Racconti erotici di Milù – Storie porno vere e racconti di sesso https://raccontimilu.com/ Wed, 18 Mar 2026 23:01:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 Giochi erotici in italiano https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/giochi-erotici-in-italiano/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/giochi-erotici-in-italiano/#respond Wed, 18 Mar 2026 07:20:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=112538 Videogiochi porno con trame interessanti, dialoghi articolati e tante scelte da compiere per progredire con la storia e far evolvere il protagonista a tuo piacimento.

L'articolo Giochi erotici in italiano proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
Videogiochi porno con trame interessanti, dialoghi articolati e tante scelte da compiere per progredire con la storia e far evolvere il protagonista a tuo piacimento.

L'articolo Giochi erotici in italiano proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/giochi-erotici-in-italiano/feed/ 0
Giada – La storia https://raccontimilu.com/erotici-racconti/giada-la-storia/ https://raccontimilu.com/erotici-racconti/giada-la-storia/#respond Mon, 16 Mar 2026 22:09:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119707 A seguito delle numerose richieste di molti lettori, Giada ed io abbiamo deciso di riprendere a scrivere. Sono ormai tre anni che noi due conviviamo...

L'articolo Giada – La storia proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
A seguito delle numerose richieste di molti lettori, Giada ed io abbiamo deciso di riprendere a scrivere.
Sono ormai tre anni che noi due conviviamo e la nostra vita scorre tranquilla come quella di tante altre coppie, senza avvenimenti di particolare rilievo che meritano di essere raccontati.
Abbiamo avuto, allora, l’idea di raccontare alcune avventure della vita di Giada avvenute quando lei esercitava il suo precedente “lavoro”.
Sarà, dunque, lei la protagonista di questi racconti e per questo le cedo la penna e buona lettura.

Prima d’iniziare a raccontare alcuni episodi particolari che sono accaduti durante la mia attività di escort, vorrei scrivere qualcosa di me, chi ero e come sono diventata chi sono ora, per darvi modo di capire meglio ciò che racconterò.

Gualtiero era un bambino nato in una cittadina del Centro Italia, in una famiglia numerosa (ho due sorelle più grandi di me) e felice.
Fin da piccolo, sentiva che c’era in lui qualcosa di speciale: amava guardare Sailor Moon, era affascinato dalla moda femminile e dai trucchi e sognava d’indossare uno scintillante abito rosa per il giorno del suo compleanno.
Ben presto si rese conto che c’era “una donna che gli doleva nel corpo” ed iniziò un difficile percorso, interiore ed esteriore, che lo porterà a diventare quella che oggi tutti definiscono “una splendida donna”.

Da piccolo ero affascinato dalla magia, dagli incantesimi e dalle pozioni che permettevano ai maghi di trasformarsi in qualcos’altro.
Guardavo le eroine dei cartoni animati che potevano cambiare aspetto e diventare giovani donne bellissime e colorate, poter volare e sconfiggere i cattivi e sognavo anch’io di essere così, di potermi trasformare un giorno e di avere i lunghi capelli lucenti, le scarpe con il tacco, le mani con lo smalto.
Sognavo di essere come le protagoniste delle fiabe che diventavano bellissime principesse e mi chiudevo nel mio mondo di libri e di fantasia, dove potevo essere chi volevo.
Il periodo più difficile fu l’adolescenza, in particolare gli anni del liceo.
Sviluppai molto presto e a quindici anni ero alto come ora, ma il resto del mio corpo si rifiutava di assumere caratteristiche prettamente maschili: i capelli divennero setosi come quelli femminili, avevo pochissima barba e quasi niente peli sul corpo, i lineamenti del viso potevano sembrare più quelli di una giovinetta che di un ragazzo.
In quel periodo uno dei miei passatempi preferiti era di andare nella stanza delle mie sorelle ed indossare i loro abiti e le loro scarpe col tacco, in particolar modo amavo mettermi i loro completi intimi e pavoneggiarmi davanti allo specchio.
Il mio atteggiamento di “diverso” divertiva i miei compagni di scuola i quali non perdevano occasione per deridermi e prendersi gioco di me, nei modi che oggi definiremo “bullismo”; le ragazze, al contrario, mi evitavano come se fossi appestato.
Ciononostante alcuni di loro apprezzavano questo mio aspetto femmineo e mi trattavano con dolcezza, quasi mi corteggiavano, allo scopo di ottenere da me favori sessuali.
Devo dire che un po’ per mantenermi la loro amicizia, un po’ perché ero attratto da qualcuno di loro, qualche volta mi lasciavo andare e concedevo qualche sega o pompino.
Terminato il liceo, contro il parere dei miei genitori, m’iscrissi all’ISEF e mi trasferii nel capoluogo di regione; il mio obiettivo era di diventare insegnante di educazione fisica, ma il destino aveva già tracciato un altro percorso per la mia vita.
Un pomeriggio, dopo le lezioni, ero andato al cinema.
Verso la metà del film, un signore sulla cinquantina, venne a sedersi accanto.
Sentivo il suo sguardo insistente su di me, mi guardava in modo strano, sembrava come se volesse valutarmi.
Poi con calma posò una mano sulla mia coscia e la percorse tutta in una lenta carezza.
Io ero impietrito, non sapevo cosa fare, se ribellarmi urlando e provocare uno scandalo, o fingere indifferenza.
Fu lui a rompere gl’indugi; si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò:
-“Ti do cinquanta euro se vieni con me al bagno”.
Mi voltai a guardarlo sorpreso.
-“Naturalmente non sei obbligato.” – continuò – “Se non vuoi io mi alzo e me ne vado”.
Detto questo si alzò e si diresse all’uscita della sala, dove si fermò in attesa.
Non sapevo cosa fare, certo la somma che mi offriva mi attirava, le mie disponibilità monetarie non erano rosee, i miei facevano sacrifici per mantenermi ed il denaro nelle mie tasche era sempre poco.
Poi mi decisi, mi alzai e lo raggiunsi.
-“Seguimi” – mi disse quando gli fui vicino.
Lo seguii fino ai bagni del cinema ed una volta dentro mi condusse in uno dei gabinetti e chiuse la porta.
Una volta soli estrasse una banconota da cinquanta e me la mise nel taschino della camicia.
Poi si sbottonò i pantaloni e li abbassò insieme alle mutande, mettendo in mostra un membro dalla pelle scura ancora penzolante.
-“Sai cosa devi fare?” – chiese.
Sapevo cosa fare, lo avevo già fatto con i miei compagni di scuola.
Mi sedetti sul water ed avvolsi le mani attorno a quella carne morbida cominciando un movimento di su e giù.
In breve sentii il membro divenire più consistente ed assumere una dimensione notevole, con delle vene gonfie che lo attraversavano.
-“Leccalo” – mi disse quando fu bello duro.
Avvicinai il viso a quell’asta rigida e l’annusai; aveva un buon odore di bagno schiuma.
Ne baciai la punta, poi, timidamente, estrassi la lingua e la leccai tutt’attorno.
-“Bravo, così”.
Man mano che andavo avanti, l’eccitazione prese anche me e senza che lui lo chiedesse, aprii le labbra e mi misi in bocca tutto il glande, iniziando a succhiarlo.
-“Ooohhh, allora ci sai proprio fare!!! Sei proprio una brava pompinara!!!” – esclamò.
Non ci volle molto.
Il primo schizzo di sperma mi colse di sorpresa, feci per estrarre il pene dalla bocca, ma lui mi bloccò la testa con una mano mentre continuava ad eiaculare nella mia gola; fu giocoforza, per non soffocare, ingoiare tutto.
Quando, finalmente, il suo orgasmo terminò e mi lasciò libera la testa, mi alzai e il primo istinto fu di correre al lavandino e sciacquarmi la bocca.
Dopo essersi rivestito l’uomo (che poi seppi si chiamava Alfonso) mi raggiunse.
-“Sei stato proprio bravo, meriti una ricompensa” – disse infilandomi una banconota da venti nel taschino.
-“Senti io conosco molte persone generose, che sarebbero felici di approfittare dei tuoi servizi.” – continuò – “Pensaci su e se decidi chiamami. Questo è il mio numero di telefono” – e mi porse un foglietto di carta.
Sul momento la sua proposta mi parve oscena, indecente, uscii di corsa dal bagno, ma non gettai via il foglietto.
Nella solitudine della mia stanzetta al convitto, ripensai alle parole dell’uomo, ero indeciso; da una parte non volevo finire in qualche giro losco, dall’altra l’idea di poter comportarmi da donna, in più con ricompensa, mi attirava.
Passò qualche giorno, poi, mi decisi e lo chiamai.
C’incontrammo in un bar del centro; lui mi spiegò come si svolgevano le cose e che non c’era alcun pericolo, i “clienti” erano tutte persone rispettabili, professionisti affermati che non avrebbero assolutamente voluto scandali.
-“Però per i tuoi incontri non puoi andare vestito così.” – disse alzandosi – “Vieni andiamo a fare un po’ di shopping”.
Mi portò in alcuni negozi di abbigliamento femminile e mi comprò un paio di vestiti, scarpe col tacco e della lingerie molto sexy.
Dopo un paio di giorni mi chiamò e mi disse che mi aveva combinato un incontro con un suo conoscente.
-“Fatti bella per stasera” – mi disse usando per la prima volta il femminile.
Mi recai a quel primo incontro con il cuore in gola, ma tutto si svolse tranquillamente.
ERA NATA GIADA!!!
Ma non ero ancora una trans, ero un travestito!!!

Continuai a studiare durante il giorno e la sera mi trasformavo in Giada.
Alla fine riuscii a diplomarmi all’ISEF ed, intanto, avevo messo da parte un bel gruzzoletto.
Su consiglio di Alfonso mi trasferii in una grande città del Centro Nord dove lui aveva delle conoscenze che avrebbero apprezzato le mie qualità.
La prima cosa che feci fu prendere contatti con un chirurgo plastico per farmi fare il seno e al quale spiegai cosa volevo diventare.
Prendemmo accordi e mi feci operare, poi, lui m’indirizzò da un suo collega endocrinologo per completare, mi disse, la mia trasformazione.
Il nuovo medico mi prescrisse una cura a base di estrogeni che avrebbero trasformato il mio corpo ed anche la mia mentalità.
Ho cominciato la mia terapia l’ 8 Marzo 2011, il giorno della Festa della Donna; in quel meraviglioso giorno pieno di paure e speranze ho iniziato il mio viaggio verso una nuova vita.
Non vi nego che il percorso per diventare trans fu lungo e doloroso sia fisicamente che psicologicamente.
Dopo due mesi l’organismo sembrava essersi abbastanza assestato, non ero più soggetta a stanchezza e nervosismo come agli inizi, stavo ritrovando un nuovo equilibrio psicofisico più congeniale a quella che dovevo diventare.
Dopo 40 giorni sentivo le mammelle che cominciavano a gonfiarsi, erano diventate più tonde e sode e questa cosa mi riempì il cuore di gioia.
Mi piaceva essere donna, mi piacevano i miei fianchi più larghi e pieni, il mio corpo che assumeva curve morbide, anche se i jeans stretti che avevo non mi entravano più.
Il viso era più dolce e riempito, stavano spuntando delle guance più paffute e zigomi più pronunciati; le persone mi dicevano che ero più bella e stavo molto meglio in viso.
All’inizio del terzo mese cominciai a sentire vampate di calore: sarà stato anche complice il caldo che aumentava, ma certe volte raggiungevo picchi di incandescenza insopportabili; per fortuna, non succedeva spesso.
Anche i peli sul corpo stavano cambiando, erano più chiari, sottili e deboli, ricrescevano più lentamente e la ceretta faceva molto meno male rispetto a prima. Quindi almeno un lato positivo in tutta la storia c’era.
Decisi allora di fare un altro investimento verso la femminilità, l’eliminazione della barba e dei peli con il laser così da non dover più sottopormi allo strazio della rasatura e della ceretta.
Alla fine dell’estate potei ricominciare la mia attività di escort con un corpo nuovo ed una mentalità nuova.
La forza fisica era sicuramente diminuita ma avevo ancora delle eccitazioni spontanee con conseguente erezione; quando andavo con qualcuno che mi piaceva e ci sapeva fare, mi eccitavo e alla fine avevo anche un’eiaculazione.
Poi conobbi Manuel.
Mi sentii subito attratta da lui, più il tempo passava e più mi sentivo sentimentalmente coinvolta nella nostra amicizia, ma avevo timore a confessargli chi ero veramente e che tipo di vita facevo; dai suoi discorsi ed atteggiamenti dubitavo che fosse di così larghe vedute da accettarmi, ma di questo parleremo successivamente.
Nonostante tutto non mi sentivo ancora completamente donna, mi sentivo un “uomo con le tette”, mancava ancora un ultimo passo per completare la trasformazione; dovevo farmi operare e togliere la mia appendice maschile.
L’operazione era molto costosa e non potevo farla in Italia; m’informai, quindi, presso una clinica in Brasile specializzata in questo tipo d’interventi.
Mi ci vollero più di cinque anni per mettere da parte la somma necessaria e quando, finalmente, ci riuscii mi accordai con la clinica per l’operazione.
Tutto andò bene, ma anche quello fu un passaggio fisico e psicologico molto duro.
Quando io e Manuel decidemmo di convivere e di cambiare città e, per me, tipo di vita, iniziammo la procedura per cambiare anche il mio sesso ed il nome anagraficamente.
Un altro anno e mezzo di avvocati, giudici, udienze nella mia città natale e tanti altri soldi, finché un giorno mia madre mi telefonò.
-“Gualtiero non esiste più.” – mi disse – “Sei rinata, sei Giada S.”.
Piansi dalla gioia, ero, finalmente, completamente una DONNA!!!
Spero di non avervi annoiato con questa lunga storia della mia trasformazione, ma l’ho ritenuta necessaria per farvi comprendere come un transessuale non è solo un “uomo con le tette”, ma una persona diversa, con una mentalità diversa, che la natura ha messo, per errore, in un corpo sbagliato.
Ci ritroveremo per raccontarvi alcune avventure del mio ex lavoro.
Saluti.

Se siete interessati a come si sviluppò la relazione tra me e Manuel, andate a leggere i posts di manuelferrero sul sito di Milù.

Cari lettori, m’interessano i vostri pareri, commenti e suggerimenti, scrivetemi pure a [email protected]

L'articolo Giada – La storia proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/erotici-racconti/giada-la-storia/feed/ 0
Ritorno alla prima esperienza https://raccontimilu.com/racconti-erotici-gay/ritorno-alla-prima-esperienza/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-gay/ritorno-alla-prima-esperienza/#respond Mon, 16 Mar 2026 16:24:45 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119686 Scrivere, raccontare….significa evocare sensazioni ed emozioni che fanno rivivere quanto si è vissuto. Certe emozioni e passioni rimangono dentro ed evocarle significa il desiderio di...

L'articolo Ritorno alla prima esperienza proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
Scrivere, raccontare….significa evocare sensazioni ed emozioni che fanno rivivere quanto si è vissuto. Certe emozioni e passioni rimangono dentro ed evocarle significa il desiderio di ripeterle ancora. Soprattutto quando queste hanno trasformato l’essere di chi le racconta.
Con GIanco (Giancarlo) avevamo una ragazza, Lella; non era molto bella, ma aveva una grande disponibilità a fare tutto. Uscimmo in tre la prima volta e lei volle farlo con tutti e due. La seconda volta Gianco le chiese se volesse farsi chiavare e eli rispose: “ Faccio tutto quello che volete farmi e farmi fare, con tutti e due”. La portammo nel garage del palazzo dove abitava Gianco, in un box per auto. Toccò prima a me e la penetrai da dietro, facendole tenere le mani poggiate su una macchina. Poi Gianco cominciò a carezzarle il sulo e penetrarle l’ano con un dito. “Hai un bel culo – le disse – Lo voglio”. “No,no – rispose lei – fa male, lo so. Nrl culo no”. “Zitta, troia – le disse lui – prima o poi lo dovrai fare e voglio essere il primo.” Le si avvicinò col cazzo dritto, le fece tenere le natiche aperte e le carezzava l’ano con il glande. “Gianco, no – ripeteva lei – mi farai male, me lo rompi”, ma lui aveva già cominciato a pressarle il glande sull’ano. Poi diede una spinta di forza e Lella urlò. Stava piangendo e diceva “Vigliacco, me lo stai rompendo. Fa maleee”. Poi anche lei cominciò a spingersi contro il cazzo. Io ebbi una nuova erezione. Io conoscevo le sensazioni che stava provando Lella: la pressione del glande sull’ano, poi il cedimento, la forzatura e la lacerazione dello sfintere, il dolore, la sensazione di essere invasa da quell’oggetto vivo che allargava il suo corpo, il piacere della sottomissione che la spingeva ad andare incontro al cazzo nonostante il dolore, il desiderio che durasse di più.
Quella sera ci ripensai e capii; quella erezione mi era venuta non per il culo della ragazza ma quando avevo visto il cazzo duro di Gianco che si avvicinava alle sue natiche. Mi era rimasta in mente quella immagine che aveva risvegliato il desiderio ed il ricordo di quando un uomo adulto mi aveva penetrato per la prima volta. Risentivo il dolore e risentivo il desiderio che me lo facesse. Non lo avevo più fatto dopo le cinque o sei volte che quell’uomo mi aveva chiavato e ricordavo che dopo le prime due volte ero stato io a chiedergli di farmelo ancora. Erano passati cinque anni ma quei ricordi erano sempre stati vivi nella mia mente e più volte mi ero masturbato ripensandoci; ma non lo avevo più fatto, mi erano mancate le occasioni e per la paura di farmi scoprire. Ma avevo anche capito che lo avrei cercato, avevo il desiderio di sentirmi sotto un uomo che abusasse del mio corpo per il suo piacere, magari facendomi sentire sottomesso e costretto a fargli fare quello che voleva. Il mio primo uomo era un cinquantenne, vicino di casa, un vedovo, rozzo e brutale. “Ora sei tu la mia femmina” mi diceva mentre spingeva con forza il suo cazzo nel mio corpo, e quella frase mi emozionava, mi veniva il desiderio di farlo godere, di sentire che il mio corpo era capace di dargli il piacere dell’orgasmo, di sentire il mio ano bagnato dal suo sperma.
Ricominciai a pensarci, era una ricerca non del tutto cosciente di una occasione. Il mese dopo cominciavano le vacanze e preferii andare ad aspettare la mia famiglia nella casa al mare. La prima sera che passai da solo volli fare un giro per riappropriarmi della conoscenza di quel posto. Andai un po’ in giro per le stradine che portavano alla spiaggia e vidi un locale in una svolta fuori mano. Sembrava un bar o un dancing e volli entrare a bere qualcosa. Mi sedetti ad un tavolino, ma il cameriere ritardava ed aspettai. Era un posto singolare, non vedevo donne, ma vidi un paio di persone effeminate che parlavano. Poi venne il cameriere e mi disse: “Sei qui da solo, giovanotto? Quel signore – e mi indicò un tavolo dove c’erano sedute due persone – ti ha invitato al suo tavolo. Dimmi cosa vuoi e te lo porto lì.”
Mi avvicinai a quel tavolo. C’era un uomo maturo, bella presenza, capelli brizzolati e simpatico; l’altro era un uomo bruno, sembrava un atleta, molto abbronzato; il viso non era bellissimo ma aveva un fisico imponente.
– Vorrei ringraziarvi – dissi – ma non ho il piacere di conoscervi.
– Siediti con noi, sei nostro ospite.
Avevo guardato in sala mentre andavo e avevo visto coppie di uomini che ballavano con molta intimità.
– Questo è un locale speciale, riservato – disse l’uomo brizzolato – Non lo conoscevi? Mi sembri sorpreso da ciò che vedi. Qui ci si incontra tra uomini, anagraficamente maschi ma in realtà di varie tendenze.
– Non ti piace l’amore uomo-uomo? – chiese quello bruno
– Non ho esperienze di questo tipo, ma la penso liberamente. Mi chiamo Renato.
– Io sono Mauro e lui è Giovanni. Qui ci diamo del tu.
– Non hai esperienze? – chiese Giovanni – Forse non sai cosa ti stai perdendo. Metti da parte le tue inibizioni e vivi quello che la vita ti offre. Sai ballare? Vieni a ballare con me.
In realtà erano coppie che si baciavano e si toccavano seguendo una musica lenta.
– Non hai mai baciato un uomo? – mi chiese Giovanni – A volte è più bello che baciare una donna.
Lo disse mentre mi teneva per i fianchi e mi baciava sul collo; mi eccitava, anche perché sentivo il suo corpo sul mio e sentivo la durezza del suo cazzo sulla pancia.
– Dai, prova, vedi com’è.- disse Giovanni mentre accostava le sue labbra alle mie. Io non feci nulla, ma lui dovette sentire la mia erezione di eccitazione. Mi mise la sua lingua in bocca e poi mi succhiò il labbro inferiore. Mi feci coraggio e gli risposi, gli succhiai anch’io il labbro inferiore.
– Bravo – disse – Lascianti andare alle sensazioni, vedo che ti sta piacendo.
Tornammo al tavolo, bevvi la mia bibita e Mauro disse:
– Noi adesso andiamo a casa. Vieni anche tu, stai un po’ con noi.
Tornando per la stradina verso il centro, Giovanni mi mise un braccio intorno alla vita.
– Vedi, Renato, per rinunciare a qualcosa devi prima conoscerla. Vorrei farti conoscere il nostro modo di stare insieme. Sai che anche il corpo dell’uomo è bellissimo e può dare molto piacere?
Spostò il braccio sulle mi spalle e con la punta delle dita mi sfiorava un capezzolo sotto la camicetta. Mi eccitava da morire quella carezza e Mauro, capendo la cosa, mi toccò sulla patta sentendo la mia erezione.

Appena chiusa la porta, Giovanni mi prese per i fianchi e mi baciò di nuovo in bocca, ma mentre lo faceva, prese la mia mano e se la mise sulla patta. Aveva il cazzo duro e mi resi conto che era molto grosso. Lo carezzai, non seppi trattenermi e lui si aprì la cerniera e lo mise fuori. Glielo presi in mano e mossi un po’ la mano a masturbarlo lievemente.
– Ti dà piacere tenerlo in mano, vero? Ma sai, la bocca è più sensibile della mano. Bacialo e capirai.
– Ma Giovanni io……
– Fallo, lo stai desiderando, prova.
Mi pressò sulle spalle e mi fece abbassare, poi passò il glande sulle mie labbra ed io di istinto gli aprii la bocca. Aveva ragione; la sensazione era bellissima, sentire il liscio del glande sotto il palato ed il ruvido dell’asta nella mano. Continuai, mi piaceva e mi piaceva che me lo avesse fatto fare.
– Giovanni – gli dissi dopo – è bello sentirti così. Voglio farlo ancora.
– Certo, sul letto. Devi godere tutto il corpo dell’uomo.
Mi tolse lui la maglietta e cominciò a succhiarmi e mordicchiarmi i capezzoli mentre mi abbassava i pantaloncini. Si stese sul letto, era nudo ed anch’io, ed io ricominciai a prenderglielo in bocca. Sentivo la mano grossa e forte di Mauro che mi accarezzava i capelli mentre lo facevo e lui mi faceva sentire il suo cazzo duro sulla schiena. Ma Giovanni si era molto eccitato, sentivo le contrazioni del suo cazzo vicino all’orgasmo e Mauro mi sussurrò:
– Non lasciarlo, fatti venire in bocca – e mi teneva una mano sul collo per impedirmi di allontanarmi.
Sentii il sapore acido dello sperma mentre Mauro mi pressava sul cazzo di Giovanni.
– Non lasciarlo – mi disse ancora – finchè non gli è caduta l’erezione.
Andai a lavarmi la bocca, Mauro mi seguì in bagno.
– Ora lo devi fare con me – disse – Mi avete fatto arrapare troppo.
– Cosa vuoi da me ? – gli chiesi
– Il tuo culetto, mi piace.
– Mauro ma non l’ho più fatto da che ero ragazzo, mi farai male.
– Devi fartelo fare. Piacerà anche a te, vedrai.
Aveva un cazzo che mi spaventava un po’, lungo normale ma grosso, mi avrebbe dilatato. Mi rassegnai, ma la verità era che non volevo rinunciare, quel cazzo mi incantava.
– Mauro…..
– Poche storie, lo devi prendere o te lo farò fare per forza.
Mi portò nella stanza dove c’era Giovanni.
– Giovanni, tienilo fermo mentre lo inculo.
– Avanti, piccolo, sottomettiti. Vedrai che ti piacerà, passato il primo momento. Accetta il tuo destino, impara a fartelo mettere.
Usò del gel, ma non molto. Io capivo, non voleva scivolare, voleva forzare, dilatarmi e poi sbattermi come volesse sfondarmi. Ma lo volevo anch’io, anche se avevo paura del dolore. Sentii lo strappo violento allo sfintere anale e la forza brutale con la quale spingeva e mi accorsi che mi aveva provocato erezione. Se ne accorse anche lui. Ma io capivo che era quello che desideravo e mi eccitava che mi trattassero come una troia. E ripensavo a Gianco. Appena tornavo volevo farmi fare da lui, magari davanti a Lella.

L'articolo Ritorno alla prima esperienza proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-gay/ritorno-alla-prima-esperienza/feed/ 0
La sorella maggiore – episodio 4 – La sorellina https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/la-sorella-maggiore-episodio-4-la-sorellina/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/la-sorella-maggiore-episodio-4-la-sorellina/#respond Mon, 16 Mar 2026 10:54:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119701 4a puntata della serie “La sorella maggiore”. Silvia cammina con passo deciso verso il parcheggio, il sole del tardo pomeriggio filtra tra i palazzi del...

L'articolo La sorella maggiore – episodio 4 – La sorellina proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
4a puntata della serie “La sorella maggiore”.
Silvia cammina con passo deciso verso il parcheggio, il sole del tardo pomeriggio filtra tra i palazzi del centro città e le accarezza il viso. E’ appena uscita dall’ufficio, la sua giornata lavorativa è finalmente terminata, e la sua mente, fin lì occupata da conti e progetti, può ora finalmente passare a pensieri più personali.
Sta riflettendo su una richiesta che la sua sorellina Marinella, 18 anni da poco compiuti, le ha fatto il giorno prima: gli ha chiesto di suggerirgli un locale per organizzare la festa del diploma con le sue compagne di classe, tutte poco più che maggiorenni. Silvia sorride amaramente nel pensare alla sua scarsa conoscenza di locali in città: la sorellina l’ha sopravvalutata, pensando che lei abbia una intensa vita sociale che invece, da quando ha cominciato a lavorare, è praticamente inesistente. Silvia frequenta un unico locale e lo ha conosciuto poco tempo fa (vedi racconto “La sorella maggiore – episodio 1 – Una serata fuori dalle regole” e successivi).
Le pochissime serate di svago che si concede, sempre e solamente il sabato sera, le passa con le amiche al “La Notte delle Stelle”.
Mentre si avvicina alla sua auto, i ricordi delle ultime serate trascorse nel locale si affollano ora nella sua mente. Ci ripensa continuamente. Le risate delle amiche, il gusto intenso e salato dello sperma sulla sua lingua, il calore dei corpi maschili tra le sue mani. Nonostante il prezzo (non proprio economico), lei e le sue amiche hanno fatto in modo di farla diventare una routine del sabato sera, è un vizio al quale non vogliono rinunciare. E’ l’unica evasione dalla sua vita ordinaria, un segreto che custodisce gelosamente per non rischiare di rovinarsi la reputazione. Come potrebbe mai rivelare alla sorellina che la sua unica distrazione è passare intere serate a procurarsi piacere in quel modo, come potrebbe mai svelargli un lato così porco di lei?
Mentre sta fantasticando, la sua mente d’un tratto torna a quella prima sera nel locale, diversi mesi fa, quando avevano visto una ragazza della stessa età di Marinella festeggiare il diciottesimo compleanno con un pompino allo spogliarellista, mentre le sue amiche la incitavano e riprendevano tutto con i loro cellulari. Silvia, nel vedere una ragazza così giovane impegnata in quel modo si era sentita divisa tra l’imbarazzo ed una perversa eccitazione. Ora si sta domandando se anche Marinella sarebbe capace di comportarsi così. Conosce sua sorella, sa che è curiosa, aperta, ma non le è mai parsa una che potrebbe essere così sfacciata. Eppure, sa che non lo si sarebbe potuto dire nemmeno di lei, l’integerrima Silvia. Se sapessero…
Ma ecco che improvvisamente le torna alla memoria un’occasione in cui Marinella le aveva confidato un’esperienza un pò sopra le righe. Da ciò che Marinella le aveva raccontato, era capitato a scuola, nell’ora di ginnastica, in un giorno in cui il professore era dovuto assentarsi prima della fine dell’ora. Il tutto era successo nello spogliatoio dei maschietti. La sorella non le aveva raccontato troppi dettagli, ma le aveva fatto capire che, tra lei e alcune sue compagne, alla fine c’era scappata qualche sega ad alcuni maschietti della sua classe. Marinella aveva raccontato la cosa come se si trattasse di una birichinata occasionale e senza importanza. Silvia era abituata al fatto che la sorella si confidasse con lei, le diceva praticamente tutto. Ma quando le aveva raccontato quella cosa, aveva provato uno strano turbamento. Non è che fosse scandalizzata, non più di tanto almeno. Era più una sorta di invidia mista ad un senso di eccitazione un po’ perverso. Poi, col passare del tempo, aveva praticamente rimosso dalla sua memoria quell’episodio. Silvia avverte che il fatto che le sia tornata alla mente ora non è affatto casuale. Quel racconto prova che anche Marinella non è così angioletto come appare, sta iniziando a scoprire la propria sessualità ed è probabilmente disposta a provare nuove esperienze.
Con tutti questi ragionamenti, ecco che a Silvia si sta formando in testa una pazza idea, che sotto sotto è molto tentata di mettere in pratica, ma che contemporaneamente la spaventa. Ma una parte di lei, quella parte che ama il sapore della trasgressione, sta già tessendo un piano.
Alla fine la nuova Silvia, quella perversa che è si è palesata per la prima volta qualche tempo prima in una serata al “La notte delle stelle”, prende il sopravvento. Tira fuori il telefono dalla borsa e compone il numero di Marinella. Il cuore le batte forte, mentre aspetta che lei risponda. “Ciao, sorellina,” esordisce con voce calma quando le risponde, cercando di dissimulare l’eccitazione che le ribolle dentro. “Forse mi è venuto in mente un locale per la tua festa. Si chiama ‘La Notte delle Stelle’. Io ci sono stata qualche tempo fa. È un posto… particolare, per voi sarà sicuramente un’esperienza nuova.”
Marinella dall’altra parte della linea esulta, chiedendo dettagli. Ma Silvia, come già avevano fatto le sue amiche con lei la prima volta, si tiene sul vago, non vuole anticipare troppo. Si limita a descrivere il locale come un posto allegro, con musica e cocktail, ma per il resto dovrà essere una sorpresa, quello che spera è che le ragazze si faranno coinvolgere dall’atmosfera di trasgressione del locale, com’è capitato a lei. “Sono convinta che vi piacerà,” dice a Marinella “devi solo scegliere la data e dirmi il numero delle partecipanti, poi a prenotare ci penserò io.”
Appena chiude la chiamata però, Silvia è già presa dal panico. Si rende conto che ora non può più tornare indietro. “Dio mio, ma in che cosa mi vado a cacciare…?” dice a se stessa. Sa che sta giocando con il fuoco, eppure l’idea di scoprire fin dove sarà capace di spingersi Marinella in quel contesto la stuzzica, in un modo perverso. Si chiede se sua sorella si lascerà trasportare, se proverà lo stesso piacere che lei ha scoperto… oppure se invece scapperà via scandalizzata, maledicendola per sempre. Ora che ha fatto la prima mossa, ha mille dubbi, e non sa ancora bene come dovrà gestire la situazione.
La settimana seguente arriva in fretta. Il giorno della festa, Silvia è tesa come una molla. Si prepara con cura. Sceglie un abito nero aderente che le fascia il corpo snello, un tocco di trucco che esalta i suoi lineamenti delicati. Riflette se sia il caso di portarsi un cambio, sa che deve essere pronta per qualsiasi evenienza. Se la serata prenderà la direzione che lei si augura, potrebbero arrivare schizzi compromettenti. E’ già successo, e sorride nel pensarci. Mentre si guarda allo specchio, si chiede ancora una volta se non stia commettendo una grossa sciocchezza.
Arriva al locale con largo anticipo, il cuore che le martella nel petto. Il “La Notte delle Stelle” si sta già riempiendo di donne, la musica pulsa nelle sue vene come una promessa di piacere. Ma gli spettacoli, quegli spettacoli così espliciti, inizieranno solo a tarda ora. Si siede al bancone, da sola, ordinando un primo cocktail mentre osserva la sala con occhi attenti. Sa che Marinella arriverà presto, l’accordo è che Marinella aspetterà all’esterno le sue compagne, per poi entrare tutte insieme quando saranno riunite.
Dopo un quarto d’ora, ecco che le vede, un gruppo di ragazze ridanciane e spensierate. Marinella, con i suoi capelli castani e il sorriso luminoso, è al centro del gruppo, radiosa nella sua giovinezza. Indossa un abitino da sera color aragosta che termina in una gonna molto corta. L’abito mette in evidenza le sue belle gambe ed esalta la sua figura snella e giovanile. Silvia si alza, per farsi notare dal gruppo, le ragazze la vedono e si avvicinano con entusiasmo. “Silvia!” la saluta Marinella “Grazie per averci organizzato tutto, è fico questo posto!” esclama Marinella, abbracciandola.
“Stai benissimo con questo vestito” le dice Silvia. “E’ un locale un po’ particolare… non so ancora se vi piacerà” le parole le escono quasi a fatica, a causa della tensione, mentre il suo sguardo si posa sui ragazzi, ancora vestiti, che già si stanno muovendo nel locale per servire da bere ai vari gruppi di donne. Sa che tra poco andranno dietro le quinte e poi inizieranno gli spettacoli sul palco.
“Ma in che senso? Puoi dirci che genere di serata sarà?” chiede Marinella, ma Silvia si limita a sorridere ed a dire “non essere impaziente, tra poco lo scoprirete, ti dico solo che rimarrete sorprese”.
Le ragazze vengono accompagnate al tavolo riservato a loro. Silvia si siede di fianco alla sorella, guardandosi un po’ intorno. Alla fine, sono state piazzate proprio davanti al palco… non riesce a rilassarsi, si sente tesa come una corda di violino. Vede Marinella confabulare con le amiche, il suo sguardo che si posa sui ragazzi muscolosi presenti in sala. Le sembra di riconoscere una punta di desiderio nel suo sguardo. Un sorriso si disegna sulle labbra di Silvia. Forse, ma solo forse, il suo piano sta per prendere vita. Silvia osserva anche le compagne di classe di Marinella. Sono tutte molto belle, nella loro giovinezza.
Più tardi, i cocktail sono stati serviti sul tavolo ormai da un po’. Silvia sta chiacchierando con la sorella ed alcune delle sue compagne. A causa della differenza di età, non hanno molti argomenti di conversazione in comune, il discorso comunque è caduto sui loro progetti futuri e sulle università che frequenteranno.
Ma all’improvviso si abbassano le luci: sta arrivando il momento della verità. Tra poco inizieranno gli spogliarelli e Silvia saprà. Quale sarà la reazione di sua sorella di fronte al primo cazzo nudo?
Lo sapremo nel prossimo episodio…
—–

L'articolo La sorella maggiore – episodio 4 – La sorellina proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/la-sorella-maggiore-episodio-4-la-sorellina/feed/ 0
Per Amore Di Zia – Parte Prima (Un Nuovo Inizio) https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/per-amore-di-zia-parte-prima-un-nuovo-inizio/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/per-amore-di-zia-parte-prima-un-nuovo-inizio/#respond Sun, 15 Mar 2026 22:54:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119699 Avevo da poco compiuto 27 anni e, insieme a quel traguardo, me ne ero andato di casa per andare a vivere da solo in una...

L'articolo Per Amore Di Zia – Parte Prima (Un Nuovo Inizio) proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
Avevo da poco compiuto 27 anni e, insieme a quel traguardo, me ne ero andato di casa per andare a vivere da solo in una deliziosa casetta in un paese alle porte della capitale che ero riuscito, con una buona dose di fortuna ed un pò di risparmi, a comprare con un mutuo concessomi inaspettatamente. Certo era una piccola villetta bifamiliare in campagna, abbastanza isolata, ma come si dice, era pur sempre casa. Casa mia.
Non molto lontano, anzi direi quasi accanto, si trovava un piccolo complesso di appartamenti costruiti da poco come la mia villetta, ma la sfortuna volle che il costruttore sparì dalla circolazione per “motivi fiscali” e l’intera palazzina se la prese la banca, per poi vendere gli appartamenti all’asta sperando di lucrarci il più possibile sopra. Fu proprio uno di questi appartamenti che venne comprato da mia zia Manuela, la mia zia preferita.
Zia Manuela aveva divorziato da poco, il suo matrimonio (durato quasi trent’anni) finì perché mio zio, arrivato alla soglia dei 60 anni, aveva iniziato a soffrire pesantemente di una crisi di mezza età e credendo di poter ingannare il tempo che passava, si iscrisse in palestra e conobbe una ragazza con trent’anni in meno di lui che gli fece perdere la testa. Facendolo sentire molto più giovane del dovuto, lo convinse a lasciare la zia Manuela che si ritrovò sola a 55 anni dopo essere stata tradita per una puttanella più giovane di lei. Una scena da film insomma. All’inizio zia soffrì parecchio per questa storia, ma da donna forte quale è sempre stata, si mise subito sulla difensiva, riboccandosi le maniche e dandosi da fare per ottenere quanto più poteva dalla causa di divorzio e cercare di ricominciare una nuova vita senza più quel “porco” (come lo chiamava lei) di mio zio. Dopo mesi e mesi di lavoro da parte degli avvocati, arrivarono all’accordo che le permise di ricominciare da capo: venduta la casa che aveva comprato con mio zio (non avendo avuto figli non c’erano affidamenti di mezzo) e con la sua parte di ricavato e qualche risparmio arrivò a comprare la casa vicino alla mia. Quando lo venni a sapere ne fui molto felice, sia per lei ovviamente, ma anche per me… Perché la zia Manuela è sempre stata la mia preferita, fin da piccolo. Era con lei che andavo in vacanza al mare da piccolo, con lei avevo iniziato a guardare le donne e soprattutto con lei avevo scoperto la masturbazione. A lei erano dedicate le mie prime seghe fatte al bagno di nascosto, mentre ripensavo a lei sdraiata sul lettino a prendere il sole di schiena senza il reggiseno del bikini. Erano le sue mutandine e le sue calze che rubavo di nascosto per segarmi quando restavo a casa da solo durante le vacanze ed i litri di sperma che avevo prodotto in quasi 12 anni di vita sessuale, erano tutti dedicati a lei. Tutto per la bellissima Zia Manuela.
L’ultimo giorno del trasloco, un lunedì mattina, me la trovai sul vialetto di casa che bussava alla mia porta, quando la aprii mi ritrovai davanti a me la Zia con il suo metro e sessanta, i suoi capelli castani lunghi fino alle spalle, i suoi occhi marroni che mi fissavano da dietro le lenti degli occhiali da vista. Il suo delizioso corpo era coperto da un tallieur scuro ed un cappottino lungo fino alle ginocchia che però lasciava scoperta la metà inferiore delle sue belle gambe sode e morbide, un bellissimo paio di décolleté nere la tenevano in piedi e la slanciavano con quei 12 cm di tacco.
Sorridevo solo a guardarla dallo spioncino.
“Ciao Zia! Come stai? Mamma mi aveva detto che ti saresti trasferita qui in zona.” le dissi.
“Tesoro mio ciao! Si e mi auguro che questo trasferimento sia definitivo. Volevo passare per un saluto, ti disturbo per caso?” l’avevo già divorata con uno sguardo soltanto.
“Ma che disturbo zia, entra pure, mi fa molto piacere lo sai!” le feci segno di entrare in casa e lei con il suono dei suoi tacchi entrò dentro.
“Posso offrirti qualcosa? Un caffè?”
“Si tesoro mio grazie, un caffè lo prendo volentieri.” le feci strada verso il salotto e le dissi di accomodarsi. Lei posò la borsa sul divano, si tolse il cappottino poggiandolo sul bracciolo e si slacciò la giacca del tallieur.
“Però! Vedo che ti sei sistemato bene eh..!” disse guardandosi rapidamente intorno, io intanto in cucina avevo messo su il caffè e stavo tornando da lei in salotto quando la trovai che camminava assorta, guardandosi intorno e togliendosi distrattamente la giacca del tallieur per poi restare in camicia… Una semplice camicetta bianca che la fasciava alla perfezione ma che non riusciva a nascondere i suoi fianchi morbidi, con i suoi rotolini di carne che le giravano lungo la vita e l’addome, le maniglie dell’amore che in lei ho sempre trovato deliziose ed eccitanti. Mentre poco più su, alcuni bottoni slacciati lasciavano ammirare una scollatura da urlo, una quarta di reggiseno che avrebbe fatto invidia a tante mie amichette e salendo ancora, quel suo bel visino rotondo, con quegli enormi occhi marroni protetti dagli occhiali da vista. Le sue labbra che ancora ricordavano quanto in gioventù fossero state carnose, tinte da un rossetto rosso fuoco. Nonostante si vedesse che oramai i segni dell’età iniziavano a farsi vedere sul suo corpo, Zia Manuela restava una donna splendida che avrebbe ancora fatto perdere la testa a tantissimi uomini.
A quella vista rimasi per un secondo in estasi, lo ammetto, già la spogliavo con gli occhi e immaginavo i suoi deliziosi fianchi di burro, il suo bellissimo culone morbido e le sue cosce sode… Zia non era proprio quella che si definisce “una milf da film porno”, aveva diversi chili in più, le maniglie dell’amore, le cosce erano abbastanza grosse e il suo bellissimo culone era decisamente provato dall’età nonostante tenesse ancora una forma eccezionale, ma a me piaceva così com’era… Mi era sempre piaciuta.
“Zia il caffè è quasi pronto.” dissi timidamente.
“Ah si, arrivo!” mi rispose sorridendo e seguendomi verso la cucina. La feci accomodare al tavolo e lei accavallò le gambe tirando un po’ su la gonna, mostrando le sue bellissime gambe. Le versai il caffè.
“Vuoi anche un biscotto zia, posso offrirti altro?”
“No grazie tesoro sono a posto così, cerco di tenere un po’ la linea. Sai com’è…”
“Ma che dici zia, stai benissimo! Sei una donna splendida!” le dissi sorridendo.
“Ma che dici tu! Non hai idea di quanta fatica faccio per entrare in questa camicia, tra poco saltano i bottoni!” si accarezzò la pancia.
“Ma no zia! Qualche chilo in più ci sta sempre bene, nei punti giusti..!” feci un occhiolino ammiccante.
“Ma lo sai che sei proprio un provolone tu? Lo prendo come un complimento…” mi sorrise e mi diede uno schiaffetto sul braccio. Bevemmo il caffè e lei mi raccontò della nuova casa, mi fece altri complimenti per la mia e non escluse qualche parola contro quel porco del suo ex marito. Finito di bere il caffè, Zia mi disse che aveva parecchie cose da fare a casa, doveva ancora sistemare buona parte della roba per cercare di renderla una casa decente in cui vivere, mi disse. Mi offrii di aiutarla nei giorni seguenti, quel lunedì avevo preso impegni e mi dispiacque molto non poterla aiutare, ma nei giorni seguenti ero libero e le dissi che poteva contare su di me.
“Grazie tesoro mio, sicuramente con il tuo aiuto ci metterò pochissimo ad ambientarmi qui. Mi fa molto piacere che saremmo vicini di casa sai…” mi abbracciò e sentì contro di me le sue tettone che premevano strette nel reggiseno e nella camicetta. Riprese le sue cose e l’accompagnai alla porta, dicendole che sarebbe potuta venire a trovarmi quando voleva.
Quando chiusi la porta di casa, ero tutto elettrizzato. Zia Manuela la mia vicina di casa… Ripensai a tutte le volte che l’avevo vista al mare in costume, oppure quando usciva dalla doccia dopo la mattinata in spiaggia, con l’asciugamano grande avvolto intorno al suo corpo e lei che lo teneva fermo sul seno. L’eccitazione salì alle stelle e mi accorsi dell’erezione che stava montando, non riuscì a resistere e mi buttati sul divano, abbassando i pantaloni della tuta per poi prenderlo in mano e farmi una gran sega pensando a Zia, ripetendo tra me e me il suo nome. Finì per sborrare dopo pochi minuti, riempiendomi la maglietta di sperma bollente. Altro sperma per mia Zia Manuela.
Nei giorni seguenti fui molto impegnato con il lavoro, ma trovavo sempre il tempo per passare da Zia a salutarla con la scusa di prendere un caffè, per poi mangiarla con lo sguardo. Non resistevo all’idea di immaginare cosa ci fosse sotto i suoi vestiti, il pensiero delle sue tette e dei suoi fianchi morbidi mi mandava fuori di testa. Ogni tanto le davo una mano nel sistemare i mobili, così in pochi giorni finì di stabilirsi del tutto nella nuova casa.
Oramai era quasi arrivata la fine di maggio, l’estate era alle porte e decisi di comprare una piccola piscina da mettere nel mio giardino, con il caldo che stava per arrivare era l’ideale e considerando anche che l’acquisto della casa mi aveva lasciato quasi senza soldi, di vacanze fuori non se ne parlava proprio… Ma soprattutto, sarebbe stata un’ottima scusa per tornare a vedere Zia Manuela in costume da bagno.
Montati la piscina in giardino e con la scusa di fargliela vedere, la invitai a casa per un caffè, stava diventando quasi un’abitudine giornaliera.
“Che ne pensi Zia? Ho avuto un ottima idea vero?”.
“Bhe direi proprio di sì, con l’estate alle porte questa piscina è perfetta!”.
“Sai Zia, non so tu, ma con l’acquisto della casa praticamente sono rimasto al verde, quindi non penso di poter andare in vacanza. Nemmeno qualche giorno di mare purtroppo, quindi piscina o niente!” dissi ridendo.
“Non dirlo a me, guarda che anche io non è che navighi nell’oro ultimamente…”.
“Bhe ma guarda che se vuoi puoi fare un tuffo anche tu eh.” provai a gettare l’esca.
“Ma che dici? Io qui dentro?” si mise a ridere “Non pensi che forse dovresti invitare qualche tua amichetta? Ora hai anche la casa…” mi fece l’occhiolino.
“Ma dai Zia, non fare complimenti, del resto l’ultimo periodo è stato pesante per te, ti meriti un po’ di relax!” provai ad insistere per convincerla.
“Hai ragione… Ma non voglio starti troppo tra i piedi, sei molto gentile con me ma sei anche giovane, è giusto che tu ti goda la tua prima casa senza una vecchia che ti sta in mezzo ai piedi e ti occupa la piscina.”.
“Ma figurati Zia, non dire sciocchezze! Mi fa piacere un po’ di compagnia e ti prometto che se avessi bisogno di privacy e della piscina libera, sarai la prima a saperlo!” ammiccai sorridendo “Per quanto riguarda la storia della vecchia, non sono per niente d’accordo, anzi… Lo sai no?” provai a stuzzicarla un po’.
“Si si certo. Ridi pure provolone!” colpita e affondata.
La settimana giunse al termine, sia io che Zia eravamo molto impegnati con il lavoro e la domenica ci alzammo entrambi decisamente tardi. Dal giardino riuscivo a sentire che Zia aveva iniziato a muoversi in casa, nonostante abitasse al piano terra ma non riuscì a vederla direttamente. Ci separava la strada e la siepe del mio giardino, inoltre se lei non avesse aperto completamente le finestre, non avrei potuto vedere proprio niente.
Ripensai ancora a quando ero più piccolo, quando lei e zio vivevano accanto a noi e ogni tanto d’estate mi mettevo in finestra per spiarla e vedere che cosa combinava. Il più delle volte la vedevo girare per casa in vestaglia, non che vedessi chissà che, ma era troppo eccitante vederla girare da sola e ogni tanto slacciarsi la vestaglia per sistemarla o per farsi aria contro il caldo. Vedevo le sue forme, intravedevo quelle sue tettone nude che mi avevano sempre eccitato e finivo sempre per consumarmi il cazzo di seghe. Ci misi poco a passare ai fatti, iniziai a rubarle di nascosto l’intimo, le calze, delle volte anche le scarpe, insomma qualsiasi cosa potessi usare per masturbarmi e godere. Un sacco di volte avevo provato a segarmi mentre annusavo le sue mutandine, oppure tenendo in bocca dei collant usati per sentire il suo sapore… Ogni volta finivo per fare sempre più sborra della volta precedente. Una volta provai anche a indossare i suoi vestiti, mentre la immaginavo che si dava da fare con il cazzo di zio… una delle seghe più belle e piene di sempre (forse non è successo una sola volta, ma questa è un’altra storia..!). Non mi importava che potesse sembrare strano o “perverso”, godevo e basta… E mi bastava così. Ovviamente poi crescendo, sono diventate sempre più rare le seghe da dedicare a Zia Manuela. Le prime fidanzate, le prime vacanze con gli amici, il lavoro, ecc. Ma sotto sotto lei era sempre nei miei pensieri, ed una sega innocente gliela dedicavo ogni volta che potevo.
Quella domenica pomeriggio decisi che il caldo era troppo forte, e quale miglior modo per combattere il caldo se non la piscina? Iniziai a riempirla d’acqua e mi preparai, ci volle un po’ ma alla fine riuscì a riempirla e mi misi a bagno. Si stava da dio lì dentro… Rimasi un po’ a mollo, andando sott’acqua e tornando su, quando poi mi ricordai che a casa Zia non aveva ancora nessun ventilatore o alcun tipo di aria condizionata e così decisi che avrei dovuto invitarla in piscina.
Presi il telefono e la chiamai. Rispose subito, come immaginavo. Le dissi della piscina, lei non era molto favorevole visto che al momento non aveva nessun costume da bagno, ci misi un po’ a convincerla. Del resto anche io ero a mollo con dei semplici pantaloncini e mutande ma insistetti e alla fine lei accettò. Il caldo alla fine ebbe la meglio. Disse che avrebbe cercato un reggiseno e delle mutande a tinta unita che sembrassero un costume e mi avrebbe raggiunto. Dopo una ventina di minuti Zia suonò alla porta, uscii di corsa dall’acqua, mi asciugati e andai ad aprire.
“Non è proprio una vera tenuta da mare ma per un tuffo in piscina dovrebbe andar bene.” mi disse Zia con un po’ di timidezza. Si era legata i capelli con una coda di cavallo, aveva messo degli occhiali da sole e indossato una camicia bianca abbastanza larga, abbottonata a metà. Sotto aveva messo un semplice completo slip e reggiseno nero, decisamente coprente, mentre ai piedi aveva dei sandali con una zeppa vertiginosa. Dovetti faticare a tenere a bada il cazzo che rischiava di alzarsi da un momento all’altro alla vista del suo “outfit da piscina”…
“Bhe, per un tuffo in piscina credo sia perfetto, poi non so se te ne sei accorta Zia, ma qui intorno non c’è nessuno a quest’ora…. Chi vuoi che ti veda a bagno?” le dissi.
“Si hai ragione, sicuramente saranno andati tutti al mare…” ed entrò.
Le feci strada fino al giardino, avevo aperto un paio di sedie a sdraio e le dissi che se voleva c’era anche un po’ di crema solare se voleva prendere un po’ di sole.
“Grazie tesoro, magari più tardi, ora mi tuffo in piscina che non c’è la faccio più…” posò la borsa, si sfilò la camicia e rimase in mutande, reggiseno e sandali. Il reggiseno le tratteneva le tettone, quella quarta si vedeva tutta… Le mutande la coprivano abbastanza ma i suoi fianchi morbidi uscivano comunque fuori mentre i sandali le slanciavano le gambe, alzando soprattutto quel meraviglioso culo nel quale avrei volentieri affondato la faccia. Feci finta di pensare ad altro, andai a prendere qualcosa da bere e con la coda dell’occhio la vidi che si levava i sandali per salire la scaletta della piscina ed entrare in acqua.
Vedevo tutto quel ben di dio che si muoveva… Non potevo resistere. Avevo già il cazzo gonfio. Corsi al bagno, mi sedetti sul bidet e aprì l’acqua fredda sperando di far calmare i bollenti spiriti e dopo qualche botta di gelo, ci riuscii. Tornai da lei con un vassoio con due bicchieri, un po’ di coca cola e di acqua fresca. Zia Manuela intanto era immersa fino alle spalle e si godeva l’acqua rinfrescante.
“Se vuoi favorire non fare complimenti Zia.” e mi avviai verso la scaletta per entrare in acqua “Mi faresti un po’ di spazio..?” ed entrai. Mi sedetti di fronte a lei, nonostante l’acqua riuscivo a vederle la scollatura che, tutto sommato per una donna di cinquantacinque anni, era molto meglio rispetto a quelle di tante altre mie coetanee. Se solo avessi potuto toccarle…
“Allora che ne pensi Zia? Ti piace la piscina?” le chiesi.
“Assolutamente, devo dire che ti sei proprio organizzato bene eh, villa con piscina!” mi sorrise. Restammo in silenzio per qualche minuto, poi preso dalla paura del silenzio imbarazzante, provai ad avviare una conversazione per capire come stava e che cosa stesse combinando ultimamente.
“Sai, mamma mi aveva accennato del divorzio tra te e zio. Spero sia finita bene… Insomma, senza troppi problemi.”
“Bhe guarda, se devo essere onesta, tuo zio mi fa proprio schifo per come si è comportato, è un bastardo schifoso e spero che la sua nuova amichetta bruci tutti i suoi soldi!” avevo paura di aver toccato un tasto dolente ma dopo pochi secondi Zia riprese a parlare “Scusami, non volevo essere sgarbata. Si, diciamo che è finita bene, le pratiche del divorzio si sono svolte in fretta e abbiamo trovato subito un accordo che andasse bene ad entrambi, però ammetto che essere lasciata per una ragazzina mi fa parecchio incazzare.” aveva abbassato la testa e aveva incrociato le braccia, mettendo ancora più in risalto la scollatura e a rischio di erezione il mio cazzo.
“Bhe posso solo immaginare come ti senti Zia… Però guarda il lato positivo ora hai una casa nuova, puoi rifarti una vita e andare avanti senza problemi. Sai quanti pagherebbero per un divorzio rapido come il tuo?” mi avvicinai a lei lungo il bordo della piscina. “E poi diciamocelo, sei una bella donna, hai ancora tanti anni davanti a te, chi lo sa che non trovi qualcun’altro oppure che riesca a goderti la vita facendo quello che magari hai sempre sognato di fare?”.
“Ah bhe guarda, qualcun’altro adesso è l’ultima cosa di cui ho bisogno!” disse sarcastica. “Sei molto gentile tesoro mio, ma io ora inizio ad avere una certa età. Insomma non è tutto rose e fiori dopo che superi un certo traguardo.”
“Ma che dici Zia! Guarda che per la tua età sei una donna bellissima, faresti invidia a tante mie coetanee… E poi non sai mai cosa ti può riservare la vita.”.
“Non sono più una ragazzina tesoro mio. Gli ultimi mesi poi sono stati molto stressanti, figurati che il medico mi ha prescritto anche dei tranquillanti per dormire la notte a causa dello stress. Poi dopo tutto quello che ho fatto per tuo zio finire ripagata così…”.
“Immagino Zia, alla fine lo amavi…”.
“Sai io non gli ho mai chiesto nulla, la maggior parte delle volte l’ho sempre assecondato e messo i miei interessi al di sotto del suo bene e della nostra armonia. Facevo di tutto per farlo sentire bene e importante quando ero al suo fianco, non mi sono mai negata a nulla per la sua felicità. Anche… nel privato.” forse capivo dove voleva andare a parare la Zia.
“Cioè? Ti riferisci alla vita di coppia… Intima?” azzardai.
“Esatto. Ho sempre cercato di soddisfarlo, perché ho sempre creduto che per un uomo essere soddisfatto intimamente, contribuisca a farlo sentire in pace con se stesso. Qualcosa che sicuramente fa la differenza. Sai, negli anni molte mie colleghe o amiche hanno finito per trascurare i propri mariti e loro sono finiti a cercare affetto da altre donne. Non volevo finire così anche io. Per questo cercavo sempre di soddisfare i suoi bisogni e le sue… voglie.” oramai eravamo entrati nel discorso tabù e volli provare a stuzzicarla ancora di più.
“Insomma lo tenevi in forma, non c’è nulla di cui vergognarsi. Era anche nel tuo interesse di donna, non penso ne giovasse solo lui.”.
“Bhe ovviamente piaceva anche a me, non lo nego, ma fidati che non è stato facile. Tuo zio era un po’ particolare. Secondo te perché lo chiamo porco..?” non riuscivo a credere che lo avesse detto…
“Vuoi dire che lo zio è un pervertito?! Cosa sentono le mie orecchie!” mi misi a ridere.
“Bhe ecco, pervertito a modo suo, come tutti del resto. Però credimi, a volte non era facile assecondare le sue voglie.”.
“Adesso me ne racconti almeno una però! Non puoi lanciare il sasso e poi nascondere la mano.” per fortuna zia si mise a ridere.
“Va bene provolone della zia che non sei altro!” il suo tono malizioso e divertito mi eccitava “Devi sapere che una volta tuo zio è dovuto andare ad Amsterdam per un convegno di lavoro e con alcuni suoi colleghi, nelle ore libere, spesso giravano tutti insieme per il quartiere a luci rosse. Ovviamente andavano lì per vedere le donne in vetrina ma come saprai meglio di me quel quartiere è anche pieno di sexy shop e negozi a tema. Quando tornò a casa mi raccontò del viaggio e di come quel quartiere lo aveva incuriosito, diceva di essere entrato in alcuni sexy shop per gioco con i colleghi e di essere rimasto impressionato da quanti negozi a tema bondage ci fossero. L’argomento, diciamo, lo aveva colpito parecchio tanto che… ” si interruppe da sola per l’imbarazzo.
“Cioè vorresti dirmi che zio ti ha chiesto di provare il bondage?! Non ci credo dai..!”.
“Andò proprio così. La cosa lo incuriosiva molto e mi chiese di provare, ma io non ne sapevo assolutamente nulla e non avevo la minima idea di che significasse. Così iniziammo a fare qualche ricerca online, ci informammo per capire meglio come funzionava la cosa.”.
“E poi che avete fatto, avete comprato frusta e museruola?” mi misi a ridere immaginando mio zio a quattro zampe come una cane ubbidiente.
“Bhe proprio frusta e museruola no. Ma comprammo qualche manetta, frustino e cose simili.”.
“Ah però! E dimmi un pò, chi le ha usate?” continuavo a ridere.
“Facevamo un po’ per uno, tuo zio voleva provare ad essere sia dominante che sottomesso, credo si dica così… Non credo però che la cosa lo abbia stuzzicato più di tanto alla fine. Dopo qualche mese si era stancato e tornammo alle solite cose che fanno una moglie ed un marito normali in camera da letto.”.
“Me lo immagino zio che fa il padrone con la frusta..! E dimmi, a te piaceva? Se posso chiedere eh…”.
“Bhe visto che oramai ti ho detto della mia vita sessuale, che mi costa ammetterlo con te..? Si. Un po’ mi piaceva ma non credo che tuo zio fosse portato per quella roba. Anzi, sotto sotto era un disastro guarda…” non credevo alle mie orecchie. Zia Manuela ammetteva che le piaceva essere sottomessa e frustata…
“Cioè? Che faceva dimmi, dai!” oramai la curiosità era troppa.
“Una volta che si era fissato con questa storia del bondage volle comprarmi uno di quei corsetti di pelle pieni di lacci che usano le dominatrici. Non solo era scomodissimo e mi faceva sudare ma tuo zio sbagliò pure la taglia. Ti lascio immaginare che incubo era ogni volta che mi chiedeva di metterlo guarda!”.
“Rimango senza parole Zia. Cambiamo discorso che è meglio, non vorrei eccitarmi troppo con le tue storie!” il solito occhiolino ammiccante.
“Già meglio cambiare discorso, ti ho detto anche troppo guarda…” con una risata uscì dalla piscina. Prese l’asciugamano, si asciugò di fretta e poi si mise sulla sdraio a prendere il sole. Io me ne stavo ancora dentro la piscina, ancora incredulo per quello che Zia mi aveva appena raccontato. Avrei pagato oro per vederla con quel corsetto di pelle, ma come al solito dovevo stare buono perché l’erezione stava crescendo sempre di più e per quello rimasi in piscina, Zia si versò un po’ di acqua fresca, si mise un po’ di crema e tornò ad abbronzarsi, ma la mia mente non si fermava, continuavo ad immaginarla con mio zio che la dominava, tenendola legata al letto, scopandola come meritava… Quanto avrei voluto essere al suo posto! Avrei saputo di certo come farle piacere quell’esperienza.
Il pomeriggio passò in fretta, dopo lo sfogo in piscina Zia doveva sentirsi più serena perché parlò tutto il tempo, dovevo averla messa a suo agio in un certo senso, l’avevo fatta diventare una vera chiacchierona. Se ne andò poco prima di cena, io avevo un appuntamento con alcuni amici e dovetti lasciarla da sola anche se avrei voluto provare ad invitarla a cena. La sua compagnia oltre ad eccitarmi molto mi faceva anche molto piacere dopotutto, ma se ne tornò a casa da sola a godersi la sua serata in tranquillità.
Misi in moto la macchina e prima di partire avvisai Davide e Luca per dirgli di vederci direttamente al solito pub. Erano i miei migliori amici, me li portavo dietro dai tempi della scuola. Dopo una ventina di minuti arrivai al locale e cercai parcheggio, perdendo altri dieci minuti, alla fine trovai posto proprio davanti il pub. Loro erano già lì che mi aspettavano e avevano preso il tavolo.
Mi sedetti e ordinammo tre birre che arrivarono quasi subito, portate da una cameriera nuova, una bionda sui vent’anni con un culo da paura che sembrava volesse dirti di scoparlo. Luca la fissava di continuo.
“Allora come va la casa nuova eh?” mi chiese Davide.
“Alla grande, sto benissimo lì. Finalmente sto da solo ed in pace, ho pure comprato una piscina da mettere in giardino!” risposi.
“Grande! Allora uno di questi giorni veniamo a farci il bagno, tanto tra poco diamo gli ultimi esami e fino a settembre saremo a posto, mi ci accampo nella tua piscina!” mi disse Luca.
“Eh lo so, uno di questi giorni venite su da me e passiamo un bel pomeriggio!” diedi un sorso alla birra “Ah, a proposito, ve la ricordate mia Zia Manuela? Quella che veniva in vacanza con me… si è trasferita vicino casa mia.”.
“Cazzo se me la ricordo… Come faccio a dimenticarla?” disse Luca.
“Luca ha ragione. Quando si metteva a prendere il sole in spiaggia la guardavamo sempre! Vi ricordate quando prendeva il sole sulla schiena e si slacciava il reggiseno del costume? Luca avrebbe pagato per vederle uscire una tetta dal lettino!” disse Davide guardando Luca.
“Già… Quanto tempo abbiamo passato a spiarla ragazzi?” chiesi.
“Bhe quando venivamo a casa dei tuoi al mare, direi che passavamo tutto il tempo a spiarla, soprattutto in spiaggia. Ma dimmi un pò, adesso com’è? È ancora così figa come tanti anni fa? Come se la passa, quanti anni ha ora?” mi chiese Luca.
“Sta abbastanza bene, ora ha cinquantacinque anni. È ancora una bella donna anche se ha qualche chilo in più. Non è cambiata molto. Si è lasciata da poco con mio zio perché ha scoperto che lui la tradiva.”.
“La tradiva?! Con una moglie così figa le metteva pure le corna?! Scusa ma tuo zio deve proprio essere un coglione!” Davide non si trattenne.
“Ehi vacci piano dai, non sappiamo come sono andate le cose. Alla fine sono sempre affari loro, basta che la cosa si sia risolta nel modo migliore.” Luca cercò di calmare Davide “E così adesso la zietta vive accanto a te? Di là verità, già l’hai spiata o ci hai fatto un pensierino vero?”.
“Bhe un volta è venuta in piscina da me e qualche occhiata gliel’ho data. Ma non pensate che abbia fatto chissà cosa eh! Alla fine è sempre mia zia.” risposi.
“E dai non fare il finto tonto! Lo sappiamo che hai già pensato di fartela, non immagino nel dettaglio cosa hai pensato appena te la sei trovata in costume in piscina! Dai, ammettilo che te la saresti fatta… Al tuo posto non avrei perso tempo. Chissà dopo il divorzio come sarà tesa, le farebbe bene un po’ di movimento per voltare pagina.” Luca aveva fatto centro ma non volevo dargli la soddisfazione di aver ragione.
“Ragazzi calma, lo sapete che tanto sono solo fantasie, è inutile che mi fate domande e mi provocate. Tanto non può succedere nulla, è sempre mia Zia. Possiamo fantasticarci quanto vi pare ma certi limiti non si superano mai e lo sapete…”.
“Va bene hai ragione, in fondo è sempre tua Zia, scusa se ho esagerato un pò.” Luca si scusò ma in fondo sapevo che aveva ragione e mi costava tanto dovergli dare contro.
“Propongo un brindisi. Alla salute di Zia Manuela!” Davide sperava di cambiare discorso così.
“A Zia Manuela e a tutte le belle ore di vacanza che ci ha fatto passare in su compagnia!” Luca continuava a stuzzicarmi.
“A Zia!” brindammo tutti e tre e cambiammo subito discorso. La serata andò avanti ma io continuavo sempre a pensare a Zia Manuela. Luca aveva ragione, ma non potevo ammetterlo apertamente perché del resto era sempre mia Zia. Come mi sarei giustificato? Finché si scherza è un conto, ma farlo sul serio..? Sarebbe stato impossibile. A fine serata ci salutammo, promisi ad entrambi che avrei salutato Zia Manuela da parte loro.
Tornai tardi a casa, non fu facile prendere sonno ma quando ci riuscì, ovviamente sognai Zia nella mia piscina in giardino. Se ne stava lì con un minuscolo bikini rosso fuoco che a stento conteneva le sue forme. All’improvviso, approfittando della solitudine, si slacciava il reggiseno per prendere il sole in topless. Allungata sulla sdraio con le sue tettone al vento… Ad un certo punto il suo cellulare squillava, lei si alzava, metteva le sue infradito con la zeppa ed andava a rispondere, lasciando il pezzo di sopra sulla sdraio. Io non riuscivo a resistere e glielo portavo via, di corsa andavo a chiudermi in casa per annusare quel ben di dio e sentire l’odore delle sue tette, stringendomi il cazzo tra le mani fino a farlo esplodere dopo una sega furiosa. Il reggiseno in faccia a coprirmi completamente e il suo odore dappertutto.
Esplodevo in litri di sperma.
Sperma ovunque.
Sperma per Zia Manuela.
Era il mio modo per dirle che l’amavo.

(Racconto tratto da una storia vera. I nomi dei personaggi e alcune vicende sono stati modificati per proteggere la privacy dei diretti interessati. Per qualsiasi informazione, suggerimento o domanda potete scrivere a: [email protected])

L'articolo Per Amore Di Zia – Parte Prima (Un Nuovo Inizio) proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/per-amore-di-zia-parte-prima-un-nuovo-inizio/feed/ 0
La cameriera della trattoria dei camionisti – cap. 3 https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/la-cameriera-della-trattoria-dei-camionisti-cap-3/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/la-cameriera-della-trattoria-dei-camionisti-cap-3/#respond Sun, 15 Mar 2026 16:41:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119684 Per chi volesse leggere la puntata preceente la trova La cameriera della trattoria dei camionisti – cap. 2 Il racconto mi è stato inviato da...

L'articolo La cameriera della trattoria dei camionisti – cap. 3 proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
Per chi volesse leggere la puntata preceente la trova

La cameriera della trattoria dei camionisti – cap. 2


Il racconto mi è stato inviato da una coppia come avvenuto a loro e con la richiesta di sistemarlo, cosa che ho fatto arricchendolo senza però cambiare i fatti occorsi. Inoltre la lei amerebbe avere i vostri commenti, se lo desiderate potete scrivere a: [email protected]

Trascorsero due giorni ed arrivò quello del matrimonio. Simona era stupenda, indossava un vestito bianco molto attillato con ampia scollatura anteriore coperta con un velo e con lungo strascico.
La cerimonia fu bellissima, in chiesa i violini accompagnavano l’organo nell’esecuzione dei brani di musica classica e sacra.
Uscimmo dalla chiesa bombardati da manciate di riso ed iniziò la sequenza dei parenti che venivano a farci le loro congratulazioni e gli auguri. I parenti di Simona erano molto numerosi e provenienti da diverse zone d’Italia, qualcuno anche dall’estero. Da parte mia invece c’erano una ventina di persone, qualche amico e le colleghe dell’ufficio dove lavoravo. Una volta arrivati al ristorante che aveva uno splendido giardino, c’era un aperitivo prima del banchetto, sollevammo i calici mangiammo un salatino quindi il fotografo ci “sequestrò” per andare a fare le fotografie nel parco della villa che ospitava il pranzo di nozze.
Appena ci allontanammo dal tavolo degli aperitivi si avvicinò un uomo, non molto alto di circa 60 anni rotondetto e con diversi tatuaggi che spuntavano dalla splendida camicia di lino azzurra molto aperta che faceva vedere una pesante catena d’oro, il look era completato da un vestito sempre di lino di taglio sartoriale color sabbia. Le scarpe color cuoio come la cintura avevano un’aria molto costosa ed erano probabilmente fatte su misura. I capi di abbigliamento aiutavano a rendere la figura certamente non da modello, un po’ meno goffa.
Si presentò, era Roberto lo zio che ci aveva regalato il viaggio di nozze; non era affabile anzi parlava con fare altezzoso e nei pochi minuti che restò con noi sciorinò i suoi successi ottenuti con il duro lavoro. Il fotografo fortunatamente ci richiamò perché altrimenti la luce non sarebbe stata quella giusta per le fotografie per l’album. Ci congedammo da lui salutandolo e ringraziandolo ancora. Lui, prima di tornare verso la zona degli aperitivi, abbracciò Simona per salutarla e nel farlo allungò le mani tastandole con forza il sedere. Simona evitò di fare casino, non le sembrò il caso ed anche io che mi accorsi della cosa lo guardai un po’ imbronciato ma nulla più.
Quando tornammo dove c’era la zona aperitivi la gente aveva già iniziato ad entrare in sala da pranzo, una splendida veranda con vetrate aperte che facevano sì che il clima fosse fresco nonostante la già calda giornata di primavera inoltrata.
Il pranzo iniziò e proseguì senza eventi particolarmente strani, i soliti cori “bacio bacio” ed i brindisi agli sposi ed alle famiglie.
Come da tradizione venne il classico momento del taglio della cravatta e della giarrettiera, io fui preso dai miei amici per provvedere a fare a fettine la mia cravatta e poi passare fra gli invitati a raccogliere le offerte.
Simona invece fu circondata da alcune sue amiche per prelevare dalla coscia la giarrettiera rossa come da tradizione ma, improvvisamente, fra le ragazze si fece largo lo zio Roberto che si inginocchiò davanti a mia moglie si fece dare le forbici ma non puntò subito alla giarrettiera. Posò le forbici per terra, estrasse dalla tasca una scatolina che aprì. Conteneva una sottile cavigliera d’oro con un charms, sempre d’oro che raffigurava un serpente a forma di S che allacciò alla caviglia di Simona. Solo allora prese le forbici da terra, con una mano scostò la gonna e, molto lentamente, si infilò sotto e tagliò la giarrettiera rossa con una calma olimpica. Cosa aveva fatto con le due mani sotto la gonna di Simona era intuibile anche perché lei si era irrigidita ed era diventata rossa come un peperone. Lo capii fino in fondo solo quando mia moglie mi raccontò i dettagli di quanto avvenuto. Quando Roberto si rialzò, aveva un sorriso beffardo e Simona lo ringraziò con voce bassa ed imbarazzata per il regalo della cavigliera. Roberto allora si avvicinò mettendosi fra noi due e, sempre a voce bassa, disse che Simona doveva ancora imparare il rispetto per le persone che contano veramente e che possono avere un grande impatto sulla propria vita ma che aveva tempo per farlo essendo molto giovane quindi si allontanò con un ghigno diabolico.
Simona mi guardò sorridendo cercando di dissimulare il suo turbamento.
La giornata proseguì normalmente come avviene nei banchetti di matrimonio, dopo il taglio della torta iniziammo il giro per salutare e ringraziare gli invitati per le generose offerte seguite al taglio di cravatta e giarrettiera. Fu un lungo giro e quando capitammo da Roberto lui ci diede appuntamento al villaggio, Ci disse che lo avremmo trovato là e che avremmo avuto molte piacevoli sorprese. Calcò molto la mano sull’aggettivo piacevoli facendo capire senza fraintendimenti che piacevoli avrebbe potuto essere sostituito da libidinosi e o goduriosi.
Quella sera, finalmente a casa, stanchi per l’impegnativa giornata facemmo l’amore in modo dolce e poco libidinoso quindi mi addormentai per la stanchezza.
Forse per il pranzo particolarmente ricco o per lo stress accumulato, il sonno non fu continuo ed ogni tanto aprivo mezzo occhio. Durante uno di questi episodi sentii Simona che ansimava e che si stava toccando. Capii così che si stava masturbando cercando di non fare rumore per non svegliarmi. Feci finta di continuare a dormire ma di sottecchi stavo guardando mia moglie che, mentre con una mano si torturava pizzicandosi i lunghi capezzoli, con l’altra si accarezzava il clitoride tirandolo con le dita. Alternava i massaggi del clitoride ad una penetrazione con le dita lasciando fuori il pollice che continuava lo sfregamento della parte esterna. Quanto più affondava le dita, tanto più i suoi gemiti erano profondi fino a che ne lanciò uno particolarmente lungo, stette ferma qualche secondo quindi, tremolante sulle gambe si alzò ed andò in bagno. Qualche minuto dopo quando tornò io feci finta di essere addormentato e lei si coricò vicino a me cercando di non fare rumore per non svegliarmi
Il giorno successivo, mentre finivamo di preparare le valige ed eravamo praticamente pronti per partire, Simona mi chiamò, mi fece sedere ed alzò la gamba che spuntavano da una minigonna a piegoline e me ne mise una in grembo. Indicò la cavigliera e disse che le piaceva molto, che la riteneva molto sexy con il ciondolo a forma di serpentello che poteva essere l’inziale del suo nome. Mi domandò cosa ne pensassi. La guardai meglio e più da vicino. Lo charm aveva una forma inquietante. Il serpente, per come era fatto, assomigliava a quello di alcune rappresentazioni sacre in cui tentava Eva nel paradiso terrestre. Simona poi mi fece notare che oltre a piacerle molto il serpentello, anche la catena era molto spessa e che quindi, essendo in oro, doveva essere costata parecchi soldi. Le restava qualche dubbio sul significato della S ma ci dicemmo che avremmo chiesto conferma a Roberto una volta arrivati al villaggio turistico. Le feci una carezza sul viso baciandola, mi ero arrapato anche perché la gonnellina si era sollevata ed avevo ad altezza viso la sua passera coperta solo dal minuscolo perizoma trasparente che indossava e che col movimento di sollevare la gamba, si era ulteriormente ristretto perché finito fra le grandi labbra della sua fighetta. Le sarei saltato addosso ma era ormai orario di partire per non arrivare tardi al villaggio e così presi le valige caricandole in auto. La aspettavo fuori la vidi chiudere il cancello di casa e, con il sole alle spalle, la sua figura controluce era evidenziata e la silhouette perfettamente disegnata. Mentre camminava inoltre le sue grandi labbra che aveva particolarmente pronunciate, si intravvedevano attraverso al leggera gonnellina trapassata dal sole.
Prima di uscire aveva anche indossato una canottiera di maglina di cotone molto sottile a costine piccole, ovviamente senza reggiseno ed i capezzoli spingevano contro il tessuto quasi bucandolo. Inutile dire che quella visione mi procurò una eccitazione ed una erezione tremendi.

L'articolo La cameriera della trattoria dei camionisti – cap. 3 proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/la-cameriera-della-trattoria-dei-camionisti-cap-3/feed/ 0
Ossessione – Capitolo 21 https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/ossessione-capitolo-21/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/ossessione-capitolo-21/#respond Sun, 15 Mar 2026 10:24:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119682 Nelle puntate precedenti L’esperienza di cameriera nel “topless bar sotto steroidi” svizzero sta giungendo al termine per Marta. Se all’inizio sembrava essere il lavoro dei...

L'articolo Ossessione – Capitolo 21 proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
Nelle puntate precedenti
L’esperienza di cameriera nel “topless bar sotto steroidi” svizzero sta giungendo al termine per Marta. Se all’inizio sembrava essere il lavoro dei suoi sogni, presto ha preso una piega che ha portato a conflitti con le sue colleghe e soprattutto con Giulia. Ha ancora senso per la ragazza combattere per essere la migliore?


    Elga si affaccia nella saletta. «Marta, hai il tavolo 9: colazione e irrumatio.»
    Annuisco e mi alzo in piedi. Sabine è in fondo alla panca di fronte alla mia, persa nella lettura di qualcosa, accanto a lei il volume consunto di “Der Zauberberg” con la carta da gioco usata come segnalibro prossima alla copertina di retro.
    Raggiungo il bancone: un vassoio con un french toast ed un bicchierone di succo di frutta mi aspetta. Sono due mesi che lavoro in un fast food, e l’unica cosa che ho ingerito è solo sborra di gente che non conosco e non ho idea di come sia il cibo che esce dalla cucina.
    Sul viso di Elga compare un sorriso mesto. Mi si avvicina abbastanza da sussurrare. «Marta, mi spiace che questo sia il tuo ultimo giorno con noi.»
    L’emozione che tende le mie labbra è ancora più triste. «Mi mancherai, Elga.» Forse, solo tu tra tutti qui dentro. Hai voluto imparare da Giulia a squirtare, ma sei rimasta l’unica che continuasse a non trattarmi come un’appestata.
    Sospiro, sollevo il vassoio all’altezza della testa e mi avvio nella sala da pranzo. Il venerdì è sempre pieno di gente, soprattutto a mezzogiorno, e non c’è quasi che il tempo per lavarsi tra un cliente e l’altro.
    Cammino tra i tavoli, qualcuno si volta a guardarmi: un paio di commenti pesanti mi raggiungono, oramai la solita solfa su quanto sia figa o di quanto vorrebbero mettermi a novanta. Incredibile come, dopo due mesi sia passata dal cuore che batte per l’orgoglio al non farci quasi più caso. Devo ricordarmi di sorridere e annuire ai clienti arrapati, anche se so che i tre quarti di questi, se mi incontrassero all’esterno del bordello, abbasserebbero lo sguardo e passerebbero oltre, incapaci del minimo approccio.
    Eva sta cavalcando un tipo dai capelli rossi e due baffoni a manubrio che si presenta spesso a “La fritula”: dopo averci passate quasi tutte, ha scelto lei come sua preferita e se la scopa almeno un paio di volte alla settimana. È l’unico che conosco qui dentro che ordina davvero delle fritule come pasto…
    Sono su uno dei divanetti, lei ha le mani appoggiate sul petto dell’uomo e sobbalza sul suo cazzo. L’uomo è estasiato. Deve avere almeno il doppio degli anni di Eva. «Sprüh mir ins Gesicht, meine Göttin!»
    La ragazza sposta una mano sulla sua passera e inizia a masturbarsi. Nelle ultime due settimane ha migliorato la tecnica, e lei e le altre hanno discusso tra di loro, tra una scopata e l’altra, se mettere nella lista delle prestazioni anche lo squirting.
    Diverse teste accanto ai due si voltano per ammirare lo spruzzo di piacere di Eva. Io distolgo lo sguardo: è qualcosa di troppo doloroso.
    La cagnetta a stelle e strisce è appoggiata ad un tavolo, un tipo allampanato la tiene per le anche e le scopa il culo. Lei geme sorridendo. Non ha mai dimostrato un minimo di tecnica, vederla scopare mi ricorda sempre un ciocco di legno tagliato con una scure, ma la cagnetta è apprezzata per il suo aspetto fisico da sportiva. E le tette finte. È l’unica con le tette finte, nel nostro turno.
    Andri sta lavorando di lingua sulla figa di una biondina che deve avere vent’anni al massimo. L’hanno accompagnata un paio di amiche, che si aspetteranno di essere scopate anche loro dal ragazzo superdotato. La tipa ridacchia, lancia gridolini di piacere, prova a commentare quanto le sta piacendo ma singulti di godimento le interrompono le frasi. Una delle accompagnatrici non riesce a staccare gli occhi dal culo di Andri e continua a palparglielo…
    Un lungo sospiro esce dalle mie narici. Mi auguro di riuscire a vedere per l’ultima volta Andri scopare e portare all’orgasmo qualcuna di loro.
    L’assenza di Giulia si sente. Il mormorio della clientela riempie la sala, e non è sovrastato dalle grida della cagna che gode e fa godere il suo cliente. Almeno, l’ultimo giorno di lavoro, ho il piacere di non vedere lei, le sue bocce mostruose e gli spruzzi di squirto che lavano la gente.
    Appoggio il vassoio sul tavolo 9: un ragazzo con i capelli a porcospino e una catena di acciaio al collo sorride nel vedere il mio corpo nudo. Lui è l’ultimo cliente.
    Pensa se fosse stato qualcuno che conosco… dopo averne soddisfatti mezzo migliaio in due mesi, immagina se l’ultimo è un mio amico o, peggio un parente, che si ferma a mangiare qui e, vedendo le hostess, decide di ordinarmi perché vede la mia foto e scopre che vorrebbe scoparsene una simile a quella bella fighetta di Marta, che mi arrapa sempre ma non me la sono mai fatta…
    Sorrido. Oramai quasi non si distingue più il sorriso vero da quello PanAm. «Buongiorno, sono…» Le parole mi escono di bocca come la registrazione di un robot. Chissà se mi ritroverò a dirle per sbaglio in futuro, magari mentre sono sovrappensiero…
    Non mi sono nemmeno accorta se lui ha risposto. Meglio tornare a concentrarmi sul mio lavoro.
    Mi inginocchio davanti al cliente e appoggio le mani sulle mie ginocchia, la posizione standard per un irrumatio, qui dentro, e aspetto.
    Lui si alza in piedi e tira fuori un cazzo di tutto rispetto dai jeans. Si avvicina e si ferma con il cazzo a pochi centimetri dalle mie labbra.
    Trattengo un sorriso. Mai avrei pensato che qualcosa che consideravo degradante quanto farmi fottere la gola mi sarebbe mancato, eppure… un po’ mi dispiace che questo sarà l’ultimo a farlo. A meno che Dario non voglia accettare di farlo, quando saremo tornati insieme, ma dovrò capire come proporglielo senza fargli capire che ho passato l’estate a farmi fottere in un McDonald’s nudista da chiunque…
    Chissà se lui se l’è spassata con qualcuna, in questi due mesi?
    Il tipo mi guarda dall’alto. «Apri la bocca… eh…»
    È l’ultimo… perché non trattarlo bene? Gli faccio un occhiolino. «Mi piaci, lo sai? E se ti facessi un trattamento speciale?»
    Lui solleva le sopracciglia. «Cioè?»
    Gli prendo il cazzo con la mano, lo scappello e lo sollevo. Passo il polpastrello del dito sulla cappella, spargendo per tutto il glande la goccia trasparente uscita dal meato. Lui apre la bocca quasi quanto spalanca gli occhi, un profondo respiro gli riempie il petto. Ruoto la testa sotto il suo sesso e prendo in bocca una palla, la succhio, sotto la lingua il nocciolo fa resistenza.
    «Porca…» Il tipo ansima, le sue parole sono interrotte da boccheggi. «Porca puttana… sì…»
    Sì, mi mancherà questa soddisfazione.
    Metto la mano libera tra le sue cosce. Trattengo a stento la tentazione di infilargli un dito in culo, ma è una pratica che solo un paio di volte mi è stata chiesta, e non vorrei rovinare la mia ultima performance spingendomi troppo oltre. Premo un paio di dita nel perineo, che non è poi tanto differente per quanto meno “invasivo”.
    Sego appena il cazzo che si è fatto ancora più duro e lucido i coglioni del tipo, uno dopo l’altro. Sono caldi, si stanno riempiendo di sborra: lo farò esplodere nella mia bocca come un candelotto di dinamite liquida.
    Lui ansima come se fosse in iperventilazione. Sono brava, sono la migliore, anche se non piscio squirto in faccia ai miei clienti.
    Mi afferra per i capelli ma non mi tira indietro. «Non… non farmi venire… ancora…»
    Un paio di tavoli più in là, la cliente di Andri urla di piacere sotto il ragazzo che la sta scopando, le sue due amiche sogghignano a quello spettacolo come se fosse comico, ma sono certa che stanno morendo dentro.
    Lascio cadere sul mio viso il cazzo e mi spingo indietro dal suo inguine. La palla esce dalla mia bocca, lasciandola gocciolante e lucida di saliva, e l’uccello mi scivola su un occhio: mi fermo quando mi arriva sulle labbra con la punta.
    Gli faccio di nuovo l’occhiolino e gli sorrido. «Non venire subito, mi raccomando: fammi divertire un po’ con il tuo bel cazzone in bocca.» È rosso in volto, lo sguardo che usa per fissarmi è pure devozione. Apro la bocca e glielo faccio infilare dentro la mia cavità orale.
    Lui ansima, mette le mani sulle mie tempie e mi blocca la testa. Si solleva un po’, mi fa scivolare il cazzo per tutta la lunghezza in bocca e lascio solo uno spirale aperto tra le labbra. La cappella mi arriva oltre le tonsille.
    Inizia a fottermi, il suo uccello è in un bagno di saliva che spinge nella mia gola o fa scivolare fuori dalle mie labbra. Ricordo ancora la prima volta che mi hanno scopato la bocca, a momenti mi strozzavo; oramai, sono talmente abituata alla cosa che non mi dà più nessun problema.
    Detestavo quel gluc-gluc-gluc che produce la mia bocca mentre mi scopano, era il simbolo del degrado, ma adesso devo trattenermi dal toccarmi a quel suono tanto mi eccita.
    Sì, devo chiedere a Dario di scoparmi la gola, lo adoro troppo…
    Il cliente muove la testa all’indietro, emette un verso come se stesse facendo uno sforzo. Mi sa che l’ho stimolato troppo con la leccata di palle… Viene già. Mi sborrerà in gola o…
    Spinge l’inguine all’indietro e afferra il cazzo bagnato. Un paio di cucchiaiate di saliva straborda dalle mie labbra, scende sul mento e cola sulle mie tette. Chiudo gli occhi e sorrido. Un sorriso vero, non uno di servizio.
    L’uomo accompagna ogni spruzzo con un “ah!”. Il primo mi prende in volto sulla sinistra, gli altri tre sono più centrali e colpiscono il naso e le labbra; qualche goccia mi finisce sul seno e sulle spalle.
    L’odore di sborra calda mi riempie le narici. Il pizzicore tra le piccole labbra cresce fino a diventare fastidioso. Dopo che il mio viso è stato il bersaglio di scariche di sperma cinque o sei volte al giorno per otto settimane, Dario dovrà faticare per soddisfare le mie nuove perversioni…
    Mi sollevo in piedi e mi tolgo la sborra dalle palpebre con le dita. Sorrido al cliente. Il volto dell’uomo è rilassato, soddisfatto. Ma mai quanto me.
    Gli brillano gli occhi, contempla il suo piacere che cola sul mio viso. Lo so, caro: una donna bella, con una sborrata sul viso, diventa ancora più meravigliosa. «Grazie, sei stata fantastica.» Prende il cellulare dal tavolo. «Voglio lasciarti una buona recensione e cinque stelle!»
    Appoggio una mano sulla sua che sta toccando lo schermo. Sorprendono me per prima le parole che escono dalle mie labbra. «Non importa, non preoccuparti.»
    Lui mi guarda confuso.
    Sorrido. «Ciò che mi importa è che tu ti sia divertito quanto hai fatto divertire me. Adesso, goditi il pranzo prima che si raffreddi, e, magari, segati un paio di volte pensando a me.»
    Il suo sguardo passa sul mio corpo come la luce dello scanner quando sta registrando un documento. Annuisce. «Puoi contarci,» sussurra. «Ma un cinque stelline te lo meriti lo stesso.»
    Gli soffio un bacio, mi volto e mi allontano.
    Passo la punta della lingua sulla goccia di sborra che mi prude su un labbro. Ormai, la mia valutazione di quasi 5 è crollata a un 3,2 stelle, ma… Sospiro. Che importa? Io ce l’ho messa tutta per quasi due mesi per diventare la migliore qui dentro, mi sono sforzata, ho abbandonato ogni ritegno e ogni remora nel sesso. Mi sono fatta sfondare il culo e mettere in bocca il cazzo appena estratto dal mio stesso intestino, mi sono ritrovata con perversioni che nemmeno credevo potessero esistere e per cosa?
    Su un divanetto, Sabine si scuote e squirta in viso al suo cliente, che si mette ad urlare estasiato, con il pubblico attorno che applaude.
    Distolgo lo sguardo. Eva e Sabine erano mie amiche, due ragazze fantastiche… ancora non so se ridere o piangere per quella volta che ci hanno scopate tutte e tre insieme durante una festa privata qui a “La fritula”. Adesso non mi rivolgono più la parola per come ho cercato di smascherare i magheggi di Giulia per apparire la migliore.
    Ma Giulia è la migliore, non c’era nessun magheggio…
    Lurida cagna…


💖 Premi il cuore Se la storia ti è piaciuta, e vuoi dimostrarlo con un grattino al mio impegno e alla mia autostima di scrittore, schiaccia il tasto “Adoro” qui sotto (se funziona). Grazie in anticipo.
✒ Lascia un commento Scrivi e fammi sapere cosa ne pensi delle avventure erotiche di Marta, del suo tentativo di diventare una scrittrice erotica e del suo lavoro nel bordello svizzero. Secondo te, come proseguirà la storia?
📧 Scrivimi una e-mail Mandami una email a [email protected] se vuoi ricevere la storia completa su PDF o formato ebook e conoscere in anticipo come finisce la storia di Marta nel suo tentativo di avere i soldi per acquistare il corso di scrittura creativa.
📱 Contattami su Telegram Se vuoi un contatto più veloce, puoi scrivermi a @williamkasanova (soprattutto se vuoi capire come caricare l’ebook su Kindle).

L'articolo Ossessione – Capitolo 21 proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-milu/ossessione-capitolo-21/feed/ 0
Errori – 3. Maneki Neko https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/errori-3-maneki-neko/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/errori-3-maneki-neko/#respond Sat, 14 Mar 2026 22:29:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119680 Sono al bar, aspettando Elisabetta. E’ il classico bar per vecchi: tavoli e panchine di legno all’esterno, perfetto esempio di stile Sagra della Salamella. E’...

L'articolo Errori – 3. Maneki Neko proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
Sono al bar, aspettando Elisabetta.
E’ il classico bar per vecchi: tavoli e panchine di legno all’esterno, perfetto esempio di stile Sagra della Salamella. E’ appena iniziata la primavera e all’interno non c’é nessuno, salvo la barista, una donna asiatica sulla quarantina, che a stento parla italiano e che al momento é occupatissima col suo cellulare. Tanto meglio: avremo più riservatezza.

I posti all’esterno invece sono tutti occupati da perdigiorno e da anziani col bianchino in mano, assidui giocatori di Briscola e Scopa; nessuna tra queste persone mi conosce.
A differenza dell’esterno l’interno ha il suo perché: tutto in legno, tavoli massicci e buone sedie imbottite a circondarli. Ci sono anche dei posti contro il muro, nascosti alla vista della cameriera. Scelgo uno di questi.

Cristina ha mandato un messaggio a Elisabetta l’altro ieri, dimostrandole di avere il materiale che la riguarda e invitandola ad un incontro per oggi pomeriggio, Sabato. Peccato che Cristina non ci sarà e sarò presente soltanto io. La nostra compagna nemmeno é venuta a scuola negli ultimi due giorni: deve proprio avere un brutto mal di pancia. Ordino un’acqua tonica con ghiaccio e limone e ripasso mentalmente ciò che devo dirle.

L’ingresso é circondato da vetrate e posso tener d’occhio l’esterno. Eccola: Si aggira tra i tavoli fuori cercando con lo sguardo Cristina. Povera Sciocca.
Qualche avventore particolarmente maleducato si volta e commenta il suo culo esplosivo in dialetto stretto, mentre lei si avvia verso l’interno del locale, fingendo di non sentirli. In effetti, attira parecchia attenzione: indossa una camicia aperta sopra ad una canottiera grigia a coste, discretamente scollata, sottile e aderente, che lascia intravedere il profilo del reggiseno. Il mio basso ventre inizia a scaldarsi e sento il sangue fluire.

Non avendo trovando Cristina all’esterno, varca la soglia del bar. Butta un occhio all’interno e non mi vede. Chiede alla cameriera se c’é qualcuno all’interno. Sento il suo accento marcato: “Là dietro”. Si avvicina, ma riesce a vedermi soltanto all’ultimo, ormai a poco meno di un paio di metri di distanza. Sussulta, digrigna i denti, e una smorfia le attraversa il viso per una frazione di secondo. Sorpresa, vero?

“Toh, Elisabetta. Che ci fai qui?” é evidentemente preoccupata di aver trovato qualcuno che la conosca e che di fatto impedirà il suo incontro con Cristina.

“C-ciao Raffaello… Niente di che, passavo di qui e mi é venuta sete.”

Mi mordo la lingua, per trattenere la risatina che si stava affacciare sulle mie labbra. Non è tanto brava con le scuse, bisogna dirlo. Potrei far finta di crederle, ma decido di metterla un po’ sotto pressione.

“Davvero? Pensavo stessi cercando qualcuno. Ho sentito la domanda che hai fatto alla cameriera”.

“Beh sì, e-ecco. Avevo un appuntamento con un’amica da queste parti che però non si trova da nessuna parte e ho deciso di fare un giro e poi mi é venuta sete e ho pensato che fosse entrata anche lei qui…”. Le sue parole fluiscono ad una velocità impressionante, e la sua lingua quasi incespica tra le sillabe. Agitatina?

“… é l’unico locale che c’é da queste parti!”, si affretta ad aggiungere.

Resta un paio di secondi impalata, a osservarmi, la bocca semiaperta e muovendo il peso del corpo prima su un piede, poi sull’altro. Noto che apre e dischiude le labbra, come se stesse cercando di deglutire della saliva, ma senza alcun successo.

Finalmente, adocchia lo zaino che mi sono portato appresso: “Tu? Stai studiando?”

“Giusto qualcosina. Mi piace venire qui a studiare ogni tanto, è un posto tranquillo.”

Sfoggio il sorriso più conciliante del mondo, esibendo tutta la mia cortesia e gentilezza.

“Ma senti. Mi sembri con la bocca riarsa. Siediti con me intanto che aspetti la tua amica, ti offro qualcosa. In cambio, potresti aiutarmi con una faccenda di Hegel che non capisco del tutto?” Palla colossale, sono un asso della filosofia. Non aspetto la sua risposta, e alzo il braccio, sporgendomi fuori dal tavolo per attirare l’attenzione della cameriera.

“Coca va bene?”, le chiedo. Lei non risponde, ma resta ferma in piedi, in silenzio, presa alla sprovvista dalla mia proposta. Ordino una lattina, mentre la fronte di Elisabetta si corruga leggermente: credo che stia iniziando a sospettare qualcosa. Mi sembra quasi di percepire il cricetino dentro il suo cervello correre all’impazzata, cercando di elaborare quello che sta succedendo. Resta in silenzio, non sa cosa dire, non sa cosa fare. Poi, la sua espressione cambia leggermente, mentre i suoi occhi si stringono leggermente, diventando delle piccole fessure marroni. Forse, finalmente, inizia a capire. Era ora, stupida gallina.

Quando la cameriera appoggia la lattina e il bicchiere sul tavolo, Elisabetta è ancora in piedi, come se fosse intorpidita, confusa e assorta nel filo dei suoi pensieri. Vedendo la signora fa un saltello di lato, come se non si aspettasse la sua presenza. Con la mano la invito a sedersi, mentre con il cellulare apro la pagina wikipedia di Hegel. In inglese. Inizio ad esporle il mio dubbio, dicendo cose che non hanno troppo senso, ma tant’è. Nel frattempo, lei prende posto di fronte a me, lanciando sguardi tutto attorno, come se ancora si aspettasse che Cristina possa comparire da un momento all’altro.

Le indico alcune cose dal mio cellulare, chiedendo informazioni in più sul filosofo: tempo di finire le mie due domande, lei ha già guardato il suo cellulare cinque volte. Arranca sugli argomenti e, a corto di idee, estrae anche lei wikipedia. Continuo con le domande, ma osservando attentamente e noto che dopo pochissimo ha già aperto i suoi messaggi, cercando un contatto chiamato “Crinegra”. Ovviamente è inutile scriverle, perchè Cristina non darà alcun segno di vita, ma lei, pur magari sospettandolo, non può saperlo con certezza.

Continuo ad insistere su Hegel per qualche minuto: Elisabetta continua a non saper rispondere, e d’altra parte le sue capacità sulla materia sono minime, e la situazione può solo peggiorarle. Dopo poco sbuffa.

“Senti, non lo so. Non ho idea di cosa parli e non capisco un cazzo di questa cosa.”

Riprende a guardare i suoi messaggi, e sbuffa di nuovo. Nessuna risposta da Cristina.

“Senti, io devo andare.”

Io sorrido placidamente, mentre la vedo raccogliere le sue cose. Tengo in una mano il mio cellulare, e la mia acqua tonica nell’altra.

“Sicura? Non hai ancora finito la tua coca.”

Ormai lei si è alzata e, voltandosi, fa le spallucce, compiendo il primo passo per allontanarsi da me. Sorrido.

“Peccato tu te ne vada già. Avevo ancora una domanda per te.”

Non appena finisco la frase, faccio partire il video del suo pompino al ragazzo, col volume leggermente alzato, in modo che solo lei possa sentire distintamente quello che viene detto, e riconoscere gli epiteti che le erano stati rivolti.

Si pietrifica sul posto, e si volta lentamente. Il suo sguardo angosciato vaga prima sul mio viso, poi sullo schermo del mio cellulare, ora rivolto verso di lei, su cui può osservare se stessa succhiare avidamente quella cappella, e poco dopo farsi inondare la bocca di sborra. La sua espressione è stupefatta, ma non tanto quanto mi sarei aspettato. Evidentemente, i suoi dubbi hanno trovato una conferma.

“Stai capendo?”

Sorrido placidamente e, con lo stesso gesto che avevo fatto qualche minuto prima, la invito a sedersi di nuovo. Tremando, prende posto di fronte a me per la seconda volta.

“Certo che ti dai un gran da fare con la lingua.”

Piego il capo, contemplando le sue capacità di bocchinara.

“Pompino da manuale, devo ammettere. Sembri proprio brava.”

Le gambe di Elisabetta tremano convulsamente, e le sue mani si muovono prima sul tavolo, poi sfregano le sue gambe, poi vanno ad incrociarsi sul petto, e poi ritornano sul tavolo.

“Cosa vuoi?”

Inspiro profondamente. Cerco di sembrare sicuro di me, ma non lo sono affatto: ho il cuore che rimbomba nel petto per l’eccitazione. Mica è cosa di tutti i giorni ricattare qualcuno.

“Quasi un po’ invidio questo ragazzo.”

Cerco il video successivo, quello in cui si fa inculare selvaggiamente dall’uomo.

“Ma quasi invidio di più lui, sai? Il tuo sedere sembra particolarmente accogliente.”

Riporto il mio sguardo sulla mia compagna di classe. Sta arrossendo visibilmente, il suo volto è una maschera indurita dalla paura, forse anche dall’umiliazione. Una goccia di sudore le scende dalla fronte verso il mento. Digrigna i denti, mentre un’espressione rabbiosa e stizzita le attraversa il viso.

“Cosa volete?”, esclama di nuovo, perentoriamente.

Poso il telefono, e mi appoggio allo schienale della sedia, distendendomi un poco. Non rispondo immediatamente, e faccio passare qualche secondo, guardandola e inclinando il capo prima da un lato, poi dall’altro.

“Sai, riflettevo. Io credo che chiunque veda queste cose che fai sarebbe davvero entusiasta di farsi fare un pompino da te, o di scoparti. Non hai mai pensato di avere una carriera nel porno?”

Schiocca la lingua: “Non sono una troia.”

“Credo che chiunque vedrebbe le tue performance la penserebbe diversamente. Non saresti felice di essere sommersa dalle proposte di tanti ragazzi e uomini che si eccitano nel vederti? Saresti famosa. O almeno, lo saresti nella provincia.”

Digrigna i denti, scandendo le parole: “Cosa volete?”

Faccio le spallucce: “Ancora non l’hai capito?”

“Volete fottermi.”

Non riesco a trattenere una risatina: “Certo, in un certo senso, sì. Ma non vogliamo soltanto fermarci a quello. Non credi che una scopata sarebbe un po’ poco?”

Il suo sguardo si abbassa, e le mani, ancora strette attorno al petto, si stringono ancora di più.

“… Soldi.”

Rido di gusto. Certo che ai soldi io e Cristina non ci avevamo poi pensato. Non è una cosa che ci interessa granchè e poi Elisabetta non è che avrà tutta questa libertà nel disporre dei soldi dei suoi genitori. Pur essendo di famiglia abbastanza ricca, non credo passerebbe inosservato la sottrazione di denaro dal conto di suo padre. No, ci scoprirebbero in un attimo. E poi, i nostri desideri sono davvero molto più terra terra.

Alzo un sopracciglio, senza lasciar intendere una risposta diretta: “Togliti una scarpa.”

Corruga la fronte, e i suoi occhi si posano sotto il tavolo, a guardare le sue scarpe. Ripeto la stessa frase. Trattengo il respiro, per vedere come reagisce. Sto già chiedendo troppo? Il dubbio di rovinare tutto, e che se ne vada sbattendo la porta, mi attanaglia. Poi, la vedo chinarsi lentamente, slegarsi i lacci e se togliersela. Sorrido, e una sensazione di compiacimento e soddisfazione si fa strada dentro di me. Tamburello l’indice sul tavolo. Lei, incredibilmente, capisce, e la appoggia lì, a quache centimetro dalla mia mano: una scarpa bianca, praticamente nuova, di tela. Solo i bordi della suola sono leggermente sporchi.

“Solleva il piede da sotto il tavolo, dammelo in mano.”

Mentre sento sollevarsi la sua gamba, contemplo le sue espressione, che sembra mutare da un secondo all’altro, come se il suo viso non sapesse decidersi, tra mostrare sconcerto, paura, fastidio, o rabbia. Ha proprio un faccino innocente, incorniciato da capelli castani lunghi, la carnagione leggermente abbronzata. Le labbra, rosse e un poco carnose, tremano appena dischiuse. Afferro il tallone e le tolgo il fantasmino. La tiro per la gamba e lei si irrigidisce, sospetta. Attendo che intuisca il prossimo passo, ed effettivamente, dopo qualche secondo capisce, e gli occhi le si inumidiscono.

Appoggio la pianta del piede contro il mio pacco: “Massaggia.”

Inizialmente, resta immobile, ma, lentamente, sento le dita del piede muoversi, e il mio cazzo, già duro, irrigidirsi ancora di più. Appena sente la mia erezione si blocca, e cerca di sottrarsi.

“Q-quanto vuoi. Posso pagarti.”

Sbuffo, e strattono il suo piede con più forza tra le mie gambe: “Fa’ la brava. Impegnati.”

Stringe i denti, ma ciononostante riporta docilmente il piede in posizione e con la mano la guido. Sento le sue dita percorrerlo in tutta la lunghezza: preme contro ogni irregolarità, e arriva a sfiorarmi l’orlo della cappella, causandomi un brivido. Osservo il suo viso: ormai é contratto in una smorfia, le labbra incurvate all’ingiù. E’ sull’orlo del pianto, ma voglio insitere ancora.

“Non fermarti.”

Infine, faccio un cenno verso la scarpa sul tavolo: “Leccala”

Il viso completamente rosso, il respiro affannato. Ha gli occhi sbarrati, non vuole credere alle sue orecchie. Guarda la calzatura sul tavolo, poi guarda me, e poi di nuovo la scarpa. Tremando, la prende in mano e apre la bocca. Internamente, gioisco: l’umiliazione, il sale della vita.

Disgustata, strizza gli occhi con forza, e appoggia la punta della lingua contro la suola, sfiorandola appena. Una singola lacrima scende lungo la guancia destra. Che meraviglia. Non voglio, non posso dimenticare questo momento, e voglio mostrare quanto sta accadendo a Cristina. Estraggo il telefono per immortalare il momento: questa fotografia sarà il nostro primo trofeo.

Elisabetta sussulta vedendo il cellulare, e si blocca. Improvvisamente, la rabbia prevale sulle altre emozioni. Evidentemente, un briciolo di dignità le è rimasto, e si sta facendo sentire. Sorrido: so che non si tirerà indietro, la posta in gioco è troppo alta per lei. E invece: mi lancia la scarpa addosso.

Ok, questo non l’avevamo calcolato.

Per fortuna mi manca. Accecata dalla furia, mi urla addosso:

“Sfigati di merda, figli di puttana, non riuscirete mai a fare con me quello che volete!”

Singhiozza: “Provateci! Provateci a mandare in giro quella roba! Avrete paura ad uscire di casa, le vostre vite saranno finite! CAPITO? FINITE!”

Si alza e corre via dal locale, così, senza una scarpa. Uscendo, sbatte la porta, facendo cadere da una mensola vicino all’ingresso un Maneki Neko, il famoso gatto porta fortuna, che, cadendo, si frantuma in mille pezzi. Che dire: abbiamo toppato alla grande.

Rimango fermo qualche minuto, senza riuscire a pensare a nulla: il mio sguardo resta fisso sul calzino e sulla scarpa lasciati indietro da Elisabetta. Sento la proprietaria del locale sbuffare, e spazzare con la scopa i resti del gatto infranto. Cosa ho sbagliato? Era troppo?

Afferro le calzature, e le infilo nello zaino. Sospiro: magari saranno un ricordo, o un monito per il futuro. Mi alzo e vado a pagare.

La proprietaria è dietro la cassa, e mi guarda arrivere con un’espressione lievemente corrucciata, ma non sembra troppo turbata da quanto è successo. Penso che forse, per qualche ragione, sembra mostrare un velo di empatia e, infatti, la conferma non tarda ad arrivare:

“Litigare innamorati, vero?”

Abbozzo un sorriso: “All’incirca, signora… All’incirca…”

Mi guarda, impietosita: “Non preoccupare, se amore vero, lei fare pace con te.”

Ringrazio il cielo per le sue carenze linguistiche: se solo fossero state migliori, avrebbe capito meglio la situazione. Esco dal locale e mi avvio verso casa di Cristina, ho bisogno di raccontarle faccia a faccia quello che é successo. Percorro la strada con la mente assorta e obnubilata, e quando Cristina mi vede suonare il suo campanello appoggiato al cancellino, segno di tutto il mio sconforto, mi accoglie in casa senza dire una parola.

“Cazzo. Questo non me l’aspettavo.”

La mia amica è appoggiata alla sua scrivania, mentre io sono sdraiato sul letto, in stato quasi catatonico. Dove abbiamo sbagliato? Volevamo sorprenderla e non lasciarle occasione di reagire, sfruttando proprio il fatto che mi sarei presentato io invece che Cristina. Sarebbe dovuto andare tutto liscio, avevamo il coltello dalla parte del manico. Con tutto il materiale che avevamo a disposizione, potremmo compromettere la sua vita non poco: il suo giro di amicizie, al di fuori di Anna, è composto da persone ricche, sciocche e moraliste. Amici dei tempi dell’oratorio, del grest. Per non parlare poi delle voci che si sarebbero diffuse in paese; qui, almeno di vista, tutti conoscono un po’ tutti e tutti, chi più chi meno, spettegolano volentieri, e le voci si diffondono velocemente. E i suoi genitori? Gente borghese per bene, arricchitisi grazie alla loro piccola azienda, fieri della loro villa, delle loro belle macchine, superbi, altezzosi. Nonché orgogliosi della loro figlia “ben educata, e volenterosa”, e proprio per questo motivo “non le si vorrebbe mai far mancare nulla”. Con queste parole ho sentito il padre difenderla durante i colloqui scolastici. I suoi genitori l’avrebbero considerata allo stesso modo, dopo aver saputo quanto la loro bambina diventasse zoccola appena metteva il piede fuori casa? Chissà cos’avrebbero fatto, vedendo così infangata la loro cosiddetta buona reputazione. Pensavamo che Elisabetta sarebbe stata magari non più docile, ma almeno più remissiva. Come mai aveva reagito in questo modo?

Discorrevamo così, io mesto, Cristina innervosita: “Sei proprio drammatico.”

In ogni caso, non riuscivamo a trovare una risposta soddisfacente ai nostri dubbi: avrebbe dovuto accettare, e non riuscivamo a comprendere perchè volesse rischiare di essere esposta pubblicamente così. Forse, non ci credeva capaci di condividere quei video. Cristina si avvicina a me, e mi da un paio di pacche decise sul petto.

“Su dai. Non è la fine del mondo. Così è andata, ci ripenseremo domani.”

Piega la testa di lato, come se stesse soppesando un’idea: “Stasera birretta?”

Annuisco, e ci diamo appuntamento per dopo cena. Esco da casa sua, inforco la bici e faccio il tragitto del ritorno prosciugato di ogni energia. Appena entro nel mio appartamento, saluto i miei rapidamente e mi butto sul divano: meglio dormirci sopra e non pensarci più. Mi sveglio un po’ più fresco, ceno e mi butto sotto la doccia.
Ripenso a tutto quello che é successo nei giorni scorsi, frustrato e amareggiato, mentre l’acqua mi scorre sul capo e sulle spalle. E pensare che avremmo potuto divertirci così tanto con quella troia.

—————–
Per commenti e chiacchere varie mi trovate su:
Discord: valdemiro0505
Mail: [email protected]

L'articolo Errori – 3. Maneki Neko proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/errori-3-maneki-neko/feed/ 0
Marika: fine primo capitolo e inizio secondo capitolo (La vacanza a Rimini) https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/marika-fine-primo-capitolo-e-inizio-secondo-capitolo-la-vacanza-a-rimini/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/marika-fine-primo-capitolo-e-inizio-secondo-capitolo-la-vacanza-a-rimini/#respond Sat, 14 Mar 2026 16:46:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119678 Ciao a tutti. Innanzitutto volevo scusarmi con i tanti lettori che mi hanno scritto dopo aver pubblicato il primo capitolo di questa storia dandomi consigli...

L'articolo Marika: fine primo capitolo e inizio secondo capitolo (La vacanza a Rimini) proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
Ciao a tutti.

Innanzitutto volevo scusarmi con i tanti lettori che mi hanno scritto dopo aver pubblicato il primo capitolo di questa storia dandomi consigli su come continuarla. Purtroppo in questi mesi ho avuto alcuni problemi personali che non mi hanno permesso di continuare con il secondo capitolo, ma ora eccomi qui. Oltretutto, per un errore mio, il primo capitolo è andato perduto, ma, prima di proseguire vi farò comunque un rapido riepilogo.

Vi ricordo che questa storia è completamente inventata e che prevede cinque capitoli in cui, alla fine di ognuno (a parte l’ultimo ovviamente), lascerò il finale in sospeso e, in base ai consigli che mi arriveranno via mail, scriverò il finale nel capitolo che verrà… come una catena. Qualora non mi arrivasse nessun consiglio, il racconto terminerà qui e il progetto potrà considerarsi concluso anche se incompleto. Dopo il primo capitolo mi sono arrivate comunque molte mail con consigli interessanti pertanto sono speranzoso nella vostra collaborazione per continuare.

Eccoci dunque arrivati al secondo capitolo dove troverete anche la fine del primo, però, come scritto sopra, sotto forma di riepilogo.

I protagonisti di questa storia sono essenzialmente 3:

Enrico, ovvero il sottoscritto. Sono un ragazzo di circa 30 anni ma all’epoca dei fatti narrati ne avevo poco più di venti. Sono alto 180 cm, capello nero corto, fisico abbastanza palestrato, di aspetto piacevole, curato e pulito. Vivo a Cremona, nella depandance adiacente alla villa di mio padre, ricco industriale, divorziato; lui organizza anche festini orgiastici nella sua abitazione a cui io non ho mai partecipato per un rapporto di riservatezza che abbiamo costruito negli anni. Sono figlio unico e lavoro saltuariamente nell’azienda di famiglia. Sono parte del consiglio di amministrazione della stessa e ne possiedo una piccola percentuale. Posso permettermi praticamente qualsiasi cosa, auto, viaggi, vestiti costosi perchè appunto vivo di rendita dei profitti di mio padre. Ho il culto della palestra, sono iscritto a una del centro, oltre ad averne una mia personale nella depandance. Dopo aver conosciuto Marika (che a breve presenterò), dal punto di vista sessuale, ho cominciato ad ampliare le mie perversioni abbracciando anche aspetti di dominazione, tradimento e bisessualità. Compio gli anni a luglio.

Marika, la mia ragazza. Ha 20 anni e stiamo insieme da un anno. Alta 174 cm, fisico snello ma tonico, seconda di seno appena e un sedero tondo e piccolo che sembra disegnato, tra i più belli che io abbia mai visto. Di viso è spigolosa, con labrra carnose, occhi castani da cerbiatta e sguardo molto intenso e conturbante, ammaliante. Ha capelli castano ramati, porta un caschetto corto bob con frangetta e la nuca è rasata, a scalare. Ha un naso leggermente aquilino. Ha una vaga somiglianza con l’attrice turca Polen Emre, giusto per darvi un’idea. Anche lei ha la passione per la palestra e frequenta con me la stessa del centro città. Sessualmente è molto disinibita e fantasiosa, e con il tempo, capendo le mie perversione sessuali, le ha assecondate assumendo magistralmente il ruolo di dominatrice. Finite le superiori con il massimo dei voti si è trasferita da me, persuasa dallo stile di vita che le potevo permettere. Il sesso con lei è stato fantastico fin dal primo incontro, poi, con il tempo, è sopraggiunta una monotonia sessuale a cui abbiamo rimediato frequentando club scambisti in cui, più volte, abbiamo sperimentato lo scambio di coppia in presenza di entrambi. Al suo compleanno, a marzo, le ho regalato un escort di colore in un camera da albergo con cui ha scopato: io ho assistito masturbandomi e per la prima volta ho leccato il membro di un uomo, seppur per poco. Al mio di compleanno lei mi ha regalato (ovviamente con i miei soldi dato che anche lei è nullafacente) un intero pomeriggio nell’appartamento di una trans brasiliana con cui ho avuto rapporti orali insieme ad altre due sue amiche trans (Marika non era presente).

Franco, collega e socio di minoranza di mio padre. È un uomo sulla quarantina alto 185 cm, in discreta forma fisica, single. Al momento non ha un ruolo di rilievo nella storia ma sono ottimista nel farlo emergere nei capitoli successivi. Partecipa alle cene aziendali che mio padre è solito organizzare in villa, accompagnato sempre da una donna diversa, sempre bellissime e, secondo me, ha un debole per Marika con la quale ha diversi scambi d’occhiate durante le cene. Di questa cosa ho sempre provato un mix di gelosia ed eccitazione anche perchè Franco non mi è mai stato particolarmente simpatico. Ha un atteggiamento sfrontato ed esagerato ma devo riconoscergli comunque un buon approccio nel lavoro. È persona di fiducia di mio padre.

Bene, terminato il riepilogo della presentazione dei personaggi posso proseguire. Dove eravamo rimasti? Ah sì…. è novembre del nostro secondo anno assieme e sono qui, a pancia in su, ingabbaito e ammanettto alla testiera di un letto in uno squallido hotel gestito da una cinese, appena fuori dal casello autostradale di Piacenza. Marika mi sta sopra dandomi le spalle e io le sto leccando via lo sperma dalle natiche appena riversato dai due stalloni di colore che l’hanno scopata mentre io assistevo impotente e anche imbavagliato da un ball gag. Marika mi sta deridendo e offendendo e lo stesso faccio anch’io con lei. Mi sta massaggiando il cazzo ingabbiato con una magic wand aspettando che abbia un orgasmo che attendo da due settimane proprio dentro la gabbietta. Ma proprio sul punto in cui sto per venire ecco che si apre la porta della stanza e…

INIZIO SECONDO CAPITOLO

“Bene, bene…” disse la voce di un uomo. Marika si alzò immediatamente da me e si posizionò carponi alla mia sinistra. “Bene, bene…” ripetè l’uomo. Ora potevo vederlo. Alla soglia della porta c’era questo tipo, alto circa 1 metro e 90, sulla quarantina o forse oltre, capello spettinato, barba di due giorni, vestito con una polo rosa macchiata d’olio motore in alcuni punti, jeans logori. Con la mano destra si toccava la patta dei pantaloni, lentamente. Accanto a lui la proprietaria cinese dell’hotel che ci aveva accolto dandoci le chiavi della stanza. “Vedo che vi siete dati da fare” proseguì l’uomo. I due ragazzi di colore si erano rivestiti e avevano abbandonato la stanza pochi minuti prima per cui eravamo solo noi quattro. L’uomo fissava con uno sguardo vitreo Marika che aveva la bocca semiaperta in un’espressione mista tra stupore e paura.
“Dì un po’ ragazzina… quanti anni hai?”
Marika, balbettando, rispose “Ve… venti…”
“Santa madre di Dio” proseguì l’uomo non staccandole gli occhi di dosso e continuando a massaggiarsi il pacco “Cominciate presto voi giovani d’oggi…”. Poi proseguì “Ora vi spiego come funziona. In questo hotel avvengono cose molto più pervese e sporche di quelle che stavate facendo… non sono nuovo a questi tipi di cose… ora vi do due scelte”
Io ero ancora ammanettato al letto, il cazzo che implorava un orgasmo all’interno della gabbietta ma a poco a poco la paura stava prendendo il sopravvento sull’eccitazione.
“La prima, che è la più semplice e veloce, è che scendiate nel garage di sotto. Faremo le nostre cose e nel giro di mezz’ora sarete fuori di qui. La seconda, se volete provare piaceri forti, è quella di rivestirvi, salire in macchina con noi e andare in un casale non molto distante da qui dove, fino a quando non saremo soddisfatti, parteciperete a giochi erotici molto ma molto particolari”
Con la bocca secca a causa dello sperma che avevo leccato fin poco prima dal culo di Marika ebbi un sussulto di ribellione e lo affrontai “E se noi ci rifiutassimo di scegliere?” ribattei.
“Beh…” rispose l’uomo spostando lo sguardo verso la cinese e facendole un gesto con il capo. La cinese uscì dalla stanza ma tornò pochi istanti dopo mostrandoci una mazza da baseball… “Non credo siate nella posizione di rifiutarvi di scegliere”.
Io e Marika incrociammo i nostri sguardi e ognuno poteva vedere l’espressione di paura nell’altro. “La prima, la prima…” rispondemmo quasi all’unisono con la voce tremolante.
“Bene, avete fatto la vostra scelta” disse l’uomo “Ora, tu, ragazzina, prendi le tue cose e seguimi. Tu, cornuto, seguirai la donna dopo che noi lasceremo la camera…. ma prima, per favore, fatti liberare dalla tua donna, anche il cazzo, che ti devi divertire anche tu”. Marika mi tolse le manette e con le mani tremanti mi sfilò la gabbietta di castità con la chiave che portava nella collana, si rivestì velocemente e, presa sotto braccio dall’uomo, uscì dalla camera. Quanto a me, sotto gli occhi dominanti della donna che ancora reggeva la mazza da baseball, andai per rivestirmi ma la cinese mi fece intendere di rimanere nudo e di portarmi dietro i vestiti, come se mi servissero una volta finito tutto. La seguii per i corridoi e le scale. Arrivati alla reception notai che in parcheggio vi erano, oltre alla mia, altre tre auto parcheggiate che al nostro arrivo non c’erano. Le tende della hall erano state abbassate e la porta chiusa a chiave. La cinese mi mostrò tre gradini che si fermavano davanti a una porta tagliafuoco: era l’ingresso per il garage. Mi fece cenno di entrare e mi chiuse la porta dietro le spalle. Inizialmente era buio, poi i miei occhi cominciarono ad abituarsi alle luci di emergenza che debolmente illuminavano il garage. Scesi altri gradini e potei scorgere un grande spazio e la luce di una lampadina che scendeva a mo di corda dal soffitto. Sotto era posizionato un grande cuscino bianco. “Vieni avanti” sentii la voce dell’uomo rimbombare per tutto il garage vuoto. Mi avvicinai alla luce e poco distante potei scorgere la sua sagoma: era seduto su una poltrona, in penombra e alla sua sinistra vi era una poltrona identica, vuota. “Siediti qui e goditi lo spettacolo, tra poco si comincia”. Nudo, mi sedetti sulla poltrona. Sentii dietro di me dei passi, come se qualcuno stesse camminando sui tacchi. Non mi girai e poco dopo vidi un cuscino identico all’altro che veniva posizionato per terra, alla sinistra della mia posizione. Su di esso si inginocchiò una ragazza cinese, giovane e molto magra vestita con una semplice canotta a costine bianca e lunghi leggings neri. Aveva i capelli neri lunghi fino al culo e, anche se non si voltò mai completamente per guardarmi in viso notai che era una ragazzza piacevole, molto bella. “Ragazzina, vieni avanti” disse a voce alta l’uomo. Da una zona oscura del garage vidi Marika avanzare verso la luce della lampadina “Inginocchiati sul cuscino, si comincia” Poi sentii una mano avvolgermi il cazzo e cominciare a segarlo: era la cinese che, con lo sguardo rivolto verso Marika, aveva cominciato a masturbarmi. Io, purtroppo, essendo due settimane che non venivo e dopo aver subito il trattamento di Marika in camera, vennì copiosamente dopo pochi secondi, riversando lo sperma sulla mia pancia. “E’ brava vero?….Oh ma sei già venuto?!?” chiese l’uomo guardandomi negli occhi. Notai che era a petto nudo e i jeans calati alle caviglie. “Che peccato…lo spettacolo deve ancora cominciare!” La ragazza cinese mi guardò il cazzo e fece una smorfia di disgusto con le labbra. Si pulì la mano sporca del mio sperma direttamente sulla mia pancia e abbastanza scocciata si alzò e se ne andò. Nel frattempo Marika, inginocchiata sul cuscino, nuda, si copriva i seni con le braccia. Capii che con il gioco di luci e ombre non poteva vedermi, non sapeva che ero lì. Tutto a un tratto, lentamente vidi dietro di lei, sempre in penombra avvicinarsi due figure. Arrivarono ad affiancarsi a lei, erano due uomini completamente nudi, uno abbastanza in carne, l’altro molto magro. La posizione della lampadina non permetteva di vederli in viso. Di certo avevano i cazzi belli in tiro e di dimensioni rispettabili anche se non esagerate. “Avanti, comincia a succhiarli, ragazzina, uno alla volta” dette ordine l’uomo sulla poltrona, cominciando a sua volta a toccarsi il cazzo. Marika cominciò a fare un pompino al tipo magro alla sua sinistra. Aveva un ritmo lento, probabilmente era impacciata a causa della paura che provava. “Più veloce troietta, più veloce…” impartì nuovamente l’uomo. Notai che entrambi gli uomini avevano della peluria bianca sia sulle parti intime che sul petto e dedussi che erano avanti con l’età, sicuramente oltre i cinquant’anni. Marika cominciò ad impartire un ritmo più veloce e si dedicava a entrambi i cazzi. Poi mi voltai verso la poltrona al mio fianco e notai che oltre a masturbarsi l’uomo aveva cominciato a pizzicarsi i capezzoli per aumentare l’eccitazione. Bonfocchiava offese a Marika impercettibili, sotto voce, e ansimava… era veramente disgustoso. Da parte mia non potevo fare molto, venuto ero venuto, al massimo potevo guardare. Poi avvenne una cosa che non mi sarei mai aspettato. Marika aumentò di molto il ritmo, come se volesse far venire al più presto i due uomini con la sua bocca e andarsene da lì nel più breve tempo possibile, come da accordi in camera. Con il cazzo del magro in bocca e guardandolo negli occhi con il suo sguardo da giovane cerbiatta cominciò a pomparlo come una puttana. L’uomo, colto alla sprovvista, si inarcò e le venne copiosamente in bocca. Marika prese tutta la sborra in bocca e si spostò immediatamente a servire quello più in carne alla sua destra. Questi, raggiunto un alto grado di eccitazione, evitò di metterglielo in bocca ma le ordinò di mostrare la lingua in fuori tutta sporca di sperma e di guardarlo negli occhi. Con un mano cominciò a masturbarsi furiosamente e poco prima di venire, con l’altra le sollevò la frangetta e scaricò il suo orgasmo sul volto, grugnendo come un maiale. “Brava troietta, brava…così…” disse l’uomo sulla poltrona. Mi girai e vidi che il suo cazzo stava pulsando sperma mentre lui con entrambi le mani si tintillava i capezzoli: stava avendo un orgasmo a mani libere molto lungo. Quando tutti e tre ebbero l’orgasmo i due uomini lasciarono la stanza senza che mai avessi avuto la possibilità di vederli in volto. Marika rimase sul cuscino ansimante con lo sperma che le colava dal viso e dalla bocca. L’uomo in parte a me, una volta ripulito e indossato i suoi stracci si voltò verso di me prendendo un biglietto dal portafogli. “Bene, potete andare” mi disse “Ma prima volevo dirti che se avete voglia di provare altre esperienze…beh questo è il mio numero, basta che mi chiamiate e vediamo di organizzare qualcosa” E mi porse un bigliettino di carta chiusto. Frettolosamente, senza dire nulla, ci rivestimmo ed uscimmo dall’hotel. Al primo cestino gettai il biglietto e salimmo in macchina per tornare a casa.

Quella che avvenne all’interno dell’auto quel pomeriggio, durante il ritorno, la ricorderò come la più grande litigata tra me e Marika che avessimo mai avuto. Litigata non è il termine esatto. Sfuriata da parte sua nei miei confronti è più adatto. Cominciò a sbraitarmi contro che non ero uomo abbastanza per proteggerla, che ero un inetto, un viziato del cazzo. Io che volevo controbattere esprimendo il mio disappunto dettato dal fatto che non potevo fare nulla dato che ero stato minacciato di essere bastonato non riuscii ad emettere suono dato che mi bloccava ogni volta che tentavo di aprire bocca. Avevamo un’ora di strada per tornare, per mezz’ora Marika me ne disse di tutti i colori. Poi si bloccò e si chiuse in un silenzio che io non tentai di rompere; sfruttai quel tempo per metabolizzare alcune cose. La prima era che lei aveva organizzato l’incontro con i due ghanesi perchè LEI voleva avere il controllo su di me e sul SUO piacere. LEI doveva avere il controllo, odiava essere comandata o che il suo piano non riuscisse. La seconda era che effettivamente aveva fatto un errore di valutazione, probabilmente aveva scelto un hotel sbagliato o forse non era ancora pronta a fronteggiare cambi di programma così “forti” per intenderci. Attribuii questo errore al fatto che fosse molto giovane e ancora inesperta. Io comunque finalmente ero venuto e sotto sotto la cosa non mi era dispiaciuta…. ma pensai anche che volesse lasciarmi e, una volta arrivati a casa, prima di scendere dall’auto le chiesi “Che cosa vuoi fare ora?” lei si girò con gli occhi pieni di lacrime e con uno sguardo cattivo ma con tono fermo rispose “Non lo so ancora. Lasciami riflettere stanotte e domattina ne riparliamo” Passammo la notte dormendo in camere separate.

Il mattino dopo, a colazione, sembrava tutta un’altra persona. Era sorridente, rilassata, quasi di buon umore si può dire. Finito di bere il caffè a tavola si presento con un foglio A4 scritto a penna con la sua calligrafia. Mi disse che si trattava di una specie di contratto, non modificabile. Disse che erano cinque semplici regole, che se la volevo ancora con me le dovevo rispettare altrimenti se ne sarebbe andata…”certo” pensai tra me e me “e dove vuoi andare che non hai una casa e nè un lavoro? E poi sono io quello che ti mantiene, se mi stanco sono io che ti lascio” ma Marika era molto intelligente e con quel contratto aveva di nuovo fatto leva sulle mie pulsioni e depravazioni. Mi conosceva bene e trovavo eccitante questa cosa, non potevo farne a meno sotto sotto. Dunque le regole erano queste: la prima, che non avrei mai avuto più un rapporto vaginale con lei. Mai più. La seconda, che eravamo una coppia aperta, ognuno poteva fare sesso con chi voleva ma mai all’interno della nostra depandance e soprattutto io non avrei potuto scopare con altre/i in sua presenza. La terza era un po’ più complessa e riguardava il dominio che Marika avrebbe avuto nei miei confronti: ovvero che, periodicamente, a sua scelta, avrebbe deciso dei periodi di astinenza nei miei confronti che prevedevano rinuncia a masturbazione o a qualsiasi rapporto sessuale con altri. Questi periodi avevano una durata massima di 15 giorni senza bisogno di strumenti di castità, bastava la parola. Marika mi disse che si era informata su questo e che indossare gabbiette per lungo tempo era controproducente per la mia salute. Quello che interessava a lei era avere un dominio mentale nei miei confronti senza minare la mia salute fisica. La quarta regola è che io non avrei più potuto frequentare la palestra del centro in cui andavamo insieme. Ero libero di scegliermi una nuova palestra o al massimo usare quella privata della depandance. La quinta regola, l’ultima, riguardava l’indipendenza economica: mensilmente dovevo ricaricarle una carta di credito di un valore che andava dai 5000 ai 10000 euro, valore che sceglieva lei a ogni ricarica. Erano cifre basse per me, quindi la cosa era fattibile, mi chiedevo semplicemente cosa le servissero tutti quei soldi dato che comunque potevo soddisfare tutti i suoi bisogni e capricci. Stetti al gioco e, divertito, firmai il contratto. Come detto non credevo molto a questa cosa, effettivamente non aveva nessun valore legale e una volta che avessi voluto cambiare idea o che mi fossi stancato avrei troncato con lei. Ero giovane, ricco e anche piacente….chi me lo faceva fare di farmi ridurre a uno schiavetto già a ventun’anni con tutte le esperienze che avrei potuto provare? Già… sottovalutavo il controllo mentale di Marika e me ne sarei reso conto ben presto.

Le settimane successive passarono con la totale indifferenza nei miei confronti da parte di Marika. Faticava a salutarmi, raramente dormivamo assieme e non parlavamo mai. Usciva ogni giorno in tarda mattinata con la borsa della palestra e tornava nel tardo pomeriggio e qualche volta la sera. Sospettai avesse una relazione ma, da contratto che avevo firmato, non potevo farci nulla. Dal canto mio tutta i propositi di sfogarmi con altre donne o escort svanì… ero entrato in un mood abbastanza monotono. Mi svegliavo annoiato, facevo un po’ di palestra in casa e qualche volta mi masturbavo sui primi siti porno gratuiti che cominciavano a spuntare come funghi in quegli anni. Piano piano la masturbazione fu l’unica mia valvola di sfogo sessuale. Quando Marika usciva mi fiondavo direttamente al computer e cominciavo a spulciare i video. La mia scelta, sempre più spesso, cadeva su temi cuckold e femdom. Avevo 21 anni e mi resi conto che ero diventato schiavo del porno online. Arrivarono le feste di Natale che trascorremo con mio padre e altri parenti in villa, senza particolari sussulti, mantenendo falsamente un rapporto di facciata davanti agli altri. Per dire… l’ultimo dell’anno, mentre mio padre organizzava una delle sue solite orge in villa, io e Marika lo passammo a guardare un film in tv con lei che manteneva un distacco ferreo nei miei confronti.

Poi un pomeriggio, febbraio mi sembra, mentre mio padre era fuori per motivi di lavoro e la servitù era di riposo, mi addentrai in villa, annoiato, per curiosare un po’. Cominciai ad aprire dei cassetti per spidocchiare finchè non trovai all’interno di una credenza una serie di DVD ben organizzati e disposti. Li spulciai e su ognuno era indicata con un indelebile una data, alcune abbastanza recenti: combiaciavano esattamente con le stesse date in cui mio padre dava i festini in villa. Presi quello più recente e lo inserii nel lettore della sala tv dove c’era un televisore da 85 pollici. Le immagini erano riprese da una telecamera amatoriale e ritraevano persone mascherate che facevano sesso all’interno del salone della villa. Il filmino iniziava con il primo piano di un uomo nudo grassoccio che si masturbava su un divano e guardava verso la sua destra. La telecamera si spostò e inquadrò un uomo seduto su una poltrona che si stava facendo spompinare da una donna e da un trans inginocchiati ai suoi lati. Pensai che il grassone che si stava masturbando fosse il cuckold della tipa che stava spompinando. Poi la telecamera virò verso destra, proprio di fronte alla poltrona e lì c’era una ragazza giovane molto magra e con poco seno e lunghi capelli neri sciolti. Aveva le braccia distese sopra la testa e i polsi legati a una corda che scendeva dalle travi del soffitto. Era l’unica che non aveva maschera ma una benda che le copriva gli occhi rendendola pertanto irriconoscibile comunque. Attorno a lei c’erano una donna e un uomo, anch’essi mascherati, che la toccavano e la accarezzavano dappertutto, la donna le leccava le orecchie e ogni tanto la baciava, mentre l’uomo si era fissato con le ascelle, che leccava avidamente. Era tutto estremamente eccitante. La ragazza era in balia del piacere più perverso e cercava di liberarsi dimenandosi. L’inquadratura rimase fissa su questa scena per due minuti quando a un certo punto sentii nel video “Ehi inquadrami”. La visuale tornò alla poltrona e l’uomo seduto, quello che stava subendo il doppio pompino guardò l’obiettivo e disse “La prossima volta vorrei che ci fosse la fidanzata di Enrico al suo posto”. Rabbrividii. Non tanto per le parole pronunciate ma perchè riconobbi quell’uomo. Sebbene mascherato, i tatuaggi che aveva sull’avambraccio, ovvero un teschio e tibie incrociate e più sotto una croce celtica, mi fecero capire che si trattava di Franco, il viscido e antipatico socio di mio padre. Poi la telecamera si spostò in basso e inquadrò l’operatore che si stava masturbando. Bloccai la visione immediatemente, schifato. Dall’orologio che portava al polso capii che chi filmava era proprio mio padre. Sistemai tutto e tornai in depandance. Passai il resto del pomeriggio perplesso, provando sentimenti misti tra rabbia, delusione, stupore e anche un po’ di eccitazione. Di notte a letto, non riuscii a prendere sonno e verso le tre andai in bagno masturbandomi furiosamente pensando a Marika al posto di quella ragazza legata.

Siamo a marzo. È il giorno del compleanno di Marika. Il nostro rapporto fino ad allora non aveva subito variazioni. Impacciato e indeciso non sapevo cosa regalarle così optai per una collana d’oro. Ma quando le consegnai il pacchetto non lo degnò minimamente, anzi lo ripose senza aprirlo sopra a una credenza. Eravamo in cucina, era mattino e lei si stava preparando per uscire. Disse che prima doveva parlarmi. Ci accomodammo seduti a tavola, la stessa dovevo avevo firmato il contratto. Mi presentò una busta di carta e mi disse: “Oggi è il mio compleanno ma sono io che voglio fare un regalo a te. Aprila.” Aprii la busta e all’interno vi erano delle foto di un formato abbastanza grande. Erano circa trenta. Marika disse:” Me le sono fatte fare in palestra. Come puoi vedere sono tutte abbastanza provocanti e stuzzicanti…” in effetti, spulciandole, ritraevano Marika concentrata in esercizi ginnici in cui in primo piano c’era quasi sempre il suo bel culo stretto nei leggins attilati da palestra. In altre faceva smorfie e linguacce. Erano tutte molto eccitanti. Proseguì: “Poi ce ne sono alcune con dei ragazzi ma il loro volti li ho fatti pixellare dal fotografo prima di stamparle. Non voglio che tu li riconosca”. La seconda parte delle foto ritraevano Marika abbracciata con un ragazzo diverso ogni volta, in alcune anche in posizioni sexy. Addirittura in alcune mostrava le corna all’obiettivo mentre era esplicito che qualcuno aveva le mani su suo culo. “Bene. Io esco. Ho pensato che potrebbe essere materiale interessante per le tue lunghe sessioni di masturbazione” e ridacchiò. Poi tornò seria di colpa guardandomi con disprezzo “Quanto sei patetico… a farti le seghe su quei siti porno”. Mi lasciò così, allibito. Come faceva a saperlo? Avevo dimenticato di cancellare la cronologia? Mah… prima di uscire dalla porta si voltò e mi disse. “Sfogati pure come vuoi. Sappi che è l’ultima settimana. Tra sette giorni ti imporrò un periodo di astinenza, devo ancora decidere di quanti giorni” e uscì. Nel giorno del suo compleanno tornò a sera tardi quando io stavo già dormendo. Per tutto il pomeriggio non feci altro che segarmi tra video porno e quelle foto. Aveva ragione, ero proprio patetico.

Sette giorni più tardi era aprile. Come anticipato, mi comunicò di astenermi da qualsiasi attività sessuale. In pratica dovevo solo non masturbarmi, ma questo lo sapevo solo io, dato che non avevo rapporti con altre donne. Mi disse che aveva deciso che per aprile e maggio la mia astinenza sarebbe durata sempre una settimana, da venerdì a venerdì e che ci avrebbe pensato lei a farmi venire. Così passavo i giorni a cazzeggiare, evitando i siti porno o le sue foto per non infoiarmi, guardare film e mangiando schifezze. La palestra quasi non la usavo più mentre lei ci andava tutti i giorni, in centro. Poi, il primo venerdì, al suo ritorno nel tardo pomeriggio, lavata e profumata mi disse di spogliarmi e sedermi sul divano in sala con le mani sotto il sedere mentre lei inseriva un DVD di un film porno bisessuale dove tre uomini e una donna si davano piacere. Lei si sedette in parte a me e con lo stesso atteggiamento di indifferenza che aveva avuto la ragazza cinese nel garage dell’hotel guardava il film mentre con la mano destra mi masturbava senza proferire parola. Alla vista di quelle scene, che comunque non era tra i miei temi preferiti, venivo comunque in pochi minuti dato che ero in astinenza da diversi giorni. Poi le si alzava, andava a lavarsi le mani e riprendeva la sua solita vita senza rivolgermi parola. Dalla settimana successiva decise che, siccome le faceva schifo che le sporcassi di sperma la mano, di masturbarmi usando leggins o calzini appena usati in palestra. Almeno avrei sporcato quelli che tanto andavano lavati. E questo tolse il contatto diretto tra me e lei. Questo andò avanti per tutte le settimane di aprile. A maggio divenne più sadica perchè a questa pratica mi impose l’assunzione degli alfabloccanti.

Per chi non lo sapesse gli alfabloccanti sono dei farmaci sotto forma di pillola che aiutano chi soffre di ipertrofia prostatica. Non era di certo il mio caso, ero giovane e in forma. Ma tra gli effetti collaterali di questo farmaco c’è l’eiaculazione retrograda, ovvero un’eiaculazione in cui lo sperma non esce ma finisce in vescica. Non è un farmaco pericoloso, di certo ci vuole comunque la ricetta, ma Marika mi disse che un farmacista frequentatore della palestra riusciva a venderglieli sotto banco. Cominciai questa “cura” ai primi di maggio assumendo una pastiglia al giorno. Dato che Marika voleva che mi abituassi a questa nuova condizione mi regalò una settimana libera in cui potevo masturbarmi quando volevo. Notai subito un miglioramento nell’urinare (anche se non ne avevo bisogno), ma la cosa più assurda era effettivamente l’eiaculazione….che non avevo più. Ciò mi creava molta frustrazione che a sua volte innescava eccitazione come un circolo vizioso. Ricominciai a masturbarmi anche 5 volte al giorno senza mai eiaculare e provando orgasmi sempre meno potenti e soddisfacenti. Poi al venerdì, solito rituale, lei che mi masturbava sul divano mentre io guardavo film bisex. Quando sentiva che stavo per avere l’orgasmo ridacchiava e mi derideva dicendo che ero un uomo da niente, patetico e inerme. E difatti aveva ragione. Ma ciò non fece altro che farmi scivolare ancor di più in quel processo di umiliazione che trovavo eccitante ma mai abbastanza soddisfacente da sentirmi appagato.
La cosa peggiore fu quando mi impose nuovamente l’astinenza. Arrivavo al venerdì, alla sua solita sessione di seghe con film bisex, in cui ero super eccitato. Mi avvolgeva i leggins e cominciava una sega lenta e monotona. Io impazzivo dal piacere, volevo che accelerasse ma lei manteneva sempre la stessa velocità e non mi degnava di uno sguardo. Poi prima dell’orgasmo aveva imparato a lasciarmi lì ad implorare di venire. Toglieva la mano, guardava il mio cazzo che pulsava e a volte rideva e a volte aveva uno sguardo schifato. Dovevo cercare con la schiena un contatto con i leggins per avere un orgasmo rovinato senza eiaculazione. Era sadismo allo stato puro.
Poi l’ultimo venerdì di maggio torna a casa abbastanza scazzata e per la prima volta è vestita ancora da palestra. È sudata e umida. Sembra aver fretta. Avvia il DVD dove stavolta si tratta di un’orgia bisex con 4 uomini e 4 donne e comincia la sua solita sega lenta mentre il mio cazzo è avvolto nel suo calzino sudato. Contrariamente alle altre volte stavolta ha il suo capo appoggiato sulla mia spalla. Sento la sua pelle umida e l’odore dei suoi capelli misto a sudore. È super eccitante. Dopo alcuni minuti sto per venire. Lei se ne accorge, toglie la mano, e con sottovoce calda mi si avvicina all’orecchio e mi dice “Lo sai vero che me lo scopo?” Io impietrisco all’istante mentre il cazzo comincia a pulsare per l’orgasmo. Arrossisco, la guardo negli occhi “Chi?” e lei massaggiandomi il petto “Uno dei ragazzi delle foto della palestra… sono mesi ormai…”. Vengo come mai prima, con nessuna eiaculazione ma con un orgasmo che dura per diversi seconda. Ora so che mi cornificava a mia insaputa.

Siamo a giugno e succede quello che non mi aspetto. Da qualche giorno ho smesso di prendere i farmaci e ho avuto qualche giorno di sfogo masturbatorio in cui tutto, fortunamente, è tornato come prima. E’ un sabato mattina soleggiato, Marika si sveglia di buona lena e mi dice: “Voglio una vacanza al mare. Prenotiamo a Rimini, una settimana. Dai che partiamo lunedì”. Così sia io che lei ci mettiamo a cercare un alloggio a Rimini. Alla fine sceglie lei, un appartamento abbastanza grande di un caseggiato dove c’è solo un altro appartamento. Uno sopra e uno sotto. È libero quello sotto. Chiamiamo e prenotiamo. Un po’ sorpreso, dato che avrei potuto permettermi di prenotare nel più lussuoso hotel della città chiedo a Marika il perchè di questa scelta. Lei: “Sai, dopo l’ultima esperienza in hotel a Piacenza…beh credo che se ci dovesse capitare un’avventura particolare almeno siamo più sicuri. Ecco perchè” In effetti aveva ragione, in questo senso si era fatta più accorta e premurosa.
Il lunedì partiamo, è bel tempo, c’è caldo. Siamo entrambi di buon umore. Non appena arriviamo scarichiamo le valigie in appartamento. Abbiamo scelto un bel posto, abbiamo addirittura un po’ di giardino con due lettini per prendere il sole. Siamo a pochi passi dalla spiaggia e passiamo il resto della mattina e tutta la giornata quasi come due fidanzatini parlando del più del meno, spruzzandoci in acqua. Ogni tanto la accarezzo o la bacio sulla guancia e lei sorride ma non ricambia. È comunque un bel momento e me lo godo finchè posso. Alla sera, dopo essere rientrati dalla cena in una pizzeria, io mi sistemo sul divano a guardare la tv, esausto. Marika invece esce in giardino per fumare una sigaretta. Poco dopo sento voci di almeno tre ragazzi e la sua. Ogni tanto lei ride. Sono troppo stanco per alzarmi e uscire anch’io, sto quasi per prendere sonno e dunque non ci do tanto peso. Lei quando rientra dice:”Ho conosciuto i vicini che stanno sopra il nostro appartamento. Sono tre ragazzi albanesi, molto simpatici” ma, come detto, son troppo stanco e crollo poco dopo sul divano. Se fossi stato attento avrei notato un velo di malizia sul suo volto.

Il giorno dopo, l’atteggiamento di Marika cambiò nuovamente. Sta sulle sue, mi evita, non parla. Cerco di capire cos’ha ma passa tutta la mattina a leggere sotto l’ombrellone e la vedo spesso a scrivere con il cellulare. Decido di lasciar perdere e per un paio d’ore nuoto in mare. Al ritorno in spiaggia non è cambiata di una virgola. Io, vuoi il caldo, il sole, un po’ di sonno da smaltire, mi addormento sotto l’ombrellone. Quando mi sveglio è già pomeriggio inoltrato e Marika non c’è più, e nemmeno le sue cose. Sistemo le mie cose e la provo a cercarla nei bagni, nel bar della spiaggia, nei dintorni. Provo anche a chiamarla più volte ma lei non risponde. Così, un po’ preoccupato e rassegnato torno in appartamento. Da lontano noto che sta prendendo il sole sul lettino del giardino del nostro appartemento. Indossa un costume due pezzi ramato che si abbina perfettamente al colore dei suoi capelli. Porta gli occhiali da sole scuri e ha la pelle permeata dalla crema solare: è una bomba sexy assurda. Una gamba è distesa mentre l’altra piegata in su. Quando arrivo di fianco a lei e mi siedo di lato sull’altro lettino, si accende una Marlboro 100’s e aspira lentamente senza degnarmi di uno sguardo, continuando a fissare davanti a lei, il mare. C’è un silenzio assurdo tra noi e come un lampo butto fuori una domanda senza pensarci “Te li sei scopati, vero?” lei si gira accigliata e mi fissa da dietro gli occhiali. Poi emettendo una boccata di fumo risponde: “Solo uno. Chi mi credi?”. E torna a fissare di fronte a lei. La sua risposta mi lascia abbastanza indifferente. Dopo tutto quello che ho passato in questi mesi, il fatto che si scopi qualcuno a mia insaputa, non mi provoca più nessuna reazione. Dopo alcuni momenti di silenzio è lei a romperlo: “Mi hanno detto che organizzano feste particolari…hai capito a che sfondo, no?” io rimango in silenzio come ad assentire “è che hanno un costo queste feste per parteciparvi. Ovviamente voglio che venga anche tu ma mi hanno detto che non ci saranno variazioni nel prezzo.” sembrava interessante, al che chiesi “di quanto si tratta?” “duemila euro” rispose lei. Sorrisi: per me duemila euro erano una miseria. “Però…” proseguì “vogliono conoscerci meglio, pertanto stasera, dopo cena, siamo invitati da loro. Io sono già lavata, al massimo mi do una risciacquata prima di andare. Tu vatti a lavare. Non serve vestirsi bene, indossa quello che ti viene più comodo”.

Alla sera, dopo cena, saliamo le scale esterne che portano all’appartamento del piano di sopra. Marika indossa una semplice canotta bianca con stampa senza reggiseno e degli shorts in denim. Ha un trucco leggero che però le dona un’aria da troia. Io una maglietta e pantaloncini in felpa. La porta è stata lasciata semiaperta volontariamente. Entriamo e noto subito che le luci sono spente eccetto un chiarore bluastro che proviene da una stanza in fondo al corridoio. Pervade l’aria una musica lounge chillout. “Permesso? Siamo arrivati” esclama Marika non vedendo nessuno ad accoglierci. Dalla stanza si innalzano delle urla maschili di approvazione. “Venite avanti. Siamo nella stanza in fondo, dove vedete le luci blu” A passi lenti seguo Marika nel corridoio, entriamo nella stanza ed ecco quello che ci si presenta: una stanza con letto matrimoniale e uno singolo, a lato. Nel perimetro del battiscopa sono posizionate decine di piccole luci blu a led che creano un effetto intimo e un po’ soporifero. Qui la musica si sente meglio, infatti noto uno stereo con CD. Appoggiati al muro ci sono tre giovani ragazzi, tutti nudi, che si stanno “scaldando”, masturbandosi lentamente il cazzo. Ci accolgono con un breve applauso, sorrisi e qualche urlo di incitamento…sembrano abbastanza su di giri. Sono tutti e tre fisicamente prestanti. “Blerim, piacere” alza la mano il più alto dei tre. “Io sono Artan” si presenta il ragazzo di mezzo: noto che è completamente depilato, ascelle e pube compresi. Tiene stranamente gli occhi fissi su di me anzichè su Marika. L’ultimo si presenta con il nome di Fatmir: è il più basso dei tre, raggiunge a fatica i 170 cm ma è il più muscoloso e ben modellato, ed ha una faccia che non promette nulla di buono. Ha una cicatrice sulla sopracciglia sinistra e l’occhio sinistro sembra “stanco”, leggermente chiuso. È tatuato su gran parte del corpo. Poi noto il suo cazzo che è più lungo degli altri. “Tu devi essere Enrico” mi fa Fatmir e mi sgancia un sorriso sornione, di sfida. Mi comincia a stare sul cazzo subito, ha un fare antipatico e strafottente. Poi prosegue “Bene, cominciamo!” Marika si volta verso di me “Tu siediti sul letto singolo e spogliati. Fa come vuoi, se vuoi toccarti, guardare e basta… io vado a divertirmi con quei tre fusti, quando vorrò ti farò un cenno e dovrai avvicinarti a noi, chiaro?” Faccio di sì con il capo e vado a sedermi sul letto. Nonostante tutto la situazione è eccitante, e poi son mesi che non vedo Marika nuda. Lei e i ragazzi si accomodano sul letto matrimoniale. I maschi stanno in piedi, mentre lei comincia a spogliarsi lentamente rimanendo solo in perizoma. Poi si mette in ginocchio sul letto e i ragazzi si avvicinano regalandole i loro cazzi da succhiare. Marika mi da le spalle e io, che nel frattempo mi ero spogliato completamente, comincio a masturbarmi lentamente. Passano cinque minuti in cui Marika ha praticamente spompinato i tre facendo loro aumentare l’eccitazione quando all’improvviso si stacca, si volta leggermente verso di me e con l’indice sinistro mi fa segno di avvicinarmi. Ha un sorriso malizioso che mi mette inquietudine. Lentamente mi alzo e vado per avvicinarmi quando noto Fatmir fare un cenno del capo ad Artan. Marika sorride maliziosa guardandolo. Vedo Artan scendere dal letto e dirigersi verso di me posandomi una mano sul petto: è uno stop, fermati qui. Guardo Marika per capire cosa fare quando lui avvicina la sua bocca alla mia nel tentativo di baciarmi. Io immediatamente mi sposto per evitarlo e lui non ha nessuna reazione, va bene così. La sua mano sinistra si spinge verso il mio cazzo e comincia ad accarezzarlo. Arrossisco di vergogna e lo lascio fare. “Voi due” fa Marika “mettetevi nel letto singolo e divertitevi. Enrico, mettiti in una posizione in cui puoi vedermi bene” Indietreggio spinto delicatamente da Artan e mi trovo nuovamente seduto sul letto singolo. In qualche maniera ci accomodiamo in un 69 in cui io riesco comunque ad avere la visuale di Marika e gli altri. Artan mi prende il cazzo in bocca e con una mano mi spinge con delicatezza verso il suo membro. È profumato e pulito e non sta forzando nulla. Mi trovo con il suo cazzo in bocca e cominciamo a spompinarci a vicenda quando Marika si mette carponi mentre Fatmir comincia a prenetarla da dietro e Blerim le offre il suo cazzo da succhiare.
E’ tutto molto lento e piacevole. La musica lounge e le lucine hanno creato un’atmosfera rilassante. I gemiti di Marika son appena impercettibili e la stanno trattando bene, dedicandosi anche a strofinarle il clitoride e i capezzoli mentre la scopano a turno. Quanto a me, non essendo la prima volta che succhio un cazzo (vero, è la prima volta che è il cazzo di un uomo e non di una trans) cerco di godermi il momento e fare il meglio possibile per dare piacere all’altro. Artan invece è molto bravo, ci sa fare e quasi non mi accorgo di venirgli in bocca da quanto bravo è. Pochi secondi dopo sento il suo seme inondarmi la bocca mentre con una mano mi spinge la testa fino in fondo nel tentativo di farmelo ingoiare il più possibile. Marika e gli altri due hanno cambiato diverse posizioni e il ritmo è leggermente aumentato. Lei ora è in una cowgirl reverse con Fatmir che la penetra da sotto e Blerim che si fa spompinare. Con la bocca piena di sperma (qualcosa involontariamente ho ingoiato) vado per alzarmi dal letto quando sento la mano di Artman sulla spalla che mi blocca. Si avvicina all’orecchio e sottovoce mi dice “Ehi! Pensi sia finita qui?”

Bene caro lettore. La prima parte del capitolo finisce qui. Ora lascio a te la possibilità di darmi indicazioni su come continuare. Accetto qualsiasi tipo di proposta, dalla più romantica alla più perversa. Qualora non mi arrivasse nessuna risposta questo racconto termina qui e non verrà proseguito. Ti lascio la mia nuova mail (l’altra non esiste più) dove poter scrivere la tua proposta. Nel frattempo ti ringrazio per la lettura e spero di farvi leggere il continuato.
Grazie,

Enrico

[email protected]

L'articolo Marika: fine primo capitolo e inizio secondo capitolo (La vacanza a Rimini) proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/marika-fine-primo-capitolo-e-inizio-secondo-capitolo-la-vacanza-a-rimini/feed/ 0
La scoperta delle mogli 4 – la discesa negli abissi https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/la-scoperta-delle-mogli-4-la-discesa-negli-abissi/ https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/la-scoperta-delle-mogli-4-la-discesa-negli-abissi/#respond Sat, 14 Mar 2026 10:43:00 +0000 https://raccontimilu.com/?p=119674 Luca sparì nel buio, i suoi passi frettolosi risonarono sul cemento come una confessione. Fuggiva da me, o dall’idea che sua moglie Sabrina sarebbe diventata,...

L'articolo La scoperta delle mogli 4 – la discesa negli abissi proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
Luca sparì nel buio, i suoi passi frettolosi risonarono sul cemento come una confessione. Fuggiva da me, o dall’idea che sua moglie Sabrina sarebbe diventata, a breve, solo un altro trofeo nel catalogo di Alessandro? Un groppo d’acido mi salì in gola, ma fu immediatamente sommerso da un’ondata di calore viscerale e malato. Il mio cazzo, duro come un sasso, pulsava contro la stoffa dei pantaloni, una presenza imbarazzante e assoluta. Le lacrime mi bruciavano le guance, ma non erano fatte solo di dolore. Erano lacrime di rabbia impotente. E di una lussuria così profonda da farmi vergognare di esistere. Salii le scale in punta di piedi, il cuore un tamburo impazzito che sembrava volermi spaccare le costole. Oltre il ronzio dell’acqua della doccia, un altro suono dominava la casa: il ritmo sordo, umido, della carne che si schiaffava contro la carne. Un gemito soffocato di Rebecca mi inchiodò sulla scalinata.
R: “Dio… il tuo cazzo… è sempre duro…” Un respiro affannoso, poi un colpo più secco. Un urlo strozzato.
A: “Perché tu sei una puttana. E le puttane vanno scopate forte,” ringhiò la voce di Alessandro.
Un altro colpo. Un grido, questa volta libero, selvaggio.
R: “SÌ! COSÌ… TI PREGO, NON FERMARTI! SPACCAMI!”
Mi avvicinai, attratto e respinto come da un magnete. Il cazzo mi scottava, confinato nei pantaloni, una condanna. Chiusi gli occhi, le unghie che si conficcavano nei palmi. Ma il mio corpo tradiva ogni nobile intenzione. Tutto il sangue, tutta la vita, sembrava essersi ritirata lì, in quell’arnese indurito che non rispondeva più alla mia volontà, ma solo al basso richiamo di quella scena. Attraverso il vetro della doccia, appannato a chiazze, le sagome erano due corpi in lotta. Rebecca, piegata in avanti, le mani e la faccia schiacciate contro le piastrelle, la schiena un arco teso. I capelli bagnati le si attaccavano alla pelle, Alessandro era dietro di lei, un predatore, le mani che le serravano i fianchi con una presa che avrebbe lasciato il segno, il suo bacino che si abbatteva sul suo sedere con un ritmo brutale.
R: “Più forte, ti prego, scopami forte.”
A: “Ecco come ti piace, eh? Essere sfondata come la troia che sei?”
Le afferrò una ciocca di capelli, tirandole indietro la testa con uno strattone. Rebecca urlò, un suono che era metà dolore e metà estasi, quando lui s’infilò ancora più a fondo, impossibile.
Le mie gambe tremavano. Dovevo odiarli. Dovevo odiare lei. Dovevo…
R: “SÌ! SÌ! COSÌ! NON SMETTERE!” L’urlo di Rebecca, quel disperato, gioioso abbandono, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Era sbagliato. Era una depravazione senza nome. Ma il suono di quel cazzo che entrava e usciva da mia moglie, quel shlick-shlick volgare, fradicio, era la cosa più eccitante che avessi mai sentito.
A: “Chi è la mia puttana?” ringhiò Alessandro, accelerando in una furia finale.
R: “Io… io…” ansimò lei, soffocata.
A: “DIMMELO!”
R: “IO! IO SONO LA TUA PUTTANA! LA TUA TROIA! SBORRAMI TUTTO DENTRO!”
Un gemito mi sfuggì dalle labbra. La mia mano si mosse da sola, frenetica, disperata. Dio, no. Non dovevo. Non potevo venire ascoltando mia moglie implorare un altro di sborrarle dentro. Ma il mio corpo era traditore. Un calore esplosivo mi invase l’addome, le ginocchia cedettero, e venni con violenza, in silenzio, nel buio del corridoio, lo sperma che macchiava la stoffa dei miei pantaloni mentre l’orgasmo mi svuotava l’anima. E dall’altra parte della porta, in quel preciso istante, Rebecca urlava il nome di un altro uomo.
Mi ripresi appena in tempo. Sentii l’acqua spegnersi, le loro voci basse, intime. Mi ritrassi nell’ombra delle scale, il cuore in gola, il cazzo già di nuovo semi-eretto, nonostante la sborrata e la vergogna mi coprisse come un sudore freddo. Li sentii ridere. Una risata complicata, sdolcinata. Quel suono mi ferì più di tutti i loro gemiti. Rebecca lo baciò, un bacio lento, profondo, le dita che gli disegnavano cerchi sul petto mentre lui le stringeva il culo in un possesso senza discussioni. Quello era il colpo di grazia. Non il sesso animalesco. Ma l’intimità. La complicità. Quel bastardo l’aveva scopata con un altro, l’aveva umiliata, usata, e lei lo guardava come se fosse il suo Dio.
Aspettai che si allontanassero verso la cucina, poi scivolai fuori di casa come un ladro, il cocktail di rabbia ed eccitazione che mi rodeva le viscere.
In ufficio, la prima cosa che feci fu accedere alle telecamere domestiche. Un’ossessione malata. Volevo, dovevo essere sicuro che se ne fosse andato. Invece…
Alessandro era steso sul divano del salotto, a suo agio come un sultano. Le gambe larghe, quel mostro di carne flaccido ma ancora impressionante adagiato tra le cosce. Rebecca era in ginocchio sul tappeto, come in preghiera. Senza che lui dovesse dirle nulla, si chinò e iniziò a leccarlo, dalla base alle palle, con una devozione che mi fece rabbrividire. Poi lo imboccò, le labbra che si stirarono attorno a quella circonferenza impossibile.
A: “Così, cagna. Succhialo con sta sta bocca da pompinara,” disse con voce roca, afferrandole i capelli e guidandola.
Lei emise un grugnito soffocato, la gola che si contraeva mentre lui le spingeva la testa giù, cercando di farglielo ingoiare tutto. La saliva le colava copiosa, un fiume chiaro che brillava sul suo cazzo e le bagnava le mani. Era un’immagine di totale sottomissione. Disgustosa ed elettrizzante.
A: “Ti piace sentirti usata, eh? Essere la mia bocca da sborra?”
Lei annuì, gli occhi lucidi rivolti verso di lui, mentre lui iniziava a muovere i fianchi, pompando dentro e fuori dalla sua bocca con colpi corti e duri. Stava per venire. Lo si vedeva dalla tensione dei suoi muscoli addominali, dal modo in cui le dita si serravano nei suoi capelli.
Io… non ce la feci. Una seconda volta. Corsi nel bagno dell’ufficio, mi aprii la cerniera con mani tremanti. Appena la punta del mio cazzo fu libera, esplosi. Non fu un orgasmo, fu una convulsione. Lo sperma schizzò contro la parete di ceramica bianca, a fiotti, violento, mentre nella mia testa rimbombava l’immagine di Rebecca che si lasciava riempire la bocca, che deglutiva, che sorrideva soddisfatta. Con me sputava dopo un pompino, si puliva la bocca con fastidio. Con lui era una coppa da riempire. Una troia.
Tornato alla scrivania, svuotato e disgustato con me stesso, fissai le telecamere finché non lo vidi alzarsi, vestirsi, dare un ultimo schiaffetto sul culo a Rebecca e uscire. Solo allora crollai sulla sedia, esausto. Ero un uomo finito. Un marito tradito. Ma la domanda che mi tormentava, la vera domanda, era un’altra: forse sono solo un cuckold? Perché, nel buio più profondo, ammettendolo a malapena a me stesso… nonostante tutto, il mio cazzo era di nuovo duro. E l’idea di rivedere quei video mi eccitava ancora.
Il weekend trascorse in un limbo di menzogne dorate. Venezia, con le sue acque oleose e i palazzi decadenti, fu lo sfondo perfetto per la nostra finzione. Sorrisi forzati, battute vuote, foto di famiglia davanti a ponti sospesi. Ogni gesto di Rebecca, una carezza sulla schiena di nostra figlia, una risata eccessiva, il modo in cui si aggiustava il costume da bagno al sole, era per me un monito. Un promemoria di quanto fosse brava, bravissima, a recitare la parte della moglie perfetta. La domenica sera, durante il viaggio di ritorno, Rebecca appoggiò la testa al vetro, fingendo di dormire. Io stringevo il volante fino a sentire dolore alle articolazioni. Cosa passava nella sua mente in quel momento? Riviveva l’odore del sudore di Alessandro? Ricordava il peso del suo cazzo in gola? O stava già contando le ore fino al prossimo, inevitabile, incontro?
Lunedì mattina. L’ufficio mi accolse con un silenzio irreale. Il ronzio del computer era il suono di un alveare svuotato. Scorrevo le email con gli occhi che non leggevano, mentre nella mia testa una domanda scavava come un tarlo: chi era, davvero, Alessandro? Non solo il suo cazzo mostruoso, non solo il ghigno da predatore. L’uomo. Le sue radici. I suoi scheletri. Forse lì, in quella domanda, c’era l’ultimo brandello della mia dignità, o forse solo l’ennesimo, patetico tentativo di un cornuto di illudersi di avere ancora un briciolo di controllo.
Dovevo sapere. Rebecca lo seguiva su Instagram. Cercai il profilo: Alessandro90. Iniziai a scorrere. Foto in palestra, un selfie in macchina, una cena. E poi, il colpo.
Una foto di famiglia.
Lui, con il solito sorriso sfrontato, un braccio intorno alle spalle di una donna sorridente e normale. Davanti a loro, un bambino di forse tre anni. Il mondo sotto i miei piedi vacillò. Era sposato. Con un figlio.
Rimasi impietrito, la mia stupidità che mi esplodeva in faccia. Avevo immaginato un lupo solitario, un predatore senza tana. Invece era un uomo con una famiglia. Un marito. Un padre. Che poi tornasse a casa da quella donna, dopo aver riempito di sborra una moglie di turno, dopo averla chiamata “cagna” e averle ordinato di succhiare… il pensiero era così assurdo da farmi girare la testa. Che schifo. Che enorme, ipocrita, schifoso. Ero io lo sciocco, che credeva alle favole dei mostri.
Preso da un impulso autolesionista, riaprii la chat. Lo contattai..
IO: La settimana scorsa avete fatto proprio uno scempio di mia moglie. Vi siete divertiti?
A: Ciao, cornutello. Le corna in testa le senti che crescono? Stanno diventando pesanti, eh? E sappi che non smetteranno. Anzi… ahahah!
IO: Non fare lo stronzo, Alessandro. È pur sempre mia moglie.
A: Non dirmi che non hai goduto anche tu. Ti sarai fatto talmente tante seghe che ormai dalle palle non esce più nulla Ahahah!!
La sua risata virtuale mi trafiggeva. Era la verità, ed era la cosa più umiliante. Dovevo ammetterlo a me stesso prima che a lui.
IO: È vero. Ho goduto.
A: Non è quello che hai sempre voluto? Tua moglie trattata come la troia che è, al comando di un vero uomo? Non ti piace come la sto educando? Tra poco non farà che chiedere cazzo. Anzi, sto organizzando una bella serata per la mia cagnetta. E tu, cornutello, parteciperai. Vedrai quanto ti piacerà!
Il messaggio rimase lì, come una condanna. Non riuscivo più a respirare, figuriamoci a concentrarmi sul lavoro.
Le sue parole erano una minaccia?
O la promessa del piacere più perverso che potessi immaginare?
Non riuscivo più a distinguere. Vivevo in un limbo ovattato, una nebbia grigia attraversata solo da immagini vivide: Rebecca inchiodata da cazzi anonimi, presa in tutti i buchi in orge selvagge, il viso contratto in un’estasi che non le avevo mai dato. La sognavo così, di notte. E ogni volta, al risveglio, mi trovavo sull’orlo dell’orgasmo, il cuore a mille, le mutande umide di pre-sperma. Più di una volta, nel sonno, avevo sborrato. Il mio corpo celebrava il mio tradimento e la mia distruzione meglio di quanto sapesse fare la mia mente.
Da Luca seppi che Alessandro aveva iniziato a visitare anche Sabrina, ripetendo lo stesso, perfido copione già attuato con me e Rebecca.
Luca mi inondò delle prove: screenshot delle prime chat, foto che Sabrina mandava ad Alessandro e che lui mostrava all’impotente marito di turno, una versione speculare e altrettanto devastante di ciò che avevo vissuto. La vidi trasformarsi sotto i miei occhi digitali: da moglie ritrosa a donna che si masturbava fissando il telefono, da madre pudica a troia che implorava a messaggi di essere “sfondata” da quel cazzone mostruoso.
Eravamo in trappola. Alessandro, come un abile regista, stava orchestrando la stessa metamorfosi per due coppie diverse, e le nostre mogli, le sue prede avevano abboccavano con una fame che faceva paura. Luca mi confessò il perché della sua complicità, dal desiderio ossessivo per Rebecca. E mi svelò che Alessandro, con spietata incuranza, aveva fatto anche a lui la stessa, sinistra promessa: “Sto organizzando una serata per te. Sarà indimenticabile.”
Una gelida paura, mi serrò lo stomaco, ma non nera l’unico organo a reagire.
L: “Cazzo, Andrea… ci siamo infilati in un bel casino. Un casino di merda.”
IO: “Tu potevi evitartelo, Luca. Hai voluto a tutti i costi scoparti mia moglie, e per farlo hai messo in piazza la tua. Ora la paghiamo tutti.”
L: “Lo so… lo so. Ma Cristo, Andrea… Rebecca è… una bomba. Sembrava nata per quello. Per essere riempita.”
IO: “Alessandro le sta plasmando. Devi ammetterlo che è bravo, un vero artista della corruzione. Sa esattamente dove premere.”
L: “Ma finirà mai? Torneremo mai a come eravamo prima?”
IO: “Il vaso di Pandora è aperto, Luca. Non si torna indietro. La scelta ora è una: restare ai margini di questo gioco di merda, guardare mentre le nostre mogli diventano le sue puttane di lusso, e forse, forse, non perderle del tutto, o rischiare di farle scappare per sempre verso di lui. L’unica cosa a cui potremmo puntare è che ci includa. Che ci dica: ‘Siediti, guarda, e goditi lo spettacolo’. Perché siamo costretti a guardare, almeno non saremmo tagliati fuori. Almeno sapremo dove e come ci tradiscono. E magari ne trarremo qualcosa di positivo”
Luca non ebbe il coraggio di rispondere. Forse perché anche lui, nel profondo, stava facendo lo stesso calcolo.
I giorni passavano inesorabili, intanto spiavo Rebecca con l’attenzione di un inquisitore, cercando una crepa, un lampo di ansia, uno sguardo colpevole. Niente. Era impeccabile. Si occupava della casa, accudiva nostra figlia con una pazienza da santa, mi chiedeva della mia giornata con quel tono di genuino interesse che per anni mi aveva fatto sentire al centro del suo mondo. Era il ritratto della moglie fedele, un atto recitato con una perfezione che mi gelava il sangue più di qualsiasi sfacciataggine. L’unico cambiamento, l’unico spiraglio su quell’abisso, era il sesso. O meglio, la sua totale assenza. Ogni mio tentativo veniva deviato con delicatezza ferrea. Una scusa sul lavoro, sulla stanchezza, su un mal di testa. “Non stasera, amore,” diceva, voltandomi le spalle con un sospiro che suonava più a noia che a frustrazione. La sua vera preoccupazione, ne ero certo, era solo una: contare le ore che la separavano dal poter riprendere quel cazzo nelle sue grazie.
L’unico spazio che mi concedeva, l’unica merce di scambio della nostra intimità ormai fallita, erano le seghe. Meravigliose, tecniche, devastanti. Era diventata un’artista della degradazione. Iniziava lenta, con movimenti ampi che facevano gemere la pelle, sputandoci sopra senza vergogna per lubrificare, fissandomi negli occhi con uno sguardo che non era d’amore, ma di valutazione. “Ti piace?” sussurrava, le labbra umide, mentre accelerava il ritmo. Era bravissima a sentire il momento esatto, a dosare la pressione, a farmi impazzire. E poi c’era quello: il dito. L’indice che, quando ero sul punto di non ritorno, scivolava con precisione chirurgica oltre lo sfintere, premendo su quel punto proibito che mi faceva venire come un idrante. Era un piacere acuto, sporco, che annullava ogni pensiero. E sapevo, con amara certezza, da chi aveva imparato quella mossa.
Alessandro me lo confermò in una delle sue chat quotidiane, diventate ormai il mio personale Inferno dantesco.
A: Cornutello, il dito nel culo di tua moglie ti piace? La mia cagnolina ha imparato in fretta, vero?
IO: Devo ammetterlo. All’inizio mi ribolliva lo stomaco. Ora… mi fa venire in tre secondi.
A: AHAHAHA! Siete tutti uguali, voi mariti cornuti. Basta che facciano le troie anche con voi e vi dimenticate chi ve le scopa. Almeno così si tiene la sua figa per chi se la merita davvero.
Il suo “merita” mi trafisse. Ero io quello che non se la meritava più. Lui sì.
A: E deve essere carica, carichissima per sabato sera. Deve avere una voglia da puttana.
IO: Sabato? Cosa c’è sabato?
A: Sabato la porto al “Velvet”, un posticino fuori Milano. Serata Hotwife. Un locale per veri intenditori, dove le mogli brave vanno a farsi scopare come le puttane che sono. Tu ci sarai alle 22. Prima della festa, così ti iscrivi, paghi il tuo obolo da spettatore e ti sistemi in un angolo buio, come meriti. Ci vediamo là, cornuto.
Un brivido di terrore, e subito dopo, la fiammata umiliante dell’eccitazione. Il mio corpo era un traditore consumato.
IO: Non ci andrà. Rebecca non accetterà mai una cosa del genere. Questo è il limite.
La sua risposta arrivò sotto forma di un’immagine. Rebecca. Non una foto rubata, ma uno scatto fatto per lui, in posa. Indossava un completo rosso fuoco: un perizoma a filo che spariva tra le sue chiappe, un reggiseno in pizzo nero e rosso così trasparente da essere una beffa, autoreggenti dello stesso colore. Il corpo era quello di una dea, ma lo sguardo… lo sguardo era quello di una escort esperta, sfacciato, provocante. Sembrava un’estranea. Una puttana di lusso che abitava nella pelle di mia moglie.
Non feci nemmeno in tempo a pensare. La mano si mosse da sola, afferrando il cazzo già durissimo attraverso i pantaloni. Tre strozzate frenetiche, il respiro che si fece affannoso, e sborrai, violento, imbrattandomi le mutande mentre fissavo lo schermo. Ero diventato questo: un uomo che si sega sulla foto della propria moglie trasformata in troia per un altro.
A: Visto, cornutello? Quanto è porca? Non la riconosci più, eh?
IO: No. Me la stai trasformando.
A: Esatto. Nella mia puttana. Sabato la condivido con altri. Vedrai come viene trattata. E tu godrai come un maiale nel fango. AHAHA!
A: Ah, e tieni le distanze. Non farti vedere. Non voglio rovinare la serata alla mia cagnolina. Non so come reagirebbe vedendo il suo cornuto di marito piangere in un angolo.
Era mercoledì. Tre giorni. Settantadue ore di un’agonia fatta di gelosia viscerale e di una lussuria malata che mi consumava dall’interno. Ogni pasto con Rebecca era una tortura. La guardavo tagliare la carne per nostra figlia, quelle stesse dita che stringevano il cazzo di Alessandro, e il mio stomaco si rivoltava mentre il basso ventre si contraeva in un crampo di desiderio.
Sentii anche Luca. La sua voce al telefono era un eco spento della mia disperazione.
L: Andrea… ha fatto lo stesso con me. Sabrina. Il “Velvet”. Sabato sera. La stessa identica cosa.
IO: Lo so.
Un silenzio carico di orrore. Eravamo due naufraghi sulla stessa zattera, che si guardavano e vedevano riflessa la propria fine.
L: Cazzo, Andrea… cosa ci siamo fatti?
IO: Ci siamo infilati in una gabbia. E ora lui ci sta mostrando la serratura, sapendo che non abbiamo il coraggio di uscire. Anzi, che vogliamo restare a guardare.
La verità delle mie parole ci inchiodò al silenzio. La paura era un gelo nelle vene. Ma il corpo, il maledetto, traditore corpo, rispondeva con un’unica, vergognosa verità: Il cazzo. Il cazzo rimaneva sempre duro.
Era l’unica certezza in quel mare di menzogne. Un’erezione perpetua, monumento alla nostra rovina e al nostro piacere distorto. E sapevamo, entrambi, che sabato sera, in quell’angolo buio del “Velvet”, con le mutande sporche di eccitazione e il cuore in frantumi, avremmo guardato. E avremmo goduto.
Il nostro inferno personale aveva un orario di apertura. E noi, come due dannati impeccabili, non vedevamo l’ora di varcarne la soglia.
I giorni trascorsero lenti, inesorabili, come sabbia che scivola tra le dita di un condannato. Io ero quel condannato, e sabato era la mia ora. Il tempo, al lavoro, si era fatto gommoso e inutile; a casa, ero un fantasma che sfiorava i mobili. L’unica cosa vera, l’unico scambio vitale, erano le masturbazioni sincronizzate al telefono con Luca, un rito oscuro in cui ci scambiavamo l’unica moneta che possedevamo: la disperata eccitazione per la nostra stessa rovina.
Le mie aspettative per la serata, in verità, erano basse. Anzi, mi aggrappavo segretamente alla speranza che Rebecca, di fronte a quel branco di sconosciuti arrapati e viscidi, avesse un moto di ribellione. Che gridasse, che scappasse, che dimostrasse che in fondo, sotto la puttana che Alessandro aveva plasmato, sopravviveva un briciolo della donna che avevo sposato. Lo stesso sogno, lo so, lo coltivava Luca per Sabrina. Era l’ultima, patetica illusione dei cornuti: credere che il proprio tradimento avesse un limite.
Mercoledì sera, durante una cena muta, Rebecca mi comunicò con voce levigata che sabato sarebbe uscita con le colleghe. “Una cena,” disse, “poi forse un drink. È tanto che non ci svaghiamo un po’.” Mentre parlava, staccava con la forchetta meticolosi pezzetti di carne. Non mi guardò. Il sottotesto era più chiaro di un manifesto: quella sera mi scoperanno. Eppure, rimasi muto. Omisi di dirle quello che mi ribolliva in gola:” Sì, lo so. E ti prenderai tutti i cazzi del locale, spero ti sventrino.” vendetta, Forse fu desiderio. La linea tra le due cose, ormai, si era dissolta.
Sabato arrivò con la piatta normalità di tutti i sabati: la spesa settimanale, i giochi con mia figlia al parco, il caffè al bar. Una farsa di vita familiare recitata su un vulcano. Alle diciotto in punto, Rebecca annunciò che andava a prepararsi. La osservai salire le scale, già con quell’andatura più sinuosa, già mentalmente altrove. Uscì dalla doccia avvolta in un asciugamano, la pelle ancora umida, e iniziò l’opera. Si truccò con precisione da pittrice fiamminga, si profumò nei punti che sapevo essere i suoi (e che ora immaginavo fossero i preferiti di Alessandro). L’atmosfera in casa era elettrica, un filo teso al punto di vibrare. Ci salutammo con un bacio sulla guancia che sapeva di cipria e di menzogna. “Divertiti,” dissi, e le parole mi bruciarono la lingua come acido. “Con le colleghe.”
Un’occhiata rapida, troppo rapida. “Certo, amore. Tu stai sereno.”
C’era una tensione nuova tra noi, pungente. Era come se percepisse che io percepissi. Che forse il velo della sua finzione perfetta si fosse strappato, e ora entrambi guardassimo, impotenti, nel buco nero che c’era sotto.
Portai mia figlia dai miei genitori, a poche centinaia di metri di distanza. Avevo architettato anche io la scusa dell’uscita con gli amici, una bugia trasparente che serviva soprattutto a me: non sarei tornato in quella casa vuota ad aspettare il ritorno di mia moglie, ad annusare l’aria nella speranza (o nel terrore) di cogliere l’odore di altri uomini su di lei. La paura del confronto diretto era più forte di ogni altra cosa.
Mentre a casa dei miei forzavo giù un pasto a base di pesce che sapeva di segatura, il telefono vibrò.
R: Tutto bene, amore? Eri un po’ strano prima.
Il cuore fece un balzo. Fissai quelle parole. Era curiosità? Era un test? Era il rimorso che bussava, timidamente, alla porta della puttana che era diventata?
IO: Tutto ok, perché? Devi dirmi qualcosa che non so?
Il tempo di quella risposta si dilatò in un minuto eterno. Poi:
R: Assolutamente no, cosa dici? Lo sai che ti amo. Dai, esco solo con le mie colleghe, è molto che non usciamo assieme!
Il “ti amo” mi trafisse come una lama sporca. La rabbia montò, improvvisa e cocente.
IO: Tranquilla, non devi giustificarti. Non hai nulla da giustificare, giusto??
Un altro vuoto. Una esitazione che parlava più di mille confessioni.
R: Certo…
Certo, pensai, ripulendo il piatto con furia muta. Certo che no. Perché giustificare la verità? Stasera ti farai sfondare da sconosciuti in un club per pervertiti, e l’unica cosa da giustificare sarei io, il marito-cornice, il marito-ombra che aspetta nel parcheggio.
Dopo cena, lasciai mia figlia tra le braccia rassicuranti di sua nonna e tornai a casa. Non per prepararmi, ma per eseguire un rito di purificazione impossibile. Una doccia fredda, gelida, che mi martellò la pelle senza scalfire il fuoco che avevo dentro. Mi vestii con un automatismo da fantasma: pantaloni scuri, camicia bianca. Mi stavo vestendo per sparire.
Il “Velvet” era una costruzione anonima in periferia, illuminata da un neon viola sbiadito. Parcheggiai lontano, nel buio. E lì, come un’apparizione speculare della mia dannazione, lo vidi. Luca. Usciva dalla sua auto, il viso scavato dalla stessa ansia e dalla stessa, lurida eccitazione che mi deformava le viscere. Ci incontrammo tra le ombre, senza una stretta di mano, senza un cenno. Due complici, due spettri. Il suo sguardo disse tutto: era spaventato quanto me, e il suo corpo, come il mio, era probabilmente già in uno stato di tremito perverso.
IO: “Pronto?” chiesi, la voce un graffio.
L: “No,” rispose lui, guardando la porta del locale come fosse l’ingresso degli inferi. “Mai stato così poco pronto in vita mia.”
E insieme, respirando la stessa aria di vergogna e anticipazione, ci avviammo verso quella soglia.
Entrammo. L’aria era fredda, profumata di un deodorante industriale che cercava di coprire qualcosa di più antico e animale. Ad accoglierci, dietro un bancone di vetro satinato, c’era un uomo sulla cinquantina, calvo, con un fisico molle avvolto in un impeccabile abito di lino chiaro. Aveva gli occhi piccoli, intelligenti, e un sorriso professionale che non raggiungeva le pupille.
“Benvenuti al Velvet, signori,” disse con una voce suadente, da sommelier di vini rari. “Spero possiate trovare qui l’ambiente perfetto per realizzare ogni vostra… fantasia.”
La parola ‘fantasia’ rimase sospesa, appiccicosa. Ci spiegò il funzionamento del club con il tono pacato di una guida museale, come se stesse illustrando una collezione di reperti preziosi e non una mappa della perdizione. Il “Velvet”, a suo dire, non è un semplice club. è un tempio. Un’eccellenza dedicata all’“amore” e alla “realizzazione personale”.
Mentre parlava, le mie orecchie ronzavano. Il suo monologo si frammentava in brandelli di frasi che mi trafiggevano come aghi:
“…Living Room, atmosfera vibrante, cocktail magistralmente preparati… perfetta per… socializzare.”
“…Labirinto. Intrigante. È facile entrare, signori. Uscire… è un’altra storia.”
“…Sala Sado-Maso. Attrezzature per pratiche… trasgressive. Molto richiesta.”
“…Sala delle Gabbie. Il metallo, sapete, ha un suo fascino. Freddo. Impersonale.”
“…Couples Zone. Solo per chi pratica lo scambio. Molto discreta.”
“…Dark Room. Il brivido dell’ignoto. Prendere o dare. A vostra scelta.”
“…Glory Hole. Una delle esperienze più… eccitanti. La metà superiore è uno specchio a una via. Le ragazze vedono solo il membro. L’uomo, invece, vede tutto.” Il sorriso si fece più complice. “È una questione di potere, no? Di controllo visivo.”
Poi, i suoi occhi si posarono su di noi, come se ci stesse rivelando il pezzo forte della collezione.
“E infine… la Stanza delle Orge. Piano interrato. Open space. Letti circolari… un flusso continuo.” Fece una pausa teatrale. “Credo sia la stanza che stasera, più di ogni altra, vi interesserà. Perché questa, come forse saprete, è la serata mensile delle Hotwife.”
La parola esplose nel silenzio ovattato dell’ingresso. Hotwife. Moglie calda. Moglie di tutti.
“Solitamente,” continuò, con un tono quasi affettuoso, “mariti, compagni, amanti… portano qui le loro partner per un po’ di sano divertimento con i nostri soci selezionati. E, devo dire, le signore… si scatenano. È uno spettacolo davvero notevole.”
Il proprietario, era chiaro che lo fosse, per la passione possessiva con cui descriveva quel bordello di lusso, ci fissò. Era così gentile, così affabile, così normale. Era questo il dettaglio più disturbante. L’accostamento surreale tra i suoi modi da gentiluomo di campagna e la carneficina erotica che promuoveva mi lasciò senza fiato. Quest’uomo non era un mostro. Era un imprenditore. E noi eravamo la sua clientela.
Pagammo una cifra esorbitante: “la quota associativa per clienti, più il buffet a tema” e ci infilammo nella Living Room. L’ambiente era esattamente come l’aveva descritto: divani in pelle bianca, luci basse, un brusio di voci e risatine soffocate. L’aria era densa di profumo, alcol e aspettativa. Ordinammo due Negroni, bevendoli in due sorsi, cercando di anestetizzare i nervi che non erano solo quelli della mente. Nei pantaloni, infatti, un’altra tensione, lurida e incontrollabile, si era fatta prepotentemente presente già dalle prime parole del proprietario.
Ci accovacciammo su due divanetti in un angolo buio, un rifugio di vergogna. Presi un altro drink, il ghiaccio che tintinnava contro il bicchiere per il tremito della mia mano. Luca non stava meglio: fissava il pavimento, il viso una maschera di ansia. La paura di vederle entrare si mischiava alla paura di non vederle entrare, lasciandoci in un limbo di supplizio.
Poi, alle 22:55, il telefono vibrò. Il cuore mi salì in gola.
Rebecca: “Non aspettarmi alzato, faccio tardi con le colleghe. Stiamo chiaccherando amabilmente, come non succedeva da tempo.”
Una fiammata di rabbia. Chiaccherando amabilmente. Mentre io ero qui, in questo tempio della depravazione, ad aspettare che si presentasse per farsi montare da sconosciuti.
Io: “Tranquilla. Dormo con nostra figlia dai miei.”
Rebecca: “Perché, scusa? Ha dormito molte volte dai nonni, non c’è bisogno che stai lì con lei.”
Io: “Voglio stare con lei. È un problema?”
Una pausa lunga, carica di tutto ciò che non poteva dire.
Rebecca: “No, certo. Fa’ come vuoi. Ora torno dalle colleghe. A domani.”
Non risposi. Il messaggio era la conferma. Il sipario si stava alzando. Posai il telefono, le dita sudate. Alzai lo sguardo verso l’ingresso, il cuore che batteva a martello contro le costole. In quella frazione di secondo, prima che la realtà irrompesse, l’ultimo, patetico barlume di speranza si spense.
Ero certo che da un momento all’altro l’avrei vista entrare. Non più mia moglie. Ma la Hotwife di Alessandro. E con lei, la moglie del mio amico. Pronte per essere offerte in sacrificio sull’altare di quel tempio, sotto i nostri occhi impotenti e, Dio mi perdoni, avidissimi.
Col cuore in gola e le mani sudate, con in corpo i due Negroni bevuti che mi pulsavano caldi nelle tempie, fissai l’ingresso. La gente entrava a gocce, come dosata da un invisibile contagocce all’esterno. La serata Hotwife iniziava alle 23: l’effetto era quello di un lento, ma inesorabile, ingresso del pubblico prima dello spettacolo principale.
E infatti, come per un incantesimo, poco prima dell’ora esatta il flusso divenne costante. Uomini. Soprattutto uomini. Una gamma che andava dal trentenne palestrato, sicuro di sé come un predatore, al cinquantenne con la pancia che s’intravedeva sotto la camicia, lo sguardo avido e un po’ disperato. Poi, finalmente, le donne. Erano un richiamo all’eros vivente. Non semplicemente belle: erano costruite per essere guardate, armate di tacchi, vestiti che erano promesse mantenute. Abiti lunghi con spacchi assassini che svelavano cosce compatte ad ogni passo, scollature così profonde da essere un invito a naufragare. Vestitini corti che lasciavano intendere tutto e nascondevano giusto il necessario per il mistero. Trasudavano una sicurezza che era a sua volta un afrodisiaco, sapendo di essere lì per essere desiderate, e per dare.
Poi, il mondo si fermò.
Eccole.
Rebecca e Sabrina. Entravano come regine di un corteo osceno, precedute e possedute dalle mani di Alessandro, i suoi palmi piatti e dominanti premuti sui loro glutei come marchi a fuoco. Un gesto che non diceva «sono con me», ma «sono mie». E loro, le nostre mogli, ci scivolavano sotto con una naturalezza che mi fece venire il voltastomaco. Niente tensione, niente sguardi furtivi. Ridacchiavano, già parte del gioco.
Rebecca era una visione in rosso. Un vestito aderente, fermato appena sotto il ginocchio da fascioni che si annodavano dietro, lasciando la schiena nuda e vulnerabile. Lo spacco laterale, però, era l’arma: si apriva con ogni passo, offrendo alla vista l’intera lunghezza di una coscia che conoscevo e che ora era merce di scambio. Sabrina, al suo fianco, era avvolta in un tubino nero che sembrava dipinto sulla pelle, modellando ogni curva del suo corpo da statuaria greca, spingendo in avanti il seno come un’offerta. Erano splendide. Erano mortali. Gli sguardi di ogni uomo nella sala le seguivano, le divoravano, e un nugolo di eccitazione viscida si aggrovigliò nella mia pancia, annodandosi attorno alla pura, straziante gelosia.
Si diressero al bancone, diventando immediatamente il centro dell’universo. Alessandro parlava, rideva, le presentava. Loro sorridevano, bevevano, flirtavano. Noi, Luca ed io, eravamo parassiti nell’ombra, divorati da un’eccitazione così acuta da far male. Poi la musica del DJ cambiò, diventando un battito tribale. Alessandro le guidò in pista, le mani sempre su di loro, e loro esplosero. Non ballavano: cacciavano. Strusciavano i corpi l’uno contro l’altro, contro uomini sconosciuti, in una danza di provocazione pura. Guardarle era uno strazio sublime. Erano il sogno perverso di ogni uomo, reso carne davanti ai nostri occhi.
Alessandro ci individuò nel buio. I suoi occhi, lucidi di potere, si incrociarono con i nostri. E ci fece l’occhiolino. Un cenno complice, da padrone ai suoi cani da guardia. Poi tornò a occuparsi delle sue cagne.
Mentre loro si scaldavano, noi, da buoni detective della nostra stessa vergogna, iniziammo a esplorare l’inferno. Seguimmo i flussi di persone: alcuni sparivano nella Dark Room, altri si dirigevano, già ansimanti, verso i Glory Hole. Molti, però, scendevano le scale. Verso la stanza delle orge. Decidemmo di seguirli.
L’atmosfera cambiò radicalmente. Sotto, la musica assordante si mutava in un ritmo tribale, ipnotico. L’aria era calda, umida, impregnata di un odore pungente e primordiale: sudore, sex toy in silicone. Era l’odore del sesso di gruppo, grezzo e senza vergogna.
Il piano interrato era un open space di corpi. Letti circolari, come crateri, punteggiavano la stanza. In alcuni, piccoli gruppi già convergevano. In uno, vedemmo una donna, la schiena arcuata, presa da dietro da un uomo massiccio mentre un altro le scopava la bocca. I gemiti della donna non erano di piacere fine a sé stesso, ma di abbandono totale, di annichilimento. Poi l’uomo dietro di lei si spostò, e io e Luca rimanemmo a bocca aperta. Il suo cazzo era un mostro. Spesso, venoso. La donna gemette, «più forte!», e lui obbedì, riprendendo a martellarla con una forza che sembrava volerla spezzare. Era uno spettacolo di pura, cruda fisicità che ci lasciò senza fiato, e con le mutande improvvisamente strette.
Tornammo di sopra, il sangue che ci rimbombava nelle orecchie. Cercammo le nostre mogli in Living Room, ma non c’erano più. Un brivido di terrore (e di eccitazione) ci percorse. Dovevano essere da qualche parte. E l’unico posto che per logica era giusto trovarle, il più umiliante, era il Glory Hole.
Ci dirigemmo là. Davanti alla struttura, una calca di uomini si accalcava, come spettatori a uno sport sanguinario. Trovammo un varco. Mi sporsi, guardando attraverso lo specchio a una via. All’interno, illuminate da una luce bluastra, c’erano cinque donne in ginocchio. E in mezzo a loro, riconobbi i capelli castani di Rebecca e quelli più scuri di Sabrina.
Il cuore mi si fermò. La rabbia fu un pugno nello stomaco, immediato, accecante. Mia moglie. In ginocchio. Davanti a un buco nel muro. Ma prima ancora che la rabbia potesse tradursi in un gesto, il mio corpo rispose. Il cazzo si eresse tutto d’un colpo, una fitta di piacere così intensa e immediata che mi portò sull’orlo dell’orgasmo. Dovetti serrare i pugni, mordermi l’interno della guancia, respirare a fondo per non sborrare lì, come un ragazzino, davanti a quella scena.
Era Rebecca. La vedevo attraverso lo specchio. Le sue labbra, quelle che avevano baciato me infinite volte, erano serrate attorno al glande di un cazzo anonimo che spuntava dal foro. Chiudeva gli occhi, il viso contratto in una concentrazione che sembrava estasi. Poi spostava la testa, ne prendeva un altro, più sottile, lo leccava dalla base alla punta con una lentezza voluttuosa. Sabrina, poco più in là rispetto a lei, faceva lo stesso, ma con uno sguardo più sfacciato, quasi divertito. Erano lì, ridotte a bocche anonime, a servizi di piacere per una marmasglia di sconosciuti. E stavano godendo della loro stessa degradazione. Lo si capiva dal modo in cui si muovevano, dalla dedizione con cui succhiavano.
Rimasi pietrificato, ipnotizzato da quell’orrore, quando una mano si posò sulla mia spalla. Mi voltai. Un uomo sulla quarantina, il viso arrossato dall’eccitazione e dall’alcol, mi fissò.
«Scusa, bello,» disse con voce roca. «Hai intenzione di usare quel buco, o posso passare io? C’è una mora dentro che ha una bocca da sogno.»
Prima che potessi rispondere, intervenne Luca. La sua voce era tesa, ma c’era sotto una sfumatura di follia rassegnata.
«Sì, sì, questo posto è nostro. Ora ci infiliamo noi.»
Si voltò verso di me, gli occhi febbrili. «Dai, Andrea. Siamo qui. Ormai cosa cambia? O sono i nostri cazzi o quelli degli altri. Tanto vale…»
La sua logica era contorta, malata, e perfettamente sensata nel nostro personale inferno. Cosa cambiava davvero? La loro umiliazione era già completa, pubblica. Questo gesto sarebbe stato solo l’ultimo, patetico sigillo della nostra complicità. Un modo per dire: anche noi siamo qui. Anche noi facciamo parte di questo gioco. Non solo spettatori. Complici attivi.
Con gesti meccanici, le dita che tremavano, slacciammo le cinture. Poi, con un ultimo sguardo tra di noi, uno sguardo che diceva addio a qualsiasi residuo di dignità, ci slacciammo i pantaloni. I nostri cazzi, duri, pulsanti, testimoni muti di tutta la nostra vergogna, spuntarono nell’aria viziata della sala. Li afferrammo.
E li infilammo negli orifizi anonimi del muro, nell’attesa cieca di un contatto che sapevamo già sarebbe stato elettrizzante e devastante.
Intanto, attraverso lo specchio a una via, assistemmo alla degradazione. Sabrina, inginocchiata, aveva appena ricevuto una scarica di sborra calda in pieno viso. L’uomo alla nostra destra, urlò il suo orgasmo contro il muro: «Questa sì che è una vera bocchinara! Brava, troia! Prendi, prendi tutta la mia sborra in faccia!»
La voce era roca, trionfante. La violenza verbale, unita all’immagine di Sabrina che restava immobile un attimo, gli occhi chiusi, il volto bianco e lucido sotto la luce blu, fu uno schiaffo di realtà. Questo non era più un gioco di fantasie condivise. Questo era il mercato. E le nostre mogli erano la merce. Eppure, contro ogni logica, quella scena fu un colpo basso al mio stomaco che si tradusse in un’immediata, vergognosa contrazione di piacere. Il mio cazzo pulsò violentemente nel foro, reclamando attenzione.
Prima che potessi reagire, vidi Sabrina muoversi. Con una lentezza quasi cerimoniale, si chinò in avanti e baciò la cappella ancora grondante dell’uomo, un gesto di sottomissione assoluta. Poi si alzò, i passi sicuri, e si diresse verso un tavolo al centro della stanza che prima non avevamo notato. Era rifornito di salviettine umidificate, disinfettante, asciugamani. Un angolo di igiene in quel tempio della sporcizia. Si pulì il viso con gesti metodici, come un’attrice che si toglie il trucco dopo lo spettacolo. Poi tornò al giro.
E venne dritta verso Luca. Vidi il volto del mio amico irrigidirsi. Mi guardò, gli occhi spalancati da un panico improvviso. «E se riconosce il cazzo?» sussurrò, la voce un filo di terrore.
La domanda era assurda, grottesca. Eppure, in quel momento, sembrò la cosa più importante del mondo. Risposi con una battuta che sapevo essere crudele, ma che nascondeva la mia stessa, identica paura: «Tu, dopo aver leccato cinque vagine una dietro l’altra, riconosceresti la figa di tua moglie?»
Non fece in tempo a rispondere. Un gemito strozzato gli uscì dalle labbra. Sabrina aveva afferrato il suo cazzo e lo aveva imboccato senza esitazione. Non un tentativo, non un assaggio. Una presa decisa, professionale. Attraverso lo specchio, vidi la sua testa muoversi avanti e indietro con un ritmo ipnotico e potente, le labbra strette attorno all’asta, la lingua che doveva lavorare sulla parte inferiore. Luca rimase pietrificato, il volto una maschera di estasi e orrore. Non emise un suono, ma il suo corpo parlava per lui: la tensione nelle spalle, il modo in cui le dita si aggrapparono al bordo del foro, bianche per la presa. Stava godendo come non aveva mai goduto, e lo stava facendo con la bocca di sua moglie, che non lo riconosceva.
Poi toccò a Rebecca. La vidi attraverso il vetro mentre, ancora col viso sporco della sborra di un altro, si spostava. Non si pulì. Venne dritta verso la mia postazione. Il mio cuore si bloccò. Attraverso il foro, non potevo vedere nulla, solo sentire. E sentii. Una mano afferrò la base del mio cazzo con una sicurezza che non era la sua. Non la timida, a volte svogliata presa di quando cercava di accontentarmi. Questa era una presa da pompinara esperta. Poi sentii il caldo umido delle sue labbra avvolgere la mia cappella, e subito dopo, il vuoto e la pressione della suzione. Un colpo di testa deciso. Succhiava. Non leccava, non accarezzava. Succhiava, con una voracità che mi tolse il fiato. Con la mano lavorava la parte inferiore dell’asta, massaggiando, accelerando il ritmo in perfetta sincronia con la bocca.
Era bravissima. Troppo brava. Questa non era la moglie che conoscevo. Era l’allieva di Alessandro, la cagnetta addestrata. Il pensiero mi trafisse, ma il mio corpo rispose con una fedeltà animalesca. Un’ondata di piacere mi risalì dall’inguine, inarrestabile. Riuscii a trattenere i gemiti, ma il mio respiro divenne un rantolo soffocato. Resistetti forse trenta secondi, forse un minuto, in quel paradiso infernale, prima di esplodere. L’orgasmo fu violento, catartico, un fiume di vergogna e godimento che eruppe dalla mia radice più profonda. Sentii gli schizzi caldi colpire qualcosa – la sua lingua, il palato, il viso – e poi scorrere. Molta sborra. Troppa. Doveva averne colata sul mento, sul collo.
Attraverso il vetro, la vidi ritirarsi. Per un istante, il suo volto apparve nello specchio. Gli occhi socchiusi, le labbra gonfie, lucide e sporche di bianco. Mi fissò, o fissò il vetro, con un’espressione che non seppi decifrare: soddisfazione? Vuoto? Poi, con un gesto che mi spezzò il cuore e mi eccitò di nuovo all’istante, si chinò e baciò la punta del mio cazzo, ancora sensibile e pulsante. Un bacio rapido, quasi un “grazie”.
Solo allora si alzò e, finalmente, andò al tavolo centrale a pulirsi. Luca, poco dopo, ebbe la sua convulsione silenziosa, il corpo scosso dagli spasimi mentre Sabrina continuava il suo lavoro finché non ebbe ingoiato tutto.
Pulite, rinfrescate, le due donne uscirono dalla stanza del Glory Hole, rientrando nel brusio del club. Noi ci ricomponemmo in fretta, le mani tremanti, il sudore freddo sulla schiena. Ci allontanammo dalla calca, cercando l’ombra.
Le seguimmo con lo sguardo. Alessandro non le aveva perse di vista. Le stava aspettando vicino al bar, ma non era solo. Aveva tra le braccia una donna matura, forse sulla quarantina avanzata, ma con un corpo tonico e uno sguardo da predatrice. La stava baciando con passione, una mano stretta sul suo sedere. Quando vide Rebecca e Sabrina avvicinarsi, si staccò dalla donna con un sorriso, sussurrandole qualcosa all’orecchio che la fece ridere.
Poi si voltò verso le nostre mogli. Le accolse con un’espansività da padrone di casa, mettendo un braccio sulle spalle di ciascuna. Si chinò per parlare loro, la bocca vicino alle loro orecchie. La musica e la distanza coprirono le sue parole. Ma i loro volti, illuminati dalle luci stroboscopiche, erano un libro aperto. Rebecca ascoltava con un sorriso compiaciuto, annuendo. Sabrina aveva un’espressione più intensa, quasi febbrile, gli occhi che brillavano di una luce pericolosa. Alessandro parlava, indicando con un cenno del capo verso le scale che conducevano al piano inferiore. Verso la stanza delle orge.
Il suo piano si dispiegava davanti a noi, chiaro come il giorno. Il Glory Hole era stato solo l’antipasto. L’aperitivo. Adesso le portava al banchetto principale.
Eravamo in trance. Vedere Alessandro che accompagnava le “nostre” mogli al macello, i palmi delle mani saldamente piantati sui loro culi come fossero bestiame di pregio, fu un colpo allo stomaco che mi tolse il respiro. A mente fredda, il Glory Hole era già stato un’aberrazione, ma lì, in fondo, loro avevano ancora un briciolo di controllo: decidevano loro a chi donare la bocca, quanto a lungo, con che ritmo. Loro comandavano il piacere che davano. Lì sotto, nella Stanza delle Orge, quel controllo sarebbe evaporato. Sarebbero state in balia degli eventi, dei maschi arrapati che avrebbero voluto solo infilare il loro cazzo duro e pulsante in qualche buco caldo, senza chiedere permesso, senza ringraziare. Solo prendere.
Come due ebeti, due statue di sale, restammo a guardare mentre si avviavano verso le scale. Dietro di loro, un codazzo di uomini con cui avevano ballato, no, con cui si erano strusciate, si accodava come un branco di sciacalli. Ci mettemmo in fila anche noi. Un atto quasi religioso, grottesco. Silenziosi, devoti, come si aspetta l’ostia in chiesa. Ogni tanto, uno sguardo complice con Luca, ma la vergogna e l’ignoto vincevano su qualsiasi parola. La lingua incollata al palato. Nella mia testa, una sola domanda rimbombava come un martello su una campana fessa: cosa farà mia moglie laggiù? Come si comporterà? Ormai non avevo più la speranza di vederla scappare. Quell’illusione era morta nel momento in cui l’avevo vista succhiare cazzi anonimi attraverso un muro con la dedizione di una credente. Quel ruolo di troia sottomessa le piaceva. Le piaceva da morire, a giudicare da come si muoveva, da come cercava il piacere negli sguardi degli altri. Se volevo cambiare qualcosa, dovevo intervenire io. Ora. Subito. O restare nel silenzio, a subire che mia moglie si divertisse sessualmente comandata da Alessandro.
Ma fino a dove si sarebbero spinti? Un conto è tradire tra le mura “sicure” di casa, già di per sé un’aberrazione. Un altro, totalmente diverso, è lasciarsi trasportare in questo vortice di lussuria sfrenata, in un luogo progettato per cancellare ogni confine. Fino a che punto, Rebecca? Fino a dove ti lascerai portare?
Scendemmo le scale. Il battito della musica diventava più cupo, più viscerale. Perdemmo di vista le nostre mogli, inghiottite dalla penombra e dalla calca. Una volta al piano inferiore, cercando di rimanere ai margini della sala, le vedemmo dall’altro lato. Il cuore mi esplose nel petto.
Erano lì, in piedi, abbracciate ad Alessandro. Lo limonavano. Entrambe. Si passavano la sua bocca come fosse un trofeo, le lingue che si intrecciavano, si alternavano, si contendevano il suo sapore. Si strusciavano contro di lui come gatte in calore, le mani che gli palpavano il petto, la schiena, scendevano giù fino a sfiorargli il cazzo già duro. Lui, come un polipo, le toccava ovunque, senza freni, senza delicatezza. Intorno a loro, un cerchio di cinque uomini, di cui due di colore, enormi. Non semplicemente alti o muscolosi: enormi nei corpi e in quello che lasciavano intravedere nei pantaloni. Se ne stavano lì, immobili, a godersi lo spettacolo, statue di carne in attesa del segnale.
Poi Alessandro fece un cenno. Un via libera.
Gli spettatori si mossero. Con la grazia felina dei predatori, si avvicinarono alle prede. Era ipnotico: un leone che si avvicina a una gazzella azzoppata, sicuro della preda. Rebecca e Sabrina, invece di indietreggiare, si tesero verso di loro, i corpi che vibravano di aspettativa. Iniziarono a toccarle. Le mani scivolarono sui loro fianchi, sulle cosce, risalirono lente, con una calma che era la più eccitante delle violenze. Uno dei due si mise davanti a Rebecca. La scrutò. La scannerizzò dalla testa ai piedi, millimetro per millimetro, come se dovesse memorizzare ogni curva, ogni ombra della sua pelle. Si chinò, le mani che le accarezzavano le caviglie, risalendo lungo i polpacci, dietro le ginocchia, sulle cosce. Poi si alzò, afferrò l’orlo del suo vestito rosso e, con un movimento fluido, glielo sfilò di dosso.
Rebecca rimase in autoreggenti, perizoma e reggiseno. Una dea. Una dea del sesso esposta al culto dei fedeli. Lo stesso destino toccò a Sabrina, spogliata dall’altro uomo con la stessa, identica, reverenza predatoria. Erano bellissime. Erotiche. Riempivano la stanza di una potenza sessuale quasi tangibile. Per ora reggevano l’assalto di sei uomini arrapati, vogliosi. Rispondevano ai loro tocchi, si offrivano ai loro sguardi. Per ora erano regine. Ma io conoscevo la natura di quei giochi. Sapevo che presto, molto presto, la loro resistenza si sarebbe infranta contro l’onda di cazzi che si preparava a travolgerle. E allora non sarebbero state più regine. Sarebbero state quello per cui Alessandro le aveva addestrate: delle semplici, perfette, insaziabili troie.
I due neri le presero in braccio con una naturalezza che fece sembrare Rebecca e Sabrina leggere come piume. Le portarono sul letto circolare più vicino, quello libero, e le adagiarono sulla superficie morbida come offerte su un altare. Poi iniziò il rito.
Non furono più tocchi esplorativi. Furono prese di possesso. Mani ovunque: sui seni, sulle cosce, tra le gambe, a strofinare quelle vulve già umide e vogliose. Bocche che si incollavano alle loro, lingue che si intrecciavano in baci profondi, sporchi di saliva e promesse. Intorno, gli altri uomini iniziarono a spogliarsi con gesti rapidi, quasi rabbiosi. I loro cazzi emersero alla luce soffusa: nerboruti, congestionati, pulsanti di un’erezione che non ammetteva attese. Quando le nostre mogli li videro, non ci fu esitazione. Li presero in mano con la prontezza di professioniste, iniziarono a giocarci, a pesarli, a far scorrere le dita lungo le aste tese. Come solo delle puttane esperte sanno fare. Come solo delle donne che hanno imparato a desiderare il cazzo più di ogni altra cosa sanno fare.
Si misero in ginocchio sul letto, una di fianco all’altra, e iniziarono a passarli di bocca in bocca. Un nastro trasportatore di piacere. Uno ne pompina, due lo segano, poi cambio, poi di nuovo. Era uno spettacolo coreografato nell’inferno. Erano maestose nella loro degradazione.
Poi i due neri si spogliarono anche loro. E lì, io e Luca ci scambiammo uno sguardo che non dimenticherò mai. Fino a quel momento, i cazzi che avevamo visto erano di tutto rispetto. Quello di Alessandro, che ci era sembrato un mostro, ora, al confronto, appariva quasi normale. Quelli che emersero dai pantaloni dei due colossi erano bestie. Non c’era altra parola. Enormi. Larghe. Vene che pulsavano come serpenti sotto la pelle scura. Una circonferenza che sembrava voler sfidare le leggi della natura. Il solo vederli mi provocò un crampo allo stomaco e un’ulteriore, dolorosa erezione. Come cazzo faranno a entrarci? fu il mio primo, stupido pensiero. Il secondo fu di pura, viscida eccitazione all’idea che mia moglie, la madre di mia figlia, avrebbe provato a ingoiare quel macigno.
Si unirono alla mischia. I loro cazzi mostruosi vennero presi in mano, leccati, accarezzati dalle nostre mogli con una reverenza che rasentava il culto. Peccato non aver visto l’espressione dei loro volti alla prima vista di quei pali neri. Ma le immaginai: stupore, timore, e quella fame animale che Alessandro aveva saputo scavare dentro di loro.
Ci avvicinammo. Dovevamo vedere meglio. Dovevamo sentire. Sempre nell’ombra, sempre invisibili, sempre cornuti. La scena era identica a quelle viste e straviste nei video porno che consumavo per masturbarmi. La stessa composizione: donne in ginocchio, cazzi duri allineati come soldati in attesa. Solo che ora la protagonista era mia moglie. E la donna accanto a lei era la moglie del mio amico. Non c’era uomo, in quel cerchio, che non ricevesse attenzioni dalle nostre donne. Mentre una ne pompinava un altro, le mani lavoravano su altri due. Erano instancabili. Perfette. L’addestramento di Alessandro stava dando i suoi frutti, e lui se ne stava lì, in mezzo a loro, a godersi il trionfo. Non solo della loro bocca e delle loro mani, ma della sua opera. Le indicava, ne parlava ad altri uomini con un orgoglio da proprietario terriero che mostra il bestiame: «Sono mie. Le scopo quando voglio, come voglio. Le mie schiavette personali. Le sto addestrando a essere le puttane perfette.»
La cosa che mi ferì più di ogni altra, più dei cazzi, più delle umiliazioni, fu questa: le nostre mogli non si opposero. Non batterono ciglio. Anzi, quelle parole sembravano incitare loro, accendere una fiamma più forte nei loro occhi. Sorridevano, mentre venivano chiamate “schiavette”. Annuivano, mentre venivano esposte come trofei. Era tutto incredibile. Umiliante. Degradante. Ci sentivamo morire dentro, l’anima ridotta a brandelli. Ma il corpo, quel traditore del corpo, rispondeva con un’unica, inequivocabile verità: il cazzo era di nuovo duro. Duro da far male. Duro da vergognarsi.
Poi Alessandro prese l’iniziativa. Giustamente, erano le sue troie. Afferrò Rebecca, la adagiò supina sul letto e le si mise sopra, a missionaria. Non ci furono preliminari, non ci fu attesa. Iniziò a scoparla con un ritmo subito violento, potentissimo. I suoi fianchi sbattevano contro di lei con una forza che la faceva sobbalzare sul materasso. Due uomini si piazzarono immediatamente all’altezza del suo viso, i cazzi tesi a pochi centimetri dalle sue labbra. E lei, nonostante le spinte poderose che la trapassavano, allungò il collo e iniziò a leccare. Prima uno, poi l’altro, poi di nuovo, la lingua che si allungava come un serpente per accontentarli tutti, mentre Alessandro continuava a martellarla senza pietà.
Accanto a loro, Sabrina era stata presa da uno dei due neri. L’adagiò allo stesso modo, poi portò la punta del suo mostro alle labbra della sua figa. Per un attimo, ci fu una pausa sospesa. La cappella, enorme, scura, premette contro quel rosa chiaro, e il contrasto era quasi offensivo. Poi lui spinse. Non tutta l’asta, solo la punta. La cappella entrò, dilatando le labbra di Sabrina in un modo che sembrava impossibile. E lei emise un suono che non era un gemito. Era un urlo strozzato, un lamento di stupore e dolore che attraversò il brusio della sala. «Ahhh! è troppo…» Ma il nero non si fermò. Era bravo, si vedeva. Iniziò a scoparla solo con quella cappella, estraendola e riaffondandola con movimenti lenti, misurati, mentre l’altro nero e un altro uomo le presentavano i cazzi da leccare. E lei, in qualche modo, tra un gemito e l’altro, tra una smorfia di dolore e un lampo di piacere negli occhi, cercò di accontentarli. La lingua fuori, a leccare quello che riusciva a raggiungere, mentre sotto di lei quel martello pneumatico lavorava per aprirla, per plasmarla, per renderla degna di ricevere tutto, fino in fondo.
Io e Luca assistevamo, pietrificati. L’incubo era diventato realtà. E il mio cazzo, il maledetto, non accennava a cedere.
Il nero che stava scopando Sabrina continuava la sua opera di scultura della carne, e ad ogni affondo penetrava più a fondo in lei. Si vedeva, dalla tensione dei muscoli del suo ventre, dallo sforzo con cui il suo cazzo fendeva quella resistenza. Lei lo sentiva. Lo sentiva ogni centimetro, ogni millimetro in più, e gemeva con un’intensità che cresceva di pari passo con la penetrazione. Non era più un gemito di dolore, o almeno non solo. Era il suono di una donna che sta scoprendo un nuovo, sconvolgente pianeta di piacere.
«Dai… aprimi tutta…» ansimò Sabrina, la voce rotta, gli occhi che cercavano quelli del suo dominatore nero nello specchio posto sopra il letto. «Lo voglio sentire che mi sfonda… voglio sentire tutto…»
Il nero obbedì. Con un ringhio soddisfatto, piantò il suo bastone d’ebano fino in fondo, fino a che la punta non incontrò la cervice. L’urlo di Sabrina trapassò la musica, un suono animale, primordiale, che gelò il sangue a me e fece irrigidire Luca accanto a me. Era un urlo di dolore, sì, ma anche di un godimento così estremo da sembrare una tortura. E nonostante fosse arrivato a fondo, una parte consistente di quel cazzo restava fuori. Si vedeva, chiaro come la luce, il tratto ancora visibile tra il suo pube e le natiche di Sabrina. Le sue labbra vaginali, stirate all’inverosimile, erano bianche per la tensione, un cerchio di pelle teso attorno a quella circonferenza mostruosa. Poi lui iniziò a muoversi. Avanti e indietro. Lentamente all’inizio, poi sempre più forte, sempre più fondo, ogni volta che il glande andava a sbattere contro il collo dell’utero, Sabrina emetteva quel suono strozzato, quel misto di sofferenza e beatitudine che solo chi ha provato certe sensazioni può capire. Doveva provare qualcosa di incredibile. Doveva essere trasportata in un’altra dimensione.
Accanto a loro, Alessandro continuava la sua cavalcata su Rebecca. La stava prendendo con una violenza che non avevo mai visto, nemmeno nei video. Era un animale, un toro in calore che monta la sua femmina. I colpi del suo bacino contro di lei erano secchi, potenti, il rumore della carne che sbatteva contro la carne riempiva l’aria insieme ai gemiti di lei.
«Sì! Così!» urlava Rebecca, le unghie che affondavano nella schiena di lui. «Riempimi! Fammi sentire che sono una troia! La troia di tutti!»
Alessandro la martellava senza pietà, e intanto le sibilava nell’orecchio parole che dovevano scolpirsi nella sua anima: «Sarai la troia di chi vorrò io, quando vorrò io. La mia schiavetta personale. E quando avrò voglia, ti porterò in posti come questo e ti farò scopare da mandrie di uomini. Magari qualcuno pagherà pure per scoparvi, tu e Sabrina. Vi metterò in vetrina, come le puttane di lusso che siete diventate.»
È questo che ha in mente? pensai, il cuore in gola. Trasformarle in professioniste? In merce da vendere?
Poi Alessandro cambiò posizione. Con una mossa fluida, la girò a pecora, il culo di Rebecca sollevato e offerto come un’isola nel mare di corpi sudati. Nel farlo, ordinò a uno dei due uomini che fino a quel momento avevano ricevuto solo pompini da lei: «Tu, sdraiati sotto di lei. Voglio che la prenda anche davanti.»
L’uomo obbedì all’istante, sdraiandosi supino sul letto, il cazzo dritto come un albero maestro. Rebecca lo guardò, un lampo di malizia negli occhi. «Dai,» disse con voce roca, «apritemi tutta. Voglio che mi sfondiate come si deve.» Poi aggiunse, con una sfida che mi gelò: «O devo chiedere a qualcun altro?»
Alessandro le mollò una sculacciata secca su quel culo perfetto, che si arrossò all’istante. «Stai zitta, troia, e fai quello che ti dico.» Lei si abbassò sul cazzo dell’uomo sdraiato, un gemito di piacere mentre lo accoglieva dentro. Intanto, l’altro uomo rimasto in piedi le infilò il cazzo in bocca, e lei iniziò a lavorarlo con la stessa dedizione.
Alessandro intanto aveva preso il lubrificante. Lo vidi spalmarsene generosamente sul cazzo, quel palo che già conoscevo bene, e poi sul buco anale di Rebecca. Non ci furono preavvisi. Non ci furono carezze. Con un movimento deciso, glielo piantò nel culo tutto d’un colpo.
L’urlo di Rebecca squarciò l’aria. Un suono così alto, così disperato, che per un attimo temetti avrebbe fermato la musica. Ma la musica continuò, e lui continuò. Alessandro, preso dalla foga, iniziò a sfondarla davvero. Colpi animaleschi, profondi, che la facevano sobbalzare in avanti, spingendola ancora di più sul cazzo dell’uomo sotto di lei e su quello che aveva in bocca. Gli insulti uscivano dalla sua bocca come un fiume in piena:
«Ci avevo visto giusto con voi! Siete due puttane, luride puttane che hanno bisogno di essere solo usate! Usate come un cesso! Vi sfonderemo talmente tanto il culo stanotte che non camminerete per una settimana! Dovrete mettere i pannoloni, da quanto vi apriremo! E ai cornuti, cosa direte?»
A quelle parole, si girò. Ci guardò. Dritti negli occhi, nell’ombra in cui credevamo di essere invisibili. Un sorriso beffardo gli increspò le labbra mentre continuava a martellare Rebecca, le sue parole diventavano una dichiarazione di guerra:
«Cosa gli direte? Che vi siete fatte sfondare in un’orgia da sei maschi? Che siete troie e loro due luridi cornuti? Siete le mie cagne! E stanotte… stanotte siete le cagne del locale!»
Le sue parole, forti e chiare, attirarono l’attenzione. Altri uomini, nella penombra della zona orge, si avvicinarono. Prima uno, poi due, poi un gruppo di almeno cinque o sei. Si disposero intorno al letto circolare, un cerchio di sguardi famelici, di cazzi che già iniziavano a indurirsi alla vista dello spettacolo. Alcuni si masturbavano lentamente, altri aspettavano solo un cenno per unirsi alla mischia.
Io e Luca eravamo paralizzati. Il mio cazzo, nei pantaloni, era duro come non mai. E davanti a me, Rebecca, con gli occhi socchiusi dal piacere, la bocca piena, il culo pieno, la figa piena, guardò quel cerchio di uomini che si stringeva intorno a lei. E nei suoi occhi, in quell’istante, vidi qualcosa che mi uccise e mi eccitò allo stesso tempo. Vidi che non vedeva l’ora.
Ormai attorno al loro letto, ai sei uomini che già stavano fottendo le nostre mogli, se ne erano aggiunti altri sei. Un cerchio sempre più fitto di corpi, di sguardi, di bramosia. Alcuni si limitavano a guardare, rapiti dallo spettacolo, le mani lungo i fianchi in un autocontrollo che sembrava costargli uno sforzo titanico. Altri, invece, avevano già i cazzi di fuori e li accarezzavano con moto lenti, quasi ipnotici, pronti a scattare al minimo cenno. Dodici uomini intorno a due donne. Dodici cazzi di un inferno che si stava aprendo per inghiottire le nostre mogli.
Presi Luca per un braccio e lo trascinai più avanti. Volevo vedere. Volevo sentire ogni gemito, ogni respiro affannato di Rebecca. Mi infilai nella cerchia, spostando con decisione un uomo che mi sbarrava la visuale, cercando un’angolazione che mi permettesse di non entrare in contatto visivo con lei, di catturare ogni minima espressione sul suo volto. Luca fece altrettanto non molto distante da me. Due spettatori paganti, due cornuti in cerca del miglior posto in platea per assistere alla propria damnatio.
Era incredibile. Davvero incredibile quanto Alessandro stesse distruggendo Rebecca. Spingeva come un animale, ogni colpo una dichiarazione di guerra al suo corpo, alla sua dignità, al nostro matrimonio. Voleva marchiarla. Voleva farla schiava sessuale in modo così indelebile che nessun altro uomo, men che meno io, avrebbe mai potuto competere. Lei gemeva come una cavalla in calore, il cazzo di uno dei presenti che le riempiva la bocca, quello di un altro ancora che le sfondava la figa, mentre Alessandro la prendeva da dietro con quella furia devastante. Era un sandwich di carne e lussuria, e lei era il ripieno, la parte più prelibata.
Alessandro, con voce roca, incitò sia l’uomo che aveva il cazzo in bocca a Rebecca, sia quello che stava facendo altrettanto con Sabrina, a scopare quelle bocche come si deve. «Forza,» ringhiò, «scopate le bocche di ste troie come fossero fighe da riempire! Non abbiate pietà!»
Non se lo fecero ripetere. Afferrarono le teste delle nostre mogli con decisione e iniziarono a scopargli la bocca con violenza. Andavano fino in fondo, fino a farle quasi soffocare, per poi uscire quel tanto che bastava a farle riprendere fiato, ma senza mai concedere tregua. I suoni che uscivano dalle loro gole non erano più gemiti umani. Erano gorgoglii, rantoli, i rumori gutturali di chi sta ricevendo un cazzo in gola e non può fare altro che subire. La saliva colava copiosa dai loro menti. I loro volti erano rossi, congestionati dallo sforzo e dall’eccitazione.
Ora anche Sabrina, che fino a quel momento aveva subito il cazzone del nero, cambiò posizione. Si mise a pecora, imitando la sua compagna di sventura. Il nero si sdraiò supino sul letto, quel palo nero impressionante che svettava verso l’alto come un obelisco di carne. Sabrina ci si impalò sopra con evidente difficoltà, si vedeva dalla tensione dei muscoli delle cosce, dal modo in cui le sue labbra vaginali si allargavano per accogliere quella circonferenza mostruosa, ma alla fine, come prima lo prese tutto. Dietro di lei, Alessandro si posizionò, attendendo che il cazzo del nero arrivasse a fine corsa, per poi poggiare il suo bastone venoso e pulsante contro il buco del culo di Sabrina.
Io e Luca ci scambiammo uno sguardo preoccupato. Sapevamo cosa stava per succedere. Sapevamo che Alessandro non si sarebbe fermato.
Lui, dopo aver lubrificato abbondantemente sia il buco del culo di Sabrina che il suo uccello, ci guardò. Dritti negli occhi. Mentre iniziava a spingere, con qualche fatica iniziale, la sua lussuria era così tangibile da poterla quasi toccare. Si vedeva nei suoi occhi, in quel ghigno sadico che gli increspava le labbra.
«Sento l’ingombro di Mohammed» disse, la voce un ringhio di piacere. «Ora spacchiamo sta troia da strada come si deve.»
Quando arrivò in fondo, con un colpo secco che fece sobbalzare Sabrina, le afferrò i capelli e glieli tirò all’indietro.
«Cosa direbbe tuo marito se ti vedesse ora?» le sibilò all’orecchio, ma abbastanza forte perché lo sentissimo. «Così conciata, il trucco sbavato, le labbra gonfie, sopra un bastone d’ebano che ti apre la figa come non hai mai provato, e mentre un altro uomo ti incula contemporaneamente?»
Sabrina tremò. Un tremito leggero, appena percettibile, che partiva dalle spalle e si propagava lungo tutta la schiena. Poi, con una voce così bassa che quasi non la sentimmo, rispose: «Direbbe… che sono una lurida vacca… da far montare da chiunque voglia…»
Alessandro rise, una risata di pura, crudele soddisfazione. Poi iniziò a montare anche Sabrina con colpi poderosi, precisi, devastanti. Il nero sotto di lei, Mohammed, non poteva fare altro che starsene fermo, sentire quel cazzo che si muoveva dentro il culo della stessa donna che lui stava penetrando, aspettare che l’assalto di Alessandro finisse per poter riprendere anche il suo personale massacro.
Nel frattempo, al posto di Alessandro con Rebecca, aveva preso posto l’altro nero, Sary lo chiamavano. Il suo bastone d’ebano era ancora lucido della saliva di Sabrina, un dettaglio osceno che mi fece ribollire il sangue. Lo puntò contro il culo di mia moglie, già provato dalla precedente incursione di Alessandro. Lei gemette, un lamento di sorpresa e forse di timore, quando vide la dimensione di quello che stava per entrare.
«Porca troia, che cazzo enorme! Fa piano!!!»
E prese a scoparla in modo lento ma ritmico, entrando quasi tutto e uscendo, per poi riaffondare quel suo palo nel buco largo di mia moglie. Ogni affondo la faceva sussultare, e i suoi gemiti, seppure soffocati dal cazzo che aveva ancora in bocca, erano un inno alla sua totale, completa sottomissione.
Mentre entrava e usciva, si compiaceva con Alessandro. «Queste due troie sono belle abituate bene, eh?» disse, la voce alta perché tutti sentissero. «Sanno prendere cazzi di un certo tipo. Le hai addestrate proprio bene.»
Alessandro annuì, compiaciuto. «Le ho allenate a casa loro. Con calma, con pazienza mentre i loro mariti non c’erano. E adesso guardale. I meriti sono tutti miei e del mio cazzo.»
Scoppiarono a ridere. Una risata grassa, soddisfatta, che fu subito ripresa da tutti gli uomini intorno. E mentre ridevano, Alessandro ci guardava. Quel bastardo ci guardava dritto negli occhi, e rideva. E intorno a noi, qualcuno iniziò a guardarci, a sussurrare. Qualcuno aveva capito. Avevano capito che eravamo noi, i cornuti. I mariti delle due troie che si stavano facendo sfondare da tutti. La consapevolezza mi trafisse come una lama: non eravamo più spettatori anonimi nell’ombra. Eravamo diventati parte dello spettacolo. I pagliacci.
In quel momento, sentii una mano sulla spalla. Mi girai di scatto. Era il proprietario del locale, l’uomo calvo e gentile che ci aveva accolti all’ingresso. Mi sorrideva, ma non c’era beffa nel suo sguardo. C’era ammirazione. Sincera, per quanto disturbante.
Si avvicinò al mio orecchio per farsi sentire solo da me. «Complimenti,» sussurrò, la voce calda, professionale. «Davvero, complimenti. Donne così, nel mio locale, se ne vedono ben poche. E credimi, ne ho viste tante. Sono splendide. E così… disponibili. Siete degli uomini fortunati.»
Fortunati. Disse che eravamo fortunati. Mentre mia moglie veniva presa nel culo e in figa da uno sconosciuto, con un altro in bocca, e un cerchio di uomini si masturbava intorno a lei guardando la scena. Fortunati.
Non riuscii a rispondere. La lingua era incollata al palato. Mi limitai ad annuire, un gesto meccanico, mentre il mio cazzo, quel traditore, continuava a pulsare nei miei pantaloni come se volesse esplodere. Luca, accanto a me, era nella mia stessa identica condizione: annuiva al proprietario con un sorriso ebete stampato in faccia, mentre con l’altra mano stringeva il suo membro indurito come fosse l’unica àncora di salvezza in quel mare di perdizione.
Il proprietario ci diede una pacca sulla spalla, complice, e si allontanò. Tornò nel suo regno, soddisfatto di aver reso omaggio a due vere regine della notte.
Io rimasi lì, con gli occhi fissi su Rebecca. Su mia moglie. Su quella donna che non riconoscevo più, che si stava facendo riempire in tutti i buchi, che gemeva e ansimava e si contorceva sotto il peso di sconosciuti. E una parte di me, la parte più oscura, più viscida, più malata, quella che aveva sempre sognato questo momento, quella parte stava godendo. Stava godendo come non aveva mai goduto in vita sua.
Ero dannato. Ero perduto. Ma non potevo, non volevo, smettere di guardare e di vedere fino a dove si sarebbero spinte, le nostre mogli.
Appena il buco del culo di mia moglie Rebecca si abituò a quella presenza impressionante, Sary, il nero che la stava inculando, prese davvero a scoparla, a fotterla sul serio. Entrava fino in fondo, tornava indietro quel tanto che bastava a farle sentire il vuoto, e poi riaffondava tutto dentro a una velocità sostenuta, ipnotica. Fin dove arrivava quel cazzo d’ebano? mi chiedevo, ipnotizzato da quel movimento di pistone che sembrava volerle trapanare le viscere fino allo stomaco. Ogni colpo la faceva sobbalzare in avanti, spingendola ancora di più sul cazzo che aveva in bocca, e lei emetteva quei suoni gutturali, soffocati, di chi sta vivendo qualcosa che va oltre il semplice piacere.
Intanto, il tizio che pompava in bocca a mia moglie si fece strada sotto di lei, strisciando sul letto come un serpente, per prenderla in figa. In quel frangente, Sary si dovette fermare, immobile, il suo cazzo piantato come un palo nel culo di Rebecca, mentre il nuovo arrivato si posizionava. Si fece spazio di fronte a mia moglie anche altri due del pubblico, i cazzi già di fuori, pulsanti, a pochi centimetri dal suo viso. Il tizio sotto puntò la sua cappella sulla figa e iniziò a entrare, lentamente, mentre il cazzo di Sary era ancora tutto dentro di lei. Una volta dentro, presero a scoparla in maniera coordinata, un movimento sincronizzato da manuale della perversione: uno entrava in figa mentre l’altro usciva dal culo, e viceversa, creando un ritmo ipnotico di carne che si cercava e si trovava. Questo mi fece capire che erano frequentatori assidui del club. Quella sincronia non si improvvisa: era il frutto di serate passate a condividere corpi, a imparare i ritmi altrui.
E intanto, i due con il cazzo di fuori glieli sbattevano in faccia, sulle guance, sulle labbra già gonfie e umide. E lei, con la bocca aperta, li accoglieva devota, la lingua che si allungava per leccare quello che riusciva a raggiungere mentre sotto di lei il doppio martellamento continuava. Era impressionante vederla così. Impressionante e straziante. Mia moglie, la madre di mia figlia, ridotta a un incrocio di corpi, a un buco caldo in cui uomini infilavano i loro cazzi. Eppure, nei suoi occhi, in quelli che riuscivo a intravedere tra un affondo e l’altro, non c’era smarrimento. C’era solo una fame antica, una voracità che non le avevo mai visto.
Anche Sabrina ora cambiò scena. Mohammed e Alessandro uscirono da lei all’unisono, lasciando i due buchi scempiati, due voragini pulsanti di carne viva che per un attimo rimasero aperte, come ferite, prima di richiudersi parzialmente. Era il segno tangibile di ciò che avevano subito, la firma indelebile di quella notte di fuoco. Sotto di lei si mise un ragazzotto, giovane, con un fisico asciutto e un cazzo dritto e deciso, che subito prese a scoparle la figa. Dopo qualche secondo di avanti e indietro ritmico e veloce, prese a dire ad alta voce, per farsi sentire da tutti:
«Questa ha la figa che è una voragine! Davide,» si rivolse a un amico poco distante, «entrale da dietro in figa anche te! A questa ora ne servono due nella figa per farle sentire qualcosa!»
Davide, senza battere ciglio, le andò dietro. Il ragazzo sotto si fermò, immobile, il cazzo ancora dentro, per permettere a Davide di puntare il suo. Ci fu un attimo di aggiustamento, poi, una volta posizionati, ripresero a scoparla. Era una visione indecente, proibita, il tipo di scena che nei porno più estremi sembra frutto di montaggio. Ma era reale. Era Sabrina, la moglie del mio amico, con due cazzi contemporaneamente nella stessa figa, le labbra dilatate all’inverosimile, mentre gemeva come una troia in calore. Lo sguardo perso in un’altra dimensione. Erano una visione di pura, cruda, innegabile eccitazione.
Presero a scoparle per diverso tempo. Noi, imbambolati come due statue, assistevamo alla distruzione, alla discesa nell’umiliazione delle nostre mogli. I gemiti si mescolavano agli insulti alle nostre mogli: scrofe, vacche, puttane di strada, e ai loro stessi incitamenti, quelle voci che imploravano gli stalloni di turno di «più forte», «più fondo», «spaccami tutta». Sembrava non finissero mai. E alla fine, uno dopo l’altro, tutti e dodici gli uomini si fecero un giro in un buco delle nostre mogli e chi anche più di uno. Dodici. Li contai. Dodici cazzi diversi che entrarono in Rebecca e Sabrina quella notte, in ogni combinazione possibile, in ogni buco. Dodici sconosciuti che lasciarono il loro segno, il loro sudore, sulle donne che avevamo sposato.
Io e Luca, presi all’inizio dall’eccitazione più cieca, lasciando spazio a un vuoto gelido, a un turbinio di emozioni contrastanti che ci divorava dall’interno. Eravamo persi. Completamente persi nel vedere e nel sentire quelle cose, le nostre mogli ridotte a oggetto, a cesso, a semplice buco da riempire per una mandria di sconosciuti. Ci sedemmo in disparte, su una panca nascosta nell’ombra, senza più la forza di stare in piedi. Le gambe non reggevano più, e non era solo per la stanchezza.
Fummo raggiunti da uno di quei dodici, mentre gli altri continuavano lo scempio, uno sulla quarantina, il sorriso ebete di chi ha appena passato una bella serata. Si puliva distrattamente il cazzo con una salvietta, senza alcuna fretta, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Siete i loro mariti, giusto?» chiese, con un tono tra l’affermativo e l’interrogativo.
Noi facemmo di sì con il capo, un gesto meccanico, quasi involontario.
Lui sorrise, un sorriso largo, sincero. «Siete degli uomini fortunati! A trovare delle mogli così! Se fosse la mia, ne sarei fiero!»
Fiero. La parola rimbalzò nella mia testa come una pallottola impazzita. Fiero. Ci guardammo, io e Luca, mezzi increduli e mezzi sorpresi. Fieri? Fieri di una donna che si fa prendere da sconosciuti? Che ti tradisce ripetutamente con un ragazzo che si è fatta plasmare solo per un cazzo grosso? Che in una sola notte si fa riempire da dodici uomini come fosse un buco nella strada? Questo non è andare fieri. Questo è… cos’è?
Non rispondemmo. L’uomo, forse fraintendendo il nostro silenzio per modestia, ci diede una pacca sulla spalla e si allontanò, probabilmente, verso il bar.
Io guardai Luca. Lui guardò me. Nei suoi occhi vidi riflessa la mia stessa domanda, la stessa, identica, devastante domanda: cosa siamo diventati? E soprattutto: cosa siamo disposti a diventare ancora?
Perché nel profondo, nel punto più oscuro della nostra anima, una vocina sottile sussurrava che quell’uomo, in fondo, non aveva tutti i torti. Che forse, in qualche modo distorto e malato, eravamo davvero fortunati. E che la nostra discesa, probabilmente, non era ancora finita.
Nel mentre vedemmo il ragazzo allontanarsi, lo scempio stava per terminare. Le nostre mogli, palesemente sfinite, erano al centro del letto, distese come offerte su un altare profano. Intorno a loro, i superstiti dell’orgia, una decina di uomini ancora eccitati, i cazzi duri che puntavano verso di loro come cannoni pronti a sparare, si erano stretti in cerchio. Altri due o tre si erano aggiunti all’ultimo momento, richiamati dallo spettacolo imminente. Si preparavano a sborrare tutto addosso a loro. Era una scena indecente, per noi umiliante, ma sotto sotto, ammetterlo a me stesso era l’ultima, patetica forma di onestà, terribilmente eccitante.
Mentre i ragazzi si segavano energicamente, le mani che volavano frenetiche sulle aste tese, le nostre mogli li guardavano con un’espressione che emanava erotismo allo stato puro. Avevano gli occhi socchiusi, le labbra umide e leggermente aperte, i corpi ancora scossi dai brividi del piacere appena trascorso. Si toccavano il seno con gesti lenti, quasi ipnotici, si pizzicavano i capezzoli induriti, offrendosi come tele bianche su cui quegli uomini avrebbero dipinto il loro tributo finale. Erano dee del sesso. Dee cadute in un tempio di carne e sudore, eppure ancora, o forse proprio per questo, regine incontrastate di quel regno di perdizione.
Nel mentre aspettavano di essere inondate, noi sempre in disparte, seduti ai margini della sala ma non troppo distanti – il mio sguardo, quasi per caso, incrociò quello di mia moglie. Fu un attimo. Un frammento di secondo in cui il tempo sembrò sospendersi. I nostri occhi si incontrarono attraverso la penombra, attraverso i corpi sudati, attraverso l’abisso che ormai ci separava. Il sangue mi si gelò nelle vene. Riuscii a malapena a respirare. Mi ha visto? Mi ha riconosciuto? Pensai al peggio, al crollo di ogni finzione, alla faccia che avrei dovuto metterci quando sarebbe tornata a casa.
Ma non batté ciglio. Nemmeno uno. Il suo sguardo rimase fisso sul mio per quel breve istante, poi scivolò via, indifferente, per posarsi di nuovo sui suoi tori, nella speranza, anzi, nella certezza, di ricevere sborra su tutto il suo corpo. Niente. Nessuna emozione. Nessun turbamento. Era come se fossi un estraneo, uno spettatore qualunque in quel teatro di depravazione.
Fu un attimo, e la scena riprese. Il primo uomo iniziò a grugnire come un maiale, il viso contratto in una smorfia animalesca, e schizzò contro Sabrina. Il primo getto la colpì sulla guancia, gli altri le imbrattarono viso, collo e seno, un fiume bianco che colava lento sulla sua pelle sudata. Gli altri, a turno, presero a eruttare tutto il loro piacere della serata, una cascata di sborra calda che pioveva sui corpi delle nostre donne.
Quelli che sborrarono una quantità abnorme furono i due neri, Mohammed e Sary. La loro sborra, bianchissima, faceva da contrasto potente con il colore nero pece della loro pelle, un’esplosione di bianco su nero che sembrava voler marchiare a fuoco la scena nella memoria di tutti i presenti. E ovviamente Alessandro, che come al solito sborrò copioso, schizzando un po’ su Rebecca e un po’ su Sabrina, senza prediligere l’una o l’altra, erano entrambe sue, e lo dimostrava. Mentre veniva, con la voce rotta dal piacere, le apostrofava: «Brave le mie cagne… prendete tutta la sborra dei vostri tori… siete nate per questo…»
Io e Luca eravamo in trance. Le nostre mogli, riempite letteralmente di sborra calda, grondanti di quel liquido che era stato di dodici uomini diversi, ora presero a spalmare tutta quella crema sui loro corpi con gesti lenti, quasi rituali. Se la passavano sul ventre, sui seni, sulle cosce, mescolando il seme degli uni con quello degli altri in un unguento perverso. Poi si avvicinarono l’una all’altra e iniziarono ad accarezzarsi a vicenda, a spalmare la sborra sui corpi dell’altra, a baciarsi con quelle bocche ancora impastate di sperma. Uno spettacolo surreale, apocalittico nella sua bellezza oscena. Due donne che avevamo amato, che avevamo sposato, ridotte a creature di un altro mondo, un mondo dove la vergogna non esisteva più e il piacere era l’unico dio.
Fu allora, in quel momento di completo straniamento, che sentii dentro di me qualcosa spezzarsi. O forse completarsi. Non riuscivo più a distinguere.
Ci alzammo, io e Luca, con movimenti felini, e sgattaiolammo via come ladri nella notte, nella speranza di non essere visti da nessuno. Non una parola tra noi. Non uno sguardo. Solo il bisogno urgente, disperato, di uscire da quell’aria pesante, da quell’odore di sesso e sudore che ci si era appiccicato addosso come una seconda pelle.
Saliti al piano superiore, attraversammo la Living Room ormai quasi deserta e ci dirigemmo verso l’uscita. Lì, quasi a suggellare la nostra dannazione, incrociammo ancora il titolare del locale. Ci vide, ci riconobbe, e il suo sorriso si allargò in un’espressione di sincera ammirazione.
Si congratulò ancora, con quel tono professionale e caldo che avevamo già sentito all’ingresso. Poi, con un gesto che non ci aspettavamo, ci rimborsò l’intero importo dell’entrata. «Uno spettacolo così va premiato,» disse, porgendoci due banconote. E aggiunse, estraendo dalla tasca due tessere nere con scritte dorate: «Queste sono le nostre tessere Gold per i soci premium. Avrete diritto a massaggi gratis, all’ingresso nella nostra spa, a tutto ciò che offre la cucina e il bar, assolutamente senza costi. Ve le siete guadagnate.»
Presi la tessera con mano tremante, guardandola come fosse un oggetto maledetto. Non ci metterò mai più piede in questo posto, mi dissi tra me e me, con una convinzione che sapevo già essere fragile come vetro.
Ma lui, come se avesse letto nei miei pensieri, aggiunse un ultimo, devastante dettaglio. Si sporse leggermente in avanti, abbassando la voce in una confidenza da commerciante che spiega l’affare del secolo.
«Il signor Alessandro, vedete, è mio socio. Un socio particolare, diciamo così. Mi deve dei soldi, e non pochi. È uno scappato di casa, uno senza un euro in tasca, ma ha un talento: ci sa fare con le donne. Le annusa, le piega, le trasforma. Un vero artista. Così abbiamo fatto un patto.»
Il suo sorriso si allargò, compiaciuto. «Lui mi ha promesso un incremento di clientela grazie alle vostre signore. In parole povere, Rebecca e Sabrina d’ora in poi saranno mie dipendenti. Impiegate a tempo pieno, per così dire, durante le serate Hotwife. Loro si fanno scopare, io incasso. E il tam tam, vedete, è tutto. Due cavalle giovani, belle, che scopano con tutti, senza inibizioni… il passaparola varrà più di qualsiasi pubblicità. Più clienti, più incasso, così Alessandro paga il suo debito.»
La parola «cavalle» mi entrò nelle orecchie come un chiodo arrugginito. Mia moglie. Una cavalla. Un animale da monta a disposizione del primo che passa. E io, suo marito, stavo lì ad ascoltare mentre quello strozzino con l’anima da pappone me lo spiegava come fosse un normale contratto di lavoro.
«Spero che la differenza copra la cifra che mi deve,» continuò lui, impassibile. «Altrimenti, sarò costretto ad allungare di un altro anno i loro servizi. Gli affari sono affari, mi capite.»
Fece una pausa, come per lasciar sedimentare il veleno. Poi, con la stessa nonchalance con cui si ordina un caffè, aggiunse il colpo di grazia:
«Loro, al momento, non sanno nulla di questo accordo accessorio. Ma se mai dovessero rifiutarsi di partecipare, beh… io ho le mie telecamere di sicurezza. Angolazioni perfette, vi assicuro. Basterebbe un clic e tutto il web le vedrebbe all’opera. Sarebbero famose, ma non nel modo in cui una madre di famiglia desidera, no? Un piccolo ricatto, se vogliamo chiamarlo così. Ma tanto,» e qui rise, una risata grassa, soddisfatta, «non ce ne sarà bisogno. Le ho viste stasera, le ho studiate. Sono nate per questo. Sono vere troie. E le troie, si sa, tornano sempre dove c’è cazzo.»
Le parole mi piombarono addosso come un macigno. Fino alla fine dell’anno. Una volta al mese. O forse di più, a seconda dei debiti di Alessandro. Non era stato un incidente, una notte di follia. Era un contratto. Un impegno forzato, sigillato con il ricatto. Alessandro aveva già pianificato tutto, aveva già venduto, perché di questo si trattava, di una vendita, le nostre mogli al club, come bestiame. E loro? Loro non avevano ancora scelta. Ma il proprietario aveva ragione: le avrebbe riviste. Sarebbero tornate. Non per dovere, ma per voglia. E questo, forse, era il dettaglio più atroce.
Salutammo con un cenno del capo, la voce incollata al palato, e uscimmo all’aperto. Eravamo già scombussolati per tutto quello che avevamo visto, questo lo assimileremo domani. L’aria della notte ci investì, fredda e improvvisamente pulita dopo l’afa viziata del club. Ma non bastò a toglierci di dosso la sensazione di essere sporchi dentro, di avere l’anima imbrattata come i corpi delle nostre mogli.
Camminammo verso le macchine in silenzio. Io guardai Luca. Lui guardò me. Non c’era bisogno di parole. Sapevamo entrambi cosa significava quella notte. Non era stata una parentesi, una fuga momentanea dalla normalità. Era stato l’inizio di qualcosa di molto più grande, molto più oscuro. E noi, in qualche modo, ne eravamo parte.
«Ci vediamo,» disse Luca con voce rotta.
«Ci vediamo,» risposi, mentre la mia mente correva già a domani. A quando avrei rivisto Rebecca. A come avrei potuto guardarla negli occhi sapendo quello che sapevo, sapendo quello che aveva fatto, sapendo quello che avrebbe continuato a fare.
E mentre il motore rombava nella notte, una domanda continuava a martellarmi nel cervello, senza trovare risposta: E io, in tutto questo, cosa sono? Vittima? Complice? O semplicemente un uomo che ha scoperto di amare, in modo malato e distorto, proprio questo inferno?

L'articolo La scoperta delle mogli 4 – la discesa negli abissi proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.

]]>
https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/la-scoperta-delle-mogli-4-la-discesa-negli-abissi/feed/ 0