MedicinaLive https://medicinalive.com/ Medicina, salute e società Wed, 18 Mar 2026 09:26:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.8.5 Meningite nel Regno Unito, dobbiamo aver paura? https://medicinalive.com/medicina-tradizionale/epidemie/meningite-nel-regno-unito-dobbiamo-aver-paura/ Wed, 18 Mar 2026 09:26:14 +0000 https://medicinalive.com/?p=149213 Il focolaio di meningite in atto nel Regno Unito deve farci paura? Dobbiamo preoccuparci di quello che sta accadendo nel sud est dell’Inghilterra in questo momento? Di certo non dobbiamo ignorare gli eventi.

Cosa sappiamo del focolaio inglese di meningite

Il Kent, più nello specifico, è stato colpito da un focolaio di meningite di tipo B che ha attirato l’attenzione delle autorità sanitarie. L’epidemia, occorsa vicino Canterbury, è considerata un evento raro ma serio. Sia per la rapidità di diffusione sia per le conseguenze potenzialmente gravi della malattia.

I primi casi sono stati segnalati a metà marzo 2026 e in pochi giorni il numero delle persone coinvolte è salito a quindici, con due decessi e diversi giovani ricoverati in condizioni serie. La maggior parte dei contagi riguarda studenti universitari e adolescenti, un dato che non sorprende gli esperti. La meningite meningococcica tende infatti a diffondersi più facilmente in contesti in cui le persone vivono o socializzano a stretto contatto, come campus universitari, scuole e locali affollati.

Le indagini epidemiologiche svolte hanno collegato diversi casi a un locale notturno di Canterbury frequentato da centinaia di giovani nei primi giorni di marzo. Questo elemento ha portato le autorità a definire l’episodio come un possibile evento “super-diffusore”, ovvero una situazione in cui molte persone vengono esposte al batterio in un breve periodo.

Il ceppo identificato in parte dei casi è il meningococco di gruppo B, uno dei più comuni responsabili della malattia nei paesi europei. La meningite meningococcica, lo ricordiamo, è un’infezione batterica che colpisce le membrane che rivestono cervello e midollo spinale. E può evolvere rapidamente in forme molto gravi, talvolta associate a setticemia. I sintomi iniziali possono essere poco specifici, come febbre, mal di testa o nausea, ma possono peggiorare nel giro di poche ore, rendendo fondamentale un intervento medico tempestivo.

Dobbiamo avere paura?

Uno degli aspetti più discussi in questo caso riguarda la vaccinazione. Nel Regno Unito il vaccino contro il meningococco B è stato introdotto nel 2015, ma è offerto di routine solo ai bambini piccoli. Ciò significa che molti adolescenti e giovani adulti, come gli studenti coinvolti nel focolaio, non sono immunizzati.

I recenti avvenimenti ha riacceso il dibattito sull’opportunità di estendere la copertura vaccinale anche alle fasce di età più grandi, soprattutto in contesti ad alto rischio. Al momento, per contenere la diffusione, l’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito ha avviato una serie di misure urgenti. Migliaia di persone potenzialmente esposte sono state contattate e invitate a sottoporsi a profilassi antibiotica preventiva, mentre è stato lanciato un programma di vaccinazione mirato per gli studenti che vivono nelle residenze universitarie.

Per noi in Italia ci sono problemi? In Francia è stato segnalato il caso di uno studente francese proveniente proprio dal Kent. Senza troppi allarmismi è bene mantenere l’attenzione alta, approcciandosi con attenzione alla possibilità di contagi “importati”.

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ARFID, disturbo alimentare: cosa è https://medicinalive.com/scienza-dellalimentazione/disturbi-alimentari/arfid-disturbo-alimentare-cosa-e/ Mon, 16 Mar 2026 09:02:30 +0000 https://medicinalive.com/?p=149206 L’ARFID è un disturbo alimentare ancora poco conosciuto a livello mainstream che sempre di più si sta affacciando nella nostra società. Scopriamone di più.

Cosa è l’ARFID

La sigla ARFID è acronimo di “Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder” o disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Differentemente da altri disturbi alimentari più noti, non nasce dal desiderio di dimagrire o da una preoccupazione per l’immagine corporea. Chi ne soffre tende piuttosto a evitare o limitare fortemente molti alimenti per ragioni legate al gusto, alla consistenza, all’odore o alla paura di possibili conseguenze spiacevoli come soffocare o sentirsi male.

Il disturbo è stato riconosciuto ufficialmente nella classificazione diagnostica utilizzata in psichiatria, il DSM-5 e riguarda soprattutto bambini e adolescenti, anche se può manifestarsi a qualsiasi età. Le persone con ARFID spesso mangiano una quantità molto ridotta di cibi “sicuri” e rifiutano categoricamente molti altri alimenti.

Questo comportamento non è semplicemente “essere schizzinosi”. E nel tempo può portare a carenze nutrizionali, perdita di peso, difficoltà nella crescita o forte ansia nei momenti legati al pasto.

Uno degli aspetti più complessi dell’ARFID è che spesso viene frainteso. Genitori, insegnanti o persone vicine possono interpretare il rifiuto del cibo come capriccio o mancanza di educazione. In realtà, per chi vive questo disturbo, l’esperienza del cibo può essere davvero fonte di disagio intenso.

Alcuni percepiscono odori e consistenze in modo molto più forte rispetto alla media. Mentre altri sviluppano una paura profonda legata all’atto di mangiare, magari dopo un episodio di soffocamento o di nausea.

Come approcciare questo disturbo alimentare

Approcciarsi all’ARFID nel modo giusto richiede prima di tutto comprensione e pazienza. Pressioni e forzature durante i pasti tendono infatti a peggiorare la situazione, aumentando l’ansia e il rifiuto. È molto più utile creare un ambiente sereno e prevedibile, in cui la persona si senta ascoltata e non giudicata. Piccoli passi, come introdurre lentamente nuovi alimenti o modificarne la consistenza, possono aiutare a costruire maggiore familiarità con il cibo.

Un altro elemento fondamentale è il supporto di professionisti. Psicologi, nutrizionisti e medici possono lavorare insieme per valutare la situazione e costruire un percorso personalizzato. Utilizzando tecniche di esposizione graduale agli alimenti, accompagnate da strategie per gestire l’ansia. L’obiettivo non è costringere la persona a mangiare tutto, ma ampliare progressivamente la varietà di cibi tollerati e ridurre la paura associata al pasto.

Parlare di ARFID, attualmente, è importante anche per aumentare la consapevolezza. Più questo disturbo viene riconosciuto e compreso, più diventa facile individuare precocemente i segnali e intervenire in modo adeguato.

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Tms e dipendenze: come sta rivoluzionando la cura dalla tossicodipendenza https://medicinalive.com/costume/tms-e-dipendenze-come-sta-rivoluzionando-la-cura-dalla-tossicodipendenza/ Fri, 13 Mar 2026 17:30:08 +0000 https://medicinalive.com/?p=149203 Nel panorama dei trattamenti per le dipendenze da sostanze, una tecnica neuroscientifica sta guadagnando sempre più spazio nei protocolli clinici internazionali: la Stimolazione Magnetica Transcranica, nota con l’acronimo Tms. Non invasiva, priva di effetti collaterali significativi e sempre più supportata dalla letteratura scientifica, la Tms rappresenta oggi una delle frontiere più promettenti nella cura di dipendenze da cocaina, alcol, eroina e nicotina.

Tms Fondazione Laura e Alberto Genovese

Cos’è la TMS: Stimolazione Magnetica Transcranica

La TMS è una tecnica che utilizza impulsi elettromagnetici per stimolare specifiche aree del cervello. Attraverso una bobina posizionata esternamente sul cuoio capelluto, viene generato un campo magnetico che induce correnti elettriche nei neuroni sottostanti, modulandone l’attività senza alcuna necessità di intervento chirurgico, sedazione o farmaci.

La procedura è completamente ambulatoriale: il paziente è seduto su una poltrona, rimane sveglio e vigile per tutta la durata della seduta  generalmente dai 20 ai 40 minuti e può tornare alle proprie attività quotidiane immediatamente dopo. Non sono previste interruzioni della vita lavorativa o sociale.

Originariamente sviluppata e approvata per il trattamento della depressione resistente ai farmaci, la TMS è oggi oggetto di intensa ricerca clinica per il suo potenziale nel campo delle dipendenze patologiche.

Come agisce la TMS sul cervello dipendente

Per comprendere perché la TMS funzioni nel trattamento delle dipendenze, occorre partire da un dato neuroscientifico fondamentale: la dipendenza non è una questione di forza di volontà, ma una patologia cerebrale. L’uso prolungato di sostanze altera in modo strutturale i circuiti cerebrali che regolano il controllo degli impulsi, la motivazione e il sistema della ricompensa.

L’area bersaglio principale della TMS in questi trattamenti è la corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC), la regione del cervello responsabile del controllo delle emozioni, della pianificazione e dei comportamenti impulsivi tutte funzioni gravemente compromesse nella persona dipendente.

La stimolazione di quest’area produce due effetti fondamentali. Il primo è il rimodellamento dei circuiti cerebrali: la TMS migliora la comunicazione tra la corteccia prefrontale e il sistema limbico, riducendo la reattività dell’amigdala agli stimoli legati alla sostanza d’abuso. In termini pratici, significa che il cosiddetto craving  il desiderio compulsivo e irresistibile di assumere la sostanza si riduce in modo significativo.

Il secondo effetto è la promozione della neuroplasticità: la TMS stimola il rilascio di dopamina nelle aree cerebrali coinvolte nella ricompensa e favorisce l’espressione di fattori neurotrofici come il BDNF, che regolano la plasticità sinaptica. Questo contribuisce a consolidare percorsi neurali più sani e a ridurre gli stati emotivi negativi che spesso alimentano la ricerca della sostanza.

Le evidenze scientifiche: i risultati per sostanza

La letteratura scientifica internazionale ha prodotto negli ultimi anni risultati incoraggianti sull’efficacia della TMS per diverse forme di dipendenza.

Nicotina. Uno studio randomizzato ha dimostrato che sessioni ripetute di TMS ad alta frequenza sulla corteccia prefrontale dorsolaterale di sinistra riducono in modo significativo il craving e il consumo di sigarette. I partecipanti trattati hanno mostrato un tasso di astinenza del 50% a sei mesi dal trattamento, un dato particolarmente rilevante rispetto alle terapie sostitutive tradizionali (Dinur-Klein et al., 2014).

Alcol. In uno studio clinico, la TMS associata alla terapia cognitivo-comportamentale ha prodotto una riduzione significativa del desiderio compulsivo di bere e un miglioramento dei tassi di astinenza a tre mesi dal termine del trattamento (Klauss et al., 2014).

Cocaina. La TMS ad alta frequenza ha mostrato risultati promettenti anche nella dipendenza da cocaina, con una diminuzione documentata del craving e una maggiore capacità di controllo degli impulsi nei pazienti trattati (Terraneo et al., 2016).

Polidipendenze. Studi preliminari indicano che la TMS, adattata al profilo neurobiologico del singolo paziente, potrebbe risultare efficace anche in presenza di dipendenze multiple, sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti su campioni più ampi.

Come si svolge un ciclo di trattamento

Un ciclo di TMS per le dipendenze prevede tipicamente tra le 10 e le 20 sessioni, distribuite nell’arco di alcune settimane, con stimolazioni ad alta frequenza superiori a 10 Hz. Ogni seduta dura tra i 20 e i 40 minuti.

La prima fase del percorso è la valutazione clinica: il medico specialista raccoglie l’anamnesi del paziente, analizza il tipo di sostanza di dipendenza, la durata dell’uso, le condizioni psichiatriche associate e lo stato neurocognitivo. Sulla base di questa valutazione viene costruito un protocollo personalizzato, che stabilisce le aree cerebrali da stimolare, l’intensità e la frequenza degli impulsi.

Durante ogni seduta il paziente rimane seduto, cosciente e collaborante. Il coil magnetico viene posizionato sulla zona del cranio corrispondente all’area da trattare. Gli impulsi generano una sensazione lieve, spesso descritta come un leggero bussettio sul cuoio capelluto. Il trattamento è generalmente indolore. Al termine il paziente può tornare alle proprie attività senza restrizioni.

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Acqua termale, i benefici https://medicinalive.com/costume/curiosita/acqua-termale-i-benefici/ Fri, 13 Mar 2026 10:52:52 +0000 https://medicinalive.com/?p=149195 L’acqua termale è da secoli per i suoi effetti benefici sulla salute. Scopriamoli insieme cercando di conoscere in modo più approfondito anche le sue diverse varietà.

Tipi di acqua termale e benefici

Già nell’antichità Greci e Romani frequentavano le terme non solo per rilassarsi, ma anche per curare diversi disturbi. Oggi la pratica di bere acqua termale, chiamata anche “crenoterapia idropinica”, è ancora diffusa in molte località e viene spesso consigliata come supporto naturale al benessere dell’organismo.

Le acque termali sono acque sotterranee che emergono in superficie dopo aver attraversato strati profondi di roccia. Durante questo lungo percorso si arricchiscono di minerali e oligoelementi come calcio, magnesio, zolfo, bicarbonati o ferro. Proprio la composizione chimica è ciò che distingue le diverse tipologie di acqua termale e determina anche i possibili effetti sull’organismo.

Una delle tipologie più diffuse di acqua termale è l’acqua bicarbonato-calcica, spesso consigliata per favorire la digestione e ridurre l’acidità gastrica. Bere questo tipo di acqua può aiutare chi soffre di digestione lenta o di lieve reflusso, perché i bicarbonati contribuiscono a tamponare l’eccesso di acidità nello stomaco.

Un’altra categoria importante è quella delle acque solfuree, ricche di composti dello zolfo. Queste sono tradizionalmente utilizzate per supportare il fegato e il sistema digestivo e possono avere anche un lieve effetto depurativo.

Esistono poi le acque salsobromoiodiche, che contengono sali minerali come sodio, bromo e iodio. Queste acque sono spesso associate a effetti stimolanti sul metabolismo e talvolta vengono impiegate nei percorsi termali dedicati al recupero energetico e al benessere generale.

Le acque ferruginose, ricche di ferro, sono invece note per essere utili in caso di lievi stati di anemia o carenze di questo minerale, anche se il loro utilizzo deve sempre essere valutato da un medico.

Agire sempre sotto controllo medico

Bere acqua termale può offrire diversi benefici. Prima di tutto favorisce l’idratazione e l’apporto di minerali naturali. In alcuni casi può aiutare il funzionamento dell’apparato digerente, sostenere l’attività epatica e stimolare la diuresi, contribuendo all’eliminazione delle scorie metaboliche. Inoltre, la crenoterapia viene spesso inserita in percorsi più ampi di benessere che comprendono alimentazione equilibrata, movimento e momenti di relax.

Nonostante i possibili effetti positivi, è importante ricordare che l’acqua termale non è una cura universale e può presentare anche alcune controindicazioni. Alcune acque sono molto ricche di sodio o di altri minerali e quindi potrebbero non essere adatte a persone con ipertensione, problemi renali o particolari condizioni metaboliche. Anche chi soffre di disturbi gastrointestinali più complessi dovrebbe evitare l’assunzione senza prima aver consultato uno specialista.

In generale, il consumo di acqua termale è sicuro quando avviene sotto controllo medico e per periodi limitati, come accade nei soggiorni termali. E inserita correttamente in uno stile di vita sano, può rappresentare un piccolo ma interessante alleato naturale per il benessere quotidiano.

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Insonnia, ecco gli alimenti salva-sonno https://medicinalive.com/generale/insonnia-ecco-gli-alimenti-salva-sonno/ Wed, 11 Mar 2026 09:00:51 +0000 https://medicinalive.com/?p=149192 Combattere l’insonnia con dei cibi specifici? Sono anni che la ricerca medica cerca di trovare risposte in tal senso e un importante contributo sembra arrivare dalla nutrizionista Erica Jensen dell’Università del Michigan.

Cosa mangiare contro l’insonnia

Non è una novità che negli ultimi anni la ricerca scientifica ha iniziato a studiare con maggiore attenzione il legame tra alimentazione e qualità del sonno. Tra gli studiosi che hanno contribuito a chiarire questo rapporto c’è proprio la suddetta ricercatrice. La quale ha analizzato come alcune abitudini alimentari possano influenzare l’insonnia e i disturbi del riposo.

I suoi studi suggeriscono generalmente che migliorare la dieta quotidiana potrebbe rappresentare una strategia semplice ma efficace per contrastare uno dei problemi più diffusi tra la popolazione. Secondo le sue ricerche uno degli aspetti più importanti riguarda il modello alimentare complessivo.

Non esiste infatti un singolo “cibo miracoloso” capace di risolvere i problemi di sonno: la qualità del riposo dipende piuttosto da una dieta equilibrata e costante nel tempo. Le persone che seguono un’alimentazione ricca di frutta, verdura, cereali integrali e proteine di qualità tendono a dormire meglio e a riportare meno sintomi di insonnia rispetto a chi consuma molti alimenti ultra-processati o ricchi di zuccheri e grassi saturi.

Tra gli alimenti che possono favorire il sonno la dottoressa cita alcuni cibi particolarmente interessanti dal punto di vista nutrizionale. Uno di questi è la frutta secca, come noci e pistacchi. Questi alimenti contengono melatonina e magnesio, due sostanze che contribuiscono al rilassamento del sistema nervoso e alla regolazione del ciclo sonno-veglia.

Minerali e antiossidanti importanti

Consumati in piccole quantità, ad esempio come spuntino serale leggero, possono aiutare l’organismo a prepararsi al riposo. Anche le ciliegie sono considerate utili per favorire il sonno. Alcuni studi hanno infatti evidenziato che questo frutto contiene naturalmente melatonina, l’ormone che regola i ritmi circadiani e segnala al corpo quando è il momento di dormire.

Altro alimento spesso citato contro l’insonnia è il kiwi. Questo frutto è ricco di vitamina C, antiossidanti e serotonina, sostanze che sembrano avere un effetto positivo sul rilassamento e sull’addormentamento. Alcune ricerche hanno osservato che consumare kiwi nelle ore serali può ridurre il tempo necessario per addormentarsi e migliorare la continuità del sonno.

Tra gli alimenti utili compaiono anche i semi di zucca, una fonte naturale di triptofano. Questo amminoacido è il precursore della serotonina e della melatonina. Grazie alla presenza di minerali come magnesio e zinco, i semi di zucca possono contribuire al rilassamento muscolare e favorire un sonno più profondo.

Anche il latte sembra essere un toccasana contro l’insonnia, in particolare per il suo contenuto di triptofano e calcio per il loro ruolo nella produzione di melatonina. Non è un caso che il classico bicchiere di latte prima di dormire sia considerato da tempo un rimedio naturale per favorire il riposo.

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Tac cardiaca, cosa è https://medicinalive.com/medicina-tradizionale/cardiologia/tac-cardiaca-cosa-e/ Mon, 09 Mar 2026 09:44:30 +0000 https://medicinalive.com/?p=149185 La Tac cardiaca, o tomografia computerizzata del cuore, è un esame diagnostico non invasivo che permette di osservare con grande precisione l’anatomia del cuore e delle arterie coronarie. Scopriamo insieme come funziona.

Cosa è e come funziona la Tac cardiaca

Entrando più nello specifico la Tac cardiaca produce immagini dettagliate a “strati” del cuore, consentendo ai medici di valutare la presenza di eventuali anomalie, restringimenti o calcificazioni nelle arterie. Come il suo nome indica questo esame si basa sul principio della tomografia computerizzata, una tecnologia che acquisisce numerose immagini radiografiche da diverse angolazioni.

Tutto mentre il paziente si trova sdraiato su un lettino. Il lettino scorre lentamente all’interno di un apparecchio a forma di anello, chiamato scanner, che ruota attorno al torace. Durante la scansione, un computer elabora tutte le immagini raccolte e le ricostruisce in modelli tridimensionali estremamente dettagliati del cuore e dei vasi sanguigni.

Per rendere le immagini ancora più chiare, nella maggior parte dei casi viene utilizzato un mezzo di contrasto a base di iodio. Questa sostanza viene iniettata in una vena del braccio e permette di evidenziare meglio il flusso del sangue all’interno delle arterie coronarie. Dobbiamo ricordare che il mezzo di contrasto rende più visibili eventuali restringimenti o ostruzioni, che possono essere causati da aterosclerosi. Ovvero da depositi di grasso e calcio nelle pareti dei vasi sanguigni.

Prima dell’esame, il medico può chiedere al paziente di evitare caffeina e fumo nelle ore precedenti, perché queste sostanze possono accelerare il battito cardiaco. Talvolta viene anche somministrato un farmaco per rallentare leggermente la frequenza cardiaca, in modo da ottenere immagini più nitide. Durante l’esame è importante restare immobili e trattenere il respiro per alcuni secondi quando richiesto dal personale sanitario. L’intera procedura è generalmente rapida e dura in media tra i dieci e i venti minuti.

Utile per controllare lo stato delle coronarie

La Tac cardiaca viene utilizzata soprattutto per studiare le coronarie, che hanno il compito di portare ossigeno e nutrienti al cuore. Ed è particolarmente utile quando si sospetta la presenza di malattia coronarica, ovvero quando le arterie si restringono o si ostruiscono, aumentando il rischio di angina o infarto.

Questo esame può rivelarsi utile in persone che presentano dolore toracico di origine incerta, oppure in pazienti con fattori di rischio cardiovascolare come ipertensione, colesterolo elevato, diabete o familiarità per malattie cardiache. Oltre a individuare restringimenti delle coronarie, la Tac cardiaca può anche valutare la presenza di calcio nelle arterie, studiare alcune malformazioni cardiache congenite e controllare lo stato di bypass o stent già impiantati.

La Tac cardiaca, grazie alle sue caratteristiche rappresenta oggi uno strumento importante nella diagnosi precoce delle malattie cardiovascolari. Contribuendo a migliorare sensibilmente la valutazione del rischio cardiaco.

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Fibrillazione atriale, l’uso dell’elettroporazione https://medicinalive.com/medicina-tradizionale/cardiologia/fibrillazione-atriale-uso-elettroporazione/ Fri, 06 Mar 2026 09:04:37 +0000 https://medicinalive.com/?p=149179 La fibrillazione atriale è una delle aritmie cardiache più diffuse al mondo. Attualmente si sta ampliando sempre di più l’uso dell’elettroporazione per combatterla. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Nuova tecnica per la fibrillazione atriale

Dobbiamo ricordare che la fibrillazione atriale si verifica quando gli atri del cuore, le due camere superiori, iniziano a contrarsi in modo rapido e disordinato invece di mantenere un ritmo regolare. Questo può provocare palpitazioni, affaticamento, fiato corto e soprattutto aumentare il rischio di ictus.

Negli ultimi anni la medicina ha sviluppato diverse strategie per trattare questa condizione, tra farmaci e procedure interventistiche. Tra le innovazioni più promettenti vi è proprio l’elettroporazione, che potrebbe cambiare il modo in cui viene eseguita l’ablazione cardiaca.

Per capire come funziona l’elettroporazione bisogna partire dal principio dell’ablazione. Quando la fibrillazione atriale nasce da segnali elettrici anomali, spesso localizzati vicino alle vene polmonari, i cardiologi cercano di isolare queste aree per impedire che disturbino il ritmo cardiaco.

Tradizionalmente questo viene fatto con il calore, tramite radiofrequenza, oppure con il freddo estremo, usando la crioablazione. In entrambi i casi si creano piccole cicatrici controllate nel tessuto cardiaco per bloccare i circuiti elettrici responsabili dell’aritmia.

L’elettroporazione utilizza invece un principio completamente diverso per la fibrillazione atriale. La tecnica si basa su brevi impulsi di campo elettrico ad alta intensità che agiscono direttamente sulle membrane delle cellule cardiache. Questi impulsi creano minuscoli pori nelle membrane cellulari, alterandone l’integrità e portando alla morte selettiva delle cellule che generano il segnale elettrico anomalo. Il processo è molto rapido e avviene in pochi millisecondi.

Uno degli aspetti più interessanti dell’elettroporazione è la sua selettività. I campi elettrici utilizzati colpiscono in modo preferenziale le cellule del muscolo cardiaco, mentre tendono a risparmiare altri tessuti vicini come nervi, esofago o vasi sanguigni. Questo rappresenta un potenziale vantaggio rispetto alle tecniche termiche tradizionali, che possono trasmettere calore o freddo anche alle strutture circostanti e provocare complicanze.

Come viene eseguita

Dal punto di vista pratico la procedura è simile alle altre ablazioni cardiache. Il paziente affetto da fibrillazione atriale viene sottoposto a un intervento mininvasivo durante il quale il medico introduce sottili cateteri attraverso i vasi sanguigni, generalmente dalla vena femorale, fino a raggiungere il cuore. Una volta posizionati i cateteri nelle aree da trattare, il sistema eroga gli impulsi elettrici che provocano l’elettroporazione del tessuto bersaglio. L’intervento può essere relativamente rapido e, secondo diversi studi clinici, potrebbe ridurre i tempi complessivi della procedura.

Le ricerche più recenti indicano che questa tecnologia potrebbe essere efficace nel mantenere il ritmo cardiaco normale nei pazienti con fibrillazione atriale, con un buon profilo di sicurezza. Tuttavia si tratta ancora di una tecnica in fase di diffusione e gli specialisti stanno continuando a raccogliere dati per valutarne i risultati nel lungo periodo.

Se i risultati continueranno a essere positivi, l’elettroporazione potrebbe diventare una delle principali opzioni terapeutiche in tal senso.

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Scarlattina? Possibile prenderla più volte https://medicinalive.com/medicina-tradizionale/virologia/scarlattina-possibile-prenderla-piu-volte/ Wed, 04 Mar 2026 15:22:51 +0000 https://medicinalive.com/?p=149175 La scarlattina? È possibile prenderla più volte nel corso della nostra vita. E questa informazione spesso è sconosciuta ai più ed eliminiamo questo divario.

Facciamo il punto sulla scarlattina

Considerata una malattia “classica” dell’infanzia differisce dalle altre malattie esantematiche proprio per questo specifico particolare. A differenza del morbillo che in genere conferisce un’immunità permanente dopo il primo contagio, la scarlattina non garantisce una protezione definitiva. E questo dipende dal tipo di batterio che la provoca e dal modo in cui il nostro sistema immunitario reagisce.

La scarlattina, lo ricordiamo, è causata dallo Streptococco beta-emolitico di gruppo A, noto scientificamente come Streptococcus pyogenes. Non è un virus, ma un batterio molto diffuso che può provocare anche altre infezioni, come la faringite streptococcica.

La caratteristica tipica della scarlattina è l’eruzione cutanea rossastra che compare dopo alcuni giorni di febbre e mal di gola, la cui manifestazione è legata alla produzione di specifiche tossine da parte del batterio. Ed è proprio qui che si spiega perché la malattia può ripresentarsi.

Esistono diversi ceppi di Streptococcus pyogenes, ciascuno in grado di produrre tossine leggermente diverse. Quando una persona contrae la scarlattina, sviluppa un’immunità contro la tossina specifica che ha causato quell’episodio. Tuttavia, se in futuro entra in contatto con un ceppo differente che produce una tossina diversa, il sistema immunitario potrebbe non riconoscerla efficacemente. Di conseguenza, la scarlattina può manifestarsi di nuovo.

I sintomi possono variare

Non solo è possibile ammalarsi più volte, ma i sintomi possono anche cambiare. In alcuni casi la seconda infezione può essere più lieve, con febbre meno alta e un’eruzione cutanea meno evidente. In altri casi, invece, può presentarsi in modo più intenso, soprattutto se la diagnosi non è immediata o se il trattamento antibiotico viene iniziato in ritardo.

I sintomi classici comprendono febbre alta, mal di gola, ingrossamento dei linfonodi del collo e la tipica lingua “a fragola”, arrossata e con papille in rilievo. L’esantema, che dà alla pelle un aspetto ruvido simile alla carta vetrata, compare di solito sul tronco e si diffonde al resto del corpo, risparmiando spesso la zona intorno alla bocca. In alcune reinfezioni l’eruzione può essere molto blanda o addirittura assente. Portando a un ritardo nella diagnosi.

Può essere differente anche la velocità di comparsa dei sintomi. Talvolta la febbre e il mal di gola precedono di pochi giorni l’esantema, altre volte la manifestazione cutanea della scarlattina compare quasi contemporaneamente. Nei bambini più grandi o negli adulti può presentarsi soprattutto come una forte faringite con segni cutanei sfumati.

La cura passa come già anticipato per una terapia antibiotica mirata. Sta a noi tenere l’attenzione sempre alta rispetto a potenziali contagi.

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Caffè? Fa bene anche al metabolismo https://medicinalive.com/scienza-dellalimentazione/alimentazione-e-prevenzione/caffe-fa-bene-anche-al-metabolismo/ Mon, 02 Mar 2026 16:20:16 +0000 https://medicinalive.com/?p=149166 Il caffè? Farebbe bene anche al metabolismo. Questa bevanda diffusa in tutto il mondo e apprezzata da secoli è nota per il suo gusto e per gli eventuali benefici che la accompagnano. Facciamo il punto della situazione.

I benefici del consumo di caffé

È molto più di una semplice abitudine mattutina, va ricordato. La ricerca scientifica degli ultimi anni ha messo in luce un insieme sorprendente di benefici per la salute legati a un consumo moderato e consapevole di caffè. Diversi studi condotti nel tempo hanno evidenziato come chi beve regolarmente caffè può sperimentare una minore incidenza di malattie croniche, un effetto protettivo su alcuni organi e una possibile maggiore aspettativa di vita.

Esso sarebbe poi associato a un rischio ridotto di malattie cardiovascolari come infarto e ictus, grazie all’azione degli antiossidanti presenti nei chicchi che aiuterebbero a ridurre l’infiammazione e a migliorare la funzione dei vasi sanguigni. Allo stesso tempo il caffè è stato collegato a un rischio più basso di diabete di tipo 2, probabilmente grazie all’azione sulla sensibilità insulinica e al ruolo dei polifenoli nel metabolismo del glucosio.

Chi beve regolarmente caffè, inoltre, tenderebbe a essere maggiormente protetto da alcune forme di tumore. E più nello specifico quelli del fegato e dell’intestino. Questa nota bevanda potrebbe avere anche un effetto protettivo anche nei confronti di malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer. Ovviamente alcuni di questi benefici sono ancora sotto analisi e necessitano di ulteriori conferme.

Effetto potenziale anche sul metabolismo

Recentemente ci si è concentrati anche sul rapporto tra caffè e microbiota intestinale. Alcuni studi indicano che i composti bioattivi della bevanda possono influenzare positivamente la composizione dei batteri intestinali, con possibili effetti benefici sul metabolismo e sulla risposta immunitaria.

E proprio su questo tema si è espresso anche l’infettivologo Matteo Bassetti che ha sottolineato come il caffè, se consumato nero e senza zucchero è una bevanda ricca di sostanze bioattive come polifenoli e caffeina con potenziali effetti favorevoli sul metabolismo. Questo perché la caffeina può aumentare leggermente il metabolismo basale e il dispendio energetico, favorendo l’utilizzo dei grassi come fonte di energia. Elemento questo che può rappresentare un aiuto nei percorsi di controllo del peso.

È importante però come sempre muoversi con giudizio. Secondo le linee guida generali, un adulto sano può consumare fino a circa 400 mg di caffeina al giorno (equivalente a 4–5 caffè espresso) senza rischiare di danneggiare la propria salute. Chi soffre di insonnia, ansia, ipertensione o gastrite potrebbe invece necessitare di controllare maggiormente il consumo di caffeina.

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Perché la medicina digitale è la nuova frontiera della produttività aziendale https://medicinalive.com/costume/perche-la-medicina-digitale-e-la-nuova-frontiera-della-produttivita-aziendale/ Fri, 27 Feb 2026 11:58:56 +0000 https://medicinalive.com/?p=149171 Ogni giorno migliaia di responsabili HR in Italia si trovano a gestire un problema silenzioso ma costosissimo: dipendenti assenti, stressati o demotivati che trascinano verso il basso le performance dell’intera organizzazione.

I numeri parlano chiaro, e raccontano una realtà in cui il confine tra salute dei lavoratori e risultati di business è ormai sottilissimo. Il 2026 segna però un punto di svolta, perché la tecnologia sanitaria sta finalmente offrendo alle aziende strumenti concreti per invertire la rotta, trasformando il welfare da voce di costo a leva strategica di crescita.

medicina digitale

Quanto costa davvero un dipendente che sta male: assenteismo, burnout e produttività perduta

Partiamo da un dato che forse ti sorprenderà. Secondo il Centro Studi Federmeccanica, il 54% delle ore di assenza pro-capite nelle aziende italiane è dovuto a malattia non professionale. Non infortuni sul lavoro, non permessi sindacali: semplice malattia. E quando un lavoratore manca, l’azienda non si ferma, ma paga un prezzo altissimo in termini di disorganizzazione.

Circa l’80% delle imprese compensa le assenze ricorrendo agli straordinari, con una perdita di produttività che si attesta mediamente intorno al 31,1%. A questo si aggiunge un costo nascosto che pochi considerano: i dirigenti dedicano in media 4,2 ore a settimana alla gestione delle assenze, circa 210 ore all’anno per ogni manager. Tempo sottratto a decisioni strategiche, sviluppo del business, innovazione.

Il quadro peggiora se guardiamo al divario tra settore pubblico e privato. Il tasso di assenteismo nel privato si attesta al 6,5% sulle ore lavorabili, mentre nel pubblico arriva al 9,3%. Se il settore pubblico raggiungesse i livelli del privato, il risparmio stimato sarebbe di circa 3,7 miliardi di euro l’anno.

Ma le assenze per malattia fisica rappresentano solo una parte del problema. L’VIII Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale rivela che il 31,8% dei dipendenti italiani ha sperimentato sensazioni di esaurimento o frustrazione legate all’attività lavorativa. Si tratta della sindrome da burnout, un fenomeno che non colpisce solo le professioni di cura ma si è esteso ormai a qualsiasi comparto produttivo, dall’IT alla logistica, dal commerciale all’amministrazione.

Il punto cruciale è questo: l’88% dei dipendenti dichiara che il supporto al benessere è importante quanto lo stipendio stesso. Non si tratta più di una richiesta generica di attenzione, ma di un’aspettativa concreta che influenza le scelte professionali, la permanenza in azienda e la qualità del lavoro quotidiano.

Eppure, nonostante questa consapevolezza diffusa, le azioni concrete scarseggiano. Una ricerca di RADICAL HR evidenzia che solo il 32,9% delle aziende italiane ha implementato iniziative minime per il benessere, e la percentuale con programmi di formazione specifici è addirittura inferiore al 4%. Il divario tra intenzioni e fatti resta enorme.

Telemedicina e welfare aziendale: il cambio di paradigma nel 2026

Qualcosa però si sta muovendo, e velocemente. La Legge di Bilancio 2026 ha destinato 20 milioni di euro ad AGENAS per coordinare e monitorare i servizi di telemedicina su scala nazionale. Il PNRR, dal canto suo, mette sul piatto circa 737,6 milioni di euro per la formazione di oltre 293.000 dipendenti del SSN sulle competenze digitali, con l’obiettivo di rendere operativo il Fascicolo Sanitario Elettronico in tutte le Regioni entro la metà dell’anno.

Questi investimenti pubblici stanno creando un ecosistema favorevole per la sanità digitale anche in ambito privato e aziendale. Il caso più emblematico arriva dal settore bancario: Banco BPM ha annunciato che da aprile 2026 attiverà un servizio gratuito di telemedicina per tutti i dipendenti del gruppo, con cure mediche a distanza tramite videochiamate e app dedicata. Il servizio coprirà il dipendente e fino a quattro componenti del nucleo familiare, includendo medico generico e pediatra disponibili 24 ore su 24.

Questo tipo di benefit risponde a un’esigenza molto concreta. Secondo l’Istat, quasi 13 milioni di italiani sono coinvolti nell’assistenza a parenti affetti da malattie gravi o non autosufficienti. Un’indagine BCG-Jointly stima che il 17% dei lavoratori-caregiver spenda più di 10.000 euro l’anno per le cure di una persona cara, con il 72% che segnala come sfida principale la conciliazione tra tempo di lavoro e tempo di cura.

Per le aziende che vogliono affrontare questa sfida in modo strutturato, esistono oggi piattaforme di medicina digitale per aziende che integrano consulti medici, supporto psicologico e nutrizionale in un unico ambiente digitale. La possibilità di consultare un medico online in tempi rapidi, senza dover chiedere permessi o affrontare spostamenti, cambia radicalmente l’esperienza del dipendente e riduce le ore perse per visite e attese negli studi medici.

La telemedicina aziendale non è più un esperimento riservato alle multinazionali. È diventata una soluzione accessibile anche per le medie imprese, grazie a modelli di servizio flessibili e a costi nettamente inferiori rispetto alle tradizionali polizze sanitarie integrative.

ROI della salute digitale: i numeri che convincono i CEO

Fin qui abbiamo parlato di problemi e soluzioni. Ma la domanda che ogni direttore finanziario pone è sempre la stessa: quanto rende investire nel benessere dei dipendenti?

La risposta è sorprendentemente positiva. Secondo lo studio “Il ROI del Benessere 2024” di Wellhub, il 95% delle aziende che ha misurato il ritorno dei programmi di benessere ha registrato un risultato positivo. Più della metà dei responsabili HR intervistati ha dichiarato un ritorno di almeno 2 euro per ogni euro investito. Le aziende con un approccio olistico, ovvero quelle che combinano più di quattro tipologie di servizi, hanno raggiunto nel 24% dei casi ritorni superiori al 150%.

Una ricerca della Luiss Business School in collaborazione con Edenred, ripresa da Il Sole 24 Ore, conferma il trend con dati ancora più significativi: le iniziative di welfare aziendale generano una produttività in crescita fino al 30% nelle aziende con piani di welfare strutturati. Nelle piccole imprese tra 10 e 49 dipendenti, chi adotta un piano di welfare registra un fatturato medio di 6,5 milioni di euro contro i 5,1 milioni dei competitor che ne sono privi, con un differenziale positivo del 26,7%. Nelle medie imprese il gap cresce ulteriormente: 33,9 milioni di euro contro 26,1 milioni, pari a un vantaggio del 29,8%.

Non si tratta solo di fatturato. Le evidenze scientifiche mostrano una correlazione diretta tra interventi per il benessere dei dipendenti e miglioramenti della produttività compresi tra il 10 e il 21%. Uno studio dell’Università di Oxford ha rilevato che i dipendenti più soddisfatti risultavano il 13% più produttivi. E investire nella cultura della salute riduce i tassi di turnover dell’11%, un dato cruciale in un mercato del lavoro dove la retention dei talenti è diventata una priorità assoluta.

Questi numeri spiegano perché il 54% dei CEO italiani considera ormai il benessere dei dipendenti un fattore strategico per il successo finanziario, secondo il sondaggio “Return on Wellbeing 2025” di Wellhub. Non è più filantropia aziendale: è strategia di business.

 

Come integrare la medicina digitale nella strategia aziendale: il modello Serenis

Arrivato a questo punto, la domanda diventa pratica: come si implementa concretamente un programma di salute digitale in azienda?

Il modello che sta emergendo come riferimento nel panorama italiano è quello di Serenis, centro medico digitale fondato nel 2021 che ha superato i 2 milioni di sedute erogate e conta oggi circa 3.000 professionisti nella propria rete. La vera particolarità di Serenis è che non si tratta di un semplice marketplace che mette in contatto medici e pazienti, ma di un centro medico autorizzato che risponde della qualità dei percorsi con gli stessi standard di un poliambulatorio fisico.

A febbraio 2026 Serenis ha lanciato Serenis Medicina, il nuovo verticale di sanità digitale che amplia l’offerta con consulti di medicina generale e pediatria. Il servizio è disponibile 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, con tempi di risposta medi di 10-15 minuti per entrare in contatto con un medico. I dipendenti possono interagire tramite chat, prenotare video consulti e accedere a un dossier sanitario digitale centralizzato che raccoglie referti, documenti e prescrizioni.

L’aspetto che differenzia questo approccio da qualsiasi altra soluzione sul mercato è l’integrazione multidisciplinare. All’interno della stessa piattaforma, il medico può consigliare un percorso con uno psicoterapeuta, un nutrizionista o uno psichiatra, senza che il dipendente debba ricominciare da capo su un’altra app o con un altro provider. Il dossier sanitario è condiviso tra i professionisti (con il consenso del paziente), garantendo continuità assistenziale reale.

A questo si aggiunge la gestione familiare: i dipendenti possono gestire anche la salute dei propri familiari, inclusi i bambini attraverso consulti pediatrici, rispondendo direttamente a quell’esigenza dei lavoratori-caregiver che abbiamo visto pesare così tanto in termini economici e organizzativi.

Il canale B2B è già operativo e conta oltre 300 aziende clienti con più di 500.000 dipendenti gestiti. Tra le prime realtà ad adottare Serenis Medicina c’è Cofidis Italia, con oltre 400 dipendenti. Il direttore sanitario è Manuel Szathvary, medico di Medicina Generale esperto in telemedicina, laureato all’Università di Padova e iscritto all’Ordine dei Medici di Padova.

Per le aziende, l’integrazione è pensata per essere semplice: toolkit HR dedicati, reportistica clinicamente validata e anonimizzata, formazione e workshop su tematiche come il burnout e la comunicazione assertiva completano un’offerta che va ben oltre il singolo consulto medico.

Come abbiamo visto, i dati non lasciano spazio a dubbi: il costo dell’inazione sulla salute dei dipendenti è enormemente superiore a quello di qualsiasi investimento in welfare sanitario digitale. Le aziende che hanno adottato programmi strutturati registrano aumenti di produttività fino al 30%, riduzioni significative del turnover e un vantaggio competitivo misurabile in termini di fatturato.

La medicina digitale ha raggiunto nel 2026 un livello di maturità tale da rendere accessibile anche alle medie imprese ciò che fino a pochi anni fa era riservato alle grandi corporation. Modelli integrati come quello di Serenis, che uniscono medicina generale, psicoterapia e nutrizione in un’unica piattaforma con dossier sanitario condiviso, rappresentano la risposta più completa alle esigenze attuali di lavoratori e datori di lavoro.

Se la tua azienda non ha ancora integrato la salute digitale nella propria strategia di welfare, il momento di iniziare è adesso.

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Bpa, cosa dice la legge https://medicinalive.com/medicina-news/bpa-cosa-dice-la-legge/ Wed, 25 Feb 2026 08:31:05 +0000 https://medicinalive.com/?p=149160 Il Bpa (o Bisfenolo A) è una sostanza chimica utilizzata da decenni nella produzione di plastiche e resine impiegate anche nei rivestimenti interni di lattine e barattoli destinati agli alimenti. Vediamo insieme cosa dice la legge a tal riguardo.

Bpa e normativa europea

Dobbiamo ricordare che la sua funzione principale è quella di rendere i materiali più resistenti e durevoli, proteggendo il contenuto da contaminazioni esterne e prolungandone la conservazione. Nel corso degli anni però numerosi studi scientifici hanno sollevato dubbi sempre più consistenti sulla sua sicurezza. Evidenziando possibili effetti negativi sulla salute umana.

Secondo l’European Food Safety Authority, l’esposizione al Bpa può avere un impatto sul sistema immunitario e interferire con il sistema endocrino, agendo come interferente ormonale. Questo significa che la sostanza è in grado di imitare o alterare il funzionamento degli ormoni con potenziali conseguenze sul metabolismo, sulla fertilità e sullo sviluppo.

Alcune ricerche hanno inoltre ipotizzato un collegamento tra esposizione prolungata e aumento del rischio di determinate patologie croniche. Sebbene il dibattito scientifico sia ancora in atto sul tema, le istituzioni europee hanno deciso di intervenire in modo deciso.

La Commissione Europea ha infatti adottato nel 2024 un regolamento che vieta l’utilizzo del Bpa nei materiali destinati a venire a contatto con gli alimenti. Il divieto è entrato formalmente in vigore nel 2025 e rappresenta un passo importante verso una maggiore tutela dei consumatori. La norma riguarda un’ampia gamma di prodotti, inclusi i rivestimenti interni dei barattoli metallici utilizzati per conserve, legumi, sughi e bevande.

Tempo transizione fino al 2028

Nonostante ciò, è possibile trovare sugli scaffali prodotti confezionati in contenitori che possono contenere Bpa. E ciò accade per un motivo. La legislazione europea prevede infatti un periodo transitorio che consente alle aziende di adeguarsi gradualmente alle nuove disposizioni. Le imprese hanno tempo fino al 2028 per completare la transizione, smaltire le scorte già prodotte e convertire gli impianti verso materiali alternativi ritenuti più sicuri.

La fase di adeguamento è stata concessa per evitare ripercussioni eccessive sulla filiera alimentare e garantire continuità nella produzione e distribuzione. Sostituire il Bpa non è un processo immediato ed è per tale ragione che fino al 2028 sarà possibile imbattersi in contenitori contenenti bisfenolo A.

Cosa possiamo fare noi per salvaguardare la nostra salute? Senza dubbio fare attenzione a ciò che compriamo. Anche puntando a una giusta conservazione dei nostri alimenti in lattina. Di certo dobbiamo evitare di riscaldare tali contenitori, in modo che la sostanza non venga rilasciata nel cibo. E dove possibile comprare alimenti conservati in vetro.

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