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]]>Prima d’iniziare a raccontare alcuni episodi particolari che sono accaduti durante la mia attività di escort, vorrei scrivere qualcosa di me, chi ero e come sono diventata chi sono ora, per darvi modo di capire meglio ciò che racconterò.
Gualtiero era un bambino nato in una cittadina del Centro Italia, in una famiglia numerosa (ho due sorelle più grandi di me) e felice.
Fin da piccolo, sentiva che c’era in lui qualcosa di speciale: amava guardare Sailor Moon, era affascinato dalla moda femminile e dai trucchi e sognava d’indossare uno scintillante abito rosa per il giorno del suo compleanno.
Ben presto si rese conto che c’era “una donna che gli doleva nel corpo” ed iniziò un difficile percorso, interiore ed esteriore, che lo porterà a diventare quella che oggi tutti definiscono “una splendida donna”.
Da piccolo ero affascinato dalla magia, dagli incantesimi e dalle pozioni che permettevano ai maghi di trasformarsi in qualcos’altro.
Guardavo le eroine dei cartoni animati che potevano cambiare aspetto e diventare giovani donne bellissime e colorate, poter volare e sconfiggere i cattivi e sognavo anch’io di essere così, di potermi trasformare un giorno e di avere i lunghi capelli lucenti, le scarpe con il tacco, le mani con lo smalto.
Sognavo di essere come le protagoniste delle fiabe che diventavano bellissime principesse e mi chiudevo nel mio mondo di libri e di fantasia, dove potevo essere chi volevo.
Il periodo più difficile fu l’adolescenza, in particolare gli anni del liceo.
Sviluppai molto presto e a quindici anni ero alto come ora, ma il resto del mio corpo si rifiutava di assumere caratteristiche prettamente maschili: i capelli divennero setosi come quelli femminili, avevo pochissima barba e quasi niente peli sul corpo, i lineamenti del viso potevano sembrare più quelli di una giovinetta che di un ragazzo.
In quel periodo uno dei miei passatempi preferiti era di andare nella stanza delle mie sorelle ed indossare i loro abiti e le loro scarpe col tacco, in particolar modo amavo mettermi i loro completi intimi e pavoneggiarmi davanti allo specchio.
Il mio atteggiamento di “diverso” divertiva i miei compagni di scuola i quali non perdevano occasione per deridermi e prendersi gioco di me, nei modi che oggi definiremo “bullismo”; le ragazze, al contrario, mi evitavano come se fossi appestato.
Ciononostante alcuni di loro apprezzavano questo mio aspetto femmineo e mi trattavano con dolcezza, quasi mi corteggiavano, allo scopo di ottenere da me favori sessuali.
Devo dire che un po’ per mantenermi la loro amicizia, un po’ perché ero attratto da qualcuno di loro, qualche volta mi lasciavo andare e concedevo qualche sega o pompino.
Terminato il liceo, contro il parere dei miei genitori, m’iscrissi all’ISEF e mi trasferii nel capoluogo di regione; il mio obiettivo era di diventare insegnante di educazione fisica, ma il destino aveva già tracciato un altro percorso per la mia vita.
Un pomeriggio, dopo le lezioni, ero andato al cinema.
Verso la metà del film, un signore sulla cinquantina, venne a sedersi accanto.
Sentivo il suo sguardo insistente su di me, mi guardava in modo strano, sembrava come se volesse valutarmi.
Poi con calma posò una mano sulla mia coscia e la percorse tutta in una lenta carezza.
Io ero impietrito, non sapevo cosa fare, se ribellarmi urlando e provocare uno scandalo, o fingere indifferenza.
Fu lui a rompere gl’indugi; si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò:
-“Ti do cinquanta euro se vieni con me al bagno”.
Mi voltai a guardarlo sorpreso.
-“Naturalmente non sei obbligato.” – continuò – “Se non vuoi io mi alzo e me ne vado”.
Detto questo si alzò e si diresse all’uscita della sala, dove si fermò in attesa.
Non sapevo cosa fare, certo la somma che mi offriva mi attirava, le mie disponibilità monetarie non erano rosee, i miei facevano sacrifici per mantenermi ed il denaro nelle mie tasche era sempre poco.
Poi mi decisi, mi alzai e lo raggiunsi.
-“Seguimi” – mi disse quando gli fui vicino.
Lo seguii fino ai bagni del cinema ed una volta dentro mi condusse in uno dei gabinetti e chiuse la porta.
Una volta soli estrasse una banconota da cinquanta e me la mise nel taschino della camicia.
Poi si sbottonò i pantaloni e li abbassò insieme alle mutande, mettendo in mostra un membro dalla pelle scura ancora penzolante.
-“Sai cosa devi fare?” – chiese.
Sapevo cosa fare, lo avevo già fatto con i miei compagni di scuola.
Mi sedetti sul water ed avvolsi le mani attorno a quella carne morbida cominciando un movimento di su e giù.
In breve sentii il membro divenire più consistente ed assumere una dimensione notevole, con delle vene gonfie che lo attraversavano.
-“Leccalo” – mi disse quando fu bello duro.
Avvicinai il viso a quell’asta rigida e l’annusai; aveva un buon odore di bagno schiuma.
Ne baciai la punta, poi, timidamente, estrassi la lingua e la leccai tutt’attorno.
-“Bravo, così”.
Man mano che andavo avanti, l’eccitazione prese anche me e senza che lui lo chiedesse, aprii le labbra e mi misi in bocca tutto il glande, iniziando a succhiarlo.
-“Ooohhh, allora ci sai proprio fare!!! Sei proprio una brava pompinara!!!” – esclamò.
Non ci volle molto.
Il primo schizzo di sperma mi colse di sorpresa, feci per estrarre il pene dalla bocca, ma lui mi bloccò la testa con una mano mentre continuava ad eiaculare nella mia gola; fu giocoforza, per non soffocare, ingoiare tutto.
Quando, finalmente, il suo orgasmo terminò e mi lasciò libera la testa, mi alzai e il primo istinto fu di correre al lavandino e sciacquarmi la bocca.
Dopo essersi rivestito l’uomo (che poi seppi si chiamava Alfonso) mi raggiunse.
-“Sei stato proprio bravo, meriti una ricompensa” – disse infilandomi una banconota da venti nel taschino.
-“Senti io conosco molte persone generose, che sarebbero felici di approfittare dei tuoi servizi.” – continuò – “Pensaci su e se decidi chiamami. Questo è il mio numero di telefono” – e mi porse un foglietto di carta.
Sul momento la sua proposta mi parve oscena, indecente, uscii di corsa dal bagno, ma non gettai via il foglietto.
Nella solitudine della mia stanzetta al convitto, ripensai alle parole dell’uomo, ero indeciso; da una parte non volevo finire in qualche giro losco, dall’altra l’idea di poter comportarmi da donna, in più con ricompensa, mi attirava.
Passò qualche giorno, poi, mi decisi e lo chiamai.
C’incontrammo in un bar del centro; lui mi spiegò come si svolgevano le cose e che non c’era alcun pericolo, i “clienti” erano tutte persone rispettabili, professionisti affermati che non avrebbero assolutamente voluto scandali.
-“Però per i tuoi incontri non puoi andare vestito così.” – disse alzandosi – “Vieni andiamo a fare un po’ di shopping”.
Mi portò in alcuni negozi di abbigliamento femminile e mi comprò un paio di vestiti, scarpe col tacco e della lingerie molto sexy.
Dopo un paio di giorni mi chiamò e mi disse che mi aveva combinato un incontro con un suo conoscente.
-“Fatti bella per stasera” – mi disse usando per la prima volta il femminile.
Mi recai a quel primo incontro con il cuore in gola, ma tutto si svolse tranquillamente.
ERA NATA GIADA!!!
Ma non ero ancora una trans, ero un travestito!!!
Continuai a studiare durante il giorno e la sera mi trasformavo in Giada.
Alla fine riuscii a diplomarmi all’ISEF ed, intanto, avevo messo da parte un bel gruzzoletto.
Su consiglio di Alfonso mi trasferii in una grande città del Centro Nord dove lui aveva delle conoscenze che avrebbero apprezzato le mie qualità.
La prima cosa che feci fu prendere contatti con un chirurgo plastico per farmi fare il seno e al quale spiegai cosa volevo diventare.
Prendemmo accordi e mi feci operare, poi, lui m’indirizzò da un suo collega endocrinologo per completare, mi disse, la mia trasformazione.
Il nuovo medico mi prescrisse una cura a base di estrogeni che avrebbero trasformato il mio corpo ed anche la mia mentalità.
Ho cominciato la mia terapia l’ 8 Marzo 2011, il giorno della Festa della Donna; in quel meraviglioso giorno pieno di paure e speranze ho iniziato il mio viaggio verso una nuova vita.
Non vi nego che il percorso per diventare trans fu lungo e doloroso sia fisicamente che psicologicamente.
Dopo due mesi l’organismo sembrava essersi abbastanza assestato, non ero più soggetta a stanchezza e nervosismo come agli inizi, stavo ritrovando un nuovo equilibrio psicofisico più congeniale a quella che dovevo diventare.
Dopo 40 giorni sentivo le mammelle che cominciavano a gonfiarsi, erano diventate più tonde e sode e questa cosa mi riempì il cuore di gioia.
Mi piaceva essere donna, mi piacevano i miei fianchi più larghi e pieni, il mio corpo che assumeva curve morbide, anche se i jeans stretti che avevo non mi entravano più.
Il viso era più dolce e riempito, stavano spuntando delle guance più paffute e zigomi più pronunciati; le persone mi dicevano che ero più bella e stavo molto meglio in viso.
All’inizio del terzo mese cominciai a sentire vampate di calore: sarà stato anche complice il caldo che aumentava, ma certe volte raggiungevo picchi di incandescenza insopportabili; per fortuna, non succedeva spesso.
Anche i peli sul corpo stavano cambiando, erano più chiari, sottili e deboli, ricrescevano più lentamente e la ceretta faceva molto meno male rispetto a prima. Quindi almeno un lato positivo in tutta la storia c’era.
Decisi allora di fare un altro investimento verso la femminilità, l’eliminazione della barba e dei peli con il laser così da non dover più sottopormi allo strazio della rasatura e della ceretta.
Alla fine dell’estate potei ricominciare la mia attività di escort con un corpo nuovo ed una mentalità nuova.
La forza fisica era sicuramente diminuita ma avevo ancora delle eccitazioni spontanee con conseguente erezione; quando andavo con qualcuno che mi piaceva e ci sapeva fare, mi eccitavo e alla fine avevo anche un’eiaculazione.
Poi conobbi Manuel.
Mi sentii subito attratta da lui, più il tempo passava e più mi sentivo sentimentalmente coinvolta nella nostra amicizia, ma avevo timore a confessargli chi ero veramente e che tipo di vita facevo; dai suoi discorsi ed atteggiamenti dubitavo che fosse di così larghe vedute da accettarmi, ma di questo parleremo successivamente.
Nonostante tutto non mi sentivo ancora completamente donna, mi sentivo un “uomo con le tette”, mancava ancora un ultimo passo per completare la trasformazione; dovevo farmi operare e togliere la mia appendice maschile.
L’operazione era molto costosa e non potevo farla in Italia; m’informai, quindi, presso una clinica in Brasile specializzata in questo tipo d’interventi.
Mi ci vollero più di cinque anni per mettere da parte la somma necessaria e quando, finalmente, ci riuscii mi accordai con la clinica per l’operazione.
Tutto andò bene, ma anche quello fu un passaggio fisico e psicologico molto duro.
Quando io e Manuel decidemmo di convivere e di cambiare città e, per me, tipo di vita, iniziammo la procedura per cambiare anche il mio sesso ed il nome anagraficamente.
Un altro anno e mezzo di avvocati, giudici, udienze nella mia città natale e tanti altri soldi, finché un giorno mia madre mi telefonò.
-“Gualtiero non esiste più.” – mi disse – “Sei rinata, sei Giada S.”.
Piansi dalla gioia, ero, finalmente, completamente una DONNA!!!
Spero di non avervi annoiato con questa lunga storia della mia trasformazione, ma l’ho ritenuta necessaria per farvi comprendere come un transessuale non è solo un “uomo con le tette”, ma una persona diversa, con una mentalità diversa, che la natura ha messo, per errore, in un corpo sbagliato.
Ci ritroveremo per raccontarvi alcune avventure del mio ex lavoro.
Saluti.
Se siete interessati a come si sviluppò la relazione tra me e Manuel, andate a leggere i posts di manuelferrero sul sito di Milù.
Cari lettori, m’interessano i vostri pareri, commenti e suggerimenti, scrivetemi pure a [email protected]
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]]>Appena chiusa la porta, Giovanni mi prese per i fianchi e mi baciò di nuovo in bocca, ma mentre lo faceva, prese la mia mano e se la mise sulla patta. Aveva il cazzo duro e mi resi conto che era molto grosso. Lo carezzai, non seppi trattenermi e lui si aprì la cerniera e lo mise fuori. Glielo presi in mano e mossi un po’ la mano a masturbarlo lievemente.
– Ti dà piacere tenerlo in mano, vero? Ma sai, la bocca è più sensibile della mano. Bacialo e capirai.
– Ma Giovanni io……
– Fallo, lo stai desiderando, prova.
Mi pressò sulle spalle e mi fece abbassare, poi passò il glande sulle mie labbra ed io di istinto gli aprii la bocca. Aveva ragione; la sensazione era bellissima, sentire il liscio del glande sotto il palato ed il ruvido dell’asta nella mano. Continuai, mi piaceva e mi piaceva che me lo avesse fatto fare.
– Giovanni – gli dissi dopo – è bello sentirti così. Voglio farlo ancora.
– Certo, sul letto. Devi godere tutto il corpo dell’uomo.
Mi tolse lui la maglietta e cominciò a succhiarmi e mordicchiarmi i capezzoli mentre mi abbassava i pantaloncini. Si stese sul letto, era nudo ed anch’io, ed io ricominciai a prenderglielo in bocca. Sentivo la mano grossa e forte di Mauro che mi accarezzava i capelli mentre lo facevo e lui mi faceva sentire il suo cazzo duro sulla schiena. Ma Giovanni si era molto eccitato, sentivo le contrazioni del suo cazzo vicino all’orgasmo e Mauro mi sussurrò:
– Non lasciarlo, fatti venire in bocca – e mi teneva una mano sul collo per impedirmi di allontanarmi.
Sentii il sapore acido dello sperma mentre Mauro mi pressava sul cazzo di Giovanni.
– Non lasciarlo – mi disse ancora – finchè non gli è caduta l’erezione.
Andai a lavarmi la bocca, Mauro mi seguì in bagno.
– Ora lo devi fare con me – disse – Mi avete fatto arrapare troppo.
– Cosa vuoi da me ? – gli chiesi
– Il tuo culetto, mi piace.
– Mauro ma non l’ho più fatto da che ero ragazzo, mi farai male.
– Devi fartelo fare. Piacerà anche a te, vedrai.
Aveva un cazzo che mi spaventava un po’, lungo normale ma grosso, mi avrebbe dilatato. Mi rassegnai, ma la verità era che non volevo rinunciare, quel cazzo mi incantava.
– Mauro…..
– Poche storie, lo devi prendere o te lo farò fare per forza.
Mi portò nella stanza dove c’era Giovanni.
– Giovanni, tienilo fermo mentre lo inculo.
– Avanti, piccolo, sottomettiti. Vedrai che ti piacerà, passato il primo momento. Accetta il tuo destino, impara a fartelo mettere.
Usò del gel, ma non molto. Io capivo, non voleva scivolare, voleva forzare, dilatarmi e poi sbattermi come volesse sfondarmi. Ma lo volevo anch’io, anche se avevo paura del dolore. Sentii lo strappo violento allo sfintere anale e la forza brutale con la quale spingeva e mi accorsi che mi aveva provocato erezione. Se ne accorse anche lui. Ma io capivo che era quello che desideravo e mi eccitava che mi trattassero come una troia. E ripensavo a Gianco. Appena tornavo volevo farmi fare da lui, magari davanti a Lella.
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]]>(Racconto tratto da una storia vera. I nomi dei personaggi e alcune vicende sono stati modificati per proteggere la privacy dei diretti interessati. Per qualsiasi informazione, suggerimento o domanda potete scrivere a: [email protected])
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Il racconto mi è stato inviato da una coppia come avvenuto a loro e con la richiesta di sistemarlo, cosa che ho fatto arricchendolo senza però cambiare i fatti occorsi. Inoltre la lei amerebbe avere i vostri commenti, se lo desiderate potete scrivere a: [email protected]
Trascorsero due giorni ed arrivò quello del matrimonio. Simona era stupenda, indossava un vestito bianco molto attillato con ampia scollatura anteriore coperta con un velo e con lungo strascico.
La cerimonia fu bellissima, in chiesa i violini accompagnavano l’organo nell’esecuzione dei brani di musica classica e sacra.
Uscimmo dalla chiesa bombardati da manciate di riso ed iniziò la sequenza dei parenti che venivano a farci le loro congratulazioni e gli auguri. I parenti di Simona erano molto numerosi e provenienti da diverse zone d’Italia, qualcuno anche dall’estero. Da parte mia invece c’erano una ventina di persone, qualche amico e le colleghe dell’ufficio dove lavoravo. Una volta arrivati al ristorante che aveva uno splendido giardino, c’era un aperitivo prima del banchetto, sollevammo i calici mangiammo un salatino quindi il fotografo ci “sequestrò” per andare a fare le fotografie nel parco della villa che ospitava il pranzo di nozze.
Appena ci allontanammo dal tavolo degli aperitivi si avvicinò un uomo, non molto alto di circa 60 anni rotondetto e con diversi tatuaggi che spuntavano dalla splendida camicia di lino azzurra molto aperta che faceva vedere una pesante catena d’oro, il look era completato da un vestito sempre di lino di taglio sartoriale color sabbia. Le scarpe color cuoio come la cintura avevano un’aria molto costosa ed erano probabilmente fatte su misura. I capi di abbigliamento aiutavano a rendere la figura certamente non da modello, un po’ meno goffa.
Si presentò, era Roberto lo zio che ci aveva regalato il viaggio di nozze; non era affabile anzi parlava con fare altezzoso e nei pochi minuti che restò con noi sciorinò i suoi successi ottenuti con il duro lavoro. Il fotografo fortunatamente ci richiamò perché altrimenti la luce non sarebbe stata quella giusta per le fotografie per l’album. Ci congedammo da lui salutandolo e ringraziandolo ancora. Lui, prima di tornare verso la zona degli aperitivi, abbracciò Simona per salutarla e nel farlo allungò le mani tastandole con forza il sedere. Simona evitò di fare casino, non le sembrò il caso ed anche io che mi accorsi della cosa lo guardai un po’ imbronciato ma nulla più.
Quando tornammo dove c’era la zona aperitivi la gente aveva già iniziato ad entrare in sala da pranzo, una splendida veranda con vetrate aperte che facevano sì che il clima fosse fresco nonostante la già calda giornata di primavera inoltrata.
Il pranzo iniziò e proseguì senza eventi particolarmente strani, i soliti cori “bacio bacio” ed i brindisi agli sposi ed alle famiglie.
Come da tradizione venne il classico momento del taglio della cravatta e della giarrettiera, io fui preso dai miei amici per provvedere a fare a fettine la mia cravatta e poi passare fra gli invitati a raccogliere le offerte.
Simona invece fu circondata da alcune sue amiche per prelevare dalla coscia la giarrettiera rossa come da tradizione ma, improvvisamente, fra le ragazze si fece largo lo zio Roberto che si inginocchiò davanti a mia moglie si fece dare le forbici ma non puntò subito alla giarrettiera. Posò le forbici per terra, estrasse dalla tasca una scatolina che aprì. Conteneva una sottile cavigliera d’oro con un charms, sempre d’oro che raffigurava un serpente a forma di S che allacciò alla caviglia di Simona. Solo allora prese le forbici da terra, con una mano scostò la gonna e, molto lentamente, si infilò sotto e tagliò la giarrettiera rossa con una calma olimpica. Cosa aveva fatto con le due mani sotto la gonna di Simona era intuibile anche perché lei si era irrigidita ed era diventata rossa come un peperone. Lo capii fino in fondo solo quando mia moglie mi raccontò i dettagli di quanto avvenuto. Quando Roberto si rialzò, aveva un sorriso beffardo e Simona lo ringraziò con voce bassa ed imbarazzata per il regalo della cavigliera. Roberto allora si avvicinò mettendosi fra noi due e, sempre a voce bassa, disse che Simona doveva ancora imparare il rispetto per le persone che contano veramente e che possono avere un grande impatto sulla propria vita ma che aveva tempo per farlo essendo molto giovane quindi si allontanò con un ghigno diabolico.
Simona mi guardò sorridendo cercando di dissimulare il suo turbamento.
La giornata proseguì normalmente come avviene nei banchetti di matrimonio, dopo il taglio della torta iniziammo il giro per salutare e ringraziare gli invitati per le generose offerte seguite al taglio di cravatta e giarrettiera. Fu un lungo giro e quando capitammo da Roberto lui ci diede appuntamento al villaggio, Ci disse che lo avremmo trovato là e che avremmo avuto molte piacevoli sorprese. Calcò molto la mano sull’aggettivo piacevoli facendo capire senza fraintendimenti che piacevoli avrebbe potuto essere sostituito da libidinosi e o goduriosi.
Quella sera, finalmente a casa, stanchi per l’impegnativa giornata facemmo l’amore in modo dolce e poco libidinoso quindi mi addormentai per la stanchezza.
Forse per il pranzo particolarmente ricco o per lo stress accumulato, il sonno non fu continuo ed ogni tanto aprivo mezzo occhio. Durante uno di questi episodi sentii Simona che ansimava e che si stava toccando. Capii così che si stava masturbando cercando di non fare rumore per non svegliarmi. Feci finta di continuare a dormire ma di sottecchi stavo guardando mia moglie che, mentre con una mano si torturava pizzicandosi i lunghi capezzoli, con l’altra si accarezzava il clitoride tirandolo con le dita. Alternava i massaggi del clitoride ad una penetrazione con le dita lasciando fuori il pollice che continuava lo sfregamento della parte esterna. Quanto più affondava le dita, tanto più i suoi gemiti erano profondi fino a che ne lanciò uno particolarmente lungo, stette ferma qualche secondo quindi, tremolante sulle gambe si alzò ed andò in bagno. Qualche minuto dopo quando tornò io feci finta di essere addormentato e lei si coricò vicino a me cercando di non fare rumore per non svegliarmi
Il giorno successivo, mentre finivamo di preparare le valige ed eravamo praticamente pronti per partire, Simona mi chiamò, mi fece sedere ed alzò la gamba che spuntavano da una minigonna a piegoline e me ne mise una in grembo. Indicò la cavigliera e disse che le piaceva molto, che la riteneva molto sexy con il ciondolo a forma di serpentello che poteva essere l’inziale del suo nome. Mi domandò cosa ne pensassi. La guardai meglio e più da vicino. Lo charm aveva una forma inquietante. Il serpente, per come era fatto, assomigliava a quello di alcune rappresentazioni sacre in cui tentava Eva nel paradiso terrestre. Simona poi mi fece notare che oltre a piacerle molto il serpentello, anche la catena era molto spessa e che quindi, essendo in oro, doveva essere costata parecchi soldi. Le restava qualche dubbio sul significato della S ma ci dicemmo che avremmo chiesto conferma a Roberto una volta arrivati al villaggio turistico. Le feci una carezza sul viso baciandola, mi ero arrapato anche perché la gonnellina si era sollevata ed avevo ad altezza viso la sua passera coperta solo dal minuscolo perizoma trasparente che indossava e che col movimento di sollevare la gamba, si era ulteriormente ristretto perché finito fra le grandi labbra della sua fighetta. Le sarei saltato addosso ma era ormai orario di partire per non arrivare tardi al villaggio e così presi le valige caricandole in auto. La aspettavo fuori la vidi chiudere il cancello di casa e, con il sole alle spalle, la sua figura controluce era evidenziata e la silhouette perfettamente disegnata. Mentre camminava inoltre le sue grandi labbra che aveva particolarmente pronunciate, si intravvedevano attraverso al leggera gonnellina trapassata dal sole.
Prima di uscire aveva anche indossato una canottiera di maglina di cotone molto sottile a costine piccole, ovviamente senza reggiseno ed i capezzoli spingevano contro il tessuto quasi bucandolo. Inutile dire che quella visione mi procurò una eccitazione ed una erezione tremendi.
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Elga si affaccia nella saletta. «Marta, hai il tavolo 9: colazione e irrumatio.»
Annuisco e mi alzo in piedi. Sabine è in fondo alla panca di fronte alla mia, persa nella lettura di qualcosa, accanto a lei il volume consunto di “Der Zauberberg” con la carta da gioco usata come segnalibro prossima alla copertina di retro.
Raggiungo il bancone: un vassoio con un french toast ed un bicchierone di succo di frutta mi aspetta. Sono due mesi che lavoro in un fast food, e l’unica cosa che ho ingerito è solo sborra di gente che non conosco e non ho idea di come sia il cibo che esce dalla cucina.
Sul viso di Elga compare un sorriso mesto. Mi si avvicina abbastanza da sussurrare. «Marta, mi spiace che questo sia il tuo ultimo giorno con noi.»
L’emozione che tende le mie labbra è ancora più triste. «Mi mancherai, Elga.» Forse, solo tu tra tutti qui dentro. Hai voluto imparare da Giulia a squirtare, ma sei rimasta l’unica che continuasse a non trattarmi come un’appestata.
Sospiro, sollevo il vassoio all’altezza della testa e mi avvio nella sala da pranzo. Il venerdì è sempre pieno di gente, soprattutto a mezzogiorno, e non c’è quasi che il tempo per lavarsi tra un cliente e l’altro.
Cammino tra i tavoli, qualcuno si volta a guardarmi: un paio di commenti pesanti mi raggiungono, oramai la solita solfa su quanto sia figa o di quanto vorrebbero mettermi a novanta. Incredibile come, dopo due mesi sia passata dal cuore che batte per l’orgoglio al non farci quasi più caso. Devo ricordarmi di sorridere e annuire ai clienti arrapati, anche se so che i tre quarti di questi, se mi incontrassero all’esterno del bordello, abbasserebbero lo sguardo e passerebbero oltre, incapaci del minimo approccio.
Eva sta cavalcando un tipo dai capelli rossi e due baffoni a manubrio che si presenta spesso a “La fritula”: dopo averci passate quasi tutte, ha scelto lei come sua preferita e se la scopa almeno un paio di volte alla settimana. È l’unico che conosco qui dentro che ordina davvero delle fritule come pasto…
Sono su uno dei divanetti, lei ha le mani appoggiate sul petto dell’uomo e sobbalza sul suo cazzo. L’uomo è estasiato. Deve avere almeno il doppio degli anni di Eva. «Sprüh mir ins Gesicht, meine Göttin!»
La ragazza sposta una mano sulla sua passera e inizia a masturbarsi. Nelle ultime due settimane ha migliorato la tecnica, e lei e le altre hanno discusso tra di loro, tra una scopata e l’altra, se mettere nella lista delle prestazioni anche lo squirting.
Diverse teste accanto ai due si voltano per ammirare lo spruzzo di piacere di Eva. Io distolgo lo sguardo: è qualcosa di troppo doloroso.
La cagnetta a stelle e strisce è appoggiata ad un tavolo, un tipo allampanato la tiene per le anche e le scopa il culo. Lei geme sorridendo. Non ha mai dimostrato un minimo di tecnica, vederla scopare mi ricorda sempre un ciocco di legno tagliato con una scure, ma la cagnetta è apprezzata per il suo aspetto fisico da sportiva. E le tette finte. È l’unica con le tette finte, nel nostro turno.
Andri sta lavorando di lingua sulla figa di una biondina che deve avere vent’anni al massimo. L’hanno accompagnata un paio di amiche, che si aspetteranno di essere scopate anche loro dal ragazzo superdotato. La tipa ridacchia, lancia gridolini di piacere, prova a commentare quanto le sta piacendo ma singulti di godimento le interrompono le frasi. Una delle accompagnatrici non riesce a staccare gli occhi dal culo di Andri e continua a palparglielo…
Un lungo sospiro esce dalle mie narici. Mi auguro di riuscire a vedere per l’ultima volta Andri scopare e portare all’orgasmo qualcuna di loro.
L’assenza di Giulia si sente. Il mormorio della clientela riempie la sala, e non è sovrastato dalle grida della cagna che gode e fa godere il suo cliente. Almeno, l’ultimo giorno di lavoro, ho il piacere di non vedere lei, le sue bocce mostruose e gli spruzzi di squirto che lavano la gente.
Appoggio il vassoio sul tavolo 9: un ragazzo con i capelli a porcospino e una catena di acciaio al collo sorride nel vedere il mio corpo nudo. Lui è l’ultimo cliente.
Pensa se fosse stato qualcuno che conosco… dopo averne soddisfatti mezzo migliaio in due mesi, immagina se l’ultimo è un mio amico o, peggio un parente, che si ferma a mangiare qui e, vedendo le hostess, decide di ordinarmi perché vede la mia foto e scopre che vorrebbe scoparsene una simile a quella bella fighetta di Marta, che mi arrapa sempre ma non me la sono mai fatta…
Sorrido. Oramai quasi non si distingue più il sorriso vero da quello PanAm. «Buongiorno, sono…» Le parole mi escono di bocca come la registrazione di un robot. Chissà se mi ritroverò a dirle per sbaglio in futuro, magari mentre sono sovrappensiero…
Non mi sono nemmeno accorta se lui ha risposto. Meglio tornare a concentrarmi sul mio lavoro.
Mi inginocchio davanti al cliente e appoggio le mani sulle mie ginocchia, la posizione standard per un irrumatio, qui dentro, e aspetto.
Lui si alza in piedi e tira fuori un cazzo di tutto rispetto dai jeans. Si avvicina e si ferma con il cazzo a pochi centimetri dalle mie labbra.
Trattengo un sorriso. Mai avrei pensato che qualcosa che consideravo degradante quanto farmi fottere la gola mi sarebbe mancato, eppure… un po’ mi dispiace che questo sarà l’ultimo a farlo. A meno che Dario non voglia accettare di farlo, quando saremo tornati insieme, ma dovrò capire come proporglielo senza fargli capire che ho passato l’estate a farmi fottere in un McDonald’s nudista da chiunque…
Chissà se lui se l’è spassata con qualcuna, in questi due mesi?
Il tipo mi guarda dall’alto. «Apri la bocca… eh…»
È l’ultimo… perché non trattarlo bene? Gli faccio un occhiolino. «Mi piaci, lo sai? E se ti facessi un trattamento speciale?»
Lui solleva le sopracciglia. «Cioè?»
Gli prendo il cazzo con la mano, lo scappello e lo sollevo. Passo il polpastrello del dito sulla cappella, spargendo per tutto il glande la goccia trasparente uscita dal meato. Lui apre la bocca quasi quanto spalanca gli occhi, un profondo respiro gli riempie il petto. Ruoto la testa sotto il suo sesso e prendo in bocca una palla, la succhio, sotto la lingua il nocciolo fa resistenza.
«Porca…» Il tipo ansima, le sue parole sono interrotte da boccheggi. «Porca puttana… sì…»
Sì, mi mancherà questa soddisfazione.
Metto la mano libera tra le sue cosce. Trattengo a stento la tentazione di infilargli un dito in culo, ma è una pratica che solo un paio di volte mi è stata chiesta, e non vorrei rovinare la mia ultima performance spingendomi troppo oltre. Premo un paio di dita nel perineo, che non è poi tanto differente per quanto meno “invasivo”.
Sego appena il cazzo che si è fatto ancora più duro e lucido i coglioni del tipo, uno dopo l’altro. Sono caldi, si stanno riempiendo di sborra: lo farò esplodere nella mia bocca come un candelotto di dinamite liquida.
Lui ansima come se fosse in iperventilazione. Sono brava, sono la migliore, anche se non piscio squirto in faccia ai miei clienti.
Mi afferra per i capelli ma non mi tira indietro. «Non… non farmi venire… ancora…»
Un paio di tavoli più in là, la cliente di Andri urla di piacere sotto il ragazzo che la sta scopando, le sue due amiche sogghignano a quello spettacolo come se fosse comico, ma sono certa che stanno morendo dentro.
Lascio cadere sul mio viso il cazzo e mi spingo indietro dal suo inguine. La palla esce dalla mia bocca, lasciandola gocciolante e lucida di saliva, e l’uccello mi scivola su un occhio: mi fermo quando mi arriva sulle labbra con la punta.
Gli faccio di nuovo l’occhiolino e gli sorrido. «Non venire subito, mi raccomando: fammi divertire un po’ con il tuo bel cazzone in bocca.» È rosso in volto, lo sguardo che usa per fissarmi è pure devozione. Apro la bocca e glielo faccio infilare dentro la mia cavità orale.
Lui ansima, mette le mani sulle mie tempie e mi blocca la testa. Si solleva un po’, mi fa scivolare il cazzo per tutta la lunghezza in bocca e lascio solo uno spirale aperto tra le labbra. La cappella mi arriva oltre le tonsille.
Inizia a fottermi, il suo uccello è in un bagno di saliva che spinge nella mia gola o fa scivolare fuori dalle mie labbra. Ricordo ancora la prima volta che mi hanno scopato la bocca, a momenti mi strozzavo; oramai, sono talmente abituata alla cosa che non mi dà più nessun problema.
Detestavo quel gluc-gluc-gluc che produce la mia bocca mentre mi scopano, era il simbolo del degrado, ma adesso devo trattenermi dal toccarmi a quel suono tanto mi eccita.
Sì, devo chiedere a Dario di scoparmi la gola, lo adoro troppo…
Il cliente muove la testa all’indietro, emette un verso come se stesse facendo uno sforzo. Mi sa che l’ho stimolato troppo con la leccata di palle… Viene già. Mi sborrerà in gola o…
Spinge l’inguine all’indietro e afferra il cazzo bagnato. Un paio di cucchiaiate di saliva straborda dalle mie labbra, scende sul mento e cola sulle mie tette. Chiudo gli occhi e sorrido. Un sorriso vero, non uno di servizio.
L’uomo accompagna ogni spruzzo con un “ah!”. Il primo mi prende in volto sulla sinistra, gli altri tre sono più centrali e colpiscono il naso e le labbra; qualche goccia mi finisce sul seno e sulle spalle.
L’odore di sborra calda mi riempie le narici. Il pizzicore tra le piccole labbra cresce fino a diventare fastidioso. Dopo che il mio viso è stato il bersaglio di scariche di sperma cinque o sei volte al giorno per otto settimane, Dario dovrà faticare per soddisfare le mie nuove perversioni…
Mi sollevo in piedi e mi tolgo la sborra dalle palpebre con le dita. Sorrido al cliente. Il volto dell’uomo è rilassato, soddisfatto. Ma mai quanto me.
Gli brillano gli occhi, contempla il suo piacere che cola sul mio viso. Lo so, caro: una donna bella, con una sborrata sul viso, diventa ancora più meravigliosa. «Grazie, sei stata fantastica.» Prende il cellulare dal tavolo. «Voglio lasciarti una buona recensione e cinque stelle!»
Appoggio una mano sulla sua che sta toccando lo schermo. Sorprendono me per prima le parole che escono dalle mie labbra. «Non importa, non preoccuparti.»
Lui mi guarda confuso.
Sorrido. «Ciò che mi importa è che tu ti sia divertito quanto hai fatto divertire me. Adesso, goditi il pranzo prima che si raffreddi, e, magari, segati un paio di volte pensando a me.»
Il suo sguardo passa sul mio corpo come la luce dello scanner quando sta registrando un documento. Annuisce. «Puoi contarci,» sussurra. «Ma un cinque stelline te lo meriti lo stesso.»
Gli soffio un bacio, mi volto e mi allontano.
Passo la punta della lingua sulla goccia di sborra che mi prude su un labbro. Ormai, la mia valutazione di quasi 5 è crollata a un 3,2 stelle, ma… Sospiro. Che importa? Io ce l’ho messa tutta per quasi due mesi per diventare la migliore qui dentro, mi sono sforzata, ho abbandonato ogni ritegno e ogni remora nel sesso. Mi sono fatta sfondare il culo e mettere in bocca il cazzo appena estratto dal mio stesso intestino, mi sono ritrovata con perversioni che nemmeno credevo potessero esistere e per cosa?
Su un divanetto, Sabine si scuote e squirta in viso al suo cliente, che si mette ad urlare estasiato, con il pubblico attorno che applaude.
Distolgo lo sguardo. Eva e Sabine erano mie amiche, due ragazze fantastiche… ancora non so se ridere o piangere per quella volta che ci hanno scopate tutte e tre insieme durante una festa privata qui a “La fritula”. Adesso non mi rivolgono più la parola per come ho cercato di smascherare i magheggi di Giulia per apparire la migliore.
Ma Giulia è la migliore, non c’era nessun magheggio…
Lurida cagna…

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]]>I posti all’esterno invece sono tutti occupati da perdigiorno e da anziani col bianchino in mano, assidui giocatori di Briscola e Scopa; nessuna tra queste persone mi conosce.
A differenza dell’esterno l’interno ha il suo perché: tutto in legno, tavoli massicci e buone sedie imbottite a circondarli. Ci sono anche dei posti contro il muro, nascosti alla vista della cameriera. Scelgo uno di questi.
Cristina ha mandato un messaggio a Elisabetta l’altro ieri, dimostrandole di avere il materiale che la riguarda e invitandola ad un incontro per oggi pomeriggio, Sabato. Peccato che Cristina non ci sarà e sarò presente soltanto io. La nostra compagna nemmeno é venuta a scuola negli ultimi due giorni: deve proprio avere un brutto mal di pancia. Ordino un’acqua tonica con ghiaccio e limone e ripasso mentalmente ciò che devo dirle.
L’ingresso é circondato da vetrate e posso tener d’occhio l’esterno. Eccola: Si aggira tra i tavoli fuori cercando con lo sguardo Cristina. Povera Sciocca.
Qualche avventore particolarmente maleducato si volta e commenta il suo culo esplosivo in dialetto stretto, mentre lei si avvia verso l’interno del locale, fingendo di non sentirli. In effetti, attira parecchia attenzione: indossa una camicia aperta sopra ad una canottiera grigia a coste, discretamente scollata, sottile e aderente, che lascia intravedere il profilo del reggiseno. Il mio basso ventre inizia a scaldarsi e sento il sangue fluire.
Non avendo trovando Cristina all’esterno, varca la soglia del bar. Butta un occhio all’interno e non mi vede. Chiede alla cameriera se c’é qualcuno all’interno. Sento il suo accento marcato: “Là dietro”. Si avvicina, ma riesce a vedermi soltanto all’ultimo, ormai a poco meno di un paio di metri di distanza. Sussulta, digrigna i denti, e una smorfia le attraversa il viso per una frazione di secondo. Sorpresa, vero?
“Toh, Elisabetta. Che ci fai qui?” é evidentemente preoccupata di aver trovato qualcuno che la conosca e che di fatto impedirà il suo incontro con Cristina.
“C-ciao Raffaello… Niente di che, passavo di qui e mi é venuta sete.”
Mi mordo la lingua, per trattenere la risatina che si stava affacciare sulle mie labbra. Non è tanto brava con le scuse, bisogna dirlo. Potrei far finta di crederle, ma decido di metterla un po’ sotto pressione.
“Davvero? Pensavo stessi cercando qualcuno. Ho sentito la domanda che hai fatto alla cameriera”.
“Beh sì, e-ecco. Avevo un appuntamento con un’amica da queste parti che però non si trova da nessuna parte e ho deciso di fare un giro e poi mi é venuta sete e ho pensato che fosse entrata anche lei qui…”. Le sue parole fluiscono ad una velocità impressionante, e la sua lingua quasi incespica tra le sillabe. Agitatina?
“… é l’unico locale che c’é da queste parti!”, si affretta ad aggiungere.
Resta un paio di secondi impalata, a osservarmi, la bocca semiaperta e muovendo il peso del corpo prima su un piede, poi sull’altro. Noto che apre e dischiude le labbra, come se stesse cercando di deglutire della saliva, ma senza alcun successo.
Finalmente, adocchia lo zaino che mi sono portato appresso: “Tu? Stai studiando?”
“Giusto qualcosina. Mi piace venire qui a studiare ogni tanto, è un posto tranquillo.”
Sfoggio il sorriso più conciliante del mondo, esibendo tutta la mia cortesia e gentilezza.
“Ma senti. Mi sembri con la bocca riarsa. Siediti con me intanto che aspetti la tua amica, ti offro qualcosa. In cambio, potresti aiutarmi con una faccenda di Hegel che non capisco del tutto?” Palla colossale, sono un asso della filosofia. Non aspetto la sua risposta, e alzo il braccio, sporgendomi fuori dal tavolo per attirare l’attenzione della cameriera.
“Coca va bene?”, le chiedo. Lei non risponde, ma resta ferma in piedi, in silenzio, presa alla sprovvista dalla mia proposta. Ordino una lattina, mentre la fronte di Elisabetta si corruga leggermente: credo che stia iniziando a sospettare qualcosa. Mi sembra quasi di percepire il cricetino dentro il suo cervello correre all’impazzata, cercando di elaborare quello che sta succedendo. Resta in silenzio, non sa cosa dire, non sa cosa fare. Poi, la sua espressione cambia leggermente, mentre i suoi occhi si stringono leggermente, diventando delle piccole fessure marroni. Forse, finalmente, inizia a capire. Era ora, stupida gallina.
Quando la cameriera appoggia la lattina e il bicchiere sul tavolo, Elisabetta è ancora in piedi, come se fosse intorpidita, confusa e assorta nel filo dei suoi pensieri. Vedendo la signora fa un saltello di lato, come se non si aspettasse la sua presenza. Con la mano la invito a sedersi, mentre con il cellulare apro la pagina wikipedia di Hegel. In inglese. Inizio ad esporle il mio dubbio, dicendo cose che non hanno troppo senso, ma tant’è. Nel frattempo, lei prende posto di fronte a me, lanciando sguardi tutto attorno, come se ancora si aspettasse che Cristina possa comparire da un momento all’altro.
Le indico alcune cose dal mio cellulare, chiedendo informazioni in più sul filosofo: tempo di finire le mie due domande, lei ha già guardato il suo cellulare cinque volte. Arranca sugli argomenti e, a corto di idee, estrae anche lei wikipedia. Continuo con le domande, ma osservando attentamente e noto che dopo pochissimo ha già aperto i suoi messaggi, cercando un contatto chiamato “Crinegra”. Ovviamente è inutile scriverle, perchè Cristina non darà alcun segno di vita, ma lei, pur magari sospettandolo, non può saperlo con certezza.
Continuo ad insistere su Hegel per qualche minuto: Elisabetta continua a non saper rispondere, e d’altra parte le sue capacità sulla materia sono minime, e la situazione può solo peggiorarle. Dopo poco sbuffa.
“Senti, non lo so. Non ho idea di cosa parli e non capisco un cazzo di questa cosa.”
Riprende a guardare i suoi messaggi, e sbuffa di nuovo. Nessuna risposta da Cristina.
“Senti, io devo andare.”
Io sorrido placidamente, mentre la vedo raccogliere le sue cose. Tengo in una mano il mio cellulare, e la mia acqua tonica nell’altra.
“Sicura? Non hai ancora finito la tua coca.”
Ormai lei si è alzata e, voltandosi, fa le spallucce, compiendo il primo passo per allontanarsi da me. Sorrido.
“Peccato tu te ne vada già. Avevo ancora una domanda per te.”
Non appena finisco la frase, faccio partire il video del suo pompino al ragazzo, col volume leggermente alzato, in modo che solo lei possa sentire distintamente quello che viene detto, e riconoscere gli epiteti che le erano stati rivolti.
Si pietrifica sul posto, e si volta lentamente. Il suo sguardo angosciato vaga prima sul mio viso, poi sullo schermo del mio cellulare, ora rivolto verso di lei, su cui può osservare se stessa succhiare avidamente quella cappella, e poco dopo farsi inondare la bocca di sborra. La sua espressione è stupefatta, ma non tanto quanto mi sarei aspettato. Evidentemente, i suoi dubbi hanno trovato una conferma.
“Stai capendo?”
Sorrido placidamente e, con lo stesso gesto che avevo fatto qualche minuto prima, la invito a sedersi di nuovo. Tremando, prende posto di fronte a me per la seconda volta.
“Certo che ti dai un gran da fare con la lingua.”
Piego il capo, contemplando le sue capacità di bocchinara.
“Pompino da manuale, devo ammettere. Sembri proprio brava.”
Le gambe di Elisabetta tremano convulsamente, e le sue mani si muovono prima sul tavolo, poi sfregano le sue gambe, poi vanno ad incrociarsi sul petto, e poi ritornano sul tavolo.
“Cosa vuoi?”
Inspiro profondamente. Cerco di sembrare sicuro di me, ma non lo sono affatto: ho il cuore che rimbomba nel petto per l’eccitazione. Mica è cosa di tutti i giorni ricattare qualcuno.
“Quasi un po’ invidio questo ragazzo.”
Cerco il video successivo, quello in cui si fa inculare selvaggiamente dall’uomo.
“Ma quasi invidio di più lui, sai? Il tuo sedere sembra particolarmente accogliente.”
Riporto il mio sguardo sulla mia compagna di classe. Sta arrossendo visibilmente, il suo volto è una maschera indurita dalla paura, forse anche dall’umiliazione. Una goccia di sudore le scende dalla fronte verso il mento. Digrigna i denti, mentre un’espressione rabbiosa e stizzita le attraversa il viso.
“Cosa volete?”, esclama di nuovo, perentoriamente.
Poso il telefono, e mi appoggio allo schienale della sedia, distendendomi un poco. Non rispondo immediatamente, e faccio passare qualche secondo, guardandola e inclinando il capo prima da un lato, poi dall’altro.
“Sai, riflettevo. Io credo che chiunque veda queste cose che fai sarebbe davvero entusiasta di farsi fare un pompino da te, o di scoparti. Non hai mai pensato di avere una carriera nel porno?”
Schiocca la lingua: “Non sono una troia.”
“Credo che chiunque vedrebbe le tue performance la penserebbe diversamente. Non saresti felice di essere sommersa dalle proposte di tanti ragazzi e uomini che si eccitano nel vederti? Saresti famosa. O almeno, lo saresti nella provincia.”
Digrigna i denti, scandendo le parole: “Cosa volete?”
Faccio le spallucce: “Ancora non l’hai capito?”
“Volete fottermi.”
Non riesco a trattenere una risatina: “Certo, in un certo senso, sì. Ma non vogliamo soltanto fermarci a quello. Non credi che una scopata sarebbe un po’ poco?”
Il suo sguardo si abbassa, e le mani, ancora strette attorno al petto, si stringono ancora di più.
“… Soldi.”
Rido di gusto. Certo che ai soldi io e Cristina non ci avevamo poi pensato. Non è una cosa che ci interessa granchè e poi Elisabetta non è che avrà tutta questa libertà nel disporre dei soldi dei suoi genitori. Pur essendo di famiglia abbastanza ricca, non credo passerebbe inosservato la sottrazione di denaro dal conto di suo padre. No, ci scoprirebbero in un attimo. E poi, i nostri desideri sono davvero molto più terra terra.
Alzo un sopracciglio, senza lasciar intendere una risposta diretta: “Togliti una scarpa.”
Corruga la fronte, e i suoi occhi si posano sotto il tavolo, a guardare le sue scarpe. Ripeto la stessa frase. Trattengo il respiro, per vedere come reagisce. Sto già chiedendo troppo? Il dubbio di rovinare tutto, e che se ne vada sbattendo la porta, mi attanaglia. Poi, la vedo chinarsi lentamente, slegarsi i lacci e se togliersela. Sorrido, e una sensazione di compiacimento e soddisfazione si fa strada dentro di me. Tamburello l’indice sul tavolo. Lei, incredibilmente, capisce, e la appoggia lì, a quache centimetro dalla mia mano: una scarpa bianca, praticamente nuova, di tela. Solo i bordi della suola sono leggermente sporchi.
“Solleva il piede da sotto il tavolo, dammelo in mano.”
Mentre sento sollevarsi la sua gamba, contemplo le sue espressione, che sembra mutare da un secondo all’altro, come se il suo viso non sapesse decidersi, tra mostrare sconcerto, paura, fastidio, o rabbia. Ha proprio un faccino innocente, incorniciato da capelli castani lunghi, la carnagione leggermente abbronzata. Le labbra, rosse e un poco carnose, tremano appena dischiuse. Afferro il tallone e le tolgo il fantasmino. La tiro per la gamba e lei si irrigidisce, sospetta. Attendo che intuisca il prossimo passo, ed effettivamente, dopo qualche secondo capisce, e gli occhi le si inumidiscono.
Appoggio la pianta del piede contro il mio pacco: “Massaggia.”
Inizialmente, resta immobile, ma, lentamente, sento le dita del piede muoversi, e il mio cazzo, già duro, irrigidirsi ancora di più. Appena sente la mia erezione si blocca, e cerca di sottrarsi.
“Q-quanto vuoi. Posso pagarti.”
Sbuffo, e strattono il suo piede con più forza tra le mie gambe: “Fa’ la brava. Impegnati.”
Stringe i denti, ma ciononostante riporta docilmente il piede in posizione e con la mano la guido. Sento le sue dita percorrerlo in tutta la lunghezza: preme contro ogni irregolarità, e arriva a sfiorarmi l’orlo della cappella, causandomi un brivido. Osservo il suo viso: ormai é contratto in una smorfia, le labbra incurvate all’ingiù. E’ sull’orlo del pianto, ma voglio insitere ancora.
“Non fermarti.”
Infine, faccio un cenno verso la scarpa sul tavolo: “Leccala”
Il viso completamente rosso, il respiro affannato. Ha gli occhi sbarrati, non vuole credere alle sue orecchie. Guarda la calzatura sul tavolo, poi guarda me, e poi di nuovo la scarpa. Tremando, la prende in mano e apre la bocca. Internamente, gioisco: l’umiliazione, il sale della vita.
Disgustata, strizza gli occhi con forza, e appoggia la punta della lingua contro la suola, sfiorandola appena. Una singola lacrima scende lungo la guancia destra. Che meraviglia. Non voglio, non posso dimenticare questo momento, e voglio mostrare quanto sta accadendo a Cristina. Estraggo il telefono per immortalare il momento: questa fotografia sarà il nostro primo trofeo.
Elisabetta sussulta vedendo il cellulare, e si blocca. Improvvisamente, la rabbia prevale sulle altre emozioni. Evidentemente, un briciolo di dignità le è rimasto, e si sta facendo sentire. Sorrido: so che non si tirerà indietro, la posta in gioco è troppo alta per lei. E invece: mi lancia la scarpa addosso.
Ok, questo non l’avevamo calcolato.
Per fortuna mi manca. Accecata dalla furia, mi urla addosso:
“Sfigati di merda, figli di puttana, non riuscirete mai a fare con me quello che volete!”
Singhiozza: “Provateci! Provateci a mandare in giro quella roba! Avrete paura ad uscire di casa, le vostre vite saranno finite! CAPITO? FINITE!”
Si alza e corre via dal locale, così, senza una scarpa. Uscendo, sbatte la porta, facendo cadere da una mensola vicino all’ingresso un Maneki Neko, il famoso gatto porta fortuna, che, cadendo, si frantuma in mille pezzi. Che dire: abbiamo toppato alla grande.
Rimango fermo qualche minuto, senza riuscire a pensare a nulla: il mio sguardo resta fisso sul calzino e sulla scarpa lasciati indietro da Elisabetta. Sento la proprietaria del locale sbuffare, e spazzare con la scopa i resti del gatto infranto. Cosa ho sbagliato? Era troppo?
Afferro le calzature, e le infilo nello zaino. Sospiro: magari saranno un ricordo, o un monito per il futuro. Mi alzo e vado a pagare.
La proprietaria è dietro la cassa, e mi guarda arrivere con un’espressione lievemente corrucciata, ma non sembra troppo turbata da quanto è successo. Penso che forse, per qualche ragione, sembra mostrare un velo di empatia e, infatti, la conferma non tarda ad arrivare:
“Litigare innamorati, vero?”
Abbozzo un sorriso: “All’incirca, signora… All’incirca…”
Mi guarda, impietosita: “Non preoccupare, se amore vero, lei fare pace con te.”
Ringrazio il cielo per le sue carenze linguistiche: se solo fossero state migliori, avrebbe capito meglio la situazione. Esco dal locale e mi avvio verso casa di Cristina, ho bisogno di raccontarle faccia a faccia quello che é successo. Percorro la strada con la mente assorta e obnubilata, e quando Cristina mi vede suonare il suo campanello appoggiato al cancellino, segno di tutto il mio sconforto, mi accoglie in casa senza dire una parola.
“Cazzo. Questo non me l’aspettavo.”
La mia amica è appoggiata alla sua scrivania, mentre io sono sdraiato sul letto, in stato quasi catatonico. Dove abbiamo sbagliato? Volevamo sorprenderla e non lasciarle occasione di reagire, sfruttando proprio il fatto che mi sarei presentato io invece che Cristina. Sarebbe dovuto andare tutto liscio, avevamo il coltello dalla parte del manico. Con tutto il materiale che avevamo a disposizione, potremmo compromettere la sua vita non poco: il suo giro di amicizie, al di fuori di Anna, è composto da persone ricche, sciocche e moraliste. Amici dei tempi dell’oratorio, del grest. Per non parlare poi delle voci che si sarebbero diffuse in paese; qui, almeno di vista, tutti conoscono un po’ tutti e tutti, chi più chi meno, spettegolano volentieri, e le voci si diffondono velocemente. E i suoi genitori? Gente borghese per bene, arricchitisi grazie alla loro piccola azienda, fieri della loro villa, delle loro belle macchine, superbi, altezzosi. Nonché orgogliosi della loro figlia “ben educata, e volenterosa”, e proprio per questo motivo “non le si vorrebbe mai far mancare nulla”. Con queste parole ho sentito il padre difenderla durante i colloqui scolastici. I suoi genitori l’avrebbero considerata allo stesso modo, dopo aver saputo quanto la loro bambina diventasse zoccola appena metteva il piede fuori casa? Chissà cos’avrebbero fatto, vedendo così infangata la loro cosiddetta buona reputazione. Pensavamo che Elisabetta sarebbe stata magari non più docile, ma almeno più remissiva. Come mai aveva reagito in questo modo?
Discorrevamo così, io mesto, Cristina innervosita: “Sei proprio drammatico.”
In ogni caso, non riuscivamo a trovare una risposta soddisfacente ai nostri dubbi: avrebbe dovuto accettare, e non riuscivamo a comprendere perchè volesse rischiare di essere esposta pubblicamente così. Forse, non ci credeva capaci di condividere quei video. Cristina si avvicina a me, e mi da un paio di pacche decise sul petto.
“Su dai. Non è la fine del mondo. Così è andata, ci ripenseremo domani.”
Piega la testa di lato, come se stesse soppesando un’idea: “Stasera birretta?”
Annuisco, e ci diamo appuntamento per dopo cena. Esco da casa sua, inforco la bici e faccio il tragitto del ritorno prosciugato di ogni energia. Appena entro nel mio appartamento, saluto i miei rapidamente e mi butto sul divano: meglio dormirci sopra e non pensarci più. Mi sveglio un po’ più fresco, ceno e mi butto sotto la doccia.
Ripenso a tutto quello che é successo nei giorni scorsi, frustrato e amareggiato, mentre l’acqua mi scorre sul capo e sulle spalle. E pensare che avremmo potuto divertirci così tanto con quella troia.
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L'articolo Errori – 3. Maneki Neko proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.
]]>L'articolo Marika: fine primo capitolo e inizio secondo capitolo (La vacanza a Rimini) proviene da Racconti erotici di Milù - Storie porno vere e racconti di sesso.
]]>Innanzitutto volevo scusarmi con i tanti lettori che mi hanno scritto dopo aver pubblicato il primo capitolo di questa storia dandomi consigli su come continuarla. Purtroppo in questi mesi ho avuto alcuni problemi personali che non mi hanno permesso di continuare con il secondo capitolo, ma ora eccomi qui. Oltretutto, per un errore mio, il primo capitolo è andato perduto, ma, prima di proseguire vi farò comunque un rapido riepilogo.
Vi ricordo che questa storia è completamente inventata e che prevede cinque capitoli in cui, alla fine di ognuno (a parte l’ultimo ovviamente), lascerò il finale in sospeso e, in base ai consigli che mi arriveranno via mail, scriverò il finale nel capitolo che verrà… come una catena. Qualora non mi arrivasse nessun consiglio, il racconto terminerà qui e il progetto potrà considerarsi concluso anche se incompleto. Dopo il primo capitolo mi sono arrivate comunque molte mail con consigli interessanti pertanto sono speranzoso nella vostra collaborazione per continuare.
Eccoci dunque arrivati al secondo capitolo dove troverete anche la fine del primo, però, come scritto sopra, sotto forma di riepilogo.
I protagonisti di questa storia sono essenzialmente 3:
Enrico, ovvero il sottoscritto. Sono un ragazzo di circa 30 anni ma all’epoca dei fatti narrati ne avevo poco più di venti. Sono alto 180 cm, capello nero corto, fisico abbastanza palestrato, di aspetto piacevole, curato e pulito. Vivo a Cremona, nella depandance adiacente alla villa di mio padre, ricco industriale, divorziato; lui organizza anche festini orgiastici nella sua abitazione a cui io non ho mai partecipato per un rapporto di riservatezza che abbiamo costruito negli anni. Sono figlio unico e lavoro saltuariamente nell’azienda di famiglia. Sono parte del consiglio di amministrazione della stessa e ne possiedo una piccola percentuale. Posso permettermi praticamente qualsiasi cosa, auto, viaggi, vestiti costosi perchè appunto vivo di rendita dei profitti di mio padre. Ho il culto della palestra, sono iscritto a una del centro, oltre ad averne una mia personale nella depandance. Dopo aver conosciuto Marika (che a breve presenterò), dal punto di vista sessuale, ho cominciato ad ampliare le mie perversioni abbracciando anche aspetti di dominazione, tradimento e bisessualità. Compio gli anni a luglio.
Marika, la mia ragazza. Ha 20 anni e stiamo insieme da un anno. Alta 174 cm, fisico snello ma tonico, seconda di seno appena e un sedero tondo e piccolo che sembra disegnato, tra i più belli che io abbia mai visto. Di viso è spigolosa, con labrra carnose, occhi castani da cerbiatta e sguardo molto intenso e conturbante, ammaliante. Ha capelli castano ramati, porta un caschetto corto bob con frangetta e la nuca è rasata, a scalare. Ha un naso leggermente aquilino. Ha una vaga somiglianza con l’attrice turca Polen Emre, giusto per darvi un’idea. Anche lei ha la passione per la palestra e frequenta con me la stessa del centro città. Sessualmente è molto disinibita e fantasiosa, e con il tempo, capendo le mie perversione sessuali, le ha assecondate assumendo magistralmente il ruolo di dominatrice. Finite le superiori con il massimo dei voti si è trasferita da me, persuasa dallo stile di vita che le potevo permettere. Il sesso con lei è stato fantastico fin dal primo incontro, poi, con il tempo, è sopraggiunta una monotonia sessuale a cui abbiamo rimediato frequentando club scambisti in cui, più volte, abbiamo sperimentato lo scambio di coppia in presenza di entrambi. Al suo compleanno, a marzo, le ho regalato un escort di colore in un camera da albergo con cui ha scopato: io ho assistito masturbandomi e per la prima volta ho leccato il membro di un uomo, seppur per poco. Al mio di compleanno lei mi ha regalato (ovviamente con i miei soldi dato che anche lei è nullafacente) un intero pomeriggio nell’appartamento di una trans brasiliana con cui ho avuto rapporti orali insieme ad altre due sue amiche trans (Marika non era presente).
Franco, collega e socio di minoranza di mio padre. È un uomo sulla quarantina alto 185 cm, in discreta forma fisica, single. Al momento non ha un ruolo di rilievo nella storia ma sono ottimista nel farlo emergere nei capitoli successivi. Partecipa alle cene aziendali che mio padre è solito organizzare in villa, accompagnato sempre da una donna diversa, sempre bellissime e, secondo me, ha un debole per Marika con la quale ha diversi scambi d’occhiate durante le cene. Di questa cosa ho sempre provato un mix di gelosia ed eccitazione anche perchè Franco non mi è mai stato particolarmente simpatico. Ha un atteggiamento sfrontato ed esagerato ma devo riconoscergli comunque un buon approccio nel lavoro. È persona di fiducia di mio padre.
Bene, terminato il riepilogo della presentazione dei personaggi posso proseguire. Dove eravamo rimasti? Ah sì…. è novembre del nostro secondo anno assieme e sono qui, a pancia in su, ingabbaito e ammanettto alla testiera di un letto in uno squallido hotel gestito da una cinese, appena fuori dal casello autostradale di Piacenza. Marika mi sta sopra dandomi le spalle e io le sto leccando via lo sperma dalle natiche appena riversato dai due stalloni di colore che l’hanno scopata mentre io assistevo impotente e anche imbavagliato da un ball gag. Marika mi sta deridendo e offendendo e lo stesso faccio anch’io con lei. Mi sta massaggiando il cazzo ingabbiato con una magic wand aspettando che abbia un orgasmo che attendo da due settimane proprio dentro la gabbietta. Ma proprio sul punto in cui sto per venire ecco che si apre la porta della stanza e…
INIZIO SECONDO CAPITOLO
“Bene, bene…” disse la voce di un uomo. Marika si alzò immediatamente da me e si posizionò carponi alla mia sinistra. “Bene, bene…” ripetè l’uomo. Ora potevo vederlo. Alla soglia della porta c’era questo tipo, alto circa 1 metro e 90, sulla quarantina o forse oltre, capello spettinato, barba di due giorni, vestito con una polo rosa macchiata d’olio motore in alcuni punti, jeans logori. Con la mano destra si toccava la patta dei pantaloni, lentamente. Accanto a lui la proprietaria cinese dell’hotel che ci aveva accolto dandoci le chiavi della stanza. “Vedo che vi siete dati da fare” proseguì l’uomo. I due ragazzi di colore si erano rivestiti e avevano abbandonato la stanza pochi minuti prima per cui eravamo solo noi quattro. L’uomo fissava con uno sguardo vitreo Marika che aveva la bocca semiaperta in un’espressione mista tra stupore e paura.
“Dì un po’ ragazzina… quanti anni hai?”
Marika, balbettando, rispose “Ve… venti…”
“Santa madre di Dio” proseguì l’uomo non staccandole gli occhi di dosso e continuando a massaggiarsi il pacco “Cominciate presto voi giovani d’oggi…”. Poi proseguì “Ora vi spiego come funziona. In questo hotel avvengono cose molto più pervese e sporche di quelle che stavate facendo… non sono nuovo a questi tipi di cose… ora vi do due scelte”
Io ero ancora ammanettato al letto, il cazzo che implorava un orgasmo all’interno della gabbietta ma a poco a poco la paura stava prendendo il sopravvento sull’eccitazione.
“La prima, che è la più semplice e veloce, è che scendiate nel garage di sotto. Faremo le nostre cose e nel giro di mezz’ora sarete fuori di qui. La seconda, se volete provare piaceri forti, è quella di rivestirvi, salire in macchina con noi e andare in un casale non molto distante da qui dove, fino a quando non saremo soddisfatti, parteciperete a giochi erotici molto ma molto particolari”
Con la bocca secca a causa dello sperma che avevo leccato fin poco prima dal culo di Marika ebbi un sussulto di ribellione e lo affrontai “E se noi ci rifiutassimo di scegliere?” ribattei.
“Beh…” rispose l’uomo spostando lo sguardo verso la cinese e facendole un gesto con il capo. La cinese uscì dalla stanza ma tornò pochi istanti dopo mostrandoci una mazza da baseball… “Non credo siate nella posizione di rifiutarvi di scegliere”.
Io e Marika incrociammo i nostri sguardi e ognuno poteva vedere l’espressione di paura nell’altro. “La prima, la prima…” rispondemmo quasi all’unisono con la voce tremolante.
“Bene, avete fatto la vostra scelta” disse l’uomo “Ora, tu, ragazzina, prendi le tue cose e seguimi. Tu, cornuto, seguirai la donna dopo che noi lasceremo la camera…. ma prima, per favore, fatti liberare dalla tua donna, anche il cazzo, che ti devi divertire anche tu”. Marika mi tolse le manette e con le mani tremanti mi sfilò la gabbietta di castità con la chiave che portava nella collana, si rivestì velocemente e, presa sotto braccio dall’uomo, uscì dalla camera. Quanto a me, sotto gli occhi dominanti della donna che ancora reggeva la mazza da baseball, andai per rivestirmi ma la cinese mi fece intendere di rimanere nudo e di portarmi dietro i vestiti, come se mi servissero una volta finito tutto. La seguii per i corridoi e le scale. Arrivati alla reception notai che in parcheggio vi erano, oltre alla mia, altre tre auto parcheggiate che al nostro arrivo non c’erano. Le tende della hall erano state abbassate e la porta chiusa a chiave. La cinese mi mostrò tre gradini che si fermavano davanti a una porta tagliafuoco: era l’ingresso per il garage. Mi fece cenno di entrare e mi chiuse la porta dietro le spalle. Inizialmente era buio, poi i miei occhi cominciarono ad abituarsi alle luci di emergenza che debolmente illuminavano il garage. Scesi altri gradini e potei scorgere un grande spazio e la luce di una lampadina che scendeva a mo di corda dal soffitto. Sotto era posizionato un grande cuscino bianco. “Vieni avanti” sentii la voce dell’uomo rimbombare per tutto il garage vuoto. Mi avvicinai alla luce e poco distante potei scorgere la sua sagoma: era seduto su una poltrona, in penombra e alla sua sinistra vi era una poltrona identica, vuota. “Siediti qui e goditi lo spettacolo, tra poco si comincia”. Nudo, mi sedetti sulla poltrona. Sentii dietro di me dei passi, come se qualcuno stesse camminando sui tacchi. Non mi girai e poco dopo vidi un cuscino identico all’altro che veniva posizionato per terra, alla sinistra della mia posizione. Su di esso si inginocchiò una ragazza cinese, giovane e molto magra vestita con una semplice canotta a costine bianca e lunghi leggings neri. Aveva i capelli neri lunghi fino al culo e, anche se non si voltò mai completamente per guardarmi in viso notai che era una ragazzza piacevole, molto bella. “Ragazzina, vieni avanti” disse a voce alta l’uomo. Da una zona oscura del garage vidi Marika avanzare verso la luce della lampadina “Inginocchiati sul cuscino, si comincia” Poi sentii una mano avvolgermi il cazzo e cominciare a segarlo: era la cinese che, con lo sguardo rivolto verso Marika, aveva cominciato a masturbarmi. Io, purtroppo, essendo due settimane che non venivo e dopo aver subito il trattamento di Marika in camera, vennì copiosamente dopo pochi secondi, riversando lo sperma sulla mia pancia. “E’ brava vero?….Oh ma sei già venuto?!?” chiese l’uomo guardandomi negli occhi. Notai che era a petto nudo e i jeans calati alle caviglie. “Che peccato…lo spettacolo deve ancora cominciare!” La ragazza cinese mi guardò il cazzo e fece una smorfia di disgusto con le labbra. Si pulì la mano sporca del mio sperma direttamente sulla mia pancia e abbastanza scocciata si alzò e se ne andò. Nel frattempo Marika, inginocchiata sul cuscino, nuda, si copriva i seni con le braccia. Capii che con il gioco di luci e ombre non poteva vedermi, non sapeva che ero lì. Tutto a un tratto, lentamente vidi dietro di lei, sempre in penombra avvicinarsi due figure. Arrivarono ad affiancarsi a lei, erano due uomini completamente nudi, uno abbastanza in carne, l’altro molto magro. La posizione della lampadina non permetteva di vederli in viso. Di certo avevano i cazzi belli in tiro e di dimensioni rispettabili anche se non esagerate. “Avanti, comincia a succhiarli, ragazzina, uno alla volta” dette ordine l’uomo sulla poltrona, cominciando a sua volta a toccarsi il cazzo. Marika cominciò a fare un pompino al tipo magro alla sua sinistra. Aveva un ritmo lento, probabilmente era impacciata a causa della paura che provava. “Più veloce troietta, più veloce…” impartì nuovamente l’uomo. Notai che entrambi gli uomini avevano della peluria bianca sia sulle parti intime che sul petto e dedussi che erano avanti con l’età, sicuramente oltre i cinquant’anni. Marika cominciò ad impartire un ritmo più veloce e si dedicava a entrambi i cazzi. Poi mi voltai verso la poltrona al mio fianco e notai che oltre a masturbarsi l’uomo aveva cominciato a pizzicarsi i capezzoli per aumentare l’eccitazione. Bonfocchiava offese a Marika impercettibili, sotto voce, e ansimava… era veramente disgustoso. Da parte mia non potevo fare molto, venuto ero venuto, al massimo potevo guardare. Poi avvenne una cosa che non mi sarei mai aspettato. Marika aumentò di molto il ritmo, come se volesse far venire al più presto i due uomini con la sua bocca e andarsene da lì nel più breve tempo possibile, come da accordi in camera. Con il cazzo del magro in bocca e guardandolo negli occhi con il suo sguardo da giovane cerbiatta cominciò a pomparlo come una puttana. L’uomo, colto alla sprovvista, si inarcò e le venne copiosamente in bocca. Marika prese tutta la sborra in bocca e si spostò immediatamente a servire quello più in carne alla sua destra. Questi, raggiunto un alto grado di eccitazione, evitò di metterglielo in bocca ma le ordinò di mostrare la lingua in fuori tutta sporca di sperma e di guardarlo negli occhi. Con un mano cominciò a masturbarsi furiosamente e poco prima di venire, con l’altra le sollevò la frangetta e scaricò il suo orgasmo sul volto, grugnendo come un maiale. “Brava troietta, brava…così…” disse l’uomo sulla poltrona. Mi girai e vidi che il suo cazzo stava pulsando sperma mentre lui con entrambi le mani si tintillava i capezzoli: stava avendo un orgasmo a mani libere molto lungo. Quando tutti e tre ebbero l’orgasmo i due uomini lasciarono la stanza senza che mai avessi avuto la possibilità di vederli in volto. Marika rimase sul cuscino ansimante con lo sperma che le colava dal viso e dalla bocca. L’uomo in parte a me, una volta ripulito e indossato i suoi stracci si voltò verso di me prendendo un biglietto dal portafogli. “Bene, potete andare” mi disse “Ma prima volevo dirti che se avete voglia di provare altre esperienze…beh questo è il mio numero, basta che mi chiamiate e vediamo di organizzare qualcosa” E mi porse un bigliettino di carta chiusto. Frettolosamente, senza dire nulla, ci rivestimmo ed uscimmo dall’hotel. Al primo cestino gettai il biglietto e salimmo in macchina per tornare a casa.
Quella che avvenne all’interno dell’auto quel pomeriggio, durante il ritorno, la ricorderò come la più grande litigata tra me e Marika che avessimo mai avuto. Litigata non è il termine esatto. Sfuriata da parte sua nei miei confronti è più adatto. Cominciò a sbraitarmi contro che non ero uomo abbastanza per proteggerla, che ero un inetto, un viziato del cazzo. Io che volevo controbattere esprimendo il mio disappunto dettato dal fatto che non potevo fare nulla dato che ero stato minacciato di essere bastonato non riuscii ad emettere suono dato che mi bloccava ogni volta che tentavo di aprire bocca. Avevamo un’ora di strada per tornare, per mezz’ora Marika me ne disse di tutti i colori. Poi si bloccò e si chiuse in un silenzio che io non tentai di rompere; sfruttai quel tempo per metabolizzare alcune cose. La prima era che lei aveva organizzato l’incontro con i due ghanesi perchè LEI voleva avere il controllo su di me e sul SUO piacere. LEI doveva avere il controllo, odiava essere comandata o che il suo piano non riuscisse. La seconda era che effettivamente aveva fatto un errore di valutazione, probabilmente aveva scelto un hotel sbagliato o forse non era ancora pronta a fronteggiare cambi di programma così “forti” per intenderci. Attribuii questo errore al fatto che fosse molto giovane e ancora inesperta. Io comunque finalmente ero venuto e sotto sotto la cosa non mi era dispiaciuta…. ma pensai anche che volesse lasciarmi e, una volta arrivati a casa, prima di scendere dall’auto le chiesi “Che cosa vuoi fare ora?” lei si girò con gli occhi pieni di lacrime e con uno sguardo cattivo ma con tono fermo rispose “Non lo so ancora. Lasciami riflettere stanotte e domattina ne riparliamo” Passammo la notte dormendo in camere separate.
Il mattino dopo, a colazione, sembrava tutta un’altra persona. Era sorridente, rilassata, quasi di buon umore si può dire. Finito di bere il caffè a tavola si presento con un foglio A4 scritto a penna con la sua calligrafia. Mi disse che si trattava di una specie di contratto, non modificabile. Disse che erano cinque semplici regole, che se la volevo ancora con me le dovevo rispettare altrimenti se ne sarebbe andata…”certo” pensai tra me e me “e dove vuoi andare che non hai una casa e nè un lavoro? E poi sono io quello che ti mantiene, se mi stanco sono io che ti lascio” ma Marika era molto intelligente e con quel contratto aveva di nuovo fatto leva sulle mie pulsioni e depravazioni. Mi conosceva bene e trovavo eccitante questa cosa, non potevo farne a meno sotto sotto. Dunque le regole erano queste: la prima, che non avrei mai avuto più un rapporto vaginale con lei. Mai più. La seconda, che eravamo una coppia aperta, ognuno poteva fare sesso con chi voleva ma mai all’interno della nostra depandance e soprattutto io non avrei potuto scopare con altre/i in sua presenza. La terza era un po’ più complessa e riguardava il dominio che Marika avrebbe avuto nei miei confronti: ovvero che, periodicamente, a sua scelta, avrebbe deciso dei periodi di astinenza nei miei confronti che prevedevano rinuncia a masturbazione o a qualsiasi rapporto sessuale con altri. Questi periodi avevano una durata massima di 15 giorni senza bisogno di strumenti di castità, bastava la parola. Marika mi disse che si era informata su questo e che indossare gabbiette per lungo tempo era controproducente per la mia salute. Quello che interessava a lei era avere un dominio mentale nei miei confronti senza minare la mia salute fisica. La quarta regola è che io non avrei più potuto frequentare la palestra del centro in cui andavamo insieme. Ero libero di scegliermi una nuova palestra o al massimo usare quella privata della depandance. La quinta regola, l’ultima, riguardava l’indipendenza economica: mensilmente dovevo ricaricarle una carta di credito di un valore che andava dai 5000 ai 10000 euro, valore che sceglieva lei a ogni ricarica. Erano cifre basse per me, quindi la cosa era fattibile, mi chiedevo semplicemente cosa le servissero tutti quei soldi dato che comunque potevo soddisfare tutti i suoi bisogni e capricci. Stetti al gioco e, divertito, firmai il contratto. Come detto non credevo molto a questa cosa, effettivamente non aveva nessun valore legale e una volta che avessi voluto cambiare idea o che mi fossi stancato avrei troncato con lei. Ero giovane, ricco e anche piacente….chi me lo faceva fare di farmi ridurre a uno schiavetto già a ventun’anni con tutte le esperienze che avrei potuto provare? Già… sottovalutavo il controllo mentale di Marika e me ne sarei reso conto ben presto.
Le settimane successive passarono con la totale indifferenza nei miei confronti da parte di Marika. Faticava a salutarmi, raramente dormivamo assieme e non parlavamo mai. Usciva ogni giorno in tarda mattinata con la borsa della palestra e tornava nel tardo pomeriggio e qualche volta la sera. Sospettai avesse una relazione ma, da contratto che avevo firmato, non potevo farci nulla. Dal canto mio tutta i propositi di sfogarmi con altre donne o escort svanì… ero entrato in un mood abbastanza monotono. Mi svegliavo annoiato, facevo un po’ di palestra in casa e qualche volta mi masturbavo sui primi siti porno gratuiti che cominciavano a spuntare come funghi in quegli anni. Piano piano la masturbazione fu l’unica mia valvola di sfogo sessuale. Quando Marika usciva mi fiondavo direttamente al computer e cominciavo a spulciare i video. La mia scelta, sempre più spesso, cadeva su temi cuckold e femdom. Avevo 21 anni e mi resi conto che ero diventato schiavo del porno online. Arrivarono le feste di Natale che trascorremo con mio padre e altri parenti in villa, senza particolari sussulti, mantenendo falsamente un rapporto di facciata davanti agli altri. Per dire… l’ultimo dell’anno, mentre mio padre organizzava una delle sue solite orge in villa, io e Marika lo passammo a guardare un film in tv con lei che manteneva un distacco ferreo nei miei confronti.
Poi un pomeriggio, febbraio mi sembra, mentre mio padre era fuori per motivi di lavoro e la servitù era di riposo, mi addentrai in villa, annoiato, per curiosare un po’. Cominciai ad aprire dei cassetti per spidocchiare finchè non trovai all’interno di una credenza una serie di DVD ben organizzati e disposti. Li spulciai e su ognuno era indicata con un indelebile una data, alcune abbastanza recenti: combiaciavano esattamente con le stesse date in cui mio padre dava i festini in villa. Presi quello più recente e lo inserii nel lettore della sala tv dove c’era un televisore da 85 pollici. Le immagini erano riprese da una telecamera amatoriale e ritraevano persone mascherate che facevano sesso all’interno del salone della villa. Il filmino iniziava con il primo piano di un uomo nudo grassoccio che si masturbava su un divano e guardava verso la sua destra. La telecamera si spostò e inquadrò un uomo seduto su una poltrona che si stava facendo spompinare da una donna e da un trans inginocchiati ai suoi lati. Pensai che il grassone che si stava masturbando fosse il cuckold della tipa che stava spompinando. Poi la telecamera virò verso destra, proprio di fronte alla poltrona e lì c’era una ragazza giovane molto magra e con poco seno e lunghi capelli neri sciolti. Aveva le braccia distese sopra la testa e i polsi legati a una corda che scendeva dalle travi del soffitto. Era l’unica che non aveva maschera ma una benda che le copriva gli occhi rendendola pertanto irriconoscibile comunque. Attorno a lei c’erano una donna e un uomo, anch’essi mascherati, che la toccavano e la accarezzavano dappertutto, la donna le leccava le orecchie e ogni tanto la baciava, mentre l’uomo si era fissato con le ascelle, che leccava avidamente. Era tutto estremamente eccitante. La ragazza era in balia del piacere più perverso e cercava di liberarsi dimenandosi. L’inquadratura rimase fissa su questa scena per due minuti quando a un certo punto sentii nel video “Ehi inquadrami”. La visuale tornò alla poltrona e l’uomo seduto, quello che stava subendo il doppio pompino guardò l’obiettivo e disse “La prossima volta vorrei che ci fosse la fidanzata di Enrico al suo posto”. Rabbrividii. Non tanto per le parole pronunciate ma perchè riconobbi quell’uomo. Sebbene mascherato, i tatuaggi che aveva sull’avambraccio, ovvero un teschio e tibie incrociate e più sotto una croce celtica, mi fecero capire che si trattava di Franco, il viscido e antipatico socio di mio padre. Poi la telecamera si spostò in basso e inquadrò l’operatore che si stava masturbando. Bloccai la visione immediatemente, schifato. Dall’orologio che portava al polso capii che chi filmava era proprio mio padre. Sistemai tutto e tornai in depandance. Passai il resto del pomeriggio perplesso, provando sentimenti misti tra rabbia, delusione, stupore e anche un po’ di eccitazione. Di notte a letto, non riuscii a prendere sonno e verso le tre andai in bagno masturbandomi furiosamente pensando a Marika al posto di quella ragazza legata.
Siamo a marzo. È il giorno del compleanno di Marika. Il nostro rapporto fino ad allora non aveva subito variazioni. Impacciato e indeciso non sapevo cosa regalarle così optai per una collana d’oro. Ma quando le consegnai il pacchetto non lo degnò minimamente, anzi lo ripose senza aprirlo sopra a una credenza. Eravamo in cucina, era mattino e lei si stava preparando per uscire. Disse che prima doveva parlarmi. Ci accomodammo seduti a tavola, la stessa dovevo avevo firmato il contratto. Mi presentò una busta di carta e mi disse: “Oggi è il mio compleanno ma sono io che voglio fare un regalo a te. Aprila.” Aprii la busta e all’interno vi erano delle foto di un formato abbastanza grande. Erano circa trenta. Marika disse:” Me le sono fatte fare in palestra. Come puoi vedere sono tutte abbastanza provocanti e stuzzicanti…” in effetti, spulciandole, ritraevano Marika concentrata in esercizi ginnici in cui in primo piano c’era quasi sempre il suo bel culo stretto nei leggins attilati da palestra. In altre faceva smorfie e linguacce. Erano tutte molto eccitanti. Proseguì: “Poi ce ne sono alcune con dei ragazzi ma il loro volti li ho fatti pixellare dal fotografo prima di stamparle. Non voglio che tu li riconosca”. La seconda parte delle foto ritraevano Marika abbracciata con un ragazzo diverso ogni volta, in alcune anche in posizioni sexy. Addirittura in alcune mostrava le corna all’obiettivo mentre era esplicito che qualcuno aveva le mani su suo culo. “Bene. Io esco. Ho pensato che potrebbe essere materiale interessante per le tue lunghe sessioni di masturbazione” e ridacchiò. Poi tornò seria di colpa guardandomi con disprezzo “Quanto sei patetico… a farti le seghe su quei siti porno”. Mi lasciò così, allibito. Come faceva a saperlo? Avevo dimenticato di cancellare la cronologia? Mah… prima di uscire dalla porta si voltò e mi disse. “Sfogati pure come vuoi. Sappi che è l’ultima settimana. Tra sette giorni ti imporrò un periodo di astinenza, devo ancora decidere di quanti giorni” e uscì. Nel giorno del suo compleanno tornò a sera tardi quando io stavo già dormendo. Per tutto il pomeriggio non feci altro che segarmi tra video porno e quelle foto. Aveva ragione, ero proprio patetico.
Sette giorni più tardi era aprile. Come anticipato, mi comunicò di astenermi da qualsiasi attività sessuale. In pratica dovevo solo non masturbarmi, ma questo lo sapevo solo io, dato che non avevo rapporti con altre donne. Mi disse che aveva deciso che per aprile e maggio la mia astinenza sarebbe durata sempre una settimana, da venerdì a venerdì e che ci avrebbe pensato lei a farmi venire. Così passavo i giorni a cazzeggiare, evitando i siti porno o le sue foto per non infoiarmi, guardare film e mangiando schifezze. La palestra quasi non la usavo più mentre lei ci andava tutti i giorni, in centro. Poi, il primo venerdì, al suo ritorno nel tardo pomeriggio, lavata e profumata mi disse di spogliarmi e sedermi sul divano in sala con le mani sotto il sedere mentre lei inseriva un DVD di un film porno bisessuale dove tre uomini e una donna si davano piacere. Lei si sedette in parte a me e con lo stesso atteggiamento di indifferenza che aveva avuto la ragazza cinese nel garage dell’hotel guardava il film mentre con la mano destra mi masturbava senza proferire parola. Alla vista di quelle scene, che comunque non era tra i miei temi preferiti, venivo comunque in pochi minuti dato che ero in astinenza da diversi giorni. Poi le si alzava, andava a lavarsi le mani e riprendeva la sua solita vita senza rivolgermi parola. Dalla settimana successiva decise che, siccome le faceva schifo che le sporcassi di sperma la mano, di masturbarmi usando leggins o calzini appena usati in palestra. Almeno avrei sporcato quelli che tanto andavano lavati. E questo tolse il contatto diretto tra me e lei. Questo andò avanti per tutte le settimane di aprile. A maggio divenne più sadica perchè a questa pratica mi impose l’assunzione degli alfabloccanti.
Per chi non lo sapesse gli alfabloccanti sono dei farmaci sotto forma di pillola che aiutano chi soffre di ipertrofia prostatica. Non era di certo il mio caso, ero giovane e in forma. Ma tra gli effetti collaterali di questo farmaco c’è l’eiaculazione retrograda, ovvero un’eiaculazione in cui lo sperma non esce ma finisce in vescica. Non è un farmaco pericoloso, di certo ci vuole comunque la ricetta, ma Marika mi disse che un farmacista frequentatore della palestra riusciva a venderglieli sotto banco. Cominciai questa “cura” ai primi di maggio assumendo una pastiglia al giorno. Dato che Marika voleva che mi abituassi a questa nuova condizione mi regalò una settimana libera in cui potevo masturbarmi quando volevo. Notai subito un miglioramento nell’urinare (anche se non ne avevo bisogno), ma la cosa più assurda era effettivamente l’eiaculazione….che non avevo più. Ciò mi creava molta frustrazione che a sua volte innescava eccitazione come un circolo vizioso. Ricominciai a masturbarmi anche 5 volte al giorno senza mai eiaculare e provando orgasmi sempre meno potenti e soddisfacenti. Poi al venerdì, solito rituale, lei che mi masturbava sul divano mentre io guardavo film bisex. Quando sentiva che stavo per avere l’orgasmo ridacchiava e mi derideva dicendo che ero un uomo da niente, patetico e inerme. E difatti aveva ragione. Ma ciò non fece altro che farmi scivolare ancor di più in quel processo di umiliazione che trovavo eccitante ma mai abbastanza soddisfacente da sentirmi appagato.
La cosa peggiore fu quando mi impose nuovamente l’astinenza. Arrivavo al venerdì, alla sua solita sessione di seghe con film bisex, in cui ero super eccitato. Mi avvolgeva i leggins e cominciava una sega lenta e monotona. Io impazzivo dal piacere, volevo che accelerasse ma lei manteneva sempre la stessa velocità e non mi degnava di uno sguardo. Poi prima dell’orgasmo aveva imparato a lasciarmi lì ad implorare di venire. Toglieva la mano, guardava il mio cazzo che pulsava e a volte rideva e a volte aveva uno sguardo schifato. Dovevo cercare con la schiena un contatto con i leggins per avere un orgasmo rovinato senza eiaculazione. Era sadismo allo stato puro.
Poi l’ultimo venerdì di maggio torna a casa abbastanza scazzata e per la prima volta è vestita ancora da palestra. È sudata e umida. Sembra aver fretta. Avvia il DVD dove stavolta si tratta di un’orgia bisex con 4 uomini e 4 donne e comincia la sua solita sega lenta mentre il mio cazzo è avvolto nel suo calzino sudato. Contrariamente alle altre volte stavolta ha il suo capo appoggiato sulla mia spalla. Sento la sua pelle umida e l’odore dei suoi capelli misto a sudore. È super eccitante. Dopo alcuni minuti sto per venire. Lei se ne accorge, toglie la mano, e con sottovoce calda mi si avvicina all’orecchio e mi dice “Lo sai vero che me lo scopo?” Io impietrisco all’istante mentre il cazzo comincia a pulsare per l’orgasmo. Arrossisco, la guardo negli occhi “Chi?” e lei massaggiandomi il petto “Uno dei ragazzi delle foto della palestra… sono mesi ormai…”. Vengo come mai prima, con nessuna eiaculazione ma con un orgasmo che dura per diversi seconda. Ora so che mi cornificava a mia insaputa.
Siamo a giugno e succede quello che non mi aspetto. Da qualche giorno ho smesso di prendere i farmaci e ho avuto qualche giorno di sfogo masturbatorio in cui tutto, fortunamente, è tornato come prima. E’ un sabato mattina soleggiato, Marika si sveglia di buona lena e mi dice: “Voglio una vacanza al mare. Prenotiamo a Rimini, una settimana. Dai che partiamo lunedì”. Così sia io che lei ci mettiamo a cercare un alloggio a Rimini. Alla fine sceglie lei, un appartamento abbastanza grande di un caseggiato dove c’è solo un altro appartamento. Uno sopra e uno sotto. È libero quello sotto. Chiamiamo e prenotiamo. Un po’ sorpreso, dato che avrei potuto permettermi di prenotare nel più lussuoso hotel della città chiedo a Marika il perchè di questa scelta. Lei: “Sai, dopo l’ultima esperienza in hotel a Piacenza…beh credo che se ci dovesse capitare un’avventura particolare almeno siamo più sicuri. Ecco perchè” In effetti aveva ragione, in questo senso si era fatta più accorta e premurosa.
Il lunedì partiamo, è bel tempo, c’è caldo. Siamo entrambi di buon umore. Non appena arriviamo scarichiamo le valigie in appartamento. Abbiamo scelto un bel posto, abbiamo addirittura un po’ di giardino con due lettini per prendere il sole. Siamo a pochi passi dalla spiaggia e passiamo il resto della mattina e tutta la giornata quasi come due fidanzatini parlando del più del meno, spruzzandoci in acqua. Ogni tanto la accarezzo o la bacio sulla guancia e lei sorride ma non ricambia. È comunque un bel momento e me lo godo finchè posso. Alla sera, dopo essere rientrati dalla cena in una pizzeria, io mi sistemo sul divano a guardare la tv, esausto. Marika invece esce in giardino per fumare una sigaretta. Poco dopo sento voci di almeno tre ragazzi e la sua. Ogni tanto lei ride. Sono troppo stanco per alzarmi e uscire anch’io, sto quasi per prendere sonno e dunque non ci do tanto peso. Lei quando rientra dice:”Ho conosciuto i vicini che stanno sopra il nostro appartamento. Sono tre ragazzi albanesi, molto simpatici” ma, come detto, son troppo stanco e crollo poco dopo sul divano. Se fossi stato attento avrei notato un velo di malizia sul suo volto.
Il giorno dopo, l’atteggiamento di Marika cambiò nuovamente. Sta sulle sue, mi evita, non parla. Cerco di capire cos’ha ma passa tutta la mattina a leggere sotto l’ombrellone e la vedo spesso a scrivere con il cellulare. Decido di lasciar perdere e per un paio d’ore nuoto in mare. Al ritorno in spiaggia non è cambiata di una virgola. Io, vuoi il caldo, il sole, un po’ di sonno da smaltire, mi addormento sotto l’ombrellone. Quando mi sveglio è già pomeriggio inoltrato e Marika non c’è più, e nemmeno le sue cose. Sistemo le mie cose e la provo a cercarla nei bagni, nel bar della spiaggia, nei dintorni. Provo anche a chiamarla più volte ma lei non risponde. Così, un po’ preoccupato e rassegnato torno in appartamento. Da lontano noto che sta prendendo il sole sul lettino del giardino del nostro appartemento. Indossa un costume due pezzi ramato che si abbina perfettamente al colore dei suoi capelli. Porta gli occhiali da sole scuri e ha la pelle permeata dalla crema solare: è una bomba sexy assurda. Una gamba è distesa mentre l’altra piegata in su. Quando arrivo di fianco a lei e mi siedo di lato sull’altro lettino, si accende una Marlboro 100’s e aspira lentamente senza degnarmi di uno sguardo, continuando a fissare davanti a lei, il mare. C’è un silenzio assurdo tra noi e come un lampo butto fuori una domanda senza pensarci “Te li sei scopati, vero?” lei si gira accigliata e mi fissa da dietro gli occhiali. Poi emettendo una boccata di fumo risponde: “Solo uno. Chi mi credi?”. E torna a fissare di fronte a lei. La sua risposta mi lascia abbastanza indifferente. Dopo tutto quello che ho passato in questi mesi, il fatto che si scopi qualcuno a mia insaputa, non mi provoca più nessuna reazione. Dopo alcuni momenti di silenzio è lei a romperlo: “Mi hanno detto che organizzano feste particolari…hai capito a che sfondo, no?” io rimango in silenzio come ad assentire “è che hanno un costo queste feste per parteciparvi. Ovviamente voglio che venga anche tu ma mi hanno detto che non ci saranno variazioni nel prezzo.” sembrava interessante, al che chiesi “di quanto si tratta?” “duemila euro” rispose lei. Sorrisi: per me duemila euro erano una miseria. “Però…” proseguì “vogliono conoscerci meglio, pertanto stasera, dopo cena, siamo invitati da loro. Io sono già lavata, al massimo mi do una risciacquata prima di andare. Tu vatti a lavare. Non serve vestirsi bene, indossa quello che ti viene più comodo”.
Alla sera, dopo cena, saliamo le scale esterne che portano all’appartamento del piano di sopra. Marika indossa una semplice canotta bianca con stampa senza reggiseno e degli shorts in denim. Ha un trucco leggero che però le dona un’aria da troia. Io una maglietta e pantaloncini in felpa. La porta è stata lasciata semiaperta volontariamente. Entriamo e noto subito che le luci sono spente eccetto un chiarore bluastro che proviene da una stanza in fondo al corridoio. Pervade l’aria una musica lounge chillout. “Permesso? Siamo arrivati” esclama Marika non vedendo nessuno ad accoglierci. Dalla stanza si innalzano delle urla maschili di approvazione. “Venite avanti. Siamo nella stanza in fondo, dove vedete le luci blu” A passi lenti seguo Marika nel corridoio, entriamo nella stanza ed ecco quello che ci si presenta: una stanza con letto matrimoniale e uno singolo, a lato. Nel perimetro del battiscopa sono posizionate decine di piccole luci blu a led che creano un effetto intimo e un po’ soporifero. Qui la musica si sente meglio, infatti noto uno stereo con CD. Appoggiati al muro ci sono tre giovani ragazzi, tutti nudi, che si stanno “scaldando”, masturbandosi lentamente il cazzo. Ci accolgono con un breve applauso, sorrisi e qualche urlo di incitamento…sembrano abbastanza su di giri. Sono tutti e tre fisicamente prestanti. “Blerim, piacere” alza la mano il più alto dei tre. “Io sono Artan” si presenta il ragazzo di mezzo: noto che è completamente depilato, ascelle e pube compresi. Tiene stranamente gli occhi fissi su di me anzichè su Marika. L’ultimo si presenta con il nome di Fatmir: è il più basso dei tre, raggiunge a fatica i 170 cm ma è il più muscoloso e ben modellato, ed ha una faccia che non promette nulla di buono. Ha una cicatrice sulla sopracciglia sinistra e l’occhio sinistro sembra “stanco”, leggermente chiuso. È tatuato su gran parte del corpo. Poi noto il suo cazzo che è più lungo degli altri. “Tu devi essere Enrico” mi fa Fatmir e mi sgancia un sorriso sornione, di sfida. Mi comincia a stare sul cazzo subito, ha un fare antipatico e strafottente. Poi prosegue “Bene, cominciamo!” Marika si volta verso di me “Tu siediti sul letto singolo e spogliati. Fa come vuoi, se vuoi toccarti, guardare e basta… io vado a divertirmi con quei tre fusti, quando vorrò ti farò un cenno e dovrai avvicinarti a noi, chiaro?” Faccio di sì con il capo e vado a sedermi sul letto. Nonostante tutto la situazione è eccitante, e poi son mesi che non vedo Marika nuda. Lei e i ragazzi si accomodano sul letto matrimoniale. I maschi stanno in piedi, mentre lei comincia a spogliarsi lentamente rimanendo solo in perizoma. Poi si mette in ginocchio sul letto e i ragazzi si avvicinano regalandole i loro cazzi da succhiare. Marika mi da le spalle e io, che nel frattempo mi ero spogliato completamente, comincio a masturbarmi lentamente. Passano cinque minuti in cui Marika ha praticamente spompinato i tre facendo loro aumentare l’eccitazione quando all’improvviso si stacca, si volta leggermente verso di me e con l’indice sinistro mi fa segno di avvicinarmi. Ha un sorriso malizioso che mi mette inquietudine. Lentamente mi alzo e vado per avvicinarmi quando noto Fatmir fare un cenno del capo ad Artan. Marika sorride maliziosa guardandolo. Vedo Artan scendere dal letto e dirigersi verso di me posandomi una mano sul petto: è uno stop, fermati qui. Guardo Marika per capire cosa fare quando lui avvicina la sua bocca alla mia nel tentativo di baciarmi. Io immediatamente mi sposto per evitarlo e lui non ha nessuna reazione, va bene così. La sua mano sinistra si spinge verso il mio cazzo e comincia ad accarezzarlo. Arrossisco di vergogna e lo lascio fare. “Voi due” fa Marika “mettetevi nel letto singolo e divertitevi. Enrico, mettiti in una posizione in cui puoi vedermi bene” Indietreggio spinto delicatamente da Artan e mi trovo nuovamente seduto sul letto singolo. In qualche maniera ci accomodiamo in un 69 in cui io riesco comunque ad avere la visuale di Marika e gli altri. Artan mi prende il cazzo in bocca e con una mano mi spinge con delicatezza verso il suo membro. È profumato e pulito e non sta forzando nulla. Mi trovo con il suo cazzo in bocca e cominciamo a spompinarci a vicenda quando Marika si mette carponi mentre Fatmir comincia a prenetarla da dietro e Blerim le offre il suo cazzo da succhiare.
E’ tutto molto lento e piacevole. La musica lounge e le lucine hanno creato un’atmosfera rilassante. I gemiti di Marika son appena impercettibili e la stanno trattando bene, dedicandosi anche a strofinarle il clitoride e i capezzoli mentre la scopano a turno. Quanto a me, non essendo la prima volta che succhio un cazzo (vero, è la prima volta che è il cazzo di un uomo e non di una trans) cerco di godermi il momento e fare il meglio possibile per dare piacere all’altro. Artan invece è molto bravo, ci sa fare e quasi non mi accorgo di venirgli in bocca da quanto bravo è. Pochi secondi dopo sento il suo seme inondarmi la bocca mentre con una mano mi spinge la testa fino in fondo nel tentativo di farmelo ingoiare il più possibile. Marika e gli altri due hanno cambiato diverse posizioni e il ritmo è leggermente aumentato. Lei ora è in una cowgirl reverse con Fatmir che la penetra da sotto e Blerim che si fa spompinare. Con la bocca piena di sperma (qualcosa involontariamente ho ingoiato) vado per alzarmi dal letto quando sento la mano di Artman sulla spalla che mi blocca. Si avvicina all’orecchio e sottovoce mi dice “Ehi! Pensi sia finita qui?”
Bene caro lettore. La prima parte del capitolo finisce qui. Ora lascio a te la possibilità di darmi indicazioni su come continuare. Accetto qualsiasi tipo di proposta, dalla più romantica alla più perversa. Qualora non mi arrivasse nessuna risposta questo racconto termina qui e non verrà proseguito. Ti lascio la mia nuova mail (l’altra non esiste più) dove poter scrivere la tua proposta. Nel frattempo ti ringrazio per la lettura e spero di farvi leggere il continuato.
Grazie,
Enrico
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