano che il medico di mia madre doveva inviare per fax le sue note. Poi UnitedHealthcare diceva di non archiviare la corrispondenza dei pazienti inviata per fax e richiedeva una copia cartacea delle note digitati del medico che doveva essere spedita per posta. Poi dicevano di non aver mai ricevuto le note. Non potevano approvare la richiesta fino a quando queste note non fossero state ricevuto e archiviate.

Avevano promesso di coprire le spese, e avevano infranto la promessa fatta a mia madre.

A ogni ritardo, la mia rabbia cresceva. A ogni rifiuto, la mia voglia di scaraventare i dottori attraverso il vetro della sala d’attesa dell’ospedale aumentava.

Ma non erano loro i responsabili. Non erano i medici, le receptionist, gli amministratori, i farmacisti, i tecnici di imaging, o chiunque altro incontrassimo. Era UnitedHealthcare.


Le persone stanno morendo. Il male è diventato istituzionalizzato. Le corporazioni guadagnano miliardi di dollari sul dolore, la sofferenza, la morte e le grida angosciate nella notte di milioni di americani.

Abbiamo stipulato un accordo per l’assistenza sanitaria con un contratto legalmente vincolante che prometteva cure commisurate ai nostri pagamenti assicurativi e alle nostre necessità mediche. Poi UnitedHealthcare cambia le regole per adattarle ai propri profitti. Pensano di poter dettare le regole e che, poiché è legale farlo, nessuno possa punirli.

Pensano che non ci sia nessuno là fuori a fermarli.


 

Ora sono io quello con un dolore cronico alla schiena che mi sveglia nella notte, sono io a urlare di dolore la notte. Ho cercato un diverso tipo di cura, un antidoto vero a ciò che affligge noi tutti.

Aspetto il momento giusto, risparmiando le ultime forze per sferrare il colpo decisivo. Tutti gli estrattori [di sangue, N.d.T.] devono essere costretti a ingoiare il dolore amaro che infliggono a milioni di persone.


Come capi di noi stessi, è nostro obbligo morale migliorare la nostra stessa vita. Prima di tutto, dobbiamo cercare di migliorare le nostre condizioni e difenderci. Facendo ciò, le nostre azioni avranno effetti a catena che potranno migliorare la vita degli altri.

Le regole esistono tra due individui, in una rete che copre l’intero pianeta. Alcune di queste regole sono scritte. Alcune emergono dal rispetto naturale tra due persone. Alcune sono definite da leggi fisiche, come le proprietà della gravità, del magnetismo o dell’energia potenziale immagazzinata nei legami chimici del nitrato di potassio.

Nessun documento meglio incarna la convinzione che tutte le persone siano uguali in termini di status e morale, disegnando una cornice entro la quale sia possibile favorire il benessere collettivo, come la Costituzione degli Stati Uniti.

Scrivere una regola la trasforma in una legge. E a me della legge non frega un cazzo. La legge non significa nulla. Ciò che conta è seguire la guida della nostra logica e ciò che impariamo da chi ci ha preceduto per massimizzare il nostro benessere, che a sua volta massimizzerà il benessere dei nostri cari e della comunità.

Ed è qui che UnitedHealthcare ha commesso il più grave errore. Hanno violato il loro contratto con mia madre, con me e con decine di milioni di altri americani. Questa minaccia alla mia salute, alla salute della mia famiglia e alla salute del nostro popolo richiede una mia risposta con un atto di guerra.

FINE


La lettera di Luigi Mangione

di Luigi Mangione

Il documento che segue, in originale scritto a mano, è stato trovato negli abiti di Luigi Mangione.

Agli agenti federali, sarò breve, perché rispetto ciò che fate per il nostro paese. Per risparmiarvi un’indagine lunga e complicata, dichiaro chiaramente che non ho lavorato con nessuno. È stato tutto piuttosto banale: un po’ di ingegneria sociale elementare, nozioni base di CAD e molta pazienza. Il quaderno a spirale, se lo troverete, contiene alcune note sparse e liste di cose da fare che chiariscono l’essenza della questione. I miei device tecnologici sono abbastanza protetti perché lavoro nel campo dell’ingegneria, quindi probabilmente non troverete molte informazioni lì.

Mi scuso per eventuali difficoltà o traumi causati, ma era necessario. Francamente, questi parassiti se lo meritavano.

Un promemoria: gli Stati Uniti hanno il sistema sanitario più costoso al mondo, eppure siamo circa al 42º posto per aspettativa di vita. United è la [indecifrabile] azienda più grande negli Stati Uniti per capitalizzazione di mercato, seconda solo ad Apple, Google e Walmart. Ha continuato a crescere, ma la nostra aspettativa di vita? No. La realtà è che questi [indecifrabile] sono diventati semplicemente troppo potenti, e continuano a sfruttare il nostro paese per immensi profitti perché il pubblico americano ha permesso loro di farla franca.

Ovviamente, il problema è più complesso, ma non ho spazio, e francamente non pretendo di essere la persona più qualificata per esporre l’intero argomento. Tuttavia, molti hanno già messo in luce corruzione e avidità (es.: Rosenthal, Moore) decenni fa, e i problemi rimangono ancora. Non è più una questione di consapevolezza, ma i giochi di di potere in atto sono chiari. Evidentemente sono il primo ad affrontarli con una tale onestà brutale.

 

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Cosa hanno fatto i democratici per non vincere? https://deditore.com/2024/11/08/la-storia-si-ripete-prima-come-farsa-poi-come-tragedia/ Fri, 08 Nov 2024 16:25:16 +0000 https://deditore.com/?p=15192 Cosa hanno fatto i democratici per non vincere?

di CrimethInc

Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali del 2024. Ciò significa che dovremo combattere di nuovo molte delle battaglie che abbiamo già intrapreso tra il 2017 e il 2020. Ma prima, per capire la portata di ciò che stiamo affrontando, dobbiamo analizzare in che modo siamo giunti alla situazione attuale.


La patata bollente è in altre mani

Da tempo sosteniamo che nel XXI secolo il potere statale sia una patata bollente. Essendo che la globalizzazione e il neoliberismo hanno reso difficile, per le strutture statali, mitigare l’impatto del capitalismo sulla gente comune, nessun partito è in grado di mantenere il potere statale a lungo senza perdere credibilità. Negli ultimi mesi, infatti, sconfitte clamorose hanno minato i partiti al potere in Francia, Austria, Regno Unito e Giappone.

Nelle elezioni del 2024, sia Kamala Harris che Donald Trump erano già compromessi con il potere statale. Ma era Harris quella associata all’amministrazione in carica. Questo è uno dei motivi per cui ha perso. Decine di milioni di elettori hanno votato Trump sostenendo convintamente il suo programma, certo. Ma moltissimi altri elettori che lo hanno portato alla vittoria stavano semplicemente esprimendo un voto di protesta.

I Democratici hanno fatto tutto il possibile per associarsi all’ordine dominante: dal loro ulteriore slittamento a destra, al respingere il sostegno dei membri più “radicali” del partito, sino alla criminalizzazione dei movimenti dal basso e di protesta. Questa era una scommessa persa in partenza, soprattutto se consideriamo che si tratta di un momento storico in cui le persone vogliono un cambiamento.

Ma quale sarà la reazione di quella parte del paese che non ci sta a questo appiattimento ideologico? Se i vertici del Partito Democratico decideranno di accettare di essere dei semplici giullari del fascismo, il futuro potrebbe essere davvero cupo. D’altra parte, se metà del Paese resisterà al programma di Trump, una parte della leadership democratica non potrà far finta di nulla, e dovrà per forza rappresentare quella parte della popolazione, come già successo nel 2017.

Cosa succederà in seguito, lo dirà la piazza.


Il partito della complicità

I repubblicani sono diventati un partito fascista. Prima di queste elezioni, i Democratici si sono affermati come il partito della complicità al fascismo.

A che serve definire Donald Trump come un fascista, se poi non si fa altro che spingere le persone a votarlo? Se davvero Trump intende introdurre il fascismo negli Stati Uniti – se, come ha esplicitamente promesso, caccerà milioni di persone (“la più grande operazione di deportazione interna della storia americana”), se manderà l’esercito nelle strade per reprimere le proteste e se davvero userà il sistema giudiziario per colpire chiunque si opponga a lui – se tutto questo è vero, allora limitarsi a una mera opposizione elettorale significa accogliere il fascismo a braccia aperte.

Quando il fascismo è in arrivo, la cosa giusta da fare è organizzare reti sotterranee di resistenza, come fecero i partigiani antifascisti italiani e francesi negli anni Venti e Trenta. La cosa giusta da fare è prepararsi a resistere con ogni mezzo necessario. Qualsiasi altra scelta, che non si avvicini a quest’ultima, vuol dire essere complici di Trump.

Rafforzare le istituzioni attraverso le quali i fascisti attueranno le loro politiche è complicità; normalizzare la violenza contro le persone che i fascisti intendono colpire è complicità; consegnare le piattaforme di comunicazione attraverso le quali le persone condividono le informazioni è complicità; scoraggiare le persone a utilizzare le tattiche necessarie per combattere un regime fascista è complicità.

Negli ultimi quattro anni, i Democratici hanno fatto tutte queste cose.

La leadership del partito democratico è già disposta a coesistere con i fascisti, a farsi governare dai fascisti. Preferirebbero il fascismo ad altri quattro anni di proteste tumultuose. Avere un partito più autoritario al potere dà loro un alibi – li fa apparire una salvezza al confronto, anche se sono quelli che stanno portando la gente nelle strade e stanno spianando la strada a Trump per realizzare il suo programma.


La strada che porta al fascismo: perché i Democratici sono colpevoli di questa situazione

La polizia

I Democratici dell’era Biden-Harris hanno raddoppiato il loro sostegno alla polizia, proprio quando milioni di persone in tutti gli Stati Uniti si chiedevano se fosse giunto invece il momento di cercare un modo più efficace per affrontare la povertà e le crisi di salute mentale, piuttosto che continuare a convogliare massicce quantità di fondi pubblici verso la militarizzazione dei dipartimenti di polizia. Quando Trump tornerà in carica nel 2025, i dipartimenti di polizia del Paese che l’amministrazione Biden ha finanziato e glorificato saranno in prima linea nell’imporre l’agenda di Trump.

La svolta pro-polizia del Partito Democratico ha contribuito a far eleggere nel 2020 ex-poliziotti come il sindaco di New York Eric Adams. L’amministrazione di Adams è stata un disastro; attualmente è il primo sindaco di New York a dover affrontare accuse federali, tra cui corruzione, cospirazione e frode. Trump ha poi contattato Adams: tra corrotti, ci si intende. Questo è ciò che accade quando si mette il potere dello Stato direttamente nelle mani delle forze della repressione.


La legge

A partire dall’inizio della prima amministrazione Trump, i democratici hanno concentrato le loro critiche a quest’ultimo sull’idea che quanto stava facendo fosse illegale, utilizzando lo slogan “Nessuno è al di sopra della legge”.

Come abbiamo sostenuto nel 2018,

Se si sta cercando di gettare le basi per un potente movimento sociale contro il governo di Trump, “nessuno è al di sopra della legge” è una narrazione autolesionista. Che cosa succederà quando una legislatura scelta da gerrymander approverà nuove leggi? Cosa succederà quando i tribunali impilati con i giudici nominati da Trump si pronunceranno a suo favore? Cosa farete quando l’FBI reprimerà duramente le proteste?

Ora, con la Corte Suprema controllata dai candidati di Trump e con quest’ultimo che si prepara a riprendere il potere, avremo modo di conoscere le risposte a queste domande. Chiunque sia determinato a impedire a Trump di portare avanti il suo programma dovrà essere pronto a infrangere le leggi che la legislatura di Trump approverà e i giudici di Trump applicheranno.

Marciare sotto lo striscione “nessuno è al di sopra della legge” significa sputare in faccia a tutti coloro per i quali il funzionamento quotidiano della legge è un’esperienza di oppressione e ingiustizia. È rifiutare la solidarietà con i settori della società che potrebbero dare a un movimento sociale contro Trump una spinta nelle strade. Infine, significa legittimare lo stesso strumento di oppressione – la legge – che Trump finirà per usare per reprimere il movimento.

Come abbiamo avvertito lo scorso luglio, una vittoria di Trump significa che tutte le istituzioni su cui i centristi hanno contato per proteggersi – la politica elettorale, il sistema giudiziario, la polizia, l’inclinazione dei cittadini comuni a obbedire alla legge e a rispettare le autorità – sono ora armi nelle mani dei loro nemici. Questo vale soprattutto per la legge.

I Media

Quando i proprietari di Twitter lo vendettero a Elon Musk nel 2022, capirono che stavano mettendo il controllo della principale piattaforma di comunicazione politica del XXI secolo nelle mani di un megalomane di estrema destra. Una delle prime cose che Musk fece fu quella di bannare alcuni dei più noti account anarchici che avevano contribuito a mobilitare le persone durante la prima amministrazione Trump. Questo è stato un passo avanti nel processo di riduzione di Twitter a veicolo di propaganda di estrema destra.

Come abbiamo sostenuto all’epoca,

l’acquisizione di Twitter da parte di Musk non è solo il capriccio di un singolo plutocrate: è anche un passo verso la risoluzione di alcune contraddizioni all’interno della classe capitalista, al fine di stabilire un fronte unificato contro i lavoratori e tutti coloro che subiscono la violenza del sistema capitalista.

In effetti, il finanziamento di un gruppo di miliardari è stato uno dei fattori principali che ha permesso a Trump di vincere le elezioni del 2024. I miliardari sono stati in grado di spostare la loro fedeltà a Trump in parte perché, con le piattaforme di comunicazione e le proteste di piazza messe sotto controllo, non hanno dovuto temere che una seconda amministrazione Trump avrebbe creato un caos negativo per gli affari.

Questo ci porta al punto successivo.

Svuotare le strade

Lo sforzo dei Democratici di screditare e svuotare il movimento anti-polizia ha fatto direttamente il gioco dei loro avversari, preparando la strada a Trump per tornare al potere senza opporre resistenza.

Competendo con i Repubblicani per affermarsi come partito della legge e dell’ordine, i Democratici hanno permesso ai Repubblicani di portare il dibattito sulla “criminalità” così a destra che Trump e i suoi scagnozzi hanno potuto fare affidamento sulla retorica della criminalità anche se i crimini violenti sono diminuiti per anni. Questo contrasta drammaticamente con il modo in cui Donald Trump si è rifiutato di ridimensionare di un millimetro i suoi discorsi.

Allo stesso tempo, i Democratici hanno cercato di impedire ai nuovi movimenti di prendere slancio. Quando l’accesso all’aborto è stato limitato in tutto il Paese, ad esempio, i Democratici hanno fatto del loro meglio per impedire un’efficace mobilitazione popolare in risposta.

Ha giovato alle prospettive elettorali dei Democratici per il 2024 svuotare le strade? Torniamo al 2020 per avere una risposta.

All’epoca, in diversi articoli, i centristi espressero il timore che gli scontri di piazza del maggio e del giugno 2020 potessero favorire elettoralmente Donald Trump. Eppure, le iscrizioni degli elettori democratici nel giugno 2020 sono aumentate del 50%, mentre quelle dei repubblicani sono cresciute solo del 6% in quel mese. Coloro che hanno citato le proteste come fattore determinante per la scelta del voto nel 2020 hanno votato per Joe Biden con un margine del 7%.

In altre parole, la rivolta per George Floyd ha contribuito a far eleggere Biden.

E ricordate: la rivolta per George Floyd non è iniziata con una campagna di iscrizione elettorale. È iniziata con l’incendio di una caserma di polizia. Secondo un sondaggio di Newsweek, il 54% degli intervistati riteneva che quell’azione fosse giustificata. Se ciò non fosse avvenuto, il movimento non sarebbe riuscito a far parlare degli omicidi di George Floyd, Breonna Taylor e altri, e non ci sarebbe stato alcun guadagno elettorale per il Partito Democratico. Non c’è modo di creare movimenti potenti senza agire concretamente contro le cause dell’ingiustizia.

Avendo la possibilità di cooptare i movimenti di resistenza, i Democratici avrebbero beneficiato di movimenti più potenti nel 2021-2024. Invece, hanno preferito perdere.

La cricca dei politici

La campagna di Harris ha ricevuto il sostegno dell’ex presidente George W. Bush, dell’ex rappresentante Liz Cheney, del conduttore di talk-radio conservatore Charlie Sykes e di molte altre figure di destra. Questo non solo perché il programma di Trump era scioccante anche per coloro che in precedenza rappresentavano il volto dell’establishment repubblicano, ma anche perché Harris rappresentava un modello politico centrista, lasciando che fossero i repubblicani a determinare il discorso su questioni come l’immigrazione.

Come abbiamo precedentemente sostenuto:

il sistema bipartitico statunitense funziona come un cricchetto, con il Partito Repubblicano che si sposta sempre più a destra, mentre i Democratici, nel tentativo di acquisire credibilità e potere, inseguono il centro politico, con il risultato che alcuni discorsi politici non possono semplicemente più essere affrontati.

Questa strategia ha aiutato i repubblicani a normalizzare quelle che un tempo erano idee marginali sull’immigrazione e sulla criminalità. Ma i democratici non ne hanno approfittato.

Per tornare indietro, possiamo vedere che la vittoria di Trump nel 2024 segna un punto di svolta cruciale nel discorso politico del XXI secolo. Quando Trump è stato eletto nel 2016, il consenso neoliberale sembrava invincibile; la sua vittoria sembrava rappresentare un caso fortuito in cui un politico atipico era salito al potere cooptando la retorica del cosiddetto movimento anti-globalizzazione. Oggi è chiaro che il periodo d’oro del consenso neoliberale è finito e che qualcosa di diverso dovrà venire dopo. Eppure, per decenni, i Democratici hanno collaborato con i Repubblicani per schiacciare i movimenti che proponevano un’alternativa. Hanno soppresso le forze all’interno del loro stesso schieramento, come la campagna di Bernie Sanders, che rappresentavano una via d’uscita; questo è stato ciò che ha reso possibile a Trump di presentarsi fittiziamente come un rappresentante della ribellione.

In questo modo è diventato inevitabile che l’estrema destra abbia il potere nella prossima fase, dal momento che i Democratici hanno contribuito a sopprimere le alternative anarchiche, antiautoritarie e di sinistra.


Desensibilizzazione del pubblico

Infine, cosa straziante, l’amministrazione Biden ha già fatto gran parte del lavoro per desensibilizzare l’opinione pubblica al programma che una seconda amministrazione Trump, ormai incoraggiata, cercherà di portare avanti. Soprattutto, l’amministrazione Biden ha ottenuto questo risultato sostenendo l’esercito israeliano nella realizzazione di un brutale genocidio a Gaza. Così facendo, Biden e Harris hanno abituato milioni di persone all’idea che la vita umana non abbia alcun valore intrinseco, che sia accettabile massacrare, imprigionare e tormentare le persone in base al loro stato di appartenenza a un gruppo demografico mirato.

Questo è esattamente il tipo di ambiente che permetterà a Donald Trump di attuare il genere di politiche interne brutali che ha intenzione di realizzare quando tornerà in carica tra due mesi e mezzo.


La strada da percorrere

Non possiamo, infine, incolpare i Democratici di tutto. Siamo noi che non siamo riusciti a costruire movimenti abbastanza potenti da sopravvivere ai loro sforzi di soppressione. Siamo noi che non siamo ancora pronti a impedire a Trump di deportare milioni di persone e di destinare altri miliardi di dollari ai miliardari e all’apparato di sicurezza dello Stato.

Fortunatamente, questa storia non è ancora finita.

Abbiamo la responsabilità di non lasciare che le statistiche elettorali ci smobilitino. Come abbiamo scritto nel 2016, in risposta alla prima vittoria di Trump,

Le elezioni servono a mostrarci l’un l’altro nel momento peggiore, distillando gli aspetti più offensivi, vigliacchi e servili della specie. Molte persone che non strapperebbero mai personalmente una madre ai suoi figli sono in grado di approvare la deportazione dalla privacy di una cabina elettorale, proprio come la maggior parte delle persone che mangiano carne non potrebbero mai lavorare in un macello. Se non fosse per l’alienazione che caratterizza il governo stesso, la maggior parte delle terribili politiche che compongono l’agenda di Trump non potrebbero mai essere attuate.

Ci sarà una breve finestra di possibilità quando milioni di persone che avevano contato sui Democratici per tenersi al sicuro si sveglieranno e si renderanno conto che siamo l’unica speranza l’uno per l’altro. Dobbiamo agire immediatamente per entrare in contatto tra di noi, per ristabilire tutto ciò che abbiamo perso dal 2020.

Dobbiamo intraprendere progetti proattivi che ci distinguano dai partiti politici, progetti che mostrino ciò che tutti hanno da guadagnarci con le nostre proposte e che offrano l’opportunità a persone di ogni estrazione sociale di essere coinvolte nel progetto di cambiare il mondo in meglio.

La buona notizia è che possiamo farlo. Lo abbiamo già fatto. Ci vediamo in prima linea.


Pubblicato per gentile concessione di CrimethInc. La versione inglese dell’articolo è disponibile a questo link.

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Lettera a un eco-centrista (2003) https://deditore.com/2024/10/21/lettera-a-un-eco-centrista-2003/ Mon, 21 Oct 2024 12:00:22 +0000 https://deditore.com/?p=15094 Lettera a un eco-centrista (2003)

di Theodore J. Kaczynski, aka Unabomber


In occasione della pubblicazione del secondo volume di Theodore J. Kaczynski, Colpisci dove più fa male, pubblichiamo uno dei documenti contenuti nel volume, inedito sinora sia in italiano che in inglese. Questa lettera, inviata il primo luglio del 2003 a un amico di penna anonimo e catalogata dallo stesso Kaczynski con il titolo che potete leggere (ossia, Lettera a un eco-centrista) attualmente è conservato negli archivi dell’Università del Michigan, Box 21, Folder 841.

Caro […]

Ho da poco concluso una sessione di lavoro legale che mi ha impegnato per diversi giorni, e ora me ne aspetta un’altra a breve, anche in parte a causa della negligenza di Quin Denvir1. Ma non permetterò che le questioni legali dominino la mia vita, almeno non tanto da non permettermi di rispondere alle tue ultime lettere. Non risponderò in ordine cronologico, ma inizierò con quella che credo sia la più importante, ossia la lettera che mi hai spedito il 21 maggio del 2003.

Innanzitutto, riguardo alle tue osservazioni sulla rabbia e sugli anarchici in generale, e sulla [violenza] in particolare. Tu respingi la rabbia come motivazione e spinta per cambiare il Sistema, definendola una ragione “antropocentrica”. Concordo con la tua critica all’antropocentrismo: ritengo che il benessere della natura selvaggia, della biosfera, o della totalità della vita sulla Terra, chiamiamola come vogliamo, debba essere un fine in sé, non solo un mezzo per soddisfare i bisogni umani. In altre parole, il benessere della natura selvaggia viene prima, la soddisfazione dei bisogni umani dopo.

Tuttavia, gli esseri umani, e le emozioni, i bisogni e le pulsioni umane, non possono essere esclusi dall’equazione. Dobbiamo considerare gli esseri umani perché sono la fonte del problema. Non sono i cervi, i lupi, i serpenti o le zanzare a distruggere il pianeta – sono gli esseri umani. Per risolvere il problema dobbiamo lavorare con o sugli esseri umani. Per farlo con successo, dobbiamo pensare alla natura umana ancora prima che alla natura selvaggia. Dobbiamo chiederci: cosa porta una persona a dare più valore alla natura selvaggia che al benessere umano? Cosa può motivare qualcuno a combattere il Sistema in favore della natura selvaggia, anche a costo di grandi sacrifici personali?

Per quanto mi riguarda, il mio impegno per la natura selvaggia è nato dal fatto che vivere a stretto contatto con essa soddisfaceva i miei bisogni più profondi. Mi dava libertà, mi offriva uno scopo, mi donava tranquillità, mi mostrava una bellezza che nessuna opera d’arte umana potrebbe mai avvicinare. Mi offriva tutto questo e altro ancora, come un tutto integrato e come uno stile di vita. Di conseguenza, mi dava un senso di soddisfazione nella vita.

Ho quindi iniziato ad amare la natura selvaggia per ciò che mi dava. Puoi chiamarlo antropocentrico se vuoi, ma non credo che qualcuno possa diventare così devoto alla natura per semplice ispirazione divina. Le persone si affezionano alla natura per ciò che essa offre loro. Scommetto che anche tu hai sviluppato un legame con la natura selvaggia per ciò che ti ha dato.

Ma quando l’esperienza della natura va abbastanza a fondo, si sviluppa una riverenza per essa e si inizia ad amarla in quanto tale, non solo per ciò che se ne ottiene. In altre parole, si va oltre l’antropocentrismo. Tuttavia, il processo che porta a quel punto inizia con la soddisfazione di alcuni bisogni umani che solo la natura può soddisfare.

Dobbiamo inoltre riconoscere che molte persone vogliono liberarsi del Sistema tecnologico-industriale per ragioni puramente antropocentriche, ossia perché il Sistema è dannoso per gli esseri umani. Non penso che dovremmo respingere alleanze con tali persone—purché siano veramente impegnate a eliminare il Sistema e disposte ad accettare i danni temporanei che ciò comporterà per l’intera razza umana.

Anche coloro che hanno superato l’antropocentrismo potrebbero facilmente dire: “Non c’è nulla che io possa fare”, per poi arrendersi a un atteggiamento passivo e rassegnato. Molti amanti della natura fanno proprio questo. E non si può dire che il loro atteggiamento sia irrazionale. Combattere il Sistema è estremamente difficile; si deve lavorare contro ogni probabilità. Quindi perché farlo? Cosa motiverebbe qualcuno a continuare a combattere contro tali ostacoli?

Non posso rispondere per gli altri, ma posso dirti cosa motiva me a continuare a lottare: la rabbia. E ho un forte sospetto che anche la tua volontà di continuare a lottare sia alimentata da una rabbia simile alla mia. La differenza tra te e chi fa parte di movimenti anarchici è che la tua rabbia è controllata e costituisce una fonte produttiva di energia e determinazione, mentre la maggior parte degli anarchici americani (almeno, quelli di cui ho notizia) sono persone sconsiderate, disorganizzate e gravemente carenti di autocontrollo. La loro rabbia si manifesta in modi insensati e casuali. Fanno cose stupide come rompere le vetrine di McDonald’s, bestemmiare e suonare musica a tutto volume solo per infastidire la gente. Giocano a fare i rivoluzionari, ma la maggior parte di loro non è utile alla causa rivoluzionaria (naturalmente, ci sono eccezioni).

Come te, sono disgustato da queste persone, e penso che la maggior parte di loro sia irrecuperabile. Non impareranno mai, perché semplicemente non hanno capacità di autocontrollo.

Per quanto riguarda [cancellato], non so cosa ti abbia scritto (a parte le poche cose che hai citato nella tua lettera), ma sulla base di ciò che ha scritto a me, direi che è brillante, che ha desiderio di autocontrollo, di imparare e che è potenzialmente capace di autocontrollo. Suppongo che il motivo per cui esprime pensieri rabbiosi senza freni sia, almeno in parte, che ha passato troppo tempo in compagnia di anarchici e ha acquisito le loro cattive abitudini. Penso che possiamo insegnargli a mantenere la sua rabbia sotto controllo, a dirigerla in modo intelligente e a usarla come una fonte produttiva di energia. Potrei sbagliarmi, ma c’è solo un modo per scoprirlo: provando.

* * *

Ora, riguardo a Deep Ecology for the 21st Century2: per diversi anni, fino a circa un anno fa, ho avuto una copia qui con me. Ne ho letto solo una parte – molto meno della metà – e non mi è piaciuto ciò che ho letto. Ho tenuto il libro principalmente perché volevo scrivere una critica, ma non ho mai avuto tempo, e alla fine l’ho eliminato per fare spazio ad altri libri.

Non ricordo esattamente quali parti di Deep Ecology ho letto, ma so di aver letto un saggio di Arne Næss. Ti dirò perché non mi è piaciuto, ma tieni presente che mi sto affidando alla mia memoria di quanto ho letto diversi anni fa, e potrei ricordare male. Quindi, se alcune delle mie critiche sono fuori luogo a causa di errori di memoria, ti prego di correggermi. Inoltre, se vuoi, puoi chiarirmi le cose mandandomi alcune pagine di fotocopie del libro. (Le copie probabilmente mi saranno permesse.)

Ora, se ricordo correttamente, Arne Næss, il fondatore della Deep Ecology, dice qualcosa del genere: la Deep Ecology è una filosofia che dà priorità al benessere dell’ecosistema globale (chiamalo natura selvaggia, se vuoi) rispetto al benessere umano. Tuttavia, afferma che quando è necessario compromettere il benessere della natura selvaggia per salvare vite umane, questo deve essere fatto perché (secondo Næss) ogni specie deve prendersi cura della propria. Inoltre, sembra chiaro che Næss ha in mente una sorta di ruolo di tutela per la razza umana: la razza umana dovrebbe prendersi cura delle altre specie e mantenere sano l’ecosistema mondiale. Si prevede che la filosofia della Deep Ecology si diffonda lentamente; secondo Næss ci vorranno secoli perché diventi dominante. Eppure Næss non suggerisce in nessuna parte del suo saggio che la società industriale moderna debba essere eliminata. E non offre in nessun punto un obiettivo chiaro, definito e concreto per i sostenitori della Deep Ecology.

La critica più ovvia è che fare affidamento su una filosofia che si prevede si diffonda in centinaia di anni è idiota, perché tra centinaia di anni ci sarà ben poco, se non nulla, da salvare.

In secondo luogo, la posizione di Næss secondo cui le vite umane devono essere preservate anche a costo di danni all’ecosistema è incoerente con la sua posizione, ossia che il benessere dell’ecosistema mondiale debba avere la precedenza sul benessere umano. Se il benessere dell’ecosistema mondiale viene messo prima del benessere umano, molte persone moriranno di conseguenza. Sappiamo che la crescita economica e il cosiddetto “progresso” stanno distruggendo la natura selvaggia. Se la natura selvaggia deve essere salvata, questa malattia umana – una malattia che ci spinge a una crescita e un progresso senza freni – deve essere fermata, e fermata il prima possibile. Le conseguenze saranno disastrose: come qualsiasi economista ti dirà, se non solo interromperemo la crescita economica, ma addirittura la contrarremo, l’intera economia mondiale andrà a rotoli. Ci saranno disoccupazione di massa, gravi carenze di beni, un crollo dell’ordine sociale e, in molte parti del mondo, ribellioni armate e guerre. Anche ora c’è molto di questo tipo di cose in corso nel mondo. Se l’economia mondiale crolla, la situazione peggiorerà notevolmente. Vedi il Manifesto, ai paragrafi 111, 167, 1943.

Di conseguenza, eliminare la malattia della crescita e del progresso probabilmente porterà a una massiccia perdita di vite umane; cosa che, secondo la filosofia di Næss, non dovrebbe essere permessa. Così, la presunta necessità di proteggere la vita umana impedirà agli accoliti della Deep Ecology di adottare misure abbastanza drastiche da tirarci fuori dal baratro in cui ci troviamo.

Successivamente, la posizione di Næss, secondo cui la razza umana dovrebbe esercitare una sorta di custodia sul mondo naturale, implica in pratica che l’umanità continuerà a dominare il resto dell’ecosistema mondiale; l’unico vero cambiamento proposto da Næss è che d’ora in poi gli esseri umani dovrebbero esercitare il loro potere sulla natura in modo benevolo e con moderazione, piuttosto che nel modo spietatamente sfruttatore attuale.

Personalmente, non sono disposto in nessuna circostanza ad accettare che la società umana continui a dominare la natura selvaggia. Ma anche se non trovi obiettivamente riprovevole il dominio umano sulla natura, certamente troverai obiettabili le conseguenze: la convinzione di Næss che la società umana possa mantenere il suo potere sulla natura, ma esercitare tale potere con benevolenza e moderazione, è completamente irrealistica. Non accadrà mai. La filosofia della Deep Ecology non governerà mai lo sviluppo della nostra società.

Næss è caduto in un errore estremamente comune, cioè la convinzione che si possa guidare o dirigere lo sviluppo di una società stabilendo un codice, dei principi, una filosofia o qualcosa di simile secondo cui le persone dovrebbero governare il loro comportamento. La storia ha dimostrato che non puoi controllare lo sviluppo di una società. Vedi Manifesto, paragrafi 99-1094. Tanto meno puoi controllare lo sviluppo di una società introducendo una filosofia o un insieme di principi. Questa strada è stata già tentata più e più volte, e non ha mai avuto successo. I rivoluzionari russi cercarono di creare una società governata dai loro principi, non si sono limitati a divulgare i loro ideali. Ma sappiamo tutti come sono andate a finire le cose. I primi cristiani fecero dell’uguaglianza, della pace, della giustizia e così via i loro principi, ma non appena ebbero la possibilità di fare un accordo con l’imperatore Costantino, tradirono i loro ideali per l’azione pratica. Più tardi, dopo la caduta di Roma e durante il Medioevo, la religione cristiana, teoricamente pacifica, presiedette a un’epoca particolarmente violenta della storia europea. Anche l’Islam iniziò con principi di uguaglianza e giustizia, ma non andò meglio del cristianesimo: «Alla fine del governo dei califfi “rettamente guidati”, il sogno del Profeta di inaugurare una nuova era di uguaglianza e giustizia sociale rimase inappagato»5. I rivoluzionari francesi fallirono completamente nel creare una nuova società che fosse conforme ai loro ideali. Allo stesso modo, i rivoluzionari latinoamericani fallirono nel tentativo di incorporare i loro principi in una nuova forma di società. Alla fine della sua vita, Bolívar scrisse sconfortato che «chi serve una rivoluzione ara il mare»6 (era vero che i rivoluzionari latinoamericani “aravano il mare” nel senso che non riuscirono a stabilire il nuovo ordine di cui sognavano, ma riuscirono comunque a distruggere l’antico ordine7).

Si potrebbero elencare innumerevoli esempi simili. I tentativi di imporre dei principi a una società falliscono sempre. Il modello tipico è che i rivoluzionari idealisti si impegnano in certi principi e spesso rimangono fedeli a questi principi. Ma una volta che la rivoluzione riesce nel suo intento, e dopo che la prima generazione di rivoluzionari muore (o anche prima), coloro che sono più interessati al potere che ai principi prendono il controllo della situazione. I principi vengono quindi abbandonati, distorti o reinterpretati in modo tale da non servire più gli scopi della rivoluzione originale. Questo è quanto accaduto con il cristianesimo, l’islam, le varie rivoluzioni comuniste, le rivoluzioni latinoamericane, la Riforma e le rivolte del XX secolo contro il colonialismo (guarda ad esempio come è finita l’Africa).

La stessa cosa accadrà con la Deep Ecology. Finché rimane un’ideologia per outsider, per una minoranza idealista, i suoi aderenti potrebbero rimanere fedeli ai suoi principi. Ma se mai diventasse l’ideologia dominante nella società, i suoi principi verrebbero distorti o reinterpretati a tal punto da diventare inefficaci. Questo è ciò che accade sempre.

Pertanto, la proposta di Næss di cambiare la società attraverso la diffusione della filosofia della Deep Ecology non è altro che un’illusione. Qualsiasi tentativo di guidare lo sviluppo di una società attraverso l’introduzione di principi filosofici, ai quali le persone dovrebbero rimanere fedeli per secoli, è una chimera. Le persone potrebbero continuare a rendere omaggio a quei principi, ma la maggior parte non governerà il proprio comportamento in base a tali principi per un periodo prolungato.

Eppure, come ho sottolineato, la generazione iniziale di rivoluzionari idealisti spesso rimane fedele ai propri principi. Quindi dobbiamo chiederci cosa possa fare quella generazione iniziale di rivoluzionari che avrà un effetto duraturo senza la necessità che le generazioni successive continuino a rimanere fedeli ai principi rivoluzionari. Nel nostro caso la risposta a questa domanda è chiara: i rivoluzionari devono distruggere il Sistema tecnologico-industriale. Anche se i movimenti rivoluzionari non riescono mai a stabilire in modo permanente il nuovo ordine di cui sognano, spesso riescono a distruggere l’ordine antico di una società. Pertanto, i precedenti storici suggeriscono che potrebbe essere possibile per un movimento rivoluzionario distruggere il Sistema tecnologico-industriale.

Tuttavia, la Deep Ecology non è solo futile. È addirittura dannosa. In realtà ostacola la formazione di un vero movimento rivoluzionario perché offre una facile via d’uscita: tutto ciò che dobbiamo fare è predicare la filosofia e impegnarci in piccole azioni riformiste, nessuno si fa male, nessuno deve correre grandi rischi, e tutto andrà bene. In questo modo la Deep Ecology funge da esca che attira persone ed energia in sforzi che alla lunga sono inutili. Così, la Deep Ecology allontana persone ed energie che potrebbero altrimenti contribuire alla formazione di un vero movimento rivoluzionario. Lo stesso vale per qualsiasi ideologia che si limiti a fermarsi prima di chiedere l’abolizione completa della società industriale moderna. Ecco perché dobbiamo distanziarci da tutte queste ideologie.

Un altro problema della Deep Ecology: per quanto ricordi, Arne Næss non propone alcun obiettivo concreto, chiaramente definito e globale per gli aderenti alla Deep Ecology. Questo di per sé è probabilmente sufficiente a garantire il fallimento della Deep Ecology. Obiettivi vagamente definiti, come la libertà, sono inutili, perché le persone reinterpretano semplicemente obiettivi vagamente definiti per adattarli alle loro esigenze del momento. Un attivista esperto ha scritto: «Obiettivi vaghi e troppo generali raramente vengono raggiunti. Il trucco è concepire uno sviluppo specifico che inevitabilmente porterà la tua comunità nella direzione in cui vuoi che vada». Un tale sviluppo specifico è la fine della tecnologia moderna. Quando diciamo che non ci saranno più computer, più auto, più rete elettrica, eccetera, è sufficientemente chiaro e inequivocabile in modo che non ci possa essere dubbio su cosa si intenda. È un obiettivo che non può essere reinterpretato. Per quanto ne so, la Deep Ecology non ha un obiettivo così chiaro, definito e inconfutabile.

Sì, un altro problema della Deep Ecology è il suo aroma liberaloide. Tu stesso hai sottolineato, a parole tue, la stessa cosa. Perché è importante? Perché questo aroma attira altri liberali. Per i nostri scopi, possiamo definire i liberali come persone abitualmente attratte da certe cause. Non importa quale sia la causa – qualsiasi causa va bene, purché non sia apertamente incompatibile con l’ideologia liberale. Ecco perché trovi persone coinvolte in una dozzina di cause diverse allo stesso tempo (per esempio [CANCELLATO]) Non gli importa veramente di nessuna di queste cause, perché il loro vero obiettivo non è apportare un cambiamento particolare nella società, ma soddisfare i propri bisogni psicologici attraverso la partecipazione a un movimento. Vedi Manifesto, paragrafi 213-2268. Queste persone sono estremamente numerose nella nostra società e accorrono a qualsiasi causa come mosche su un escremento. Sai cosa hanno fatto a Earth First!9, e faranno lo stesso con noi a meno che non ci impegniamo a prevenirlo. Dobbiamo stare particolarmente attenti a evitare qualsiasi cosa che abbia un aroma di sinistra che potrebbe attirare queste persone. Questo da solo sarebbe sufficiente per farmi diffidare di qualsiasi associazione con la Deep Ecology.

* * *

Forse è meglio che mi fermi qui, o questa lettera potrebbe andare avanti per sempre. Ti scriverò ancora, in futuro.

Sarei felice di sapere come te la stai cavando in North Carolina.

Ti ho spedito altre lettere, datate il 15 maggio e il 17 giugno. Spero che ti siano arrivate.

Con i miei migliori saluti,

Ted.


1Quin Denvir è stato uno dei membri del team legale nel processo contro Ted Kaczynski.

2George Sessions, Deep Ecology for the 21st Century, Shambhala Publications, Boulder 1995.

3Theodore J. Kaczinski, La società industriale e il suo futuro. Edizione critica ed estesa, D Editore, Roma 2024, pp. 85, 115, 126 [N.d.C.].

4Ibidem, pp. 81-83 [N.d.C.].

5Rafiq Zakaria, The Struggle Within Islam, Penguin Books, Londra 1989, p. 59.

6Simón Bolívar, Escritos políticos, a cura di Garciela Soriano, Alianza Editorial, Madrid 1975 p. 169.

7Come puntualizza Gabriela Soriano nell’opera citata nella nota precedente, «Non vi è dubbio che [Bolívar] abbia trionfato nella distruzione il vecchio ordine. Ciò in cui ha fallito, è nel costruirne uno nuovo». Ibidem, p. 41.

8Theodore Kaczynski, op. cit., pp. 134-139 [N.d.C.].

9Qui Kaczynski fa riferimento a una scissione dello storico movimento ecologista anarchico Earth First!, fondato nel 1979 e noto per le sue spericolate azioni di sabotaggio industriale e le loro serie riflessioni sul tema della violenza. Negli anni ‘90 entrarono nel movimento alcuni esponenti della Deep Ecology, allontanandosi dalla visione anarchica delle origini, per abbracciare una più riformista. Il dibattito che ne conseguì sfociò in una scissione nel 1992, con la conseguente nascita dell’Earth Liberation Front, a Brighton, in Inghilterra, tuttora considerata dall’FBI «uno dei gruppi estremisti più attivi» e una potenziale «minaccia terroristica».

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Di Fedayyn, Martiri e pappagalli https://deditore.com/2024/10/15/di-fedayyn-martiri-e-pappagalli/ Tue, 15 Oct 2024 15:05:20 +0000 https://deditore.com/?p=15044 Di Fedayyn, Martiri e pappagalli

di Luca Gringeri


E noi amiamo la vita
se troviamo la via per viverla.
Danziamo tra due martiri,
innalzando tra le viole
un minareto o delle palme

Mahmoud Darwish – E Noi Amiamo la Vita

L’angoscia e il dolore sono ancora vivi,
sono ancora qui anche se da tanto tempo non ci sei più;
ma siamo più forti ora che ci hai mostrato
come possiamo vincere la battaglia per la libertà:
se rimaniamo uniti come un sol corpo

Brendan “Bik” MacFarlane – Canzone per Marcella

Per primi arrivano sempre i pappagalli.

Sono i politici di destra e di sinistra, i miei colleghi giornalisti, addirittura qualche compagna o qualche compagno. Appollaiati sulla tua spalla, mentre hai sotto gli occhi le immagini della Palestina che brucia, ti gracchiano la propaganda imperialista e sionista, di modo che poco a poco si creino in te pregiudizi verso la Resistenza palestinese.

Quante volte abbiamo sentito queste frasi?

“Hamas è il vero problema, Israele accetta tranquillamente i laici di Al-Fatah come interlocutori”. Oppure: “Questo conflitto è molto complesso, hanno sbagliato tutti, anche i palestinesi che sono antisemiti dai tempi del muftì di Gerusalemme e non hanno mai voluto la pace”.

Queste cose le dicono in continuazione, a reti unificate, come un mantra, e prima o poi in qualcuno riescono quantomeno ad instillare dubbi. I pappagalli, sotto il loro piumaggio variopinto, si rivelano vermi.

Questa storia che sto per raccontare vuole prima di tutto chiudere il becco al pappagallo che forse al momento è appollaiato sulla vostra spalla.

È la storia, vera, del Martire e Fidā’ī Mohammed Zubeidi e di suo padre,il fidā’ī Zakaria Zubeidi.

Tubas è una città palestinese a est di Nablus, in Cisgiordania. La Bibbia racconta che Abimelech, primo re d’Israele, l’assediasse per giorni. Oggi, nel settembre 2024, è nuovamente sotto attacco dall’esercito israeliano, che da qualche settimana ha cominciato una operazione militare in West Bank. La mattina del 5 settembre, un drone israeliano colpisce una macchina su cui viaggiavano cinque giovani, tutti morti. La stampa israeliana esulta, con il Times of Israel che pubblica un titolo raggelante: Morto il terrorista figlio del comandante del terrore Zakaria Zubeidi.

Ricordo ancora i pappagalli che dicevano, sui giornali e in televisione: “Il problema di Israele è Gaza, con la Cisgiordania vuole collaborare”

Ed è proprio da Zakaria che parte questa storia.

Zakaria nasce nel campo profughi di Jenin nel 1976. La madre Samira e il padre Muhammad erano due esuli della Nakba del 1948, quando l’esercito israeliano li avevano fatti sfollare da dove vivevano, un piccolo villaggio vicino a Cesarea. Muhammad era stato professore di inglese ma, dopo essere stato arrestato verso la fine degli anni ‘60 con l’accusa di essere membro di Al-Fatah, gli fu impedito di lavorare.

Trovò un lavoro come operaio in fonderia e, per arrotondare, dava lezioni private d’inglese ai giovani del campo profughi, mentre metteva in pratica forme di attivismo non-violento, poiché nel frattempo era diventato un instancabile e appassionato pacifista. Un giorno, l’esercito israeliano lo venne prendere; fu l’ultima volta che Zakaria vide il padre e la prima volta che vide un militare dell’IDF.

Il pappagallo intanto grida: “Israele se la prende solo con i terroristi”


Durante la prima Intifada, nel 1987, mentre i giovani palestinesi sfidano i fucili israeliani con solo un pugno di sassi, a Jenin si presenta una strana signora ebrea che indossa una kefiah: Ana Mer Khanis, militante comunista che crede nella co-esistenza fra ebrei e arabi (suo marito è un palestinese cristiano di Nazareth). Arna, insieme ai suoi accoliti della sinistra israeliana, vuole creare una scuola di teatro per i bambini di Jenin, cercando così di costruire una alternativa alla povertà e alla violenza. Nasce così il progetto della
Casa Di Arna, grazie anche alla preziosa collaborazione di Samira che, convinta della possibilità della co-esistenza, offre ospitalità ai volontari israeliani e adibisce la sua casa a palcoscenico per le prove dei bambini, fra cui si distingue proprio Zakaria.

Nel 1989 però il giovane, che ormai ha 13 anni e che come tutti non tollera le brutalità dell’esercito, decide di lanciare qualche pietra a un plotone di soldati. In tutta risposta, gli israeliani gli scaricano contro una sventagliata di proiettili di mitragliatore, che lo colpiscono a una gamba e lo renderanno zoppo a vita. Inizia un periodo in cui Zakaria entra ed esce di galera, per attacchi agli occupanti con sassi e molotov, che termina quando decide di “mettere la testa a posto”, ed entrare in Al-Fatah, durante gli accordi di Oslo del 93. Grazie alle sue doti militari diventa presto sergente, ma si dimette poco dopo disgustato dalla corruzione che imperversa fra i ranghi del partito, all’insaputa di Abu Omar Arafat. Decide allora di andare a lavorare in Israele anche se non gode dei permessi necessari, e per due anni si guadagna da vivere come appaltatore. Quando le autorità lo scoprono, viene per l’ennesima volta arrestato e deporta a Jenin.

Un terzo pappagallo ripete come un mantra “Israele non è uno Stato di apartheid. Moltissimi arabi lì lavorano normalmente”


Nel 2000 scoppia la seconda Intifada, e nell’aprile di due anni dopo Israele invade Jenin e la rade al suolo, con bombe e bulldozer.
Zakaria rimane per giorni intrappolato fra le rovine di un palazzo distrutto, mentre l’esercito blocca gli ingressi ai soccorsi, e quando infine viene fatto uscire scopre che ha perso la casa, il fratello maggiore e, soprattutto, Samira, la madre ormai anziana che per tutta la vita si era battuta per la pace.
Nessuno degli israeliani ospitati da Samira durante il progetto di Arna porgerà a Zakaria le condoglianze.

Un altro strepito, dal secondo pappagallo. Ripete “Israele se la prende solo con i terroristi”

E Zakaria prende il fucile.
Pochi mesi dopo il figlio di Arna, Juliano Mer-Khamis, torna a Jenin per girare un documentario su cosa ne è stato degli “Arna’s Children” (uscito nel 2004), e scopre l’inferno: due si sono fatti esplodere, due sono stati uccisi dai soldati israeliani, uno è in galera e l’ultimo si è unito alla lotta armata.
Zakaria infatti si unisce alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, la coalizione paramilitare legata ad Al-Fatah, pochi mesi dopo la morte di sua madre, avendo perso ogni fiducia verso la sinistra israeliana.
Con la sua brigata compie una serie di azioni, fra cui un assalto armato contro il seggio elettorale del Likud a Bet Shean, che lo rendono uno dei miliziani più ricercati in tutta la Palestina, nonché uno degli uomini più stimati da Yasser “Abu Omar” Arafat tanto da diventare dal 2004 reggente di Jenin.
Indisciplinato, tanto da dichiarare “Non prendo ordini da nessuno”, e oltranzista, opponendosi alle mediazioni e alle tregue concordate fra Israele, Hamas e Al-Fatah, la linea dura di Zubeidi si manifesta anche nel suo controllo di Jenin simile, se è possibile fare paragoni, con la Barcellona anarchica del 36: la polizia dell’Autorità Palestinese non ha alcun potere (“Disturba il traffico” dirà Zakaria) che invece è controllato dalle milizie che hanno il solo obiettivo della rivoluzione, dando la possibilità ai piccoli criminali di diventare combattenti.

Un pappagallo gracchia “Certamente questo Zakaria è un antisemita”


In questo periodo stringe un forte legame di collaborazione cona una giovane ebrea, ex militante del LIKUD e attivista per la pace, Tali Fahima, che si trasferisce da lui e dichiara di essere pronta a fargli da scudo umano. Arrestata nel dicembre 2004 per “assistenza del nemico in tempo di guerra”, sarà scarcerata solo tre anni dopo.
Intanto Zakaria è sempre più sfiduciato dalla lotta armata: l’arresto di Barghouti nel maggio 2004, la morte di Arafat nel novembre 2004, la leadership ambigua di Abu Mazen e infine la guerra civile fra Hamas e Al-Fatah scoppiata nel 2006 lo convincono a riporre il fucile.
“Guarda, mi è perfettamente chiaro che non siamo in grado di sconfiggere Israele” dice in un’intervista ad Haretz “Il mio obiettivo era che noi, tramite la Resistenza, diffondessimo un messaggio al mondo. Ai tempi di Abu ‘Ammar avevamo un piano, c’era una strategia e avremmo eseguito i suoi ordini… ora non c’è nessuno in grado di guidare le nostre azioni per ottenere… risultati.” E alla domanda “Quindi ammetteresti la sconfitta” risponde “Anche Gamal Abdel Nasser ammise la sua sconfitta, perché non io?”.
Ma la sconfitta non è resa, e nel 2007 Zubeidi riprende i contatti con Juliano Mer-Khamis.

“Sono tutti antisemiti” ripete il pappagallo

Zakaria e Juliano, il combattente palestinese e il regista israeliano, riprendono là dove Arna aveva cominciato, e fondano il “Freedom Theatre”, una scuola di teatro per i bambini del campo profughi con lo scopo di portare a una crescita collettiva della Resistenza e del popolo palestinese.
E’ qui che si svolge una iconica intervista in cui lui, dentro il teatro, davanti a un poster di Che Guevara, dichiara: “Come combattente della resistenza, sentivo che mi mancavano la cultura e la profondità della politica. Pertanto, sfortunatamente, tutto il mio lavoro di resistenza è stato vano. Quindi, sto tornando alla cultura per arrivare alla Resistenza”.
Il Freedom Theatre è attivo ancora oggi ma, nel dicembre 2023, una incursione israeliana lo ha devastato.

Israele se la prende solo con i terroristi”

Fra il 2007 e il 2011 Zakaria gode di una parziale amnistia da parte di Israele. Mai formalizzata e con l’obbligo di rimanere a Jenin, gli garantisce comunque di non vivere in perenne clandestinità, schivando i continui tentativi di omicidio dell’esercito e del Mossad, e di poter svolgere liberamente (se di “libertà” si può parlare in quelle condizioni) l’attività col Freedom Theatre.
“Cultura e Resistenza sono strettamente intersecate” Dichiarerà “Perché entrambe liberano la creatività”.
Continua intanto la sua attività politica con Al-Fatah, guardando a una mediazione con Hamas e battendosi contro la corruzione dell’ANP, che comincerà a vederlo come una persona non grata.
Forse è per questo che nel 2011, subito dopo che Israele gli revoca l’amnistia, la polizia dell’Autorità Palestinese si presenta a casa sua per arrestarlo.
Sarà detenuto dal maggio all’ottobre 2012, e in questo periodo comincerà un master in cultural studies, che continuerà anche dopo rilasciato scrivendo una tesi intitolata “Il Drago e il Cacciatore”, una disamina delle persecuzioni israeliane contro i palestinesi dal 68 agli anni ’10 con il contributo di testimonianze che Gideon Levy, famoso giornalista israeliano e suo amico personale, gli fornirà.

Siamo nel 2019, e Zakaria è quasi pronto a discutere la tesi, quando l’esercito fa irruzione in casa sua e lo arresta. Non ha commesso crimini, non vengono neanche fornite le ipotesi di reato, è solo un arresto politico che, se fosse stato attuato in Russia o in Venzezuale, avrebbe destato scalpore e indignazione in tutto il mondo.
Quando si tratta di Palestina, però, una parte di mondo resta in silenzio, e probabilmente l’unica motivazione reale di questo arresto è proprio questa: far sprofondare Zubeidi nell’oblio, come migliaia di altri prigionieri sepolti nelle galere israeliane.

Si sente ancora gracchiare: “Non è uno Stato di apartheid”

Ma l’oblio non si confà alla persona di Zakaria.
La notte del 6 settembre 2021c’è fermento nella stazione di polizia di Bet-Shean; solerti cittadini israeliani stanno chiamando la centralina per segnalare inquietanti presenze nei campi, sei uomini che corrono nell’ombra.
Viene data l’allerta alla vicina prigione di Gilboa, un supercarcere aperto nel 2004 per rinchiudere i partigiani palestinesi più pericolosi.
I detenuti vengono subiti svegliati con brutalità, e viene effettuata la conta dei prigionieri: 6 di loro mancano all’appello, cinque militanti della Jihad Islamica e un militante delle Brigate Martiri Al Aqsa: Zakaria Zubeidi.

I secondini entrano nella cella numero 5, dove erano detenuti gli evasi, e scoprono che nel bagno, nascosta da un’asta, c’è un tunnel scavato con i manici delle padelle che attraversa il sistema fognario del carcere e sbuca appena fuori dalle mura. La fortezza inespugnabile è stata espugnata, il sistema panottico israeliano è stato beffato da 6 uomini armati di padella, tanto che più di un commentatore palestinese sui social ironizzerà su quanto questa evasione fosse simile a Le ali della libertà. Mentre in ogni terra palestinese si festeggia la fuga, e Hamas e PIJ plaudono al coraggio degli evasi, la caccia di Israele si fa serrata, allestendo posti di blocco dalla Cisgiordania a Gaza. Due fuggitivi vengono catturati a Nazareth il 10 settembre, mentre vengono visti frugare fra i bidoni della spazzatura alla ricerca di cibo; altri due vengono catturati nell’edificio in cui si stavano nascondendo; la corsa di Zakaria si ferma l’11 settembre, dopo che un arabo israeliano cui aveva chiesto un passaggio lo denuncia alle forze di occupazione.

In Palestina, alla notizia della cattura dei fuggitivi, si scatena un giorno di rabbia con scontri fra manifestanti e polizia, mentre l’amministrazione penitenziaria si vendica dell’onta subita torturando Zakaria in maniera talmente efferata da farlo precipitare, per breve tempo, in uno stato di “morte cerebrale”.

Israele è l’unica democrazia del Medioriente

Il 5 settembre 2024 Tubas è assediata nuovamente dall’esercito di Abimelech.
Fra i cinque giovani rinvenuti nell’auto, c’è Mohammad Zakaria Zubeidi, detto “Hamoudi”, il figlio ventunenne di Zakaria.
Hamoudi, come il padre, faceva parte di Al-Fatah e combatteva per le Brigate Al Aqsa e il Battaglione Jenin, uno dei tanti giovani la cui gioventù era stata martoriata dall’apartheid israeliano.
Nel 2004 Zakaria dichiarò “Mi piacerebbe che mio figlio avesse una vita come tutti quelli che vivono al di fuori della Palestina, che studiasse, che diventasse medico, ingegnere, avvocato… farò del mio meglio affinché accada, ma sarà possibile solo se gli israeliani gli permetteranno di crescere”.
E gli israeliani non glielo hanno permesso, e Hamoudi ha imbracciato il fucile e ora riposa fra gli ulivi, morto senza sepoltura come tutti i parenti di Zakaria.

I pappagalli della propaganda ora tacciono, non hanno più argomenti, per ora.

La vita di Zakaria smentisce ogni narrazione portata avanti dai difensori del sionismo, ogni accusa di antisemitismo e di “fondamentalismo” (parola volgare e strumentale se detta dai fondamentalisti della democrazia delle bombe americane).

È la storia di una persona che si è radicalizzata perché era l’unica opzione possibile per raggiungere la libertà, e la sua parabola mi ricorda le parole scritte dall’anarchico illegalista Jules Bonnot il 28 aprile 1912, poco prima di essere crivellato dai proiettili della polizia francese: «La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso nessun rimorso».

Fedayyn, combattenti e martiri vivono per sempre.

I pappagalli sono sempre stati morti.

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Chi è stato Theodore John Kaczynski? https://deditore.com/2024/09/05/unabomberprefazione/ Thu, 05 Sep 2024 12:29:03 +0000 https://deditore.com/?p=14769 Chi è stato Theodore John Kaczynski?

Di Emmanuele Jonathan Pilia

In occasione della pubblicazione del secondo volume di Theodore J. Kaczynski, Colpisci dove più fa male, D Editore ha pubblicato su D Zine la prefazione del primo volume della Freedom Club Collection, ossia La società industriale e il suo futuro.

 

Per alcuni un criminale, uno spostato, un prodotto malato della società che è necessario nascondere. Possibilmente in gabbia: Unabomber. Per altri un filosofo, un martire, un oracolo che non può essere ignorato e con cui è necessario fare i conti. E forse imitare: Freedom Club. Ma anche: una figura pop, un meme, il perfetto soggetto per una sceneggiatura che vuole darsi un tono: #UncleTed (con tanto di hashtag).

Inquadrare Theodore John Kaczynski, l’anarchico che più di ogni altro in età contemporanea è vissuto tra mito e realtà, all’interno di schemi di qualsiasi natura è un compito quasi impossibile, perché lui ha in effetti impersonato molti dei ruoli che gli sono stati attribuiti: da quello di folle fanatico, eremita in fuga da una società che non è riuscita ad assorbirlo, a quello di guru, ispirazione per più di una generazione di ribelli che si è fatta sedurre dal suo messaggio. Ma è anche stato un uomo perfettamente conscio del potere dei media, senza i quali il suo manifesto non sarebbe mai diventato uno dei testi anarchici più letti. E fraintesi. Non è un caso se i personaggi ispirati alla sua figura abbondano sulle scrivanie di Hollywood.

Questa grande stratificazione e complessità rende l’atto di avvicinarsi a un documento come La società industriale e il suo futuro qualcosa di simile all’affondare nella storia e nella profezia.

Forse, chi tra voi non è a conoscenza degli eventi legati alla vita e all’opera dell’autore del libro che state leggendo penserà che queste mie parole eccedano in timore reverenziale. E forse chi lo pensa ha ragione. Ma per capire il perché dare alle stampe oggi un’ennesima edizione di La società industriale e il suo futuro è bene partire dagli elementi biografici, ossia dal cercare di rispondere alla domanda: chi era Ted Kaczynski?


Chi era Theodore John Kaczynski?

Affidarsi all’empatia nella scrittura saggistica può far cadere lo scrivente in errore, ma non credo di allontanarmi troppo dalla verità se affermo che è possibile capire molto di una persona dalle fotografie che la ritraggono. E, di Ted Kaczynski, ne esistono molte di fotografie. Ne possiamo trovare alcune in cui era un bambino. Di questa, una colpisce: Teddy, come veniva affettuosamente chiamato dai suoi genitori, è piccolissimo. Lo vediamo seduto vicino al suo amato fratello David, con un pappagallino sulla spalla. Sono entrambi sorridenti, ed entrambi guardano qualcuno fuori dall’obiettivo. Forse la madre? Aveva meno di dieci anni e, nonostante avesse già vissuto un evento traumatico, il mondo non doveva apparirgli ancora un luogo tanto spaventoso.

 

Vi è poi una foto di qualche anno più avanti: aveva venticinque anni, i capelli corti ben pettinati, la barba rasata e indossa giacca e cravatta. Sembra perfettamente integrato nel sistema in cui è inserito, quello dell’insegnamento e della ricerca in alcuni dei campi più avanzati della matematica alla Berkeley University. Anche in questa foto sorride, ma vi è un’ombra nel suo sguardo.

Era il 1968. L’anno seguente Kaczynski consegnerà una lettera di dimissioni alla sua università. Ad alcuni dei suoi colleghi spiegherà che la matematica era diventata un gioco che non lo divertiva più, alla famiglia che era stufo di formare gli ingegneri che un giorno avrebbero contribuito a distruggere la natura. Come già stavano facendo con le sue adorate montagne.

Vi è poi una terza foto (in realtà, vi sono molte terze foto). È stata scattata il giorno del suo arresto, nell’aprile del 1996. Ha lo sguardo perso nel vuoto, il volto inespressivo. Capelli e barba in disordine: un uomo completamente diverso da quello nella foto del 1968. Ammanettato, circondato da agenti federali, sembra essere trascinato da un fato che lui stesso aveva messo in moto quasi vent’anni prima.

Abbiamo poi una quarta foto. In questa lo vediamo rilassato e sorridente. Anzi, sembra proprio ridere di gusto. Era il 1999, è nella Supermax prison, istituto di detenzione di massima sicurezza a Florence, in Colorado. Indossa una tuta da detenuto; capelli e barba sono abbastanza curati. Sembra sereno. L’occasione per questo scatto è quella della prima intervista dal suo arresto, rilasciata a una Theresa Kintz, giornalista e attivista per Earth First! agli inizi della sua carriera. L’aveva contattata lo stesso Kaczynski, l’uomo che tutto il mondo avrebbe voluto intervistare. Possiamo solo immaginare quanto incredula ed emozionata potesse essere per aver avuto quell’opportunità.

Ci sarebbe molto da analizzare in queste foto, ma immagino che voi, lettrici e lettori, siate impazienti di arrivare al punto e di addentrarvi tra gli oscuri cunicoli del pensiero di Kaczynski. Mi limito a dire questo: gli scatti illustrati rappresentano quattro periodi della vita di Ted Kaczynski; la sua infanzia, la sua carriera da genio della matematica, il periodo vissuto nella natura selvaggia, la sua detenzione. Sarebbe pretenzioso affermare che queste quattro fotografie non sono state scelte per essere usate come aneddoti narrativi per introdurre a una serie di paragrafi relativi alla biografia di Kaczynski. Nondimeno, è vero che questi scatti dicono molto della sua vita. E quello di La società industriale e il suo futuro è uno di quei rari casi in cui l’opera non può essere affrontata, letta e compresa appieno senza prima avere bene a mente chi fosse l’autore.


L’infanzia e il periodo all’università

Partiamo dai dati biografici: nato a Chicago nel 1942, figlio di due immigrati polacchi, Kaczynski è stato fin da piccolissimo considerato un bambino dalle qualità intellettive superiori alla media: gli fu “misurato” un quoziente intellettivo di 165-170 all’età di dieci anni. Ma gli fu diagnosticata anche una malattia del sangue, in età ancora più tenera. Il piccolo Ted era un bambino vivace, sveglio e allegro, ma iniziò a chiudersi in sé stesso dopo che, per curare il suo male, fu tenuto in isolamento quasi totale, e senza un reale scopo terapeutico. La famiglia riporterà che l’unica ragione era da ritrovarsi nell’organizzazione interna nella struttura in cui era stato effettuato il ricovero. Ci vollero settimane prima che potesse tornare a casa, e altrettanto tempo prima che riuscisse a fidarsi dei genitori. Non riusciva neppure a guardarli negli occhi o a parlare con loro direttamente. La madre chiese molte volte a David di non lasciare mai solo il fratello: era terrorizzato dall’essere nuovamente abbandonato. Ironicamente, sarà lui ad abbandonare il mondo alle sue spalle.

Ted si isola sempre di più, cosa che convinse i genitori della possibilità che loro figlio fosse autistico. Decisero così di portarlo in un centro specializzato in analisi sull’autismo. Parliamo di anni in cui non vi era la stessa sensibilità sul tema che potremmo avere oggi, e non sappiamo a che tipo di test sia stato sottoposto il piccolo Teddy. Fatto sta che da questi test non emerse alcunché. Ma in quello stesso periodo, un ispettore scolastico, colpito dall’attitudine per la matematica del piccolo Ted, convinse i genitori a fargli saltare il primo anno della middle school. Ma siamo a Evergreen Park, un sobborgo borghese e chiuso di Chicago, e il fatto di essere un bambino più piccolo, ma soprattutto strano, lo rende il bersaglio perfetto per bulli e insulti di varia natura da parte dei bambini più grandi. Questa serie di eventi – la malattia, l’isolamento, il bullismo, il sospetto di essere sbagliato e la certezza di essere diverso – saranno poi descritti come di fondamentale importanza per il suo sviluppo come individuo.

È in questa fase che Teddy inizia a sviluppare una sorta di timore verso persone, macchine e edifici. Un timore che lo spinse a isolarsi sempre di più, e a immergersi e perdersi nella sua passione: la matematica, unica dimensione che riusciva a decifrare in un mondo che sembrava non volerlo accogliere.

Ma i suoi tormenti si attenuarono a quindici anni, quando gli fu concesso di saltare un altro anno e di iscriversi quindi, all’età di soli sedici anni, all’università di Harvard.

A Harvard, Kaczynski frequenterà le lezioni tenute dai più importanti matematici americani. Ma, soprattutto, diventerà una delle cavie per gli esperimenti psicologici dello psicologo Herny Murray e del progetto mk Ultra della cia.

Addentrarsi nelle specifiche tecniche di questo progetto è un’operazione quasi impossibile: tra ammissioni di colpa parziali, pile di documenti desecretati con pesanti censure e palesi teorie del complotto, la storia del progetto mk Ultra, come un po’ tutto ciò che riguarda questa storia, è qualcosa di complesso, misterioso e pieno di false piste. Qui ci limiteremo a dire questo: mk Ultra è il nome in codice dato a un programma clandestino del governo degli Stati Uniti che aveva l’obiettivo di comprendere i meccanismi della manipolazione umana, usando torture psicologiche, fisiche e droghe.

Sugli esperimenti effettivamente portati avanti dal dottor Murray si sa poco: qualche sbobinatura parziale, alcuni appunti, schede, ricevute per il compenso che Kaczynski riceveva dopo ogni seduta. Sappiamo che erano incentrati sull’indagine dei limiti dello stress cognitivo e psicologico negli esseri umani. Murray, con la supervisione diretta della cia, comunicava alle sue cavie umane che avrebbero osservato la sua reazione in un dibattito con un altro studente. Ma una volta presentatasi al laboratorio, la cavia veniva legata a una sedia e con una scusa puerile le veniva comunicato che il suo collega non si sarebbe presentato. Da qui, sarebbe partito un lungo e aggressivo attacco psicologico e cognitivo a cui la cavia doveva cercare di difendersi come poteva. L’ambiente era buio, con poche e forti luci puntate direttamente sul volto della cavia, che era posta di fronte a uno specchio semitrasparente. Il suo volto era infine ripreso con delle telecamere per registrare le reazioni facciali avute dopo ogni somministrazione di un attacco verbale. Vi dà fastidio la parola cavia? Be’, è quella utilizzata dal dottor Murray e da diversi suoi colleghi.

Kaczynski, all’inizio dell’esperimento, aveva solo diciassette anni.

Eppure, nonostante tutto, nonostante gli esperimenti, il suo passato doloroso e un suo progressivo autoisolamento, il dottor Kaczynski avrà una carriera accademica più che brillante. Salteremo velocemente gli anni dell’insegnamento, ma ci basta riportare due affermazioni di alcuni dei suoi colleghi e professori: «Non è abbastanza dire che fosse intelligente», dirà il professor George Piranian, mentre il suo relatore, il professor Maxwell Reade, dichiarerà in un’intervista, riguardo il suo lavoro di tesi, che «forse dieci o dodici persone nel paese la capirebbero e la potrebbero apprezzare». Era il periodo in cui suo padre scattò la fotografia poco sopra riportata, fuori dall’ateneo di Berkeley.

Ma senza alcun preavviso, nel 1969, Kaczynski inviò una stringata lettera di poche righe al suo responsabile:

Caro professor Addison,

Questa lettera è per informarla che rassegnerò le mie dimissioni alla fine di questo anno accademico. Perciò non tornerò nell’autunno del 1969.

Sinceramente vostro,

T. J. Kaczynski1

Poco dopo, nel 1971, Kaczynski si trasferì in una baracca di circa undici metri quadrati (circa tre metri per tre e sessanta), senza elettricità o acqua corrente, nei pressi di Lincoln, un piccolo paese nel Montana.

Stava per nascere il Freedom Club.


Il Freedom Club, Unabom, l’arresto

Per quanto possa sembrare strano, il periodo passato tra i boschi è incredibilmente documentato. Sappiamo tutto; o almeno, tutto ciò che Kaczynski ha ritenuto degno di essere riportato nei suoi diari. E ritenne che davvero molte cose fossero importanti abbastanza per essere annotate.

Sappiamo che cosa faceva Kaczynski pressoché ogni giorno: i piccoli lavori che svolgeva, gli appunti sul cibo con cui si nutriva (principalmente quello che riusciva a procurarsi cacciando e andando in giro nei boschi), i piccoli progetti di artigianato con cui si dilettava, i lavori saltuari che faceva per finanziare il suo stile di vita, l’unica ragazza con cui sia mai uscito e il sospetto della sua disforia di genere (tema che riprenderà come memorandum, datandolo al 19672).

Ma soprattutto, sappiamo dei suoi progetti dinamitardi e il progetto di un breve, incendiario, manifesto filosofico. Il testo che avete tra le mani è stato scritto, infatti, nel corso di diversi anni, e forse questo è stato il suo unico e più grande errore. Sì, perché se c’è una cosa che colpisce del periodo tra i boschi del Montana è la sua incredibile capacità di calcolare mosse e contromosse in una partita a scacchi con l’fbi durata quasi vent’anni. In un diario cifrato, Ted Kaczynski teneva nota dei vicoli ciechi verso cui spingeva le indagini: con stralci di lettere false inserite nei suoi pacchi bomba, usando caselle postali nei luoghi più disparati degli Stati Uniti, lasciando bombe inesplose con, nei meccanismi di innesco, peli trafugati da bagni pubblici, cambiando costantemente strategia di attacco e con una conoscenza quasi maniacale del funzionamento dello United States Postal Service, il sistema postale nazionale statunitense, cosa che lo renderà la famosa icona pop per cui è ormai globalmente conosciuto. Sarà questo il periodo in cui di Kaczynski si perderanno quasi le tracce (terrà corrispondenza solo con la famiglia e pochissimi amici e attivisti). Sarà questo il periodo in cui nasceranno Freedom Club (l’organizzazione anarchica con cui chiamava sé stesso) e Unabom (il nome in codice dell’operazione che l’fbi assegnerà al caso – da UNiversity and Airlain BOMber).

Di Kaczynski, per molto tempo, i media ignoreranno addirittura l’esistenza. Ma del Freedom Club, invece, no: saranno molte le lettere inviate a quotidiani, giornali, anche fanzine anarchiche e riviste scientifiche. Tutte firmate fc.

Si è molto speculato sulla natura di questo club: Kaczynski era da solo? Oppure aveva dei sodali in giro per gli Stati Uniti? Molto probabilmente la sua era un’attività solitaria, ma si sospetta che altri due attivisti, celati dietro i nomi di penna di Último Reducto e Green Anarchist, avessero in qualche modo a che fare con lui ben prima del suo arresto. Ma non vi sono prove né in un senso né in un altro, per cui sarà inutile discuterne, se non per dire quanto segue: il fatto che noi – al netto delle dichiarazioni dell’fbi – non abbiamo certezza dell’esistenza o meno di membri attivi – o di semplici free lancer – nel Freedom Club è indice dell’abilità con cui Kaczynski si è mosso negli anni.

Ma quali sono stati gli obiettivi dei suoi attacchi? Scienziati, personale aereo, comunicatori, informatici… Insomma, quello che lui individuò come i gangli del sistema tecnologico-industriale. Kaczynski era perfettamente cosciente di che cosa stava facendo: sapeva di essere un terrorista e sapeva che era proprio il terrore l’arma che stava utilizzando (in alcune lettere minatorie, intimerà direttamente ad alcuni scienziati di abbandonare il loro campo di studi – anche se probabilmente queste lettere rientrano nelle mille azioni di depistaggio condotte nel tempo), ma soprattutto sapeva quando sarebbe arrivato il momento di offrire il suo messaggio al mondo.

Nel 1995, in una lettera indirizzata a Warren Hoge, giornalista del New York Times (e qui riportata per intero), il Freedom Club fa la sua richiesta: «Pubblicate un nostro saggio di circa 35.000 battute e noi interromperemo i nostri attacchi». La lettera verrà poi pubblicata – in formato parziale – il 26 aprile del 1995 proprio dal New York Times, e possiamo solo immaginare le discussioni che l’fbi avrà avuto con le redazioni che stavano prendendo in considerazione l’idea di pubblicare il testo.

Alla fine, sarà il Washington Post, il 19 settembre dello stesso anno, a pubblicare la prima versione di La società industriale e il suo futuro. E sarà proprio la pubblicazione di quello che sarà poi ribattezzato Il manifesto di Unabomber a tradirlo.

Abbiamo affermato poche pagine indietro che il libro che avete tra le mani è stato il frutto di un’attività pluridecennale, e che sarà stato proprio questo il suo unico errore. Tra il 1978 e il 1983, infatti, Ted Kaczynski scriverà a mano un articolo di poche decine di pagine, rimasto inedito fino al 2022 ma usato come prova nel processo contro di lui, intitolato Reflections on Purposeful Work3. In questo manoscritto (purtroppo il testo risulta a oggi incompleto: termina infatti bruscamente, dal momento che non tutte le pagine sono state archiviate) erano già presenti le sue idee principali: la sovrasocializzazione, l’attacco frontale alla società industriale, la critica a un mondo che sembra ingabbiarci in una serie di attività senza senso, utili solo a non farci impazzire e continuare a produrre, la schiavitù dell’apparato tecnologico-industriale. Anche la prosa era la stessa: schematica, assiomatica, di un rigore quasi matematico. La società industriale e il suo futuro e Reflections on Purposeful Work sono due meccanismi bilanciati in modo rigoroso e di precisione millimetrica.

Ma, appunto, erano il frutto della stessa mano. E la moglie di suo fratello, Linda Patrick, aveva riconosciuto quella mano.

Il resto è storia: il 3 aprile 1996, l’fbi fece irruzione nel suo capanno, nel Montana, arrestando quello che è stato il più grande ricercato della storia degli Stati Uniti e ponendo fine alla più costosa caccia all’uomo della storia.

Siamo arrivati all’ultima fotografia. Ormai il suo processo è terminato con una condanna a vita e Ted Kaczynski continua a far parlare di sé, nel bene e nel male. Ha una corrispondenza fittissima con anarchici, attivisti e semplici curiosi da tutto il mondo; continua a scrivere, a limare il suo manifesto, a pubblicare articoli in fanzine e periodici che hanno avuto il coraggio di ospitare i suoi saggi e le sue riflessioni: Green Anarchism, LWOD, OFF! Magazine, e molte altre riviste underground ormai impossibili da rintracciare.

Paradossalmente, è forse questo il periodo in cui si è sentito finalmente pacificato. La sua più grande sconfitta (il suo arresto) è stata anche la sua più grande vittoria (la diffusione delle sue idee in un modo che probabilmente neppure lui era in grado di immaginare). In un certo senso, gli anni dei suoi attentati hanno rappresentato il più spettacolare progetto di self branding a cui un autore si sia mai dedicato4. E ne era ben cosciente: in molte occasioni (vedi anche In difesa della violenza, contenuto in questo volume) ribadirà l’importanza del terrore come propellente per la diffusione delle sue idee.

Oggi, a poco meno di un anno dalla sua morte avvenuta in circostanze ancora non perfettamente chiarite (il 10 giugno 2023 – le speculazioni variano dal suicidio per impiccagione a quella di morte per cancro), possiamo dire che il numero di copie, traduzioni e edizioni del suo manifesto, e degli altri libri, gli hanno dato ampiamente ragione.


Perché pubblicare il manifesto nel 2024?

Mi perdonerete se mi sono dilungato nella disamina della storia editoriale di questo testo e nella biografia del suo autore. Ora capirete perché ho affermato che questa è una di quelle opere che non possono essere separate dal suo autore. Un autore che non possiamo che definire, in modo eufemistico, problematico. Kaczynski ha avuto per grande parte della sua vita un atteggiamento misogino; ha promosso attivamente – nel suo manifesto, ma non solo – un approccio che potremmo definire anti-intersezionale; è stato, per gran parte della sua vita, apertamente anti-comunista5.

Inoltre, è eufemistico dire che il testo di cui discutiamo sia nei punti principali assolutamente parziale e vago, mentre in altri le generalizzazioni sono così totalizzanti da far nascere fraintendimenti così grossolani alla maggior parte dei lettori. Per esempio, che cos’è il leftism? Kaczynski afferma che è un’ideologia che riguarda femminismo, cosmopolitismo, lotta per i diritti delle comunità queer… Ma afferma anche che chi aderisce a tali lotte non necessariamente ricade nel cappello del leftism. D’altra parte, alcune generalizzazioni sono incomprensibili fuori dal contesto statunitense: per esempio, l’odio verso il collettivismo e l’amore verso l’individualismo. Insomma, si tratta di un testo tutt’altro che esente da pecche (che lui stesso conosceva, tanto è vero che ha cercato nel corso di tutta la sua vita di rammendare soluzioni in lettere, saggi, articoli e addendum6).

Ma allora, perché una casa editrice come D Editore, che ha fatto proprio dell’intersezionalità delle lotte uno dei suoi valori fondamentali, ha deciso di pubblicare un libro come La società industriale e il suo futuro, in versione estesa e con diversi saggi inediti che vanno a completare il quadro del pensiero di Kaczynski?

Il motivo è semplice: perché in un periodo di forte pacificazione e di balcanizzazione delle lotte, in un periodo in cui l’azione violenta (anche la meno radicale) viene vista come ripugnante addirittura in segmenti dei movimenti libertari, in un periodo in cui lo Stato stringe ancora più forte la presa sul proprio diritto al monopolio della violenza, in un periodo come quello che stiamo vivendo, insomma, il messaggio di Theodore J. Kaczynski è necessario che venga ascoltato. Almeno, una parte di quel messaggio.

Certo, va ripetuto e ben tenuto a mente: è stato un pensatore dai tratti assolutamente problematici (e non è un caso che il suo lavoro abbia ricevuto un mal riuscito tentativo di sussunzione dal mondo dell’alt-right americana e dalla galassia incel) e molte delle sue ritrattazioni non vanno a cancellare un approccio inconciliabile con quello che abbiamo sposato nel nostro progetto editoriale.

Cionondimeno, quello che avete tra le mani è l’ultimo grande manifesto politico anarchico, un manifesto che indica una prassi con il coraggio che nessun intellettuale ha purtroppo oggi: quello della rivoluzione. Nella sua ingenuità, Kaczynski non ha paura di affermare una verità difficilmente riducibile: per fare la rivoluzione è necessaria la violenza. Non una violenza cieca, vaga, ma una violenza educata dalla tattica rivoluzionaria (altro tema su cui insisterà moltissimo nel manifesto e nei saggi a seguire); nonostante il suo isolamento, Kaczynski conosce e capisce bene i media: anzi, è chiaro che solo attraverso la sua comprensione del funzionamento del mondo che combatte è riuscito a diffondere il suo messaggio. Questo è, per lui, un esempio di tattica. L’azione violenta, l’azione rivoluzionaria, non deve essere fine a sé stessa, ma strumento politico che sposta la riflessione sull’ottenimento di un obiettivo: la liberazione di una terra occupata, il sabotaggio di un cantiere per un’infrastruttura non voluta da una comunità, la diffusione – appunto – di una chiamata alle armi. E il megafono di questa chiamata sono le parole scritte da un uomo che ha preferito privarsi di tutte le possibilità che stavano per schiudersi di fronte a sé, piuttosto che rinunciare alla coerenza di uno stile di vita così radicale da essere irripetibile.

È importante ribadire ancora una volta un punto prima di lasciarvi addentrare tra le pagine del manifesto: questo libro è stato scritto e riscritto nel corso di decenni. Noi abbiamo cercato di portarlo nella sua versione più aggiornata, con un corredo di note che potesse rendere chiara la stratificazione nel tempo delle diverse modifiche e corredandolo di vari documenti che in qualche modo vanno a illuminare alcuni spazi di ombra che il manifesto lascia. Vi sono molti altri campi di indagine che andrebbero approfonditi: lo faremo nei prossimi volumi di questa collana, la Freedom Club Collection, che vuole arrogarsi il diritto di presentarsi come la più completa collezione editoriale di uno dei più controversi autori di ogni tempo.

A voi, che state per addentrarvi in questo percorso oscuro e forse pericoloso, non posso che augurare: buona lettura.


1 Testo citato nella sua autobiografia, di prossima pubblicazione. Aggiungerà: «Insegnavo a Berkeley solo per finanziare il mio progetto di andare a vivere nella foresta. Consideravo i matematici delle persone davvero poco interessanti, e sentivo di non avere nulla in comune con loro. Per loro, la matematica era davvero qualcosa di Importante, con la I grande, mentre per me era solo un gioco. Un gioco di cui iniziavo a stancarmi».

2 «Nella sua valutazione psichiatrica, Johnson rivelò che Kaczynski ebbe persistenti e intense fantasie sessuali sull’essere donna. Quando era studente all’Università del Michigan, nel 1967, visitò uno psichiatra per discutere del suo desiderio di un’operazione di riassegnazione di genere. Ma nella sala d’attesa, si tirò indietro». Da William Booth, Gender Confusion, Sex Change Idea Fueled Kaczynski’s rage, report says, in The Washington Post, numero del 2 settembre 1998. Vedi anche Ted Kaczynski’s Autobiography (T. Version), inedito, depositato presso il fondo della Labadie Collection, box 68, folder 8.

3 Questo documento è conservato nella Labadie Collection, box 65, e negli archivi dell’fbi di Chicago con il codice di archivio K2041.

4 Con questo, non sto certo invitando novelli autori o novelle autrici a praticare azioni illegali per promuoversi. D’altra parte, non siamo immuni al fascino della lotta.

5 Sebbene il suo odio per il leftistm vada rintracciato non per la “sinistra politica” ma per il pensiero liberale e il progressismo di stampo americano, come più volte cercherà di chiarire.

6 Alcuni di questi frammenti sono stati pubblicati all’interno di questo volume, mentre altri saranno oggetto di future pubblicazioni.

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La capanna di Unabomber https://deditore.com/2024/08/30/lacapannadiunabomber/ Fri, 30 Aug 2024 22:00:21 +0000 https://deditore.com/?p=14568 La capanna di Unabomber

Di Michael Jakob

Vi è un’estrema contraddizione tra un’abitazione intimista e “primitiva” e la volontà di far saltare in aria i propri nemici. Con la capanna di Ted Kaczynski, l’Arcadia scopre e ingloba il Terrore: l’eremita mette al mondo delle bombe.

La capanna di Ted Kaczynski, meglio conosciuto come Unabomber, è un oggetto paradossale: costruita e abitata dal suo artefice per vivere in disparte, lontano dal mondo, non soltanto non ha mai cessato, dal 1996 ad oggi, di essere riprodotta, ma è stata anche spostata, esposta, ricostruita, copiata e contraffatta. L’oggetto, un tempo situato nel cuore delle foreste del Montana nei pressi della cittadina di Lincoln, si è trasformato in un segno polivalente, che continua ad attirare l’attenzione degli artisti, mentre Kaczynski, che ha scambiato la sua capanna extra-territoriale con la reclusione nel carcere di massima sicurezza a Florence, nel Colorado – dove sta scontando l’ergastolo – è sparito dall’attenzione dell’opinione pubblica.

La capanna, separata dal suo artefice, rappresenta ben più di un residuo: è un elemento che insieme attira e disturba, è una strana reliquia, ed è, soprattutto, sul piano semiologico, un segno che non smette di interrogarci. D’altronde, il suo statuto attuale non è semplice da definire, ed è questo uno dei punti di partenza della nostra indagine. Che significa, infatti, la persistente presenza culturale e politica di questo oggetto, piuttosto banale di per sé? Perché riappare incessantemente?

Due aspetti cruciali, che non sono stati ancora sufficientemente evidenziati dai commentatori della celebre capanna, paiono particolarmente pertinenti. Innanzitutto, l’estrema contraddizione tra un tipo di
abitazione intimista e “primitiva”, un “nido protettore” da un lato, e la volontà – da parte del suo autore ed utilizzatore esclusivo – di far saltare in aria coloro che considerava suoi nemici, dall’altro. Con la capanna di Ted Kaczynski, l’Arcadia scopre e ingloba il Terrore: l’eremita mette al mondo delle bombe. Come rifugio, la costruzione proteggeva il corpo dello scienziato pazzo, mentre gli ordigni assemblati nel cuore della wilderness dilaniavano, altrove, i corpi delle vittime. Come spiegare il progetto di far esplodere in mille pezzi la società da parte di una persona che praticava una forma estrema di autismo sociale? E, una volta spostato e isolato sia l’autore della minaccia che la sua capanna, cosa rimane della carica esplosiva?

Il secondo aspetto che ci interpella è quello della copia. Kaczynski, da scienziato atipico qual era, ha costruito un riparo che non è soltanto, in quanto tale, una copia di copie: è l’incipit di una nuova serie, il punto di partenza di una sequenza di copie che sembrano non avere fine. I suoi crimini, inutile dire, seguivano anch’essi la logica seriale: si tratta di crimini “a calco”. Quest’ultimo aspetto orienta la nostra indagine in una direzione duplice. Dopo aver rintracciato il tragitto (pseudo-)originale di Kaczynski, dobbiamo risalire due piste: una, retrospettiva, va dal presente al passato (Rewind), apre uno spazio-tempo complesso, ed è guidata dalla domanda: da dove proviene questo artefatto? Cosa racconta del gesto architettonico? Dei diversi modi di abitare il mondo? L’altra pista, prospettica, va dal presente al futuro (Forward) e riguarda la stupefacente metamorfosi della capanna: tutto ciò dopo che, col tempo, l’interesse per il personaggio principale si è ormai ridotto quasi a nulla.

Vi fu un momento alla fine del secolo scorso in cui il caso di Theodor (Ted) Kaczynski si trovò al centro dell’attenzione mediatica. Oggi, nell’epoca del post-11-settembre e in un periodo in cui le esplosioni di ogni genere (attentati, bombardamenti con droni, mine antipersona) sono onnipresenti, il bizzarro destino del professore che aveva terrorizzato gli Stati Uniti per quasi due decenni sembra appartenere agli annali della storia.

Nato nel 1942 nell’Illinois da genitori di origine polacca, Kaczynski era un bambino superdotato e solitario. Accettato ad Harvard all’età di sedici anni in seguito a una scolarità estremamente brillante, vi
comincia degli studi di matematica. Nel 1962, si iscrive all’Università del Michigan dove, sempre brillantemente, consegue il dottorato. Nel 1967, è nominato professore associato nell’Università della California. Col tempo, il divario fra le sue competenze, i risultati delle sue ricerche e la sua socialità, sempre più precaria, si allarga. Il professore timido e ai limiti dell’autismo dà le dimissioni nel 1969 e ritorna dai genitori, nell’Illinois.

L’inizio della seconda “carriera”, quella dell’eremita, dello scrittore e del bombarolo Kaczynski, si colloca nel 1971 quando, con il fratello David, acquista un pezzo di terreno vicino a Lincoln, nel Montana. In quel luogo sperduto, presso la borgata dal nome simbolico – il destino del presidente americano Lincoln è legato a diverse capanne –, costruisce con le proprie mani un’abitazione primitiva che occuperà fino al suo arresto nell’aprile del 1996. Isolatosi in un edificio di appena 10m2 (3 x 3,60 m), senza acqua corrente e senza elettricità, elaborerà delle strategie di sopravvivenza imparando a cogliere piante e a cacciare piccoli animali. Il suo ritorno alla natura e la sua vita di uomo “primitivo” (niente di molto originale nell’ambito della storia culturale degli Stati Uniti) saranno tuttavia accompagnate da due attività di tipo relazionale.

Da un lato, il genio del fai-da-te comincerà a fabbricare bombe artigianali: la prima esplosione avrà luogo nel maggio del 1978. Al termine di un percorso di diciassette anni – l’ultima bomba esploderà il 24 aprile 1995 – Ted avrà ferito ventitré persone e fatto tre vittime. L’altra attività, anch’essa ipertrofica, è la scrittura. Ne testimoniano le circa 40.000 pagine di documenti trovati nella sua capanna solitaria e il celebre “manifesto” Industrial Society and Its Future, testo pubblicato, dopo un lungo e controverso dibattito, sul New York Times e sul Washington Post, e che poi condurrà al suo arresto.

La storia della ricerca infruttuosa di Unabomber, l’assassino che utilizzava gli esplosivi per punire i rappresentanti del sistema “tecnologico”, cioè gli universitari e i dirigenti di compagnie aeree (la “a” di Unabomber), e quella del suo arresto e del suo processo sono ben documentate. Sappiamo tutto sugli oggetti che custodiva nella sua capanna, sulle diverse tappe della sua scolarità, sul suo percorso universitario, sulle frustrazioni del giovane e dello studente di genio, e molte altre cose ancora. Sono note anche le perizie psichiatriche così come l’attribuzione della sua patologia alla categoria “schizofrenia paranoica”, proposta per spiegare ciò che, nonostante la stranezza del personaggio, sembra inspiegabile data la coerenza e l’intelligenza della maggior parte dei suoi scritti. I dati giuridici e psicologici sono ormai coperti da uno spessissimo strato di interpretazioni, al punto che se ne sa troppo: è diventato talvolta difficile distinguere l’identità del personaggio T. K. dall’immagine fabbricata – in particolare dai suoi genitori e dai medici – per sottrarlo alla pena di morte. Il discorso psichiatrico ha “patologizzato” l’insieme delle enunciazioni e dei gesti del matematico “folle”, con la conseguenza di distogliere l’attenzione da ciò che, nel caso delle sue azioni e dei suoi scritti, avrebbe potuto forse rivelare qualcosa di fondamentale sulla nostra società. L’aver isolato fisicamente Kaczynski e averlo rinchiuso all’interno di categorie psichiatriche ha impedito forse a questo “philosophical criminal” e assassino-idealista di dirci ancora qualcosa di rilevante.

 

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