Il 23 febbraio si è tenuta la premiazione della prima edizione del Premio Oblivion! Votate e votati dai 45 editori che hanno partecipato alla fiera, vi sono state e stati sei tra vincitrici e vincitori, e due menzioni d’onore! E oggi, pubblichiamo l’ultimo racconto tra quelli premiati, ossia il vincitore del Premio Oblivion, Antonio Longo, autore del racconto Abel degli abissi
A voi, buona lettura!

10 luglio 1906
Mia amata Isa,
mi tremano le mani. Oggi, alle ore 8.53 del mattino, i nostri sommozzatori hanno trovato qualcosa. Se le loro supposizioni sono vere, se non sono solo allucinazioni dovute alle acque ghiacciate dell’artico, questa ricerca potrebbe volgere al suo termine. Dieci anni ho dedicato ai miei studi, sette di questi lontani da te. Mille volte ho pensato a come ti avrei trovata una volta tornato, ma credo che l’attesa sia prossima alla fine. Negli istanti in cui ti scrivo, il rumore assordante della trivella scarnifica il ghiaccio, stratificazione dopo stratificazione, là dove i sommozzatori hanno trovato i resti. Se il reperto è autentico, Isa, sarò da te prima della fine dell’estate. Non è l’orgoglio dello scienziato a esser felice per la fine della ricerca, ma l’ardore dell’innamorato. Per sette anni ho avuto di te solo una fotografia. Ma la pellicola non rende il luccicore dei tuoi occhi. Sono partito ricercatore innamorato di un’idea. Ti scrivo, oggi, amante in attesa di tornare all’amata.
Che questa ricerca si concluda presto.
Con tutto il mio cuore,
Emilio.
23 luglio
Cara Isa,
le nostre supposizioni sembrano essere corrette. Scavando a 47 metri sotto la profondità del mare, abbiamo isolato un blocco di ghiaccio che contiene il cadavere perfettamente conservato di un uomo. Potessi tu vederlo… liberato dalla sua prigione d’iceberg e acqua, se ne sta nella camera fredda della nave, ancora mezzo imprigionato nel ghiaccio, come una formica nell’ambra. Le condizioni sono perfette, e la crio-cronografia non lascia dubbi: è una specie di homo sapiens che risale a oltre un milione di anni fa. Hai capito bene. Le mie teorie erano corrette. Abbiamo rifatto i calcoli col cuore in gola e pare di non essere in errore. Un milione almeno. Prima della scrittura, prima degli egizi, prima dei minoici, prima dei Kush. Non posso che meravigliarmi di fronte alle incorrettezze della nostra scienza moderna. Anni e anni di convinzioni e insegnamenti sconvolti da un unico cadavere sepolto dal mare. Questo è l’abisso della nostra ignoranza, Isa. Per la prima volta, nella mia vita di scienziato, ci guardo dentro e non ne vedo il fondo. Quest’uomo congelato mette alla prova tutto ciò che sappiamo. Prego Iddio che voglia dirci qualcosa di sé, che la comunità scientifica riconosca il tuono dirompente di questo cadavere taciuto dal silenzio artico.
A rivederti presto, amata Isa mia. Tornerò da te acclamato dalle accademie. La tua attesa sarà stata ricompensata.
Permettimi un bacio.
Tuo, Emilio.
30 luglio
Cara Isa,
le ricerche procedono a gonfie vele, ma l’umore a bordo si sta logorando. Il cambusiere sostiene che Abel – così abbiamo chiamato il primo uomo – sia un segreto che Dio Onnipotente aveva relegato nei ghiacci perché nessuno lo trovasse mai. È convinto che interferisca con i suoi pensieri. Altri, superstiziosi come lui, pensano che sia un’incarnazione del diavolo. Fandonie, dico io. Inutile dare peso alla cosa. Dopotutto, è un momento fisiologico. Di fronte all’ignoto l’uomo si spaura. Ma è questione di tempo. Siamo già in rotta verso Londra. Sarò poi a Siracusa. Infine a casa.
Per sempre tuo,
Emilio
P.S. Abel ha però una particolarità. Se n’è accorto per la prima volta il nostromo, osservando col monocolo dentro il blocco di ghiaccio. Pare che Abel abbia una protuberanza sotto la nuca, all’attaccatura del collo. Un corno inverso di un qualche tipo. Forse, ma di questo bisogna accertarsi, è uno spuntone di roccia che ha causato la sua morte. Se davvero è morto con un sasso alla nuca, Abel è un nome davvero appropriato per lui. Che Caino, costruttore di città, ci riservi la grazia di scoprire qualcosa di più su suo fratello.
30 Agosto
È passato un mese, ma Londra è ancora lontana. Solo adesso, dalle isole Faroe, riesco a scriverti. Una tempesta ci ha colti all’imbocco del mare di Norvegia. Si sono abbattuti su di noi marosi e venti funesti, e anche col motore al massimo, non siamo riusciti a tenere la rotta. Sulla nave prende forza l’idea che sia Abel a generare questa persistente sventura. Stolti. Non sanno che, nella moltitudine delle cose del cosmo, le coincidenze sono poco più che una occorrenza statistica.
Voglia tu attendere ancora un po’ il tuo amato,
Emilio.
05 Settembre
Cara Isa,
ti scrivo con una crescente preoccupazione per lo stato di Abel. Temo che qualche sostanza imprigionata insieme al suo cadavere nei tempi perduti possa sprigionarsi ora con i venti caldi dei mari attorno alla Normandia. Se questo accadesse, potremmo essere costretti a entrare in quarantena, per evitare un contagio con il resto del mondo. Quel che è peggio, il cadavere potrebbe essere contaminato. Il nostromo e io siamo convinti che la struttura alla base del cranio non sia un corpo estraneo, ma una protrusione del suo stesso scheletro. Ne ignoriamo l’utilità. A vederla così… ma è una sciocchezza, Isa mia. Sembra una di quelle antenne con cui Tesla conduce l’elettricità. Lo so, è folle. Un’antenna su un uomo. Quando sarò a casa, mi farà bene un po’ di tranquillità. Penso con affetto alle tue braccia calde. Ai tuoi sorrisi tra le lenzuola.
Prego di trovarti innamorata come ti ho lasciata.
Tuo,
Emilio.
12 Settembre
Sette sono morti buttandosi in mare. Cinque graffiandosi gli occhi dalle orbite. Non sappiamo di cosa si tratti, Isa. Abbiamo preso misure preventive, così ora, per vedere il corpo, bisogna indossare l’intera tuta dei sommozzatori. Ogni contatto con un agente patogeno potrebbe essere fatale. Ma con ogni visita vedo il deteriorarsi di Abel. Il figlio delle mie teorie, sgretolarsi dopo migliaia di anni passati in un sonno tranquillo. È davvero un grande fallimento. La comunità scientifica ci ha accordato un paper, ma a Londra gli scettici sono in tanti. Temo per la nostra ricerca. Temo per la nostra salute.
L’antenna. Ricordi l’antenna?
Durante l’ultima visita, mi è sembrato emettesse un suono. Come una radio, sì. Devo essermelo immaginato, come potrebbe un cadavere seppellito dal ghiaccio…
Tuo,
Emilio.
20 settembre
Cara Isa,
siamo in molti a sentirlo. Sembra parlarci. Il cambusiere, preso dai nervi, s’è tranciato le orecchie con la mannaia e ha forato i timpani col coltellino. Sono dettagli truci per te, ma te ne metto a parte perché anche così, coi timpani forati, il cambusiere continuava a sentire la sua voce. L’orrore nei suoi occhi, potessi descriverlo, era profondo come il nero del baltico. Coi miei occhi l’ho visto cavarselo di dosso con un coltello.
Il clima è pesante. Dalla camera di Abel escono odori miasmatici che non saprei come descrivere. Siamo in quarantena. Abbiamo deciso di mandare a terra una scialuppa coi più giovani mozzi, perché spediscano le ultime corrispondenze e ti facciano avere queste poche righe. Mi manchi molto.
Forse avevano ragione i timorosi. Forse esistono segreti insondabili che è meglio lasciare dove sono.
22 settembre
Ho distinto parole. Se non parole suoni. Ma rivolti a me, ti prego di credermi su questo, Isa. Parlava a me. Con la sua Antenna Abel Ha parlato a ME. Diceva solo. Diceva solo. Diceva solo.
Tar
Tar
…
Emi-
29 settembre
Cara Isa mia,
questa è l’ultima lettera che scriverò. In un momento di lucidità ho distinto il messaggio che Abel cercava di comunicarmi e ho capito che non uscirò vivo da qui. Ormai siamo rimasti io e il nostromo, su una nave resa nauseabonda dall’odore dei cadaveri che non abbiamo voluto gettare in mare.
Ti prego di scusarmi, per come mi troverai. Se sarò morto in modo empio, sappi che a morire a quel modo non sarà stato il tuo Emilio, ma qualcosa che non so cos’è. Come se un’altra coscienza, ben più antica e pesante, si fosse sintonizzata sulla mia. Definirlo meglio non si può.
Ho fatto un ultimo tentativo. Ho impostato una rotta per Siracusa. Se vedrai l’albero di questa nave squarciare l’asse dell’orizzonte, chiama aiuto. Ma non venire. Non salire assolutamente a bordo. Manda qualcun altro.
Considera il ponte di questa nave
il suolo argentato
del Tartaro.
Una carezza ancora,
Emilio
]]>Il 23 febbraio si è tenuta la premiazione della prima edizione del Premio Oblivion! Votate e votati dai 45 editori che hanno partecipato alla fiera, vi sono state e stati sei tra vincitrici e vincitori, e due menzioni d’onore! A partire da oggi, ogni settimana condivideremo i racconti che hanno meritato il loro premio!
È finalmente arrivato il turno di Antonio Amodio, che con il suo racconto It’s dangerous to go alone! Take this, ha vinto la sezione Miglior racconto d’azione.
A voi, buona lettura!

Lo guardo. Il suo viso è un enorme bubbone. Bordignon si muove a stento. Rantola, però non grida. Con un tonfo, l’avambraccio gli cade dal mezzo moncone, poi resta lì. Nessuno lo raccoglie, neppure gli infermieri. Vorrei dar di stomaco, ma è vuoto.
Fuori dalla metro Fermi, fra i bus che accostano alle banchine del capolinea, stagna uno smog asfissiante. Il tabacchi ha le serrande giù, l’edicola è chiusa e mi prude la pelle, anche coi guanti. Oggi Tommaso Er Fiòdena non è lì a succhiarsi l’ammezzato, e neppure i barboni sono usciti a far cappello. È il 23, mi dico attraversando il piazzale, chi può è già in ferie. A me invece tocca la conciliazione.
Alzo lo sguardo.
All’ultimo piano del grattacielo dove un tempo c’era l’ENI, l’insegna della Hyrule Gameworks è uno spettro che sporca di viola le nebbie del lago. L’errore principale, lì, l’avevano commesso gli architetti. L’idea di giocarsela da milanesi a Roma, per creare l’ennesimo bosco verticale, aveva lasciato il palazzo alla mercé di viticci e rampicanti secchi, come fra le macerie di Call of Pripyat.
E poi c’erano i miei di errori. Quelli che avrei pagato a breve. Un buco nero supermassivo di boicottaggi e meme che non si vedeva dal day–one di Cyberpunk 2077.
«Vincé?»
Riconosco la voce.
Samuele.
«Bella, vez.»
È la prima volta in quattro anni che lo becco vestito casual. Zoppica ad abbracciarmi. Sotto l’ascella, una lunga scatola di polistirolo e una bustina dell’immondizia vuota. Curvo nel suo parka, sembra mal ritagliato da un videoclip degli Oasis.
«Vieni» mi dice «t’accompagno.»
Mentre passiamo il badge ai tornelli, vedo che ha sei punti sullo zigomo, ancora freschi, la bocca tumida e gli manca un pezzo di lobo. Sta crepato.
«È oggi?» chiede incrociando la mia occhiata.
Annuisco. Lui mormora in assenso, senza mostrarmi troppo i denti. Noto che la sua calata da tortello in brodo oggi fischia più che mai. Forse ieri n’ha persi un paio.
«Pure tu al decimo?»
«Sì.»
«Quando concili?»
«Fra poco. Tu, invece? Rescissione o demansionamento?»
«Seh, magari. Moretti m’ha ucciso.» biascica Sam «Per lo sviluppatore junior, quello che s’è fregato l’alfa di Cryolethal. L’accusa mia è di complicità in spionaggio industriale. Mi fanno “Te l’hai messo là e ora t’arrangi”. Io però che ne potevo sapere? Cioè, dimmi tu, no? Quante possibilità c’erano di prendersi una serpe in casa?»
«Perciò annullamento?»
Samuele fa di sì.
«Prendo gli ultimi cocci e poi game over. Anche se» aggiunge mostrandomi la lunga scatola misteriosa «passavo pure per lasciarti questa, ma meglio dopo. Non vorrei che, come si chiama, lì, Valentini? Ti rompa il cazzo ché tardi.»
Le porte si aprono.
Ci salutiamo.
Tiro dritto verso la mia stanza. Mentre vado, dalla 10-65 sbuca quel testa di cazzo di Persichini che m’allunga un ghigno tossico e batte l’indice sul Rolex, come se potessi davvero dimenticarmelo, il colloquio. Non vede l’ora di farmi le scarpe, ‘sto merda.
Poso cappello e giubbino.
A un passo dalla Sala Risoluzioni, dove prima ci servivano gastriti un tanto al chilo e ora incisivi e nocche, vedo uscire una coppia di grossi barellieri. Il tipo che sta in mezzo ai due, sangue sul naso e l’avambraccio a dondolargli dall’omero spezzato, lo riconosco.
È Bordignon, il freschissimo 110-e-lode della Contabilità.
Lo guardo. Il suo viso è un enorme bubbone. Bordignon si muove a stento. Rantola, però non grida. Con un tonfo, l’avambraccio gli cade dal mezzo moncone, poi resta lì. Nessuno lo raccoglie, neppure gli infermieri. Vorrei dar di stomaco, ma è vuoto. Ho i palmi sudati come la sera che incontrai Peter Molyneux, e più freddo del giorno in cui ho preso il BAFTA, e nel frattempo Bordignon annaspa, ma quando gli scenderà tutto l’OxyContin che ha in vena, lo sentiranno gridare anche da Viterbo.
Ho paura. La realtà non ha i checkpoint.
«Il prossimo.»
Sull’uscio della vecchia mensa c’è la Toraldo delle Risorse Umane, cartelletta in mano e neanche una ciocca fuori posto. «Avanti.» dice.
La Sala Risoluzioni è uno sgombro stanzone dai muri grigio Buchenwald e coi soffitti a pannelli antirumore. Ai miei piedi, centinaia di mattonelle in linoleum, progettate per scasinarci l’equilibrio, pulsano dei neon riflessi sulle stampe a spirale.
Davanti a me, smarmellato qua e là, c’è del sangue rappreso. E una decina di metri oltre, con l’assistente che nel frattempo gli sfila giacca e anelli, vedo Valentini.
L’altoparlante sul grande specchio a due vie, in fondo alla sala, d’improvviso gracchia delle parole. Distorte, come quelle degli spioni di Report e Chi l’ha visto?
«Nome, cognome, matricola e struttura.» fa la voce.
«Vincenzo Fruscio. 556112. Ottimizzazione D1.»
Superata l’unica parte sincera della farsa, la voce vuole che spieghi al «dottor Valentini e agli auditori qui presenti» come sia stato possibile «arrivare al day–one di Yoshiko’s War ignorandone la pletora vergognosa di glitch e bug immediatamente riportati sia dai consumatori che dalla stampa specializzata.» e io azzardo a difendermi, ma «Nonostante» mi bloccano «le proibitive sessioni di overtime a cui lei ha sottoposto il suo team. Tutti straordinari» ci tiene a precisare poi «che per palesi violazioni degli standard aziendali non riceverete né lei né loro.»
«Capisco.»
«Vorrebbe addurre una sua giustificazione al Comitato?»
Ignorando Valentini che si leva il cardigan, do l’unica risposta che non getti altri colleghi nel mio stesso tritacarne, perché loro avevano «Sistemato il possibile» dico io tranquillo «ma rispettare quella deadline era fantascienza. Di più non si poteva.»
«Bene, dottor Fruscio. Lo mettiamo a verbale?»
«Sì.»
«Dottor Valentini.» fa di nuovo la voce «La risoluzione presentata dal suo vice-responsabile la soddisfa? In qualità di capufficio» aggiunge «la crede in linea col danno economico e d’immagine subito dall’azienda?»
«No.»
«Allora è libero di conciliare.»
Lui si scaraventa contro di me. Alzo la gamba. Un calcio. Torno adolescente in un attimo, il bullo del campetto vuole fottersi o’ pallon’, le nocche di Valentini mi spengono la memoria, hard reboot, poi m’arriva una craniata sul naso. Dolore. Ossa in frantumi. Ho due chiodi nel cervello. Cado. Lui sopra di me. Ogni pugno che becco, mentre la stanza sparisce a nero, è un ringhio fra i suoi denti bavosi. Svengo.
Per lui, vittoria fiammante.
Riapro gli occhi.
Per me, l’infermeria.
Mi volto. A destra vedo Bordignon, steso lungo sulla branda vicina, mentre il dottor Nazareni solleva un telo azzurro a coprirgli la faccia.
«Te almeno sei vivo, snàporaz.»
È Samuele, lì accanto a me, con quella lunga scatola sulle cosce.
«B-bella, vez.».
La mia testa è un grumo di dolore.
«Il Comitato non ti licenzierà. Sei troppo prezioso, dice Valentini, ma fino al 9 gennaio, che è la nuova deadline, lavorerai dalle cinque a mezzanotte tutti i giorni. E senza straordinari. O così, o dovrai saldare di tasca tua quello che ha perso l’azienda.»
«Piuttosto do le dimissioni.»
«E che risolvi? Attiverebbero la penale sui debiti e stai-»
«Da capo a d-dodici?» lo fermo io «Eh, e allora come devo fare?»
«Un modo ci sarebbe, ma è una follia.»
«Dimmi.»
Una fitta mi spezza.
«Chiusa la conciliazione, uno ha cinque ore per domandargli subito un appello.»
«M-ma scusa, abbiamo possibilità d’appello e nessuno la sfrutta? Perché?»
«Perché alla Direzione fa comodo non si sappia, è una clausola in minuscolo. E a quello aggiungi che, se risali la catena, le probabilità di sopravvivenza dei dipendenti normali s’assottigliano. Te guarda Bordignon, guarda. Oggi doveva risolverla con la sua funzionaria, la Timi, ed eccolo lì. Vuoi mica crepare anche tu?»
«Perché dovrei?»
«Perché te l’ho detto, vez, nei casi d’appello scali la gerarchia. Più su del Vàlenz c’è l’amministratrice delegata, e siccome i dirigenti son vecchi e fragili, a loro è concesso lottare all’arma bianca, tipo Mortal Kombat. Finirai fatalato, se ci provi.»
«Me la caverò.» gli dico provando a sedermi «Devo chiamare il Personale. Non ho-»
Samuele mi ferma e scuote la testa.
«Bona lè, vez. Ti pareva che non ascoltavi, ma hai ragione. È una scelta tua. E allora ecco.» dice porgendomi la scatola «È pericoloso andare da solo. Prendi questa.»
La apro.
«U-una spada di legno?»
«Non è sgrava da endgame» mi sorride Sam «ma forse il gioco lo rompe uguale.»
Antonio Amodio nasce a Foggia il 10/11/1992. Lavora come programmista e aiuto autore in RAI Cultura. Ha scritto diversi racconti e la trilogia Vicoli ciechi per La nuova carne. Ha pubblicato su Colla, Bomarscé, Narrandom, Metatron, GELO, Malgrado le Mosche, Quarta Corda, Silicio, Coye, Limen Pastiche ed Elemento115. Uno dei suoi racconti, Fedora, si è classificato primo all’edizione 2024 di Shots (Galileo Editore). Vive a Roma dal 2019.
Il 23 febbraio si è tenuta la premiazione della prima edizione del Premio Oblivion! Votate e votati dai 45 editori che hanno partecipato alla fiera, vi sono state e stati sei tra vincitrici e vincitori, e due menzioni d’onore! A partire da oggi, ogni settimana condivideremo i racconti che hanno meritato il loro premio!
È ora arrivato il turno di Monia Guredda, che con il suo racconto La concezione del tempo, ha vinto la sezione Miglior racconto a tema ecologico.
A voi, buona lettura!

Ho sentito tanti umani dire a Odore di Biscotti che era pazzo a portarmi con lui e sprecare così cibo e acqua per me. Ma lui non li stava a sentire, e insieme andavamo avanti.
Il cane seguiva il suo umano.
Così avveniva da millenni, e così sarebbe stato per tutto il tempo a venire.
Il cane non si domandava perché fosse così, sentiva solo in ogni fibra del suo essere che così era giusto. Glielo dicevano i suoi ricordi ancestrali, quelli tramandati nel DNA dai suoi antenati, ma anche quelli più recenti, vissuti da lui stesso.
Quanto tempo fa?
Chi può dirlo?
Sì, l’umano, forse.
Di certo non lui.
Lui non ha la percezione del tempo.
L’umano a volte glielo diceva, e gli diceva che per questo lo invidiava. Per questo e per tante altre cose.
Lui no, proprio non afferrava quella parola: tempo. Non aveva una forma, un colore, un odore. Nulla. E se una cosa non ha un odore, allora non esiste.
Ma l’umano ne parlava come qualcosa di concreto.
Niente, troppo difficile da afferrare per lui.
Però capiva che tante cose erano cambiate da quando era un cucciolo.
Ricorda la scatola, umida e puzzolente, in cui stava insieme ai suoi fratelli e sorelle.
Ricorda le prime mani che vide e annusò; ogni paio che calava nella scatola si portava via uno dei suoi fratelli.
Finché non rimase solo.
Per quanto tempo?
Ovviamente non può saperlo.
Ma aveva fame, tanta.
E allora arrivò lui, Odore di Biscotti, che lo guardò con un sorriso storto e gli chiese: “Tutto solo, piccoletto?” E un istante dopo si era trovato avvolto nel giaccone dell’umano, con la testa sul suo petto. Il battito di quel cuore umano, così lento in confronto a quello dei suoi fratelli, lo rassicurò all’istante.
Dopo di allora ci furono buon cibo, un letto caldo, grattini sulla pancia e tante chiacchiere.
Odore di Biscotti viveva solo e parlava tanto con lui. Gli raccontava del lavoro, della sua vita, dei suoi amici. Gli parlava e lui capiva. Quasi tutto. Soprattutto capiva il suo cuore, su cui continuava a poggiare la testa.
Ricorda quando le cose iniziarono a cambiare; ricorda che il tono di voce dell’umano era diverso, più teso. Ricorda che Odore di Biscotti si scusava con lui perché poteva dargli meno cose buone da mangiare. Anche l’umano mangiava di meno. Dimagrivano entrambi.
Dopo un po’ ricorda che diminuirono anche le razioni d’acqua.
Da quanto non pioveva?
Lui aveva paura dei temporali con i tuoni, ma gli piaceva il rumore della pioggerella gentile.
Da quanto tempo non sentiva nessuno dei due? Chi può dirlo.
Poi all’improvviso non c’era più la casa calda, la cuccia, il letto, le ciotole… niente.
Lui e Odore di Biscotti avevano iniziato a camminare.
Camminavano in continuazione.
Non era come quando facevano le passeggiate durante le quali lui faceva i suoi bisogni,
salutava gli altri cani, gli amici dell’umano, e odorava tutto in giro.
Ora era tutto diverso; gli alberi erano secchi, i prati morti, tutte le belle fontanelle spente e la gente un giro odorava di cose cattive.
Era difficile trovare da mangiare e da bere.
Però continuavano a dormire abbracciati, per strada, in luoghi nascosti.
L’umano diceva che bisognava provare ad andare a nord. E camminavamo, camminavamo.
* * *
Nessuno più mi sorrideva e mi faceva le coccole, anzi, tutti mi guardavano con occhi cattivi.
Ho sentito tanti umani dire a Odore di Biscotti che era pazzo a portarmi con lui e sprecare così cibo e acqua per me.
Ma lui non li stava a sentire, e insieme andavamo avanti.
Poi, una notte, mi sono sentito strappare dalle braccia del mio umano e subito dopo ho sentito un dolore forte alla coscia. Un altro umano, con occhi folli, mi aveva morso.
Odore di Biscotti è balzato in piedi, mi ha tirato di nuovo a sé e poi si è lanciato contro l’umano cattivo. Dopodiché ho sentito l’odore della morte.
Da allora in poi abbiamo camminato scegliendo sempre strade più isolate. Lontano dagli altri umani. Faceva sempre più freddo. Si tornava a vedere un po’ di verde, qui e là.
Io facevo fatica, la zampa mi faceva male, e lui ogni tanto mi portava in braccio.
Non so quanti anni avessi, lui ogni tanto mi chiamava Nonnino. So che sono stato sempre con lui, finché ho potuto.
Il mio cuore ha ceduto qualche tempo fa.
Odore di Biscotti mi ha sepolto sotto un abete.
Il mio corpo è lì.
Il mio spirito ha continuato a seguirlo.
A volte credo che lui mi senta.
Sono corso un po’ avanti.
Ci sono degli umani, un villaggio, cibo acqua e piante.
Quando arriverà lì si troverà bene.
Lo accompagnerò fin quando non sarà al sicuro.
O almeno, questo sarebbe stato il mio desiderio.
La realtà è che poco tempo dopo avermi lasciato a riposare sotto il grande abete, il mio umano si è accoccolato sotto un altro grande albero.
Era tanto, tanto stanco. E triste.
Dormiva un sonno che non era vero sonno.
Il suo respiro si faceva sempre più affaticato e il suo cuore più debole.
Mi sono accoccolato al suo fianco e ho poggiato la mia testa sul suo petto, nel mio gesto antico. Ho potuto percepire il suo cuore che rallentava, rallentava…
Finché il suo corpo non è diventato solo carne.
Ora il mio compito è quello di attendere il suo spirito e continuare ad andare avanti, sempre avanti, sempre insieme.
Monia Guredda, romana, giornalista pubblicista, autrice di romanzi e racconti di genere horror, ama gli animali e le piante grasse. Si trova sempre in gravi ambasce quando si tratta di trovare un titolo per i suoi racconti, ma in compenso trova sempre al primo colpo l’inizio del rotolo di scotch.
]]>Il 23 febbraio si è tenuta la premiazione della prima edizione del Premio Oblivion! Votate e votati dai 45 editori che hanno partecipato alla fiera, vi sono state e stati sei tra vincitrici e vincitori, e due menzioni d’onore! A partire da oggi, ogni settimana condivideremo i racconti che hanno meritato il loro premio!
È ora arrivato il turno di Valeria Biusio, che con il suo racconto Fisiognomica, ha vinto la sezione Miglior racconto a carattere speculativo, filosofico ed esistenziale.
A voi, buona lettura!

Ora il sangue ci scherma come l’abbraccio di una madre apprensiva. Acre e metallico. È dappertutto.
Non ricordo quando sono finita in questa clinica. Forse ci sono sempre stata. Forse sono state le pareti a partorirmi. Sono sgusciata fuori dal cartongesso dritta sulla branda, ancora infagottata in una placenta di lenzuola color sabbia.
I giorni qui sono tutti uguali, che senso avrebbe contarli? Mangiamo, caghiamo, dormiamo. Non c’è nulla da fare se non esistere. Nessuno ci guarda. I dottori, gli infermieri e persino quelli che asciugano il piscio accidentale sul pavimento, sono miraggi per noi almeno quanto noi lo siamo per loro. Entrano ed escono dalla stanza come comete scariche, lasciando indietro solo detriti di silenzio.
Una volta ho chiesto a un dottore: «Quando posso andarmene?»
Lui divorava la mia cartelletta.
«Me ne vado domani, ho deciso».
Mi ignorava.
«Hai capito, testa di cazzo? Me la squaglio da ‘sto posto di merda».
La messinscena doveva essere più interessante del soggetto originale. Battuta dall’inchiostro, assistevo inebetita alla supremazia del significante sulla materia tutta carne che alitava e sudava tra gli acari. E intanto le pupille del dottore saettavano su e giù davanti a sé.
«Oh, coglione! Parla».
L’ho spintonato, schiaffeggiato, gli ho strappato il bavero del camice che profumava di sapone e vita. Ho preso il foglio e l’ho pestato sotto ai piedi. Una, due, trenta volte. Lui l’ha raccolto, l’ha stirato con cura e reverenza per poi tornare a leggere.
Vomitavo rosari di «rispondimi», inanellavo cantilene strascicate e inutili.
In lacrime, dopo aver vagliato violenza e pietà, mi sono ciucciata le dita e gliele ho ficcate nelle mutande. Gli strizzavo il cazzo con la sapienza disperata di una puttana, attenta a cogliere la minima infrazione di stasi, il più piccolo sgarro all’indifferenza. E invece mi è venuto sul palmo, gli occhi fissi sulla carta. È sparito oltre la porta, muto, terribile e coi pantaloni imbrattati di sborra.
L’uomo nella branda accanto alla mia mi sorride spesso oggi. O ieri. O domani. Non so più cos’è il tempo, ma so di conoscere le sue mani da sempre. Sulla pelle, sulla bocca, sul culo.
«Ce ne andiamo via da qui» mi dice.
«Adesso?»
«L’abbiamo già fatto».
Ha ragione, l’abbiamo già fatto. Chissà quando è successo, quand’è che ho artigliato la mia prigione-utero e l’ho sfaldata e sfaldata, finché la mia testa non ha fatto pop! fuori dalla figa-sistema. Stentavo a credere a un’esistenza al di là della nostra. A un limite valicabile.
Eppure ho spezzato un collo per la prima volta. Un collo umano. Mi sembra doveroso specificarlo perché non spezzerei mai il collo a una gallina, ad esempio. Neanche se mi tenesse prigioniera. Solidarietà tra bestie, immagino. Ma il suono che produce dev’essere simile. Uno scricchiolio inconfondibile, secco, atroce. Giusto, però, in qualche modo. Pensavo ci volesse più forza. Quando sono diventata così forte? L’osso ciondolava sotto ai miei polpastrelli, ingabbiato dall’epidermide tumefatta. Avrei voluto sbriciolarlo, polverizzarlo e impastarlo con grasso, nervi e arterie. Creare qualcosa di nuovo e nato morto che assecondasse gli spasmi alieni della mia ferocia.
Non mi sono fermata. Ho masticato stinchi, ho cavato occhi, ho strappato unghie. Ho distrutto. Tutti partecipavano di me e io partecipavo di loro, delle loro appendici recise, degli arti slogati, delle mucose raschiate. Chissà se era necessario.
Ora il sangue ci scherma come l’abbraccio di una madre apprensiva. Acre e metallico. È dappertutto. Pure in questo stanzino stipato di corpi sformati. Ce li siamo trascinati dietro. Li abbiamo chiusi qui, insieme a noi. Ecco i nostri burattinai, come sono piccoli e sgraziati, ridicoli testimoni rachitici del nostro rancore. Guardateci coi vostri bulbi oculari opachi, attraverso le palpebre spente, se le avete ancora.
Guardateci perché ora viviamo.
L’uomo mi accoglie tra le sue braccia, scivoliamo sul pavimento freddo di liquidi cagliati. Il suo petto ansima sorretto dalla mia schiena. E riconosco di nuovo quelle mani, quelle che non hanno mai smesso di imparare le mie pieghe, di sondare i miei abissi. Mi masturba di fronte alla morte, vengo sulle sue vestigia. Ascoltate il mio requiem. Sono un’assassina?
Fuori l’aria è rarefatta, collosa. I fili dei pali della luce si mescolano al tappeto di nuvole che sovrasta l’etere. La luce timida dei semafori non è abbastanza per bucare questa asfissia. Lo sguardo continua a perdersi, nomade in una vastità piatta di strade cieche. Resta un instante ancorato alle mura della clinica, lisce e perfette. Dove sono i mattoni? Dove sono le guardie? La nuova me che vive si preoccupa troppo. Non mi piace. Quasi mi mancano le lenzuola color sabbia, l’amore asettico della mia casa uterina. Il cilicio dell’hic et nunc mi stringe la gola, soffoco tra le eventualità e l’implicito.
La vita all’esterno è sempre stata così? Pile di merda escatologica troppo acida da buttare giù. Tossisco. Ho qualcosa incastrato alle gengive. Sputo un grumo rosso gelatinoso che si spalma sull’asfalto. Non tossisco più.
Riprendiamo a camminare. Qui è tutto uguale. È confortante però perdersi senza un soffitto sopra la testa.
«Dove stiamo andando?» chiedo all’uomo.
«Avanti».
«Avanti dove?» lo incalzo, incantata dal movimento dei miei piedi.
«Non importa».
Già, non importa. Non è mai importato.
«Dovremmo correre?»
«Non serve» fa lui. «Nessuno ci insegue».
Butto gli occhi alle mie spalle, niente oltre al caro nulla. Nemmeno il vento osa metterci fretta, assopito com’è sotto le irregolarità cementate dei marciapiedi.
Imbocchiamo un vicolo stretto e umido. Un tepore familiare mi solletica le narici, mi accarezza le ciglia. Vorrei fermarmi per assaporarlo meglio, tenerlo un po’ sopra la lingua, sballottarlo da una guancia all’altra così da dargli una forma e ruminarlo poi tra i denti. Il mio esofago rattrappito lo riconoscerebbe subito. Ma non è possibile, dobbiamo andare avanti.
Una processione ci blocca la strada. Sagome sbiadite marciano in file ordinate. Uomini senza volto, inespressivi. Non hanno né lineamenti, né orifizi. Sono piani, sobri e vuoti come ogni cosa.
Mi stringo al braccio dell’uomo. Si volta. La sua faccia è un pezzo di carne artificiale, una tavola disadorna.
«Li vedi?»
«Sì» squittisce con le sue non-labbra di silicone. «Sono geloso».
Cazzo, lo sapevo. Mi tocca uccidere anche lui.
Valeria Biuso nasce a Catania nel 1993. Appassionata di letteratura francese e americana, si specializza nello studio delle lingue e delle letterature straniere, frequentando l’Alliance française, la Sorbonne di Parigi e l’Università di Pisa. Quando non inventa storie, le legge, le gioca o le guarda in streaming, meglio se horror e con una colonna sonora metal. È autrice dei romanzi Anche la Morte ascolta il jazz (Ianieri, 2017) e Cadaveri squisiti (Re Artù Edizioni, 2024), che si è aggiudicato il Premio Assoluto “Enrico Morello” in occasione dell’Etnabook Festival 2024.
Il 23 febbraio si è tenuta la premiazione della prima edizione del Premio Oblivion! Votate e votati dai 45 editori che hanno partecipato alla fiera, vi sono state e stati sei tra vincitrici e vincitori, e due menzioni d’onore! A partire da oggi, ogni settimana condivideremo i racconti che hanno meritato il loro premio!
È arrivato il turno di Filippo Santaniello, che con il suo racconto Doppia Osmosi, ha vinto la sezione Miglior racconto a tema LGBTQ+.
A voi, buona lettura!

Guardi l’ora sul cellulare. Le due meno dieci. Ti alzi dal letto, ti svesti al freddo dei caloriferi spenti, appallottoli il pigiama, ti ci tamponi il torace, il membro eretto, e indossi una tuta mentre l’eccitazione si attenua insieme al tepore accumulato sotto le coperte.
Sei a letto da mezz’ora e ti rigiri tra le coperte senza riuscire ad addormentarti. Gli hormodermi rilasciano fluidi endocrini bagnando il pigiama, una fastidiosa trasudazione ghiandolare che provi a ignorare pensando al cibo per gatti che hai nascosto sotto il letto della nuova stanza, meno spaziosa della precedente, ma più economica. L’affitto non supera i trecento euro al mese. Sei fortunato a non pagare di più visto che devi ancora trovare lavoro dopo aver lasciato gli studi. I tuoi non lo sanno come non sanno tante altre cose alle quali tu stesso stenti a credere. L’incontro con l’Altro nel sottopassaggio, la sua esuberanza fisica, semi-divina, le sue membrane bioluminescenti, il martirio tramutatosi in esaltazione carnale durante il rapporto di riprogrammazione genetica.
Scosti il cuscino cercando una posizione più comoda. Lo sferragliare del tram che ti teneva sveglio nel vecchio appartamento è un ricordo che ti sei lasciato alle spalle con piacere, eppure non riesci a dormire. Il tuo nuovo sistema biologico è una macchina sempre attiva. Le coperte esalano umori dolciastri con i quali non hai ancora familiarizzato, ci vorrà del tempo per abituarsi all’odore di frutta marcia che produci quando sei eccitato.
Guardi l’ora sul cellulare. Le due meno dieci. Ti alzi dal letto, ti svesti al freddo dei caloriferi spenti, appallottoli il pigiama, ti ci tamponi il torace, il membro eretto, e indossi una tuta mentre l’eccitazione si attenua insieme al tepore accumulato sotto le coperte.
Esci dalla stanza e guardi la porta socchiusa in fondo al corridoio. La luce è accesa. Ti chiedi cosa stia facendo Gabriele ancora sveglio. Oltre a essere il proprietario dell’appartamento, è il motivo per cui la casa ti è sembrata perfetta. Quando sei venuto a vederla, l’odore complesso della sua pelle, identificabile sotto strati di tessuto e fragranze artificiali, è stato il segnale chimico che ti ha sopraffatto incontrollabilmente, obbligandoti a trattenerti dal saltargli addosso e fonderti con lui sullo zerbino. Indossava pantaloni di flanella e una camicia bianca tesa sul fisico allenato che non hai fatto a meno di ammirare, come non ti sei trattenuto dall’esaminargli le natiche mentre ti precedeva lungo il corridoio fino alla tua futura camera.
Adesso vorresti sapere cosa stia facendo sveglio ma ti trattieni dall’avvicinarti alla porta. Non c’è fretta. Prolungare il desiderio è un piacere immenso.
Qualche ora fa, in soggiorno, ammiravi come il tramonto tingesse d’ocra le pareti. Ora la sala da pranzo è buia e se non fosse per il televisore acceso, non scorgeresti né il profilo del divano, né quello di Hassan, l’altro inquilino, seduto davanti alla tv con le cuffie in testa per non disturbare. È nato a Tunisi e quando vi siete presentati, la tua mano è scomparsa nel suo palmo da operaio, una stretta virile che ti ha provocato una vibrazione al basso ventre. Lo vedi cambiare posizione sul divano. Bagliore d’accendino e odore d’hashish da cui ti sottrai andando in cucina.
Mentre bevi un bicchiere d’acqua, ti senti sfiorare la schiena. Gabriele si ferma davanti al frigo. Lo apre. La luce gli illumina il viso. Indossa pantaloni di pigiama a righe senza maglietta. Non un filo di grasso. Addominali definiti. Si versa un bicchiere di latte. “Vuoi?”
Annuisci, prendi il bicchiere e Gabriele lo riempie. Bevete in silenzio. Lui rimette il latte in frigo, chiude lo sportello, e a bassa voce, nell’ombra, ti chiede come va. Rispondi che fai fatica a prendere sonno e lui ti fa notare che devi abituarti al letto nuovo. Finisce il latte, sciacqua il bicchiere, va in soggiorno e Hassan gli passa da fumare. Torna da te con la canna tra le labbra, dà un tiro e la brace gli arrossa gli zigomi riflettendosi nelle pupille. Trattiene il fumo e lo espira lentamente. Ti offre da fumare, tu aspiri una boccata che ti dà alla testa. Gli ripassi la canna, lui la consuma fino al filtro e la spegne sotto il rubinetto. Aspetta che tu dica qualcosa, invece abbassi gli occhi sui suoi capezzoli bruni desiderando dissolverti in essi mentre ogni tua fibra è pervasa da un torrente di messaggeri chimici. Quando Gabriele si volta per tornare in camera, lo segui con un sorriso che non lascia spazio alla ragione.
Doppia osmosi. Eccezionale per un novizio alla prima fusione simbiotica.
Sgorgato in stato semiliquido dall’organismo squassato di Gabriele, avevi appena guadagnato fisicità quando Hassan, attirato dai suoi gemiti oscuri, è entrato in camera con un’espressione di terrore che ti ha spinto a possederlo prima che fuggisse chiamando aiuto. L’hai spinto sul letto e gli sei scivolato sotto la tuta in un roseo ammasso viscoso, aderendo alla pelle delle cosce per aggirarle fino alle natiche, verso la via più intima per l’interno. Risalendo il retto hai percorso il breve tratto dell’intestino crasso e dopo sette metri di tenue, affrontando strette pieghe e contrazioni peristaltiche, gli sei sgorgato dalla bocca per rituffarti nelle narici, nei timpani, di nuovo nel retto. Una penetrazione totale con cui non hai occupato solo lo spazio fisico dell’ospite: ti sei mescolato ai suoi fluidi permeando il sangue, le cellule, la linfa, intrecciando la tua essenza con la sua.
Dopo la fusione vi rifocillate in sala da pranzo. Mangiate mousse di fegato di vitello mentre spieghi che d’ora in poi, per restare in salute, occorrerà rispettare un regime alimentare ad alta concentrazione di proteine e grassi. Il cibo per gatti è l’ideale, ne sei fornitissimo. Esaltati dalle nuove possibilità biologiche appena esplorate, Gabriele e Hassan ti chiedono chi è l’Altro, da dove proviene, se potranno incontrarlo. Non hai risposte. Attraverso un comando neurale, ti ha solo imposto di espandere la progenie e facilitare l’integrazione della specie. Quale specie? Non lo sai, non t’interessa saperlo: se prima non t’identificavi in nessun genere, ora qualcosa è cambiato, sei in grado di percepirti profondamente. Non ti sei mai sentito così coeso, ogni pezzo si è finalmente incastrato. Loro misurano le tue parole finendo di mangiare, allineandosi alla nuova condizione biologica. L’osmosi li ha sfiniti. Non riescono a tenere gli occhi aperti. Sei stanco anche tu. Dai la buonanotte, ti alzi dalla sedia, getti la scatoletta nella spazzatura, e vai a letto dove finalmente riesci a dormire.
L. Filippo Santaniello, sceneggiatore cinematografico, autore della saga horror comedy “Country Z. Apocalypse” e del romanzo “Roma De Profundis”, ha scritto racconti per i principali editori horror weird italiani e sceneggiature, premiate a festival, da cui sono stati prodotti film per il cinema
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Iniziamo da Violetta Longhitano, che con il suo racconto Mostri, ha vinto la sezione Miglior racconto a carattere sociale, politico e militante.
A voi, buona lettura!

La bambina aprì uno spiraglio sugli occhi. I rumori della notte condensati in un unico ronzio. Il corpo pesante non le rispondeva, l’aria faticava a scendere giù nei polmoni.
Naima conosceva quella sensazione: l’oscurità che ti schiaccia contro il letto, la voglia di urlare che ti si accartoccia in gola. Papà lo chiamava Wahsh al-Nukta, il Mostro dello Scherzo, perché le faceva credere che l’avrebbe divorata in un sol boccone, ma dopo due secondi svaniva e Naima si svegliava impaurita e con la voce di nuovo in gola. Naima, però, non aveva più un letto da un sacco di tempo e Wahsh al-Nukta, come papà, non si era più visto.
A Gaza, nella tenda degli sfollati, Naima non dormiva mai. Il tempo in cui rimaneva sveglia per la paura di incontrare i mostri del sonno le risultava lontano quanto quello della nascita di Mahida, la sua sorellina, che ora aveva quattro anni.
L’unica vera paura che aveva di notte era quella di vedere una luce nel cielo, e questo le faceva tenere gli occhi spalancati. Non la raggelava sul posto né le seccava la voce, al contrario di Wahsh al-Nukta. Invece, Naima balzava in piedi come se si fosse sdraiata su un ago e, con lei, scattavano ogni capello e pellicina del suo piccolo corpo, pronta a caricarsi Mahida in braccio.
Il Mostro dello Scherzo era solo un vago ricordo, assieme al letto e ai giochi della sua stanza, ai disegni suoi e di Mahida sulle pareti, a mamma e a papà. Ora c’erano molte altre cose da tenere a mente. Ad esempio, come ci si schiaccia a terra durante una folata di proiettili, come capire quanto correre lontano o dove nascondersi in base al tipo di ringhio della bomba che solca il cielo e come distrarre Mahida quando dall’altra parte della strada hanno depositato un morto.
Di tutto Naima si era dimenticata, perché la contingenza richiedeva ogni sua attenzione. Mahida la richiedeva, che spesso durante le camminate di ritorno dallo spaccio del cibo non le tenevano più le gambe dalla fatica e doveva essere presa in braccio. Ora che Wahsh al-Nukta bussava ancora alla porta delle palpebre, però, il cuore di Naima fece un piccolo saltello.
La bambina aprì uno spiraglio sugli occhi. I rumori della notte condensati in un unico ronzio. Il corpo pesante non le rispondeva, l’aria faticava a scendere giù nei polmoni.
Se avesse urlato avrebbe svegliato Mahida e gli altri. Si sarebbero messi in allarme e avrebbero caricato le pistole. Quando invece si trattava della stupida paura di una ragazzina.
«Wahsh-alta» provò a dire lei, la mascella immobile. «Wahsh-tal-nak… Wash-na…»
A furia di dimenarsi e sforzare arti e bocca, Naima svegliò l’intero corpo col cuore che le riecheggiava nel cranio.
«Wahsh al-Nukta?»
Finalmente riuscì a sussurrarlo. Il sapore di quel nome le scese giù in gola fino al petto con il ricordo del volto di suo papà.
Stupida. Forse se avessi urlato sarebbe venuto a svegliarti. Forse tutto questo è uno stupido scherzo di Wahsh al-Nukta.
Si stropicciò gli occhi e spostò le gambe dalla copertina umida sulla stuoia, quando sentì di aver urtato qualcosa col piede nudo. Naima mise a fuoco nel buio e vide il calcio di un fucile, scostato dalla catasta di armi dell’accampamento. Si voltò dall’altra parte in cerca di Mahida. Lei dormiva beata.
A un tratto, senza avvertire alcun tocco o respiro, la voce del mostro le premette sull’orecchio come un fischio.
«Eccomi, bambina. Sono qui.»
Naima gelò. Non scattò in piedi, non prese in braccio sua sorella. Rimase ferma, proprio come tanti mesi addietro, immobile di fronte alla paura del buio. Eppure, i muscoli non erano più intorpiditi, la sua voce roteava in gola pronta a irrompere nel silenzio della tenda.
Il mostro si profilò nell’oscurità fra i dormienti, sgusciando a quattro zampe. Un’ombra dalla pelle fatta di notte, simile a un gatto nero dal grugno d’orso. Naima sprofondò nei suoi occhi, che erano bracieri brillanti come i fuochi che divoravano gli accampamenti. Wahsh al-Nukta sorrideva, con le fauci tirate all’insù e le punte delle zanne nere sguainate verso di lei.
Naima si fece coraggio. Non era più una bambina. C’erano ben altre cose di cui avere paura.
«Wahsh al-Nukta. Che cosa vuoi?»
Il mostro si stiracchiò come un gatto e fluido schizzò in giro balzando fra le stuoie. Una creatura notturna appena sveglia e pronta per la caccia.
«Sono triste, bambina.»
«A me non sembra.» Naima strisciò all’indietro, il terrore di urtare qualcuno. «Perché proprio tu, Wahsh al-Nukta, dici di essere triste?»
«Perché non possiamo giocare più.»
«Eppure, eccoti. Mi hai raggiunta qui, lontano dai miei giochi, dalla mia stanza e da mio padre. Cosa vuoi da me?»
«Voglio solo ricordarti che esiste un modo più veloce per poter tornare a giocare insieme.»
«E quale sarebbe, Wahsh al-Nukta?»
Il mostro si arrestò e in un battito di cuore fu a un palmo da lei. Naima chiuse gli occhi dal terrore.
«Pensi sia un caso che dopo così tanto tempo tu sia riuscita a dormire? Pensi che se tu non avessi preso quel fucile dal mucchio poco più in là, per metterlo accanto alla tua stuoia, io avrei potuto raggiungerti?»
Naima, inevece, credeva che non avrebbe mai più pianto dal giorno in cui Mahida consumò tutte le lacrime per entrambe, quando l’ultimo cadavere scaricato sulla strada fu proprio quello di loro padre. Una semplice riga d’acqua le rigò la guancia. Non era paura, nemmeno tristezza. Naima sapeva che qualcosa di profondamente sbagliato si stava impossessando di lei.
«Solo i mostri generano altri mostri.» Papà sedeva con loro sul divano di fronte alla televisione. Fumo e fuochi facevano da sfondo all’omino del notiziario che contava i morti, numeri su numeri. «Naima, finché saprai riconoscere i veri mostri non correrai mai il rischio di diventare una di loro.»
Una settimana dopo casa crollò e tutti e tre si strinsero con gli altri in una grande tenda con bambini che sanguinavano e madri che urlavano. Papà si rifiutò di prendere un fucile dal mucchio. Dopo pochi giorni, scomparve, preso dai mostri che attraversavano i campi in cerca di ostaggi. A Naima parve la soluzione migliore accettare quel fucile, così i mostri non avrebbero preso né lei né Mahida.
Per un attimo aveva pensato che assieme a Wahsh al-Nukta sarebbe tornato anche suo padre. Ora, però, sotto le braci negli occhi del suo brutto sogno, per la prima volta si chiese quanti di quei fucili avessero quei mostri che presero la vita di suo padre.
Aprì gli occhi. Oltre il telo della tenda il cielo si era illuminato. Naima sapeva che il boato stava per arrivare.
«Wahsh al-Nukta. So io come possiamo tornare a giocare insieme. Fagli uno scherzo. Va’ tu e divora tutte le bombe che lanciano. Così forse la smetteranno e un giorno avrai di nuovo un letto sotto cui nasconderti e io su cui dormire.»
Il gatto-orso la guardò e il suo ghigno divenne beffardo. Allora spalancò le zanne e si proiettò al galoppo fuori dalla tenda, verso il cielo che bruciava.
Violetta Longhitano, classe ’96, è nata a Catania. Suona il violino da quando ha dieci anni e scrive un po’ da prima. Durante il liceo scientifico ha cominciato il conservatorio, che dopo la maturità l’ha portata a emigrare verso il nord Italia, prima a Parma, poi a Modena, infine a Roma. Insegna, suona e nel tempo libero scrive di modi strani in cui si palesa il reale e di mondi alternativi in cui la magia è normale.