NexNova https://nexnova.net Agenzia agile di marketing digitale e sviluppo web Tue, 06 Oct 2020 15:55:58 +0000 it-IT hourly 1 https://nexnova.net/wp-content/uploads/2020/06/cropped-nexnova_barbara-damiano_nestore-novati-marketing-digitale-ecommerce-sviluppo-web-monetizzazione-blog_02-32x32.png NexNova https://nexnova.net 32 32 Chatbots: il segreto per raggiungere i tuoi lettori anche su Messenger https://nexnova.net/blog/chatbots-segreto-raggiungere-tuoi-lettori-anche-messenger/ Mon, 06 Nov 2017 08:00:43 +0000 https://retelab.it/?p=2133 La novità che sta imperversando nel mondo del social e digital marketing negli ultimi mesi si chiama “chatbots”. Da attenti osservatori del mondo online ne avrete sicuramente sentito parlare ma vogliamo comunque iniziare questo post con una breve ma esauriente descrizione di questo nuovo fenomeno. Dopo averne capito il meccanismo di base vedremo come i […]

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La novità che sta imperversando nel mondo del social e digital marketing negli ultimi mesi si chiama “chatbots”. Da attenti osservatori del mondo online ne avrete sicuramente sentito parlare ma vogliamo comunque iniziare questo post con una breve ma esauriente descrizione di questo nuovo fenomeno. Dopo averne capito il meccanismo di base vedremo come i chatbot siano oggi uno degli strumenti più efficaci che blogger e marketer possono utilizzare per diffondere più e meglio i loro contenuti su Messenger, consentendo ai lettori di fruire dei loro post e ricevere novità anche su questa piattaforma creando così una relazione ancora più diretta e personale con il loro pubblico.

Una piccola, ulteriore nota prima di partire: tutte le idee, tecniche e suggerimenti che indicheremo di seguito sono completamente fattibili e realizzabili da chiunque abbia un minimo di dimestichezza con un computer – quindi, immaginiamo, tutti i lettori di questo articolo. Non vogliamo presentare scenari futuribili, possibilità esclusivamente teoriche o sistemi ultracomplessi ma strumenti e opportunità concrete, da cogliere adesso, senza esitazioni.

Che cos’è un chatbot per Messenger?

Cominciamo definendo di cosa stiamo parlando. Un chatbot per Messenger (esistono anche per altri ambienti ma in questo articolo ci concentreremo su questo piattaforma di messaging perchè è la più usata e diffusa al mondo) è un sistema online che si “aggancia” ad una pagina Facebook – tecnicamente si iscrive agli eventi che avvengono su quella pagina – e ne riceve tutti i messaggi che le vengono inviati dagli utenti. Ogni volta che un messaggio viene “intercettato”, il chatbot lo può processare e ne può analizzare il contenuto, applicando le regole che sono state definite in fase di design e implementazione per mandare all’utente, in totale autonomia, la risposta più adeguata.

Esistono chatbot che comunicano con clienti e prospect fornendo informazioni sui prodotti e i servizi di un’azienda, che guidano l’utente nella prenotazione di appuntamenti o incontri (famoso quello di Sephora, una delle prime azienda a sfruttare efficacemente questo strumento), che aiutano a trovare l’offerta migliore per un albergo, che fanno customer care di primo livello e che distribuiscono i contenuti di un blog o di un magazine.

Chatbots e blog: un’unione vincente

E’ proprio quest’ultima funzione che vogliamo approfondire, in particolare analizzando come un chatbot può permettere all’autore di un blog di diffondere i propri contenuti anche su Messenger, allargando la base dei suoi lettori e consentendogli di aumentare esponenzialmente l’engagement del suo pubblico – senza sforzo.

Le modalità attraverso le quali un chatbot può rendere più facile e felice la vita di un blogger sono tre:

  1. Rendere accessibili i contenuti del blog su Messenger
  2. Ricevere e processare autonomamente commenti, messaggi e richieste (e fare in particolare lead generation, ad esempio permettendo agli utenti di iscriversi alla newsletter direttamente in chat)
  3. Fare marketing automation affiancando le attività di mailing per diffondere contenuti e ingaggiare in maniera ancora più mirata ed efficace il pubblico

Diffondere i propri contenuti su Messenger

Chatbots e RSS

Il primo e più immediato utilizzo che un blogger può fare di un chatbot su Messenger riguarda la distribuzione dei suoi contenuti. Grazie all’integrazione con i feed RSS è veramente semplice far sì che un bot possa essere interrogato da qualsiasi utente sugli ultimi articoli e riesca a rispondere automaticamente con la lista completa e aggiornata dei post, navigabile in pagine e fruibile dall’utente che direttamente nella chat può cliccare su qualsiasi link lo interessi per accedere immediatamente all’articolo.

Lead generation e raccolta dati

Chatbots e MailchimpIl bello di un chatbot è poi, quasi per definizione, l’interattività – con un bot si può (per l’appunto) chattare per completare task che siano un po’ più complessi e articolati rispetto ad una relativamente semplice lista di link.

Il principale di questi, vero e proprio “Sacro Graal” di blogger e marketer, è fare lead generation, cioè acquisire i riferimenti dei visitatori che desiderano creare una relazione con il nostro blog e che noi possiamo in seguito contattare quando pubblichiamo nuovi articoli o lanciamo nuovi prodotti e offerte. Un chatbot può diventare il perfetto strumento per chiedere ad esempio il nome e l’indirizzo email di un utente, salvando questi dati autonomamente nel nostro database e addirittura inviandoli direttamente a piattaforme di email marketing come Mailchimp, aggiungendoli così in maniera trasparente e naturale alla nostra mailing list senza che il visitatore lasci mai la chat o si accorga di tutto ciò che sta accadendo dietro le quinte.

Marketing Automation

Per chiudere il cerchio e completare il percorso di engagement mirato che abbiamo pensato per i nostri utenti ci restano ancora da scoprire le funzionalità di marketing automation che i chatbot ci permettono di usare. Parallelamente a quanto facciamo con le email, possiamo anche qui segmentare gli utenti che hanno chattato con il nostro bot e definire delle regole di contatto via Messenger, ad esempio decidendo di inviare automaticamente un messaggio di “riattivazione” a tutti gli utenti che hanno chattato una volta con il bot del nostro blog ma non si sono più fatti sentire per 48 ore o più. La differenza sostanziale rispetto all’email è che recenti studi (ad esempio questo di Hubspot) hanno dimostrato come le comunicazioni inviate via Messenger abbiano un open rate dell’80% e più – una bella differenza rispetto ai più tradizionali messaggi di posta dove un tasso di apertura del 35%-40% è già il sogno proibito di qualsiasi marketer…

Come fare: piattaforme e tecnologie

Dopo tutto questo parlare è giunto il momento di mettersi all’opera. Ormai dovrebbe essere chiaro che utilizzare un chatbot è uno step fondamentale per qualsiasi blogger che desidera far crescere il proprio pubblico e rafforzare il legame che ha con i suoi lettori sfruttando strumenti all’avanguardia: come abbiamo promesso all’inizio di questo post vogliamo allora darvi delle indicazioni concrete per iniziare subito ad utilizzare chatbot completi, efficaci e utili in congiunzione con il vostro blog.

Se chi ha competenze di programmazione piuttosto avanzate può studiare direttamente le API di Facebook per creare i suoi chatbot da zero scrivendoli nel linguaggio che desidera, la soluzione più pratica ed efficace è invece utilizzare una piattaforma per creare chatbot, un software che solitamente ha un’interfaccia e una logica simile a WordPress ma che invece di produrre e gestire siti web crea bot per Messenger. Sono numerosi gli strumenti online che con diversi gradi di facilità, complessità e flessibilità offrono questo servizio e qui ne trovate un elenco piuttosto completo.

Oltre ai tool elencati in questo articolo, vogliamo segnalare ChatbotsBuilder, una piattaforma tutta italiana pensata principalmente per agenzie, marketer e blogger. Gratuita da provare, offre la lista completa di funzionalità che abbiamo descritto in questo articolo in maniera semplice, intuitiva e pratica. In alternativa, una ricerca su Google per “piattaforme per creare chatbot” dovrebbe sempre ritornare i risultati più aggiornati e completi.

La cosa importante è cominciare, subito, a studiare, provare e implementare chatbot. Siete d’accordo? I commenti sono aperti!


Guest post scritto da Silvio Porcellana di mob.is.it

SilvioPorcellanaSilvio Porcellana si occupa di digital marketing e web dal 1999. Nel 2017 ha creato ChatbotsBuilder, la prima piattaforma per costruire chatbots – totalmente in italiano.

Twitter: @silvioporcellan

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Come si distingue un blogger professionista https://nexnova.net/blog/si-distingue-un-blogger-professionista/ Mon, 05 Jun 2017 07:47:16 +0000 https://retelab.it/?p=2112 Cosa distingue un blogger da un blogger professionista? In che modo ci si dovrebbe relazionare con le aziende? Come segnalare e valorizzare le campagne promozionali? Di questi e di molti altri temi si è parlato al MammaCheBlog che si è recentemente svolto a Milano il 19 e 20 Maggio 2017. Una due giorni densa soprattutto di workshop formativi e […]

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Cosa distingue un blogger da un blogger professionista? In che modo ci si dovrebbe relazionare con le aziende? Come segnalare e valorizzare le campagne promozionali?

Di questi e di molti altri temi si è parlato al MammaCheBlog che si è recentemente svolto a Milano il 19 e 20 Maggio 2017. Una due giorni densa soprattutto di workshop formativi e di conversazioni aperte tra addetti ai lavori per discutere di buone prassi da adottare quando il blogging è una vera e propria attività professionale.

Quello che segue è una raccolta di ciò che ho trovato più utile e interessante per i blogger professionisti (o che vogliono diventarlo).

Come lavorare in modo organizzato

Quando il blogging nasce come un’attività professionale o lo diventa nel tempo come succede spesso nel mommy blogging, è importante innanzitutto pianificare una strategia e mantenerla nel tempo.

Le cose da fare sono sempre tante e diversificate, non è sufficiente solo scrivere, bisogna anche curare i propri canali social, gestire le campagne sponsorizzate, scegliere le immagini, mantenere aggiornato il blog dal punto di vista tecnico e molte altre cose. Ecco perché è importante lavorare in modo organizzato e utilizzare gli strumenti che ci facilitano la vita.

La prima cosa da fare è un piano editoriale ben strutturato che copra tutte le sezioni del nostro sito. L’ideale è avere un piano annuale in cui segnare già gli argomenti stagionali (festività, eventi, stagioni…) e uno mensile in cui inserire nel dettaglio i titoli dei post che intendete pubblicare.
Lo strumento migliore è Google Calendar, è gratuito, mette a disposizione già i calendari delle festività e si collega con le altre applicazioni Google. In alternativa potete utilizzare un semplice file Excel inserendo in alto i giorni del calendario.

Oltre alla pubblicazione degli articoli editoriali, se siete un blogger professionista avrete anche le scadenze relative alle campagne sponsorizzate da ricordarvi, noi utilizziamo Trello che è un sistema semplice e molto personalizzabile diviso in board, liste e cards. In ogni card possiamo inserire una descrizione, una checklist, una data di scadenza e un’etichetta colorata.
Se non avete un team di persone la versione gratuita sarà sufficiente e potete scaricarvi anche la App sullo smartphone.
Su Trello potete inserire, oltre alla lista dedicata ai progetti anche altre liste organizzandole come vi è più congeniale e con un movimento del mouse potete spostare le cards da una lista all’altra.
Io per esempio ho sempre 3 liste attive “oggi”, “importanti” e “urgenti” in cui segnarmi tutto ciò che voglio tenere sott’occhio ma potete anche utilizzarlo per ricordarvi di fare le fatture se non avete un software di fatturazione automatica inserendo le liste “da fatturare” e “in attesa di pagamento”.
In alternativa a Trello Barbara Damiano di mammafelice.it nel suo workshop “Il manifesto della blogger professionista” ha suggerito l’utilizzo di Google Drive all’interno del quale creare un file per ciascuna campagna che state gestendo e in cui inserire tutti i dettagli e le scadenze da riportare poi anche all’interno di Google Calendar attivando anche delle notifiche che vi arrivano via mail.

Io all’interno di Calendar ho attivato anche la funzione di Agenda giornaliera che mi invia una mail alle 5 del mattino con il riepilogo di tutti gli impegni della giornata, è la prima cosa che guardo appena accendo lo smartphone.

Copiare ed essere copiati

Uno dei temi caldi in rete è il copyright: molti ancora credono che il web sia l’equivalente del Far West, una terra di nessuno dove tutto è possibile ma la verità è ben diversa: regole e leggi sono in vigore anche online e devono essere rispettati se non vogliamo trovarci nei guai.

Se trovo un testo che mi piace e voglio citarlo, magari commentandolo, non solo è possibile ma è consigliabile, fa parte dello spirito originario dei link, i collegamenti appunto che stanno alla base della “ragnatela”.

L’importante è che venga citata la fonte (con link!) e che la citazione non renda inutile la lettura del testo originale (deve essere una cosiddetta “corta citazione”, e non una copia integrale dell’articolo).

C’è anche un altro modo lecito per copiare: chiedere il permesso! Per esempio nel caso di un articolo in lingua straniera e che ci è piaciuto e che vorremmo pubblicare sul nostro blog, possiamo scrivere all’autore chiedendo esplicitamente l’autorizzazione per poterlo tradurre e pubblicare.

Quando invece veniamo copiati come dobbiamo comportarci? La prima cosa da fare è scrivere e chiedere che venga rimosso il testo oppure che sia abbreviato e linkato con la fonte originale. Se questo avvertimento non sortisce alcun effetto allora possiamo passare alle maniere un po’ più rudi.

A onor del vero Silvia Tropea di genitoricrescono.com, blogger e avvocato, ha avvertito che difficilmente ci sono le condizioni perché i costi di un’azione legale siano poi coperti anche in caso di vittoria, ma a volte è sufficiente una mail scritta in maniera chiara e assertiva per ottenere il risultato (magari dalla mail [email protected]!).

Il blogger e le aziende

Le aziende sono il veicolo principale attraverso cui i blogger possono monetizzare i contenuti che offrono gratuitamente ai loro lettori.
E sempre di più la sponsorizzazione si è spostata dal semplice banner a forme di pubblicità più efficaci che inseriscono il contenuto promozionale all’interno dei contenuti editoriali. Si parla molto infatti di Native advertising ovvero un contenuto che si modella perfettamente con il linguaggio e il tono propri del blog e che promuove un prodotto o servizio.

Non si tratta di pubblicità occulta se il contenuto è opportunamente segnalato come sponsorizzato. A volte i contenuti sponsorizzati non sono apprezzati dagli utenti ed è proprio la professionalità del blogger a fare la differenza poichè conoscendo i suoi lettori può scegliere le campagne e le modalità giuste, segnalando  correttamente la sponsorizzazione e continuando a metterci il cuore e la testa come in tutti gli altri contenuti.

Spesso le aziende richiedono anche la presenza ad eventi costruiti appositamente per le blogger o pubblici in cui si è chiamati a utilizzare i propri canali social per promuovere l’evento stesso e il brand. Anche durante gli eventi la professionalità si può notare da molte cose, dalle più banali (come arrivare con lo smartphone carico!) a quelle che arrivano con l’esperienza, come il fatto di raccogliere più informazioni possibili sul brand per arrivare preparati.

Tutto ciò che ho scritto si riassume in una frase:

se sei un blogger professionista non stai solo facendo un lavoro, stai gestendo una vera e propria attività imprenditoriale che richiede tempo, esperienza, strategia, investimenti e molta formazione continua.


Guest post scritto da Barbara Lamhita Motolese di genitorichannel.it
Dal 2001 lavora nel campo del web prima come Web developer e responsabile dei servizi web di diverse aziende poi come freelance e infine fonda Ta-Daaa! Srl nel 2010 e Lallafly Srl nel 2015 attraverso cui gestisce progetti editoriali e di marketing dedicati ai genitori tra cui il web magazine GenitoriChannel.it e la piattaforma che vende per-corsi online Lallafly.com

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Come passare da http a https su WordPress https://nexnova.net/blog/passare-http-https-wordpress/ https://nexnova.net/blog/passare-http-https-wordpress/#comments Mon, 30 Jan 2017 11:05:18 +0000 https://retelab.it/?p=2093 A partire da fine Gennaio 2017 uscirà la versione 56 di Chrome, che indicherà come “non sicuri” tutti i siti che non utilizzano https. Google ha anche annunciato che le future versioni dell’algoritmo di ricerca penalizzeranno i siti non https. Cerchiamo di valutare che cosa significa https, se è necessario intervenire sul proprio sito WordPress e […]

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A partire da fine Gennaio 2017 uscirà la versione 56 di Chrome, che indicherà come “non sicuri” tutti i siti che non utilizzano https. Google ha anche annunciato che le future versioni dell’algoritmo di ricerca penalizzeranno i siti non https.
Cerchiamo di valutare che cosa significa https, se è necessario intervenire sul proprio sito WordPress e come farlo a livello pratico.

Che cosa significa https

La maggior parte dei siti (al momento più del 90%) utilizza http non sicuro: questo significa che le informazioni scambiate tra il nostro computer e il server sono in chiaro. Questo non è un problema se le informazioni non sono riservate, per esempio se leggiamo notizie o guardiamo un sito.

Ma quando si tratta di:

  • informazioni private o riservate;
  • password;
  • transazioni e acquisti;

Sarebbe un grosso problema trasmettere le informazioni in chiaro: chiunque riuscisse a intercettare la comunicazione, potrebbe leggere tutti i dati. È per questo che già da tempo banche, negozi online, forum privati, social networks, utilizzano una connessione http sicura, ovvero https.

I siti https utilizzano un certificato ssl che permette ai due computer di comunicare in maniera criptata: se anche qualcuno riuscisse a leggere le informazioni che transitano, non potrebbe decifrarle.

Chi deve passare subito a https

Chiunque abbia uno shop, gestisca transazioni economiche o gestisca dati riservati, come password o informazioni personali, dovrebbe passare ad https.

Per esempio:

  • negozi online;
  • forum privati o siti che gestiscono informazioni riservate;
  • siti che permettono la registrazione gli utenti;

Per questi il passaggio è da fare categoricamente, anzi lo avrebbero già dovuto fare da tempo.

Tutti gli altri siti possono farlo con più calma, ma Google ha annunciato che anche per i siti normali potrebbe esserci un impatto nell’indicizzazione, seppur minimo rispetto ai tipi di siti indicati sopra. Ma dato che con il passare del tempo la penalizzazione potrebbe avere peso sempre maggiore, la raccomandazione è di passare comunque ad https quanto prima.

Che cosa succede se non passo ad https

Impatto sul ranking SEO

Già dal 2014 Google aveva comunicato sul suo blog per webmaster che l’http non sicuro avrebbe impattato (in maniera marginale) con il ranking SEO: https://webmasters.googleblog.com/2014/08/https-as-ranking-signal.html

Il peso di questo fattore aumenterà sempre più. Quindi i siti http saranno penalizzati rispetto a quelli https.

Impatto sull’esperienza utente

Da fine gennaio il browser Chrome (che è il più usato) inizierà a marcare in rosso con la scritta: “non sicuro” i siti non https: molti utenti quindi eviteranno di navigare su siti con questa notifica, preferendo quelli con la scritta verde: “Sicuro”. L’impatto sull’esperienza utente si trasformerà quindi in una perdita di visite.

Probabilmente i siti con campi sensibili o che fanno vendita o transazioni commerciali verranno evidenziati in modo ancora più evidente, comportando una perdita di vendite.

Impatto sulla sicurezza

Gli attacchi per rubare dati sensibili o hackerare siti si concentreranno su siti non https, perché è generalmente più facile. Inoltre possibili attackers valuteranno sicuramente come “trascurato” e più facile da attaccare un sito che non ha fatto il passaggio.

Come passare ad https per siti WordPress

Il passaggio va pianificato bene e fatto nel modo migliore: eventuali errori si tradurranno in penalizazioni nche pesanti sull’indicizzazione, quindi nel dubbio meglio restare in http che fare male il passaggio ad https. Al momento, a meno che non si tratti delle categorie indicate sopra, la penalizzazione è leggera: errori nel passaggio potrebbero avere invece ripercussioni pesanti.

Ecco quindi i passi fondamentali da fare per effettuare il passaggio nel migliore dei modi.

Capire quale tipo di certificato SSL si vuole utilizzare

Esistono tre tipi di certificati SSL:

  • Validazione di dominio;
  • Validazione di business e organizzazione;
  • Validazione estesa;

Se non ci sono esigenze particolari, è sufficiente la validazione di base, che permetterà di avere la scritta verde: “Sicuro” e il lucchetto verde. Esempio:

Se si fa ecommerce e si vuole dare maggiore fiducia, può essere meglio la validazione di business, che oltre a mettere la scritta verde “Sicuro”, offre in genere anche informazioni addizionali sull’azienda che ha ottenuto il certificato.

Per servizi finanziari evoluti, transazioni, e massima garanzia di sicurezza, può essere utile la validazione estesa, che scrive nella barra anche il nome dell’azienda che ha ottenuto il certificato. Esempio:

Esistono differenze di costi, tempi e burocrazia necessaria ad ottenere i vari tipi di certificato:

  • Il certificato per la validazione di dominio ha costi bassi (o nulli) e si ottiene in pochi minuti;
  • Il certificato per la validazione di business ha costi più alti e richiede una verifica e l’invio di documenti;
  • Il certificato per la validazione estesa, infine, è quello più costoso e che richiede più giorni e burocrazia.

Per siti normali è sufficiente la validazione di dominio, per chi fa ecommerce può essere utile la validazione di business o estesa.

Ottenere o acquistare il certificato

Alcuni servizi di hosting o pannelli di controllo permettono di ottenere certificati gratuiti autoinstallanti: è sicuramente la soluzione più economica e veloce.

Se il vostro hoster o pannello di controllo non lo supporta, si possono ancora ottenere certificati gratuiti (come quelli rilasciati da Letsencrypt ) ma dato che durano tre mesi e bisogna reinstallarli ogni volta, consiglio di prendere un certificato Comodo ssl da 9$/anno così bisogna reinstallarlo solo ogni anno.

Installare il certificato

A seconda dell’hoster, pannello di controllo e tipo di certificato, bisognerà provvedere ad installarlo (o far abilitare l’autoinstaller nel pannello di controllo).

Su Cpanel la soluzione è molto semplice:

  • Se è abilitato il certificato automatico offerto gratuitamente da cPanel, non dovrete fare nulla, è già configurato e abilitato;
  • Se il vostro hoster ha abilitato la possibilità di gestire i certificati SSL, potete gestirli da soli utilizzando le funzionalità della sezione “Security” del cpanel.

Certificato installato: passi successivi

L’acquisto, installazione e configurazione del certificato ssl sono solo i primi passi: se avete fatto tutto correttamente, ora il sito è PREDISPOSTO per utilizzare https, ma bisogna subito provvedere a configurare e ottimizzare il sito per fare in modo che:

  • vengano servite solo le pagine https;
  • siano correttamente configurati i redirect 301 per le vecchie url;
  • siano aggiornati tutti i servizi accessori collegati al sito.

Vediamo nel dettaglio di che cosa si tratta.

Aggiornare tutti i link http sul database

Tutti i link nel database WordPress rimanderanno ancora ad http non sicuro. Per risolvere il problema si può fare in due modi:

  • configurare un redirect tramite plugin e/o .htaccess;
  • modificare i link direttamente nel DB.

Il modo migliore è quello di modificare i link nativamente, nel Database, per svariati motivi:

  • perché la presenza di link http nelle proprie pagine fa generare un warning “mixed content” al browser;
  • perchè risolvere solo a livello di .htaccess genera redirect anche per i propri links;
  • per altri motivi di cui si possono trovare dettagli online con ricerche su Google.

Bisognerà quindi utilizzare un tool apposito per sostituire tutte le occorrenze nel proprio database, ovvero ricercare http://miosito.it e sostituirlo con https://miosito.it (da fare sia per la versione www che senza www).

Io utilizzo Search and Replace DB di Interconnectit. Esistono anche altri tool, l’importante è non fare la sostituzione tramite query dirette sul DB perché molti dati WordPress sono serializzati e modificarli a mano con query sql sul database, o sostituzioni di testo sul dump dello stesso è sbagliato (si corromperebbero i campi serializzati).

Aggiornare i link hardcoded nel tema e nei plugin

Quando disponibili, dovrete usare le versioni http delle risorse utilizzate (font, css, librerie, etc), sempre per evitare il warning “mixed-content”.

Questo lavoro non è totalmente automatizzabile.
Prima i tutto dovrete fare una ricerca con un tool apposito (come grep o ack), e sostituire le occorrenze che troverete (dopo aver valutato che si possa fare).
Poi dovrete scorrere le pagine e vedere con il debugger quali risorse http generano ancora warning, cercare chi le inserisce (tema o plugin o file di configurazione) e sostituirle con la corrispondente versione https (se possibile), o eliminarle (se praticabile).

Aggiornare .htaccess con redirect 301 a https

Nel file .htaccess bisognerà inserire, prima della sezione WordPress, un redirect di tutte le pagine http alle corrispondenti pagine https. Si può fare in diversi modi, io utilizzo questo:

RewriteEngine On
RewriteCond %{HTTPS} off
RewriteRule (.*) https://%{HTTP_HOST}%{REQUEST_URI} [R=301,L]

Aggiornare wp-config.php

Forzare login SSL e admin SSL aggiungendo questo parametro nel wp-config.php:

define('FORCE_SSL_ADMIN', true);

Aggiornare robots.txt

Se utilizzate un robots.txt statico, andrà controllato ed eventualmente aggiornato anche quello.

Aggiornare servizi esterni relativi al sito

Dovrete aggiornare tutti i servizi esterni che fanno riferimento al sito, in particolare:

  • Google Search Console (webmaster tools);
  • Google Analytics;
  • Qualunque servizio seo che utilizziate (Semrush o simili);

Verifica di corretto funzionamento

A questo punto dovrebbe essere tutto installato e configurato correttamente, è bene però procedere ad un controllo accurato.

Qui è possibile far verificare il proprio sito: https://www.ssllabs.com/ssltest/analyze.html

Esistono anche altri servizi, ed è probabile che nei prossimi giorni molti sospenderanno i servizi gratuiti, perchè la corsa al passaggio di questi giorni sta sovraccaricando i server di chi offre questi servizi.

Link utili

Concludo con un po’ di link utili a chi vuole approfondire l’argomento.

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Frequenza di rimbalzo alta: da che cosa può dipendere? https://nexnova.net/blog/frequenza-rimbalzo-alta-cosa-puo-dipendere/ Mon, 19 Dec 2016 08:52:35 +0000 https://retelab.it/?p=1925 Quando controllate le vostre statistiche Analytics, di certo vi sarà capitato di farvi alcune domande circa il significato di alcune voci. Una tra queste è la frequenza di rimbalzo, ovvero la percentuale di utenti che entrano ed escono dal vostro sito visitando un’unica pagina. Si dice rimbalzo appunto perché arrivano sul vostro sito e rimbalzano altrove. Ma […]

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Frequenza di rimbalzo

Quando controllate le vostre statistiche Analytics, di certo vi sarà capitato di farvi alcune domande circa il significato di alcune voci. Una tra queste è la frequenza di rimbalzo, ovvero la percentuale di utenti che entrano ed escono dal vostro sito visitando un’unica pagina. Si dice rimbalzo appunto perché arrivano sul vostro sito e rimbalzano altrove.

Ma a cosa può servirvi questo dato? Cosa dovreste farvene oltre a prendere atto della situazione?

Conoscere e capire la vostra frequenza di rimbalzo, può esservi utile a capire se il vostro sito sta andando nella giusta direzione, ovvero se state riuscendo ad ottenere i risultati che vi eravate preposti. Cominciamo dunque con una domanda alla volta.

Qual è la frequenza di rimbalzo ideale?

Non esiste una frequenza di rimbalzo ideale per tutte le categorie di siti in quanto ciascuna di queste può avere scopi diversi. Vi faccio un esempio.

Gestisco un e-commerce dove vendo prodotti di bellezza e sto portando avanti una campagna di sponsorizzazione su Facebook e Adwords allo scopo di ottenere l’iscrizione degli utenti alla mailing list. Avrò quindi creato la mia landing page dove invierò il traffico affinché venga compiuta l’iscrizione di conseguenza, verosimilmente, molti utenti entreranno nel sito, si iscriveranno alla mailing list e usciranno dal sito in attesa che gli arrivi il codice promozionale via mail da me pubblicizzato. Avere un’alta frequenza di rimbalzo, in questo caso, può significare che la mia campagna sta avendo successo.

E se invece in questo caso la frequenza di rimbalzo fosse bassa, significherebbe che la campagna è un fiasco?

Non è detto, magari gli utenti si sono iscritti ma comunque decidono di proseguire oltre ad esplorare il vostro sito per cercare di capire di cosa tratti e in che modo potrebbero spendere il loro coupon! Ma può anche significare che la landing page non era abbastanza persuasiva e tutto il traffico convogliato dalle inserzioni finisca poi in altre sezioni del sito.

Chiaramente non possiamo sapere quale sia il caso, se non andiamo ad analizzare il percorso che l’utente segue al suo interno, magari anche con l’ausilio di un heatmap.

Da cosa può dipendere una frequenza di rimbalzo alta?

Se come obiettivo avete quello di far girare gli utenti all’interno del vostro sito per aumentare il coinvolgimento, molto probabilmente livelli alti di frequenza di rimbalzo mi metteranno in allarme e vi chiederete sicuramente il perché.

Anche qui è impossibile dare una risposta univoca, tuttavia possiamo indagare sul nostro sito web alla ricerca delle pagine dalle quali scaturisce la frequenza di rimbalzo maggiore. Utilizzando dunque il programma gratuito Google Analytics, navigate i contenuti del vostro sito e ordinate le pagine per frequenza di rimbalzo. Dopo di che, entrate fisicamente in quelle pagine e provate a rispondere ad alcune semplici domande:

  • L’articolo parla in modo esaustivo dell’argomento introdotto dal titolo?
  • Potrei fare degli approfondimenti che ho tralasciato?
  • Nell’articolo sono presenti dei link di ancoraggio ad altri articoli di approfondimento?
  • La pagina è facilmente navigabile, ovvero ci sono modi semplici per uscire dalla pagina e visitare altre sezioni del sito?
  • L’introduzione è troppo lunga?
  • Le prime righe sono già sufficienti a dare l’informazione che gli utenti cercavano entrando nella pagina?

Se pensate che la frequenza di rimbalzo alta su quel determinato articolo non sia dovuta a scarsa qualità ma, invece, al fatto che gli utenti appena entrano in quella pagina trovano immediatamente ciò che cercano (il che è un bene ovviamente), provate a creare una serie di articoli correlati a quello o di approfondimento e linkateli dall’articolo: i lettori saranno magari invogliati a saperne di più e proseguiranno nella lettura. Se invece l’articolo è davvero molto lungo, provate a suddividerlo in più articoli, ovviamente tutti collegati tramite dei buoni link.

E se fossero dei referral spam?

Se sul vostro sito notate delle percentuali paurosamente vicine al 100% di bounche rate o frequenza di rimbalzo, può significare che il vostro sito è stato preso di mira dai referral spam, chiamati anche referrer spam, log spam e referrer bombing.

I referral spam non sono altro che dei software che inviano ai siti web una serie di richieste, come la creazione di nuovi commenti, l’iscrizione al sito web come utenti, il tentativo di accedere come admin (per quei poveri webmaster che ancora non utilizzano nomi utenti e password forti, se siete tra questi correte ai ripari!) e molto altro. Ciò che possono fare sul vostro sito dipende sicuramente dai vostri livelli di sicurezza, da quanto frequentemente aggiornate il vostro cms e dai limiti di traffico del vostro server: un elevato numero di richieste sul vostro sito può infatti generare un crash del server con conseguente sito andato offline.

Per smascherare questi siti, date uno sguardo alla lista dei referral che vi propone Google Analytics e cercate i seguenti:

  • semalt.com
  • semalt.semalt.com
  • buttons-for-website.com
  • blackhatworth.com
  • makemoneyonline.com
  • ilovevitaly.com
  • priceg.com
  • free-share-buttons.com
  • site3.free-share-buttons.com
  • buttons-for-your-website.com
  • best-seo-solution.com
  • best-seo-offer.com
  • ecc.

Se siete certi che il vostro sito sia perfettamente blindato e utilizzi delle password forti, non dovrebbero darvi troppo problemi. Per abbassare la frequenza di rimbalzo vi basterà filtrarli da Google Analytics stesso.

Se invece volete impedire loro l’accesso al vostro sito e siete un po’ più smanettoni di me in questo ambito, non vi resta che bloccarli direttamente dal file .htaccess.

Ed ora, a voi la palla nel cercare di conoscere un po’ più a fondo il vostro sito e capire il perché della vostra frequenza di rimbalzo. Avete già qualche idea?

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Come scegliere un tema WordPress https://nexnova.net/blog/scegliere-un-tema-wordpress/ Mon, 12 Dec 2016 08:00:09 +0000 https://retelab.it/?p=2055 La scelta di temi per WordPress è vastissima, quindi se si deve creare un nuovo sito o si vuole dare una veste nuova a un blog già esistente, ci si trova spesso spaesati e indecisi. Alcuni temi sembrano bellissimi ma le recensioni sono pessime, altri sono famosi ma a prima vista ci sembrano banali, molti temi […]

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Tema WordPress

La scelta di temi per WordPress è vastissima, quindi se si deve creare un nuovo sito o si vuole dare una veste nuova a un blog già esistente, ci si trova spesso spaesati e indecisi. Alcuni temi sembrano bellissimi ma le recensioni sono pessime, altri sono famosi ma a prima vista ci sembrano banali, molti temi sembrano uguali ma hanno costi diversi. Come districarsi quando la scelta è tra milioni di opzioni? Vi darò alcuni consigli utili se vi trovate in questa fase.

Temi gratis o a pagamento?

La prima scelta da fronteggiare è questa: Temi Free o Temi Premium? Ovvero temi gratuiti oppure a pagamento?
A prima vista può sembrare una dubbio banale: perché pagare se posso avere delle alternative gratuite? Ma la risposta è semplice: perchè sul free non posso pretendere nulla, su ciò che pago invece sì. Inoltre chi vende qualcosa in uno scenario in cui esistono alternative gratuite, deve impegnarsi a offrire molto di più, per esempio:

  • Aggiornamenti di sicurezza veloci;
  • Aggiornamenti alle nuove versioni di WP veloci;
  • Assistenza;

Quindi per valutare se scegliere un tema gratuito o uno a pagamento, fatevi queste domande:

  • Sono in grado di valutare la bontà del codice del tema?
  • Sono in grado di modificarlo autonomamente in caso di problemi o necessità?
  • Sono in grado di tenerlo aggiornato con il passare dei mesi e degli anni?
  • Il tema è supportato da una community attiva?
  • Sono disposto a non avere assistenza dagli sviluppatori?

Se la risposta è sì a tutte le domande, allora può andare bene un tema free. I temi free che consiglio sono:

Se invece il vostro progetto è serio, volete che il tema sia sempre aggiornato, volete documentazione disponibile e un team di supporto che, essendo pagato, farà sempre il massimo per soddisfare i clienti, allora dovete scegliere un tema premium e pagare un po’ di soldi.
La soluzione che consiglio quasi sempre è quella i scegliere un tema a pagamento.
Conosco pochi siti professionali che abbiano utilizzato temi free, e quelli che lo hanno fatto avevano le competenze per modificarli e adattarli alle proprie esigenze, e per tenerli sempre aggiornati.

La scelta è davvero sterminata, esistono però alcuni temi, framework o starter themes che sono diventati così diffusi da essere una garanzia di sicurezza.

Tipi di tema: standard, basato su framework, con page builder o theme generator?

In quasi tutti gli articoli che consigliano temi vedo lunghe liste, senza spiegare però la differenza tra le diverse tipologie di temi. Dato che è la cosa più importante su cui basare la scelta, spiegherò le differenze, perchè quando deciderete di acquistare un tema dovrete sempre sapere chiaramente di che tipo si tratta. Non c’è una tipologia migliore delle altre: dipende dalle necessità. Vediamo prima la descrizione delle varie tipologie, con pro e contro.

Tema base (non basato su framework)

È un tema che prenderete e userete così com’è, o modificando solo css e al limite aggiungendo qualche funzione al functions.php. Sono solitamente temi leggeri, ormai molti sono configurabili con tools interni, potete adattarli alle vostre esigenze, ma nella maggior parte dei casi, a meno di non essere esperti, conviene sceglierne uno molto simile a quello che vorrete ottenere, e modificarlo poco.

Ci sono gli ottimi temi di Elmastudio, tanti di Themeforest, ma sempre più aziende che sviluppano temi stanno comunque costruendo un loro framework.

Vantaggi:

  • facili da modificare (se si sa programmare), perchè basati solo sulle funzionalità di WordPress;
  • veloci e con pochissimi problemi di compatibilità;
  • meno vulnerabili anche se ci si dimentica di aggiornarli;
  • meno suscettibili a problemi anche dopo anni e dopo molti aggiornamenti di WordPress e plugins.

Svantaggi:

  • Difficili da modificare se non si sanno mettere le mani nel codice;

Tema basato su framework

Nei primi anni di WordPress, alcune aziende che vendevano temi iniziarono a sviluppare un insieme di funzioni, che rendevano più semplice e standardizzabile la configurazione del tema. Questo insieme di funzioni e funzionalità aggiuntive si chiama framework.
Attualmente i temi più diffusi al mondo sono basati su Genesis framework, di Studiopress. Per informazione, noi di Nexnova utilizziamo i loro temi su tutti i siti del nostro network, abbiamo il piano Pro Plus All-Theme Package da almeno 6 o 7 anni, e mammafelice.it utilizza temi Studiopress da prima che esistesse il Genesis framework.
Altri framework famosi, oltre a Genesis, sono Thesis, Canvas.
Attualmente molti temi commerciali sono basati su framework, e molti si stanno via via convertendo a sviluppare un loro framework.

Vantaggi:

  • facilissimi da modificare (se si sa programmare), perchè basati su funzionalità evolute;
  • si possono personalizzare pesantemente con poche righe di codice;
  • Non bisogna “reinventare la ruota”: tutte le funzioni che servono sono già disponibili;
  • Sicuri perchè aggiornati e con assistenza (sono quasi tutti commerciali)

Svantaggi:

  • Bisogna studiare e imparare il framework;
  • Struttura un po’ più complessa e più difficile da debuggare;

Tema con page builder

Con il passare del tempo e la diffusione di WordPress, alcuni framework si sono evoluti in Page Builders, ovvero il framework è utilizzabile anche da utenti non esperti, che possono costruire le pagine e disporre le aree visualmente con funzionalità Drag & Drop.

I più famosi sono Divi, Headway, Themify, Enfold, Avada, ithemes builder, DynamikPagelines.

Hanno avuto enorme successo, e sono temi vendutissimi, dato che permettono ad utenti totalmente inesperti di costruire visualmente il sito: ma questa facilità ha un prezzo, ovvero:

Vantaggi:

  • facilissimi da modificare anche per non programmatori e non esperti di WordPress;

Svantaggi:

  • Struttura molto complessa e difficile da debuggare in caso di problemi;
  • Molto vulnerabili ad attacchi se non vengono tenuti costantemente aggiornati, dato che includono migliaia di funzionalità aggiuntive, e ognuna è un potenziale punto di attacco;
  • Generalmente più lenti.

Il 90% dei siti compromessi da malware che ho visto, se l’attacco era partito dal tema, era perchè avevano qualcuno di questi temi evoluti non aggiornati.

Theme generators (starter themes)

Sono dei tools che permettono di generare un tema sulla base di una serie di scelte e opzioni, ma il tema generato non sarà in genere basato su framework: sarà un tema vero e proprio, che utilizza solo le funzionalità base di WordPress.

I più famosi sono Roots, Underscores, Bones, FoundationPress.

Vantaggi:

  • La maggior parte sono Open Source e gratuiti;
  • Ci sono molti template già pronti.

Svantaggi

  • Manca supporto comerciale;
  • Può essere necessario del tempo a generare il tema che si desidera;

Come scegliere quale utilizzare

Se volete un tema nel minor tempo possibile, senza spendere soldi e tempo, e siete disposti ad avere un sito più lento e meno scalabile, i temi con page builder sono la scelta migliore. Vanno bene per personal branding, pagine aziendali o landing pages, ovvero tutte quelle situazioni in cui la velocità e la possibilità di dover gestire milioni di visite non è vitale.

Se volete un tema veloce, sicuro e configurabile, ma che vi costerà un po’ di più far sviluppare, scegliete un tema basato su framework senza page builder o funzionalità evolute integrate. I framework senza builder visuale, come Genesis, sono utilizzati da siti con milioni o decine di milioni di pageviews/mese senza problemi (dipende ovviamente anche dai plugin che aggiungerete, la mia è un’indicazione di massima).

Se volete spendere poco ma avere un sito veloce, sicuro e configurabile, la scelta giusta è quella di prendere un tema base o basato su framework non visuale, e usarlo modificandolo il meno possibile (al limite qualche ritocco css).

I theme generators richiedono un po’ di lavoro e configurazione, ma possono dare soddisfazioni e ho visto bei siti realizzati con tutti i theme generators che ho indicato.

Dove trovare liste dei migliori temi

  • Liste sempre aggiornate e ben fatte: Colourlib collections
  • Migliaia di temi di tutti i tipi (ma attenzione a scegliere quello giusto): Themeforest WordPress themes
  • Temi commerciali suggeriti da WordPress: Commercially supported GPL themes. Attenzione che a causa di beghe interne che ci sono in tutte le comunità, qui mancano alcuni ottimi sviluppatori di temi. Quelli suggeriti sono tutti consigliatissimi, ma non è detto che perchè un’azienda non è in questa lista non vada bene;
  • Le raccolte di Athemes;

Inoltre ricerche Google come:

  • Best premium WordPress themes
  • List WordPress themes
  • WordPress Premium themes collection

eventualmente con l’aggiunta di altre parole chiave, possono portarvi nella giusta direzione.

Se però avete capito la differenza tra temi free e temi Premium (a pagamento), e tra temi base, frameworks, Page builders e Starter themes, e quando conviene usarli, la scelta sarà sicuramente più facile.

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La marca da bollo nelle fatture https://nexnova.net/blog/la-marca-bollo-nelle-fatture/ Mon, 05 Dec 2016 07:30:04 +0000 https://retelab.it/?p=2061 Ci sono regimi fiscali agevolati (o particolari situazioni in regimi ordinari) che permettono di emettere fatture senza addebitare l’IVA. Bisogna però sapere che la legge italiana prevede che nelle fatture senza IVA sia apposta una marca da bollo (incredibilmente alcuni commercialisti non lo segnalano ai clienti). In questo breve articolo chiarirò i dubbi relativi alla famigerata […]

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Ci sono regimi fiscali agevolati (o particolari situazioni in regimi ordinari) che permettono di emettere fatture senza addebitare l’IVA. Bisogna però sapere che la legge italiana prevede che nelle fatture senza IVA sia apposta una marca da bollo (incredibilmente alcuni commercialisti non lo segnalano ai clienti). In questo breve articolo chiarirò i dubbi relativi alla famigerata marca da bollo, e i modi migliori di gestire quest’incombenza dal sapore medievale.

Articolo aggiornato a Maggio 2017 – vedi note in fondo.

La marca da bollo digitale (la finzione)

Da anni si parla di rendere digitale la marca da bollo, ovvero permettere di pagarla senza dover apporre fisicamente un adesivo sulla fattura: ma di fatto non è ancora possibile.
Il sito delle poste ci ha illuso che fosse possibile spedire fatture assolvendo all’obbligo della marca da bollo, senza tutte le perdite di tempo e di soldi che comporta.
Basta andare su questa pagina: Poste.it – Spedire Online – Posta1Online, oppure nell’area riservata alle aziende e ai professionisti e c’è scritto che è possibile inviare fatture assolvendo all’obbligo legale della marca da bollo (attualmente dell’importo di 2€), senza stampare e appiccicare nulla.
Questo è quanto dice il sito delle Poste, ma non esiste conferma e non ho trovato modo di utilizzarlo. Uso il servizio Posta1Online per spedire lettere cartacee senza doverle stampare e imbucare, ma non ho mai visto un check, un’opzione che permetta di pagare online la marca. Per il nostro regime non serve, dato che siamo assoggettati ad IVA (tranne che in casi particolari), ma dato che molti fornitori e collaboratori melo chiedono, volevo verificare di persona, e ho appurato che non è possibile.

La marca da bollo fisica (la realtà)

Dato che la fattura che bisogna spedire al cliente è l’originale, ovvero quella con la marca da bollo, al momento non esiste altra soluzione se non quella di:

  1. comprare la marca da bollo dal tabaccaio;
  2. stampare la fattura con data uguale o successiva alla marca;
  3. appiccicare la marca sulla fattura;
  4. annullarla (sigla a penna sopra);
  5. fotocopiare la fattura con la marca;
  6. conservare la fotocopia;
  7. imbustare e spedire l’originale al cliente (con lettera normale sperando che arrivi, o spendendo di più per posta celere o raccomandata).

Al momento non c’è alternativa a questo, e non vedo l’ora di poter correggere questo articolo per dire che finalmente si può fare.

Che cos’è la marca da bollo

La marca da bollo è una tassa alternativa all’IVA, non è quindi necessario apporla nelle fatture in cui si addebita l’IVA.
Può essere apposta sia fisicamente, comprandola dal tabaccaio e incollandola sulla fattura, sia virtualmente, ma questa modalità è permessa solo in casi particolari, per grossi volumi, per particolari tipologie di fatture, in pratica non adatta a piccoli imprenditori o piccole aziende. tutti i dettagli sono nell’articolo esaustivo che cito alla fine (Studio D’Angelo – L’imposta di bollo…), ma fidatevi: al momento per liberi professionisti e piccoli imprenditori non è possibile, e per i grandi è comunque complicato.
Questa è la descrizione di massima, molto generale, ma come per tutte le leggi esistono molte eccezioni e casi particolari.

Quando è obbligatoria la marca da bollo e quando non lo è

In linea di massima la marca da bollo è obbligatoria se nella fattura ci sono importi non soggetti ad IVA per un valore totale superiore a 77,47€, e non è necessaria in tutte le fatture soggette ad IVA.

Per maggiori dettagli e per la descrizione dei molti casi particolari, rimando a questo articolo completo e dettagliato su Fisco e Tasse: Applicazione della marca da bollo sulle fatture, quindi non ripeterò le informazioni già riportate in modo chiaro preciso e dettagliato nell’articolo.

Di chi è la responsabilità della marca da bollo

Esistono molte discussioni in merito, ma legalmente la marca da bollo sulla fattura è a carico del debitore come stabilito dall’art 1199 del Codice Civile. L’obbligo di apporla però è a carico di chi emette la fattura.
Per complicare ulteriormente le cose, in caso di mancata o errata apposizione della marca, sono responsabili in solido sia chi emette la fattura sia chi la riceve, e ci sono delle sanzioni.

Nella pratica quindi succede questo: chi riceve una fattura che dovrebbe avere la marca da bollo e non ce l’ha, oppure che ce l’ha ma di importo sbagliato o data successiva alla fattura, in realtà non ha ricevuto un documento legale, e non la paga finché non riceve l’originale con la marca da bollo. Questo perchè se la pagasse e la contabilizzasse, sarebbe poi co-responsabile della sanzione. Nessuna azienda seria paga documenti che mancano di requisiti essenziali e quindi non sono considerabili fatture.

Che cosa si rischia se non si mette la marca da bollo

La sanzione è a carico sia di chi emette fatture senza apporre la marca o apponendola con data o valore errato, sia di chi la riceve le paga e la contabilizza:

“L’omissione della marca da bollo o l’apposizione del contrassegno telematico di assolvimento della marca da bollo con data posteriore a quella della fattura prevede una sanzione amministrativa, per ogni singola fattura considerata irregolare, di importo pari al doppio o al quintuplo dell’imposta o della maggiore imposta evasa.”

Attenzione quindi che la marca da bollo non può avere data successiva a quella della fattura, e deve essere di importo esatto (2€ al momento attuale, dicembre 2016)questo è anche uno dei motivi per cui non si può chiedere al cliente di apporla in seguito quando riceve la fattura. Deve essere apposta da chi emette la fattura, e la fattura con la marca (copia originale) deve essere spedita o consegnata al cliente.

I problemi della marca da bollo

La marca da bollo è una perdita di tempo e di soldi.
Al momento attuale tutti facciamo fatturazione elettronica, spediamo i documenti via email, inoltre la fattura via email ha valore legale (come sancito da RR.MM. n. 360879 del 30.04.1986, n. 571134 del 19.07.1988, n. 450217 del 30.07.1990 e 132/E del 28.05.1997).
Non si capisce quindi perchè chi ha determinati regimi fiscali però sia costretto a fare i sette passi che ho elencato sopra, e che comportano dei costi (marca, carta, busta, spese di spedizione) e gran perdita di tempo. Per avere la certezza che arrivi, e in tempi brevi, bisognerebbe fare una raccomandata, con un costo aggiuntivo di diversi euro.
Come dicevo è teoricamente possibile apporre le marche virtuali, ma con una tale complicazione burocratica che nella pratica non è fattibile.

Sembrava che ci fosse una soluzione semplice e veloce

Da un po’ di tempo è possibile spedire lettere con posta celere, totalmente online: Poste.it – Spedire Online – Posta1Online.
In pratica ci si collega alla pagina sul sito delle poste, si allega il documento, e le Poste provvederanno a stamparlo, imbustarlo e spedirlo fisicamente al destinatario.
Il grosso vantaggio è che nel caso in cui si tratti di una fattura che necessita di marca da bollo, le Poste provvederanno ad addebitare anche il costo della marca, nella tariffa attualmente vigente – o almeno questo è quello che dicono:

Sulle fatture o documenti equivalenti, emessi per prestazioni esenti da IVA ai sensi dell’art. 10, co.1 n.16, D.P.R. 633/72 di importo superiore a 77,47 euro, sarà applicata, in aggiunta ai prezzi previsti per il servizio, l’imposta di bollo nella misura attualmente vigente pari a 2 euro.

Questo libererebbe dall’incombenza di tutti i punti che ho indicato nel paragrafo precedente (I problemi della marca da bollo), inoltre sarebbe molto più tracciabile e sicuro, perché:

  • viene offerto un servizio di tracciamento e monitoraggio;
  • il pagamento avviene online, quindi in modo tracciabile e archiviabile (ricevuta carta di credito, ricevuta del sito delle poste).

Come è tradizione per le Poste Italiane, e in genere per tutto ciò che viene fatto dalla Pubblica amministrazione, però, è tutto incasinato e fumoso.

  • La registrazione al servizio è lunga e piena di domande inutili (tenetevi la Visura Camerale sottomano);
  • Non è dato sapere in che modo verrà applicata la marca da bollo.

Non esiste un campo dove specificare che la si vuole apporre, né ho trovato articoli di legge o riferimenti che parlino di questa possibilità. Quindi al momento attuale questa è solo un buon proposito non applicato.

Riassumendo

La marca da bollo fisica da apporre sulla fattura cartacea è una cosa anacronistica e inutile, e il principale problema è non tanto il costo, quanto il tempo che è necessario perdere, e il fatto che obbliga a rendere “fisica” un’attività che molte aziende e liberi professionisti ormai svolgono in modo totalmente digitale. Ogni passaggio dal digitale al fisico comporta costi, perdita di tempo, perdita di tracciabilità e possibilità di ricercare in modo veloce.

Esistono molto modi in cui lo Stato potrebbe comunque ricevere il pagamento di questa tassa senza dare incombenze e perdite di tempo a chi lavora, ma purtroppo attualmente la situazione è questa e bisogna cercare di ottemperare agli obblighi nel modo più efficiente possibile.

Da anni viene ribadito che la Marca da bollo verrà dematerializzata, ma al momento l’unica soluzione legale sembra essere quella di apporrla fisicamente sulla fattura e spedirla o consegnarla al cliente.

Articoli e riferimenti utili

Note e aggiornamenti

Maggio 2017: Un articolo di Studio Laura Benetti spiega bene come assolvere all’obbligo della marca da bollo in modo virtuale: Come applicare la marca da bollo sulle fatture. Al link indicato c’è l’articolo completo, riassumendo queste sono le modalità e le condizioni:

  • riportare sulla fattura l’annotazione: “imposta di bollo assolta in modo virtuale ex DM 17/06/2014”;
  • versare l’imposta in un’unica soluzione direttamente a saldo, mediante F24 entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio;
  • Nell’F24, utilizzare codice tributo 2501 nella sezione Erario;
  • Le due modalità (Marca da bollo o virtuale) sono alternative, e nel corso del periodo di imposta è possibile usare una sola modalità;
  • la marca virtuale riguarda le fatture trasmesse con modalità informatica e non quelle cartacee, quindi se siamo soliti inviarle tramite email si può utilizzare, se siamo soliti consegnarle in copia cartacea bisogna usare la marca da bollo reale.
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Pubblicare articoli tutti i giorni fa bene alla SEO del mio blog? https://nexnova.net/blog/pubblicare-articoli-tutti-giorni-bene-alla-seo-del-mio-blog/ https://nexnova.net/blog/pubblicare-articoli-tutti-giorni-bene-alla-seo-del-mio-blog/#comments Fri, 02 Dec 2016 12:50:09 +0000 https://retelab.it/?p=1954 Le domande che più frequentemente si pongono i blogger ma anche le aziende che vogliono fare content marketing sono: Quanto spesso devo pubblicare in una settimana per avere buoni risultati? È necessario pubblicare articoli tutti i giorni? Domande di questo genere nascono molto probabilmente dal confronto tra il proprio blog e altri che, magari, hanno più traffico […]

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Pubblicare ogni giorno

Le domande che più frequentemente si pongono i blogger ma anche le aziende che vogliono fare content marketing sono: Quanto spesso devo pubblicare in una settimana per avere buoni risultati? È necessario pubblicare articoli tutti i giorni?

Domande di questo genere nascono molto probabilmente dal confronto tra il proprio blog e altri che, magari, hanno più traffico o più conversioni, o magari scaturiscono da semplice curiosità di chi, giustamente, vuole veder crescere la propria creatura.

La risposta più ovvia, presupponendo di vivere in un mondo ideale dove ogni articolo scritto è assolutamente perfetto e tutti i criteri di valutazione del sito web sono regolati con le giuste misure, allora sì, scrivere tutti i giorni sul proprio blog è un’ottima idea. Pubblicare 10 articoli al giorno è meglio, pubblicarne 100 ancora di più. Impossibile ovviamente, ma è chiaro che la quantità di parole chiave che si riversano sul web con pubblicazioni di questo tipo è enorme, il che porterebbe ad un aumento di traffico direttamente proporzionale al numero di articoli pubblicati.

Ora prendete quanto scritto sopra, che è assolutamente verissimo se fossimo macchine e non esseri umani, e cancellatelo dalla vostra mente, questo non è il modo di costruire un blog di successo. E per fortuna direi!

Facciamo un passo indietro.

Che genere di sito è il vostro?

Il passo più importante per stabilire quale sia la frequenza di pubblicazione ideale è osservare il proprio blog in modo oggettivo, per quello che è.

Un magazine ha un numero di pubblicazioni al giorno diverso da un sito di news, per fare un esempio. I primi solitamente hanno alle spalle un team di autori che lavorano all’unisono e producono tanti contenuti i quali, generalmente, scaturiscono da ricerche e vengono scritti dopo il controllo delle fonti (si spera). Gli articoli dei magazine solitamente hanno una lunghezza medio lunga e sono stati concepiti per essere attuali anche dopo anni dalla loro pubblicazione.

I siti di news, invece, producono contenuti che si esauriscono in brevissimo tempo, a volte è addirittura questione di pochi giorni, e hanno necessità di un ricambio continuo di materiale fresco da sottoporre ai lettori. In genere sono testi brevi che riportano notizie già pubblicate altrove e che non richiedono un ingente dispendio di tempo ed energie.

Come possiamo paragonare i due esempi di cui sopra ad un blog, magari gestito da un’unica persona? Ovviamente non si può fare. Ciò che possiamo fare è fare un’analisi dei contenuti, magari rileggendo quelli vecchi e chiedendoci: quanto tempo mi ci è voluto per scrivere questo contenuto e che risposta sta avendo dai lettori?

Puntate sulla qualità

Scrivere un testo ottimizzato SEO non significa riempire un foglio con 700 parole che ruotano attorno alla singola keyword ma che non offrono un vero valore aggiunto per l’utente. Questo discorso poteva valere 10 anni fa quando il web era un mondo del tutto diverso. Oggi non dobbiamo preoccuparci più solo di avere un gran numero di contenuti sui motori di ricerca ma dobbiamo rivolgerci, soprattutto in qualità di blogger, ai nostri lettori cercando di instaurare con loro un vero e proprio rapporto di fiducia.

E dato che Google lavora per cercare di offrire agli utenti contenuti di qualità sempre maggiore, è in quella direzione che dobbiamo guardare: stiamo fornendo articoli utili, ben scritti, corretti, interessanti e coinvolgenti? Allora stiamo facendo il passo più importante nella stesura di un articolo ottimizzato per la SEO.

Quanto tempo mi ci vuole per scrivere un articolo di buona qualità? Due giorni? Perfetto, abbiamo risposto alla domanda principale di questo articolo, per godere di una buona reputazione online devo pubblicare un articolo ogni due giorni. Ovviamente il tempo varia da blog a blog, esistono blog che pubblicano articoli i quali richiedono 5, anche 10 giorni di lavoro per via della tipologia dei contenuti. Ebbene, quella è la frequenza giusta per quel blog.

Datevi un ritmo di pubblicazione

Una volta deciso quanto spesso potete pubblicare durante la settimana, cercate di mantenere il ritmo e pubblicare a intervalli regolari, in modo che i vostri lettori sappiano che quel giorno possono venire a visitare il vostro sito e vi troveranno un nuovo contenuto.

La regola che dovrebbe valere sempre è quella di non cedere alla tentazione dell’articolo facile, quello che si scrive in 10 minuti tanto per riempire uno spazio o per poterlo rilanciare sui social.
Cercate sempre di ragionare sugli articoli che pubblicate e cercate di scrivere di argomenti che non si esauriscono nel giro di qualche mese ma che, volendo, sarebbero ancora attuali fra 2 o 3 anni. Il valore di tali articoli, anche se nell’immediato non fanno un numero alto di traffico rispetto ad articoli che fanno leva su tendenze del momento o fatti esclusivamente per attirare like su Facebook, crescerà con il passare del tempo perché non smetteranno mai di portare visitatori al vostro sito provenienti dai motori di ricerca. Il che vi permette di ottimizzare al massimo i vostri sforzi nell’intento di ottenere il maggior profitto dalla vostra attività.

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Come scegliere un nome di dominio https://nexnova.net/blog/scegliere-un-nome-dominio/ https://nexnova.net/blog/scegliere-un-nome-dominio/#comments Tue, 28 Jun 2016 12:46:14 +0000 https://retelab.it/?p=2030 Il nome di dominio è un importante ingrediente per il successo di un progetto web: non va sottovalutato e deve essere scelto con cura. La scelta è resa difficile da una serie di fattori: in questo articolo vedremo come affrontare e risolvere i vari problemi che possono presentarsi quando bisogna scegliere il nome di dominio giusto. Se avete molta fretta potete passare […]

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Internet and domain names concept
Il nome di dominio è un importante ingrediente per il successo di un progetto web: non va sottovalutato e deve essere scelto con cura. La scelta è resa difficile da una serie di fattori: in questo articolo vedremo come affrontare e risolvere i vari problemi che possono presentarsi quando bisogna scegliere il nome di dominio giusto.

Se avete molta fretta potete passare subito all’infografica alla fine dell’articolo: ci sono 7 consigli pratici utilissimi. Se invece avete qualche minuto, potete continuare a leggere e vi darò qualche consiglio e dettaglio in più sul mondo dei nomi di dominio.

Che cos’è un nome di dominio

Prima di tutto la spiegazione: che cos’è il nome di dominio?
Questa volta non riporto estratti da Wikipedia, perché il discorso è ampio e complesso: potete trovare tutte le informazioni in questo articolo:  Domain Name System.

La spiegazione breve (e imprecisa) è questa:

il nome di dominio è il testo che bisogna digitare per raggiungere un sito.

È quello che metterete nel biglietto da visita, quello che lo speaker pronuncerà in radio, quello che detterete al telefono, quello al quale saranno associate le vostre email, quello con il quale parleranno di voi. Sarà la vostra identità in rete, renderà possibile trovare facilmente la vostra azienda, è quindi evidente che avrà un’importanza enorme.

I domini di primo livello (detti anche TLD – Top Level Domains) sono la parte terminale del nome (ovvero l’estensione: .com, .net, .org, .it, etc). Il nome a dominio vero e proprio è il dominio di secondo livello, ovvero quello costituito da un nome e da una estensione, ed è quello che può essere registrato e utilizzato da persone e aziende. Per esempio: retelab.it, nexnova.net, mammafelice.it, google.com.

Il nome di dominio non è il sito web. Molti principianti confondono le due cose, forse per il fatto che molte aziende che vendono servizi di hosting sono anche registrar, quindi il cliente comprando nome di dominio e hosting insieme pensa che siano la stessa cosa, ma non è così. Il dominio può essere associato a qualunque hosting, e può anche non essere associato ad un hosting.

Come e dove registrare il nome di dominio

La registrazione di un dominio è ormai una cosa semplice ed economica: esistono migliaia di registrar accreditati (ovvero aziende autorizzate a gestire la registrazione dei domini).  Consiglio di scegliere aziende conosciute e rinomate, e di informarsi. Non esiste il miglior registrar in assoluto, dipende dalle esigenze e dalle necessità che si hanno: alcuni registrar sono comodi per chi gestisce migliaia di domini, altri sono super economici ma offrono pochi servizi, altri sono semplicissimi da utilizzare, altri offrono servizi aggiuntivi. Quelli che ho utilizzato e che consiglio sono namecheap.com, gandi.net, serverplan.com. Questa lista non è esaustiva, non è sponsorizzata, ma è semplicemente l’elenco dei primi che mi sono venuti in mente e di quelli che utilizzo di più o che consiglio di utilizzare. Ne uso anche altri, ma solo per particolari esigenze: quelli che ho elencato sono adatti sia ad utenti esperti che gestiscono centinaia di domini, sia a chi ha esigenza di registrare un solo dominio.

Se avete bisogno di brand protection, di consulenza, di registrare anche varianti per evitare che vi copino, o di servizi aggiuntivi, quali registrazione e protezione del marchio, gestione di molti nomi a dominio, esistono aziende che possono effettuare questo servizio per voi (potete contattarci per maggiori informazioni).

Che cosa fare se il nome di dominio è già preso

Il problema principale in cui ci si imbatte quando si vuole registrare un nome di dominio, è che nel 99% dei casi il dominio è già preso, ovvero è stato registrato da qualcun altro. Ognuno infatti ha totale libertà di registrare i nomi di dominio che vuole, purchè non violino copyright, non infrangano la legge e rispettino le regole del gestore del TLD. Quindi tutti i nomi brevi sono già presi, tutti i nomi di attività e cose comuni sono già presi, tutti i nomi belli e interessanti sono già presi.

Se il nome di dominio è già preso, ci sono due alternative: comprarlo (o affittarlo) da chi lo possiede, oppure trovarne un altro. Se il nome è un marchio registrato di cui siete titolari, esistono anche le vie legali (ma possono essere lunghe e costose, quindi conviene quasi sempre trovare un accordo economico, più rapido e meno costoso di un’azione legale).

Si è creato un mercato parallelo, e assolutamente legale, di nomi di dominio, con aziende specializzate in compravendita e brokeraggio di nomi di dominio. Normalmente la registrazione costa pochi euro o poche decine di euro all’anno, ma se vogliamo un dominio premium già preso, varranno le regole di mercato: ci si rivolge a chi lo possiede, o ad un broker, o all’agenzia di intermediazione che lo ha in gestione, e lo si acquista all’asta o direttamente. Esistono aziende che gestiscono la transazione in modo che sia l’acquirente sia il venditore siano sicuri di poter concludere la compravendita senza problemi.

Non esistono prezzi ufficiali: nomi molto ambiti come hotel.com, diamonds.com, etc, sono stati venduti per milioni di euro. Dropbox per anni ha utilizzato il dominio getdropbox.com perchè dropbox.com era stato acquistato precedentemente da un’azienda, che gli lo ha poi venduto per una cifra esorbitante ma ignota. Senza arrivare a questi casi limite, per avere nomi interessanti bisognerà essere pronti a sborsare migliaia di euro, soprattutto se si tratta di domini .com, i più ambiti.

Alcuni marketplace famosi per nomi di dominio sono sedo.com (uno dei più grandi e famosi), Afternic.com, domaindirect.it (specializzato in domini .it). Ho utilizzato Sedo e Domaindirect senza problemi, e anche se non ho mai utilizzato Afternic so che ha una buona reputazione. Inoltre molti hoster e registrar hanno i loro marketplace (godaddy, namecheap, register.it, per citarne alcuni) e si può provare ad acquistare o prenotare domini tramite loro, e in alcuni casi si può anche provare a contattare direttamente i proprietari. In questo caso comunque vi consiglio di gestire la transazione tramite servizi appositi, o rischiate di subire truffe.

Ultimamente si sta diffondendo sempre più la pratica di affittare il nome di dominio: se esiste un nome che per voi è indispensabile ma il costo di acquisto è proibitivo, l’affitto può essere una valida opzione.

Se non si è disposti ad acquistare o affittare un buon nome di dominio, o non ce lo si può permettere, bisogna mettere in moto la fantasia e l’ingegno e trovarne uno originale. Negli ultimi anni sono stati creati molti nuovi TLD, quindi ora è possibile registrare domini che non siano i soliti .com o .it: esistono oltre 1000 nuove estensioni, una lista si può trovare qui: ICANN Delegated strings. Questo permette di registrare nomi che nei TLD tradizionali sarebbero costosissimi.

Oppure si possono provare combinazioni di nomi non ancora utilizzate (facendo attenzione che il nome non diventi troppo lungo, illeggibile o impronunciabile). Anche in questo caso si trovano in rete molti strumenti che aiutano a trovare un nome interessante: per esempio LeanDomainSearch, Domainr.

Esistono molti modi per scegliere un buon nome di dominio, e questa infografica a cura del team di Serverplan è utilissima per aiutarci nella scelta.

Una volta trovato il nome giusto e libero (potreste metterci giorni o settimane, come è successo a noi per retelab.it), registratelo subito e ricordatevi di seguire le regole indicate nell’infografica!

Serverplan - infografica 7step per registrare un nome dominio di successo

 

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Come sopravvivere a Google AMP e Facebook Instant Articles https://nexnova.net/blog/come-sopravvivere-a-google-amp-e-facebook-instant-articles/ https://nexnova.net/blog/come-sopravvivere-a-google-amp-e-facebook-instant-articles/#comments Wed, 03 Feb 2016 07:00:43 +0000 https://retelab.it/?p=2010 Buone notizie per gli impazienti: grazie ad Accelerated Mobile Pages di Google e a Facebook Instant Article, accedere alle notizie su mobile diventa una questione di millisecondi. I progetti dei due colossi del web nascono per risolvere una problematica precisa: gli utenti su mobile non hanno pazienza. Se una pagina non apre correttamente i suoi […]

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Mobile phone in cafe

Buone notizie per gli impazienti: grazie ad Accelerated Mobile Pages di Google e a Facebook Instant Article, accedere alle notizie su mobile diventa una questione di millisecondi.

I progetti dei due colossi del web nascono per risolvere una problematica precisa: gli utenti su mobile non hanno pazienza. Se una pagina non apre correttamente i suoi contenuti entro  5 secondi, il 74% degli utenti abbandona la navigazione. Google e Facebook hanno così realizzato, ciascuno a suo modo, una soluzione che migliorerà l’esperienza e la fruizione dei contenuti su smartphone . Quali sono le conseguenze per i medi e piccoli business che comunicano sul web?

Lo sappiamo, anche voi siete impazienti. Ma prima di svelarvelo, vediamo di riassumere brevemente in cosa consistono questi due rivoluzionari progetti.

Google AMP: più risposte in meno tempo

Il progetto di Google è stato lanciato in via sperimentale lo scorso anno in collaborazione con un gruppo di editori, tra cui il The New York Times, The Guardian e il gruppo Condé Nast. È un sistema open source di codici ottimizzati per l’apertura istantanea delle pagine web. Gradualmente AMP andrà a ripulire dalle pagine gli elementi in HTML, CSS e JavaScript, responsabili secondo Google del rallentamento di molti siti. Chi utilizzerà AMP migliorerà le performance della propria pagina web dal 15% all’85%. Per chi ancora non avesse visto il risultato, qui un video che mostra le potenzialità di questo sistema di pubblicazione. Da febbraio 2016, AMP diventa accessibile a tutti ed entra a far parte integrante della nostra esperienza di navigazione su smartphone.

Facebook Instant Articles: la velocità si fa social

Si tratta di un nuovo formato di pubblicazione degli articoli su Facebook, che ne consente l’immediato caricamento anche da cellulare. Oltre alla velocità, i vantaggi per chi pubblica con Instant Article  sono anche nella multimedialità dei formati: possono essere inseriti video in auto-play, file audio e mappe interattive. Questi contenuti multimediali possono essere condivisi singolarmente dagli utenti ed acquisire una diffusione autonoma rispetto all’articolo originario, moltiplicando gli elementi di visibilità. Dai primi dati, gli Instant Article sembrano piacere agli utenti, visto che hanno registrato nei primi mesi di sperimentazione un tasso di condivisione tre volte maggiore rispetto agli articoli tradizionali.

Cosa cambia per i piccoli business?

Molti hanno accolto con entusiasmo le prospettive di una migliore esperienza di navigazione su mobile. Dal punto di vista di chi pubblica sul web, poter accedere a risorse gratuite per rendere i propri contenuti ancora più fruibili è sicuramente una grande opportunità. Ma non sono novità così democratiche come possono sembrare: chi per primo si adeguerà al sistema di Google AMP e Facebook Instant, sarà privilegiato nelle visualizzazioni. Per i grandi brand accogliere le novità non è un problema, ma i business più piccoli spesso non hanno le risorse per adattarsi rapidamente al cambiamento. Che fine farà chi non riuscirà in tempo ad aggiornarsi? Ecco una breve guida per salire rapidamente a bordo di queste novità, senza rimanerne schiacciati.

#1 Implementazione del sito – dal cosa al come

Con AMP Google offre un sistema open source per rendere più veloci e fruibili le vostre pagine web. Un bel regalo, ma non è tutto oro quello che luccica: Google AMP offre un caricamento molto più rapido, ma restituisce un contenuto molto più povero. Ecco un esempio, riportato da Searchenginewatch.com.

GoogleAmp

Tuttavia è impensabile rifiutare il cambiamento: Google non ha detto esplicitamente che AMP influenzerà i risultati di ricerca, ma nei suoi risultati privilegia i siti che hanno il caricamento più rapido.

Per non sparire dai risultati di ricerca, avete 3 strade possibili

  • Un sito in HTML e uno in AMP: il fatto che esista AMP non significa che ogni contenuto debba essere pubblicato con questo sistema. Se la maggior parte dei vostri contenuti sono particolarmente ricchi o multimediali, la soluzione migliore è mantenere il proprio sito attuale in HTML creandone uno parallelo in AMP, dove pubblicare solo i contenuti che ritenete idonei. Così potrete testare i risultati, confrontando vecchio e nuovo sistema.
  • Utilizzare un plugin di wordpress: se la ricchezza del vostro sito è data da contenuti semplici, come testi e immagini, potete installare un semplice plugin di wordpress, che vi permetterà di produrre contenuti già formattati in AMP.
  •  Rifare il sito da zero, secondo i parametri di AMP: è la soluzione più lunga e dispendiosa, specialmente per i piccoli business. Scegliete questa opzione solo se pensate ne valga davvero la pena: come detto sopra, se la vostra tipologia di contenuti perde di impatto con AMP, forse meglio seguire le prime due strade.

#2 Advertising – dal cosa al quale

La maggior parte degli annunci pubblicitari sul web sono scritti in JavaScript. Peccato che il codice AMP di Google non li supporti: per continuare ad essere visibili, gli annunci dovranno essere ripensati e scritti con il nuovo sistema. Una trasformazione non facile per le compagnie piccole e medie, che comporta tempo e costi d’intervento da parte di web designer e programmatori. Ma tenete presente che Google non è l’unico posto in cui farsi trovare: Facebook offre, all’interno di Instant Articles, possibilità di inserzione più semplici e immediate da realizzare. Il 90% degli annunci con Instant viene caricato su mobile prima che l’utente arrivi a visualizzarlo: un’ottima performance rispetto agli annunci tradizionali. Per creare un annuncio in Instant Articles puoi partire da qui.

 Dove vengono pubblicati gli annunci? Ci sono 2 possibilità

  • Sceglie l’editore quali annunci pubblicare, in base ai suoi accordi pubblicitari, ottenendo il 100% del guadagno generato
  • Sceglie Facebook in base al target dell’articolo, trattenendo in cambio il 30% degli introiti

Quest’ultima possibilità è la più interessante per i marketers: il proprio target vedrà l’annuncio in un articolo di suo interesse, pubblicato su uno spazio a cui attribuisce credibilità. Quindi sarà più propenso a interagire.

Facebook Instant Articles è un’ottima soluzione per allenarsi alla velocità, in attesa di avere sufficienti risorse per tornare a farsi largo anche su Google, non pensate?

#3 Pubblicare un contenuto: dal perchè al come

Gli Instant Article sono visibili nel feed di milioni di utenti su Facebook. Per farvi una rapida idea di cosa si tratta, date uno sguardo a questo video. Se  in una prima fase sperimentale poteva accedere alla pubblicazione solo un numero limitato di soggetti, ora c’è spazio per tutti, anche a chi si rivolge ad un pubblico locale. Perchè alle persone interessa sapere cosa accade nel mondo, ma anche nella zona in cui vivono. Come si crea un Instant Article? Ecco la ricetta, bastano 4 ingredienti:

  • Create un feed RSS delle storie che volete pubblicare, se non sapete come fare potete consultare questa guida. Poi collegatelo alla vostra pagina Facebook.
  •  Scegliete lo stile che volete dare alle notizie: inserite il logo, i colori, il font che appartengono alla vostra corporate identity, in modo che le persone possano facilmente riconoscere la fonte dei vostri articoli.
  • Inserite le vostre pubblicità o lasciate a Facebook il compito di scegliere quelle che possono interessare di più al vostro target.
  •  Collegate gli strumenti di misurazione: oltre agli Insight di Facebook, che permettono di rilevare il tasso di apertura, il tempo di lettura e lo scroll dell’articolo, potete continuare ad utilizzare mezzi di statistica esterni, come Google Anaytics o comScore. Per distinguere le visite all’articolo che arrivano dal sito da quelle che provengono da Facebook, potete aggiungere uno specifico tag al codice di analytics interno ai vostri Instant Article.

FacebookInstant

In conclusione: niente scelte drastiche, ma sperimentate.

Accelerated Pages, Instant Articles… o entrambe? Secondo alcuni, per i piccoli business è meglio puntare sui Facebook Instant Article, più veloci e semplici da realizzare rispetto alle implementazioni richieste da Google AMP. Altri consigliano invece di utilizzare entrambi, perchè si tratta di opportunità simili, ma differenti: da un lato si aumenta la visibilità dei propri contenuti sulla pagina di ricerca, dall’altro la visibilità sui social. Anche noi vi consigliamo questa seconda strada: Google e Facebook sono colossi del web, non religioni tra cui scegliere. Ascoltate ciò che hanno da dire, assaggiate il buono sia di AMP sia di Instant Article, ma non credete a tutte le loro promesse.

Il segreto per sopravvivere alla velocità è non prendere scelte radicali, ma essere aperti e flessibili a tutte le soluzioni: se la corrente dovesse cambiare improvvisamente direzione, sarete pronti a seguirla.


Guest post scritto da Silvio Porcellana di mob.is.it

SilvioPorcellanaSilvio Porcellana è il fondatore e CEO di mob.is.it, il sistema online utilizzato da oltre 1.000 agenzie e professionisti per costruire siti mobili e app native per i clienti di tutto il mondo. Dalla sua sede nel Monferrato avvia con passione idee imprenditoriali, ama scrivere su web e mobile marketing e aiuta i clienti ad avere successo online. Per leggere altri suoi articoli vai al blog di mob.is.it

Twitter: @silvioporcellan

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Software essenziali per freelance e piccole aziende https://nexnova.net/blog/software-essenziali-per-freelance-e-piccole-aziende/ https://nexnova.net/blog/software-essenziali-per-freelance-e-piccole-aziende/#comments Mon, 16 Nov 2015 07:00:31 +0000 https://retelab.it/?p=1980 Quali software è possibile utilizzare per svolgere al meglio il proprio lavoro di freelance, o per gestire la propria piccola azienda, in particolare nel settore del blogging professionale? Dipende da molti fattori, per esempio dai propri gusti personali, dal settore in cui si fa blogging, dal proprio livello di conoscenza di internet e software, e […]

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Vector flat composition of programming interface - vector illustration

Quali software è possibile utilizzare per svolgere al meglio il proprio lavoro di freelance, o per gestire la propria piccola azienda, in particolare nel settore del blogging professionale? Dipende da molti fattori, per esempio dai propri gusti personali, dal settore in cui si fa blogging, dal proprio livello di conoscenza di internet e software, e da molto altro ancora.

Ci sono in ogni caso una serie di attività che devono essere senz’altro svolte se fate blogging a livello professionale, quindi serviranno appositi strumenti per svolgerle al meglio. In molti casi si tratterà di strumenti software, ma con la giusta metodologia e procedurizzazione si possono anche utilizzare strumenti tradizionali analogici (carta e penna, per intenderci 🙂 )

Essenzialmente serviranno:

Hardware, ovvero i dispositivi su cui lavorate:

  • un computer
  • uno smartphone
  • un tablet
  • vari altri accessori

Servizi:

  • connessione internet;
  • telefonia (mobile e fissa);
  • hosting dei siti;
  • consulenza e helpdesk tecnico;
  • gestione e consulenza contabile / legale / amministrativa;
  • sicurezza informatica;
  • backup;
  • gestione pagamenti (banca, paypal)

Software, per gestire varie attività, tra le quali ci saranno sicuramente:

  • scrivere contenuti da pubblicare;
  • raccogliere e organizzare scritti, appunti e informazioni;
  • gestire comunicazioni (email, chat);
  • gestire newsletter;
  • gestire interazioni social;
  • pianificare e organizzare attività;
  • gestire clienti;
  • gestire fornitori;
  • gestire fatturazione;
  • gestire contabilità;
  • gestire sicurezza;
  • scrivere e condividere documenti, presentazioni, fogli elettronici;
  • realizzare semplice grafica;

Ora ci concentriamo sul software (con due piccole divagazioni hardware su chiavette U2F e dispositivi di backup), ma sono già in preparazione gli articoli per hardware e servizi che costituiranno la seconda e terza parte di questa sezione dedicata agli strumenti per piccoli imprenditori.

Scrivere e prendere appunti

Barbara (mammafelice.it) è una scrittrice nata, ultra produttiva. Scrivere è sempre stata la sua passione. È l’unica persona che conosco che consuma fisicamente i tasti delle tastiere: dopo un po’ di mesi le vocali spariscono. Scrive senza difficoltà sino a 10mila – 20mila parole al giorno, escluse quelle delle (tante) interazioni social.

Ebbene, lei non usa strumenti particolari per scrivere e prendere appunti: scrive le sue cose direttamente nelle bozze dei blog (tutti WordPress). Per quello che non è blog usa Word, il testo di una mail, o una grossa Moleskine che si porta sempre dietro per scrivere ciò che le viene in mente. Ma lei è un caso estremo: molti (come me) preferiscono utilizzare strumenti appositi.

Un blogger deve avere sempre la possibilità di prendere appunti veloci, in qualunque posto si trovi. Lo strumento deve essere multipiattaforma (web, windows, mac, Android, iOS) e condividere le informazioni tra le varie piattaforme.

Quello che consiglio vivamente è Evernote – versione Plus o Pro.

La feature più utile della versione Plus è la possibilità di lavorare offline su mobile, quella più interessante della versione Pro è che conserva le versioni precedenti e ha altre funzionalità utili a chi lavora con le informazioni.

Se invece usate solo Mac e iPhone, c’è un fantastico strumento per scrittori (che sto usando anche in questo momento per scrivere la bozza di questo articolo) che si chiama Ulysses: è un editor markdown professionale. Dietro la sua apparente semplicità offre una quantità incredibile di funzionalità per rendere la scrittura piacevole e distraction-free e per organizzare al meglio le informazioni.

Se non sapete che cos’è markdown e non volete impararlo, oppure se non avete un mac, o se come Barbara preferite lavorare direttamente nelle bozze dei post, vi consiglio comunque di usare Evernote per organizzare le informazioni e raccogliere appunti.

Io li utilizzo entrambi: Evernote per raccogliere appunti, spunti, link, note.

Ulysses per scrivere e organizzare le bozze degli gli articoli.

Non ha l’export diretto in WP, quindi una volta terminata la bozza la esporto in html e la incollo nel post, per aggiungere le eventuali immagini e fare i ritocchi finali.

Gestire comunicazioni

Utilizzo l’email da più di 20 anni. I primi sistemi erano a linea di comando su Unix, poi si è passati ai software grafici (ricordo Eudora). Ma da quando nel 2004 ho ricevuto un invito per Gmail, che allora era appena nata e sconosciuta, non l’ho più abbandonata.

Non vedo motivi per utilizzare qualcosa di diverso da gmail se volete usare professionalmente l’email. Gestione automatica dei thread, interfacciabilità, label, filtri, funzioni a non finire. Ci vorrebbe un libro intero per descriverne tutte le potenzialità, quindi fidatevi e usate gmail.

Se avete un dominio proprietario, Google Apps for Work con 4€ al mese vi dà una mailbox proprietaria a prova di bomba con un sacco di strumenti:

  • indirizzi email aziendali ([email protected])
  • Chiamate video e vocali
  • Calendari online integrati
  • 30 GB di spazio di archiviazione online per la sincronizzazione e la condivisione dei file
  • Documenti di testo, fogli di lavoro e presentazioni online
  • Siti di progetto facili da creare
  • Controlli di sicurezza e amministrazione
  • Assistenza telefonica e via email 24 ore su 24, 7 giorni su 7

Da notare che se gestite l’azienda da soli ma avete bisogno di più email, potete gestirle tranquillamente da un solo account con gli alias, esempio:

possono essere gestite con un solo account utilizzando alias e filtri. Vi servono più email solo se vengono gestite da persone diverse.

Un vantaggio di Gmail è che è sicurissima: se abilitate la 2 factor authentication (2FA), tramite sms o meglio con una Chiavetta Yubikey da meno di 20 euro, avete la certezza che la posta possa essere letta solo da chi possiede password + la chiavetta fisica. Quindi anche se vi rubano la password, la mailbox non è hackerabile. E se perdete la chiavetta, potete sempre usarne una di riserva, farvi mandare un sms o usare dei codici di ripristino.

Per ulteriori consigli sulla sicurezza con le chiavi Yubikey, leggete anche la sezione sulla sicurezza, più in giù in questo post.

Uno strumento essenziale da affiancare a Gmail è Boomerang. Totalmente integrato nell’interfaccia di Gmail, permette di:

  • ricordarvi email dopo un periodo di tempo, con una nota;
  • mandare email ad una certa ora e data;
  • altre funzionalità di automazione email.

È una funzionalità per me essenziale: ogni volta che mando un’email so che potrò verificare di aver ricevuto risposta dopo 2-3-4 giorni. Se qualcuno mi dice “ci sentiamo tra due mesi”, mi basta cliccare un tasto e so che quella email mi ritornerà in mailbox tra due mesi.

Gmail poi si integra perfettamente con tutti gli strumenti di produttività Google, e soprattutto:

  • Google calendar
  • Google docs

Anch’essi strumenti essenziali.

Gestire newsletter

Le newsletter non devono essere gestite con plugin di WordPress utilizzando la posta del web server: i web server sono nati per hostare siti web, non per gestire invio massivo di email. Per quello bisogna usare servizi appositi. Se proprio volete usare un plugin, impostate di far gestire l’email a servizi smtp professionali (Mailgun, MAndrill, Elasticemail, e molti altri).

Ma se volete un servizio professionale, e vivere tranquilli, usate Mailchimp. Esistono tante alternative, altrettanto professionali. Ma Mailchimp è diventato il WordPress delle newsletter: usato da tutti, integrato con tutto, non c’è da pensare a nulla o inventare nulla.

Costa un po’ di più degli altri, e c’è un motivo: ha un sacco di funzionalità professionali, ma si può iniziare ad usare subito senza problemi.

Pianificare e gestire attività

Per le attività personali, per quelle da fare “un giorno non si sa quando”, per le idee passeggere e improvvise, utilizzo da tanti anni Todoist Premium. Multipiattaforma, integrato in gmail e chrome, è veloce e semplice.

Per gestire i lavori pianificati e strutturati (le commesse) utilizzo Trello free per le fasi fondamentali (cliente contattato, cliente preso, in lavorazione, fatturare, link a email di riferimento).

Per i dettagli delle commesse piccole e medie uso un semplice Google Doc che condivido con chi partecipa al progetto.

Per i progetti più complessi preferisco strumenti semplici (Basecamp o Redbooth, entrambi usati in passato con soddisfazione).

In questo settore i parametri fondamentali per scegliere lo strumento giusto sono la tipologia del progetto e il numero di persone coinvolte, ed esistono centinaia di soluzioni diverse: ma a mio parere, tranne i due che ho indicato sopra, la maggior parte sono troppo gravosi da utilizzare per realtà piccole.

Todoist per le idee e Trello per le fasi invece sono soluzioni secondo me universali e utilizzabili per qualunque progetto piccolo o medio.

Gestire clienti

Per la mia esperienza, se l’azienda è individuale o piccola, e ha tanti progetti piccoli o medi, lo strumento migliore per gestire i clienti è un mix di

  • gmail
  • trello
  • google docs

L’utilizzo di altri strumenti impone regole, metodologie e limitazioni che rallentano, diminuiscono il tempo a disposizione e aumentano i costi.

Esistono però molti CRM light, con i quali, superata una fase iniziale di apprendimento, possono essere ottimizzati i tempi e migliorate le attività.

Potete cercare su Google i numerosi siti che confrontano CRM.

Io ho utilizzato con soddisfazione Capsule CRM, che è quello che consiglio per attività web e blogger.

In passato ho utilizzato anche Sugar CRM e Zoho CRM, che però utilizzano un approccio più “classico”. Capsule CRM permette un utilizzo più libero e si adatta al mio modo di lavorare, mentre per i CRM classici sono io che devo adeguarmi a loro.

Un altro strumento, ottimo e semplice, consigliato da molti, è Highrise.

Gestire fornitori

Per un’azienda piccola questa è un’attività marginale: ho semplicemente un foglio Google spreadsheet in cui segno le date e descrizione delle spese ricorrenti. In questo modo posso:

  • decidere quali servizi o prodotti disdire prima della scadenza
  • avere un occhio sulle spese

Per scrivere quest’articolo per esempio sto tenendo di fianco quel foglio, così ho l’elenco di tutti i software e tools che uso.

Per i pagamenti utilizzo quando possibile sistemi automatici che non mi costringano a ricordarmi di pagare. Per i fornitori che ne sono sprovvisti, o per quelli con i quali non posso o non voglio farlo, ho semplicemente un raccoglitore: “fatture da pagare” dove metto le fatture stampate, e ho una label “pagare” in gmail per le fatture che mi arrivano via email.

Dopo averle pagate: se sono di carta le timbro “pagato” e le sposto nella cartella “fatture pagate”. Se sono su email, modifico la label in “pagato” e archivio l’email.

Gestire fatturazione

Il mio consiglio è di utilizzare software online. Economici, semplici e sempre aggiornati.

Io utilizzo Zoho Invoice da quando esiste Nexnova. Gestisce anagrafica, fatturazione, spedizione email con fattura allegata, pagamenti con paypal e carta di credito, fa report, il tutto per 15 o 30 euro al mese a seconda del piano.

Se volete una soluzione italiana, so che molti si trovano bene con fattureincloud, ma dato che io mi trovo bene con Zoho in cui ho tutti i miei dati e tutto configurato perfettamente, continuo con questo strumento.

Quando emetto le fatture ne mando sempre una copia anche al mio indirizzo, perché ho uno Zap Zapier che me le mette direttamente in una cartella Dropbox, pronte per essere spedite al commercialista a fine mese.

Gestire contabilità

Trovate un buon commercialista.

Fate una procedura di fine mese di due o tre pagine con l’elenco delle cose da stampare e salvare a fine mese o trimestre, a seconda del tipo di contabilità, e date tutto il plico al commercialista.

Con la fiscalità italiana, mettersi a fare la contabilità da soli significa che il proprio tempo non vale nulla, quindi non vale neanche la pena pensare di mettersi in proprio. Senza contare l’enorme possibilità di errori.

Gestire sicurezza

La sicurezza è un aspetto importantissimo ma spesso sottovalutato.

Per la sicurezza degli account dove possibile usate 2 factor authentication (2FA), che è impossibile da hackerare.

La 2FA richiede all’utente di inserire oltre alla password un codice. La prima volta che si usa una macchina nuova lo chiede sempre, poi sulle macchine sicure lo chiederà una volta ogni due-quattro settimane.

Il codice viene spedito direttamente via sms, email oppure viene visualizzato su una chiavetta fornita all’utente che genera numeri casuali ogni minuto (One Time Password devices, OTP).

Gli OTP possono essere reali (come quelli che danno le banche), ma anche virtuali (quello di Google, Google Authenticator, gira come app sul telefonino) oppure ancora USB, come le chiavette YubiKey di cui parlavo prima.

Io preferisco queste ultime, perché

  • non richiedono di avere un telefono o una connessione telefonica funzionante;
  • sono piccole e si portano dietro insieme alle chiavi.

Per gestire le password uso LastPass premium (con la YubiKey) e Keepass su pc o KeepassX su Mac per le password non web.

Le chiavi Yubikey esistono in diverse versioni. Se volete usarla solo per gmail e altri servizi che man mano la stanno implementando, è sufficiente la versione base, la Fido U2F security key.

Vi consiglio di comprare insieme una chiavetta Yubikey UTF originale come chiave principale (è molto resistente e si può mettere nel portachiavi), e una più economica (per esempio Security key plug-up) da tenere a casa come riserva.

Se invece volete utilizzarla per gestire anche Password Safe Pro, dovete prendere la chiavetta Yubikey Edge, non quella base U2F. La stessa chiave però potrete usarla per altri servizi (compreso gmail).

Per motivi di sicurezza e paranoia personale non uso software di gestione password su dispositivi mobile, anche perchè ho sempre a disposizione un desktop. Se però viaggiate molto, vi consiglio di installare la versione mobile di Lastpass, e proteggere il telefono con una password forte (non gestuale), di installare e attivare AVG Mobile o simili per poter bloccare il telefono da remoto e localizzarlo in caso di furto.

Per antivirus e antimalware sul computer consiglio Sophos antivirus per Mac, AVG per i PC Windows.

Per gli smartphone consiglio AVG per lo smartphone Android, mentre non conosco il mondo iPhone e per ora non posso dare suggerimenti su antivirus e antimalware.

Per la sicurezza delle connessioni quando mi capita di usare rete aperte Wifi offerte da locali, aeroporti, etc, ho un abbonamento annuale a PrivateInternetAccess: offre un servizio VPN affidabile e veloce, quindi se lo si attiva prima di collegarsi a reti Wifi pubbliche, i propri dati sono al sicuro. Si può installare su 6 dispositivi, per il costo che ha è davvero utile.

Per la sicurezza dei siti uso Sucuri e lo consiglio anche ai clienti: è un servizio di antimalware + firewall per i siti web. Sono i più bravi quindi sono anche più cari della media: per risparmiare si possono usare ithemes security pro o Wordfence. Hanno meno funzionalità, ma costano meno. una differenza importante è che il servizio Sucuri provvede anche a rimuovere le infezioni, mentre gli altri le segnalano ma bisogna poi provvedere in autonomia o incaricare qualcuno.

Per la sicurezza dei dati uso Dropbox per i dati “vitali” (ne parlo sotto) e un Nas Synology DS213j (con due Western Digital Red 2TB specifici per NAS in raid 5) in ufficio per gli archivi di foto, i backup, e i dati importanti ma non vitali.

Nessun NAS è sicuro, perché può rompersi o essere rubato, quindi faccio ogni tanto un backup del NAS su disco esterno da 2TB che non conservo mai nello stesso luogo fisico del NAS (se non per il periodo del backup, in cui sono presente). Disco di backup da 2TB a casa, NAS raid 5 da 2TB in ufficio.

Per la comunicazione di password e informazioni delicate tra colleghi uso Telegram messenger.

Per il backup di siti e server uso rsync.net, un servizio professionale di backup rsync. Per chi non è programmatore, consiglio soluzioni più semplici (come Codeguard, Vaultpress, Backupbuddy). Prendete le versioni pro a pagamento, i vostri dati e il vostro tempo valgono più di 5 euro al mese che è il costo medio delle soluzioni di backup.

Per la sicurezza dei commenti e controllo spam uso Akismet Enterprise. Se siete blogger professionisti dovete usare la versione a pagamento (anche Plus o backup vanno bene, ma se avete molti siti conviene la enterprise).

Archiviare e condividere files

Per avere tutti i files sincronizzati su tutti i dispositivi, uso Dropbox pro 1TB con revisioni infinite: 14 euro al mese e i miei dati importanti sono al sicuro, condivisi con i miei dispositivi e condivisibili con altri se necessario. Si integra con Gmail e con migliaia di altre applicazioni, è il più veloce di tutti (e ne ho provati molti altri).

Uso il 5% dello spazio che offre, ma con la versione pro sono tranquillo e mi tiene revisioni precedenti di tutto per un anno.

Gestire documenti

Uso Google docs per tutti i documenti, le presentazioni, i fogli elettronici. Per alcune mailbox ho aumentato la capacità di archiviazione  (si può portare lo psazio di archiviazione gmail e docs, che è condiviso, a 100 Gb per 2€ al mese e a 1Tb per 10€)

Ci capita anche di usare (ormai pochissimo) Microsoft Office, perché può capitare ogni tanto di ricevere documenti in quei formati e di doverli modificare e restituire nello stesso formato. con 8,8€ euro al mese abbiamo Office 365 Business, la collezione completa di strumenti office sempre aggiornati è comunque una spesa accettabile.

Gestione semplice della grafica

Anche qui, per esigenze grafiche di base, consiglio di utilizzare strumenti online. I più diffusi sono:

Canva – è quello che usa Barbara per tutte le sue esigenze di grafica per i siti. consiglio la versione Pro, che ad un costo limitato offre davvero grande flessibilità. Permette di creare grafica accattivante per i propri siti senza essere esperti di grafica, Consigliatissimo!

Altri strumenti disponibili:

Pixlr di Autodesk (free)

Picmonkey Versione base Free – Royale 33$ / anno

Ribbet Versione base Free – Premium 30$ / anno

Se fate grafica un po’ più seria ci sono strumenti professionali (Photoshop e Illustrator), ma esulano da quello di cui voglio parlare qui.

Il livello base di grafica che serve ad un blogger richiede di poter:

  • ritagliare ridimensionare ruotare;
  • fare piccoli ritocchi;
  • inserire testo nella grafica;
  • fare collage di foto;
  • mettere ritocchi.

Per esigenze grafiche più evolute: se sapete farle da soli vuol dire che siete esperti nel campo della grafica, altrimenti dovrete ricorrere (come me) a professionisti che fanno quello di lavoro: non sarà una licenza di Photoshop o Illustrator a trasformarmi in un grafico, ci vogliono anni di lavoro.

Altri strumenti non classificabili

Per far comunicare le applicazioni tra loro uso Zapier, una versione professionale di IFTTT. Tipico esempio, una cosa di cui ho parlato prima: “prendi tutte le fatture che ho inviato con Zoho e mettile in una cartella Dropbox”. Oppure: “prendi tutti i miei tweet di quell’account e spostali su un altro”. E così via.

Conclusioni

Ho elencato tutti gli strumenti non specifici per sviluppatori che usiamo in Nexnova snc, per gestire le attività dell’azienda. Sono utilizzati con successo da milioni di aziende piccole o medie, ci hanno permesso di crescere e di organizzarci e avrei voluto che qualcuno me li elencasse così un po’ di anni fa, quando abbiamo iniziato, quindi ho deciso di farlo per chi sta iniziando ora e ne ha bisogno, o ha già iniziato e non ne conosceva qualcuno.

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